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Riassunti del libro "L'età difficile" di Elisabetta Mondello, che analizza i principali romanzi di formazione del '900 italiano.
Tipologia: Appunti
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Il romanzo italiano del Novecento è popolato da una moltitudine di adolescenti. In questa folla ciascuno ha le proprie caratteristiche, ma condividono una sorta di tipicità. Subiscono tutti una metamorfosi che inizia con la perdita della propria identità e del mondo infantile, spazzati via dalle trasformazioni del corpo e del ruolo sociale: c’è la lotta dell’adolescente contro le mutazioni della crescita e la percezione della necessità di superare il limen, per uscire dal libro e trovare la propria identità. Si seguono le classiche fasi dei riti di iniziazione teorizzate dagli studi etno-antropologici: separazione dalla famiglia, transito attraverso delle prove da superare, reintegrazione con la rinascita in una diversa collocazione sociale. L’adolescenza può essere letta quale necuia, ovvero una discesa agli Inferi, un percorso attraverso le profondità insondate e realtà sconosciute. La giovinezza è il territorio del Bildungsroman, il romanzo di formazione della modernità iniziato nel ‘ con Goethe e affrontato da Puskin, Stendhal, Jane Austen, Manzoni, Dickens. In tutti i romanzi attraversati in comune c’è il senso di attesa, poiché ogni personaggio sperimenta con fatica le difficoltà della metamorfosi temuta ma ricercata, e fra desideri e illusioni sogna che si realizzi finalmente la metamorfosi in uomo.
I giovani protagonisti di Moravia che ci interessano per l’analisi sono Girolamo (Inverno di malato, 1930), Luca (La disubbidienza, 1948) e Agostino, dell’omonimo romanzo (1944). Sono tre opere inscindibili e per alcuni aspetti complementari, sono un territorio di riflessione dedicato alla formazione. La differenza tra struttura del racconto e del romanzo è che il racconto ha dei personaggi visti di scorcio, non ideologici, mentre il romanzo offre una rappresentazione più complessa della realtà. In Agostino la scoperta della femminilità della madre, il senso di inadeguatezza verso la realtà e nei confronti del gruppo di ragazzi che incontra al mare, l’impossibilità di superare il limen: il ragazzo si rende conto di essere entrato nell’età difficile da cui non si torna indietro. Agostino viene composto ad Anacapri in un solo mese, e nel sole dell’isola nasce il racconto di un ragazzo che trascorre l’estate in una spiaggia. È un adolescente che vive ancora nella spensieratezza infantile finché non entra in scena un corteggiatore di sua madre, e Agostino scopre dolorosamente la sua sessualità, anche a causa delle battute di un gruppo di ragazzi del popolo che gravitano attorno al bagnino omosessuale Saro. Agostino scopre la sessualità (vediamo i tratti freudiani) e la differenza di classe (tratti marxisti). Cerca di riscattarsi di fronte al gruppo andando in un bordello, ma viene malamente cacciato perché giudicato troppo piccolo, mentre un altro del gruppo entra con i suoi soldi. Malgrado le sue richieste anche la madre continuerà a trattarlo come un bambino: i tentativi di dimostrarsi cresciuto falliscono. In Inverno di malato c’è la storia della sgradevole iniziazione sessuale di Girolamo, chiuso in un sanatorio e costretto nella sua stanza a causa della malattia. Incontra un viaggiatore di nome Brambilla, più grande, che lo umilia e lo porta a compiere alcuni gesti per riscattarsi. In un tentativo di dimostrarsi diverso dal signorino borghese, seduce una ragazza inglese del sanatorio, Polly, ma l’iniziazione sessuale si rivela inutile e dannosa: Brambilla se ne va senza curarsi di lui, l’atto è scoperto e quello che ottiene è solo biasimo da parte degli amici e un prolungamento delle cure. In La disubbidienza si conclude il passaggio alla maturità, ed è l’unica trama che subisce una parziale modificazione. In quest’opera il male di vivere viene superato con una iniziazione sessuale riuscita. Il quindicenne Luca è preso da un malessere simile alla depressione, il punto di rottura è rappresentato da un momento sui generis: entrato nella camera da letto dei genitori, li scopre alle prese con una cassaforte
nascosta dietro l’icona di una Madonna davanti cui era costretto a pregare da bambino. È la rivelazione traumatica dell’ipocrisia famigliare e borghese, e come atto di rivolta Luca si disfa di tutto quello che possiede e decide di togliersi la vita. A salvarlo è però la relazione sessuale che intreccia con una governante e un’infermiera. Le recensioni alle opere di Moravia sono varie: Miotto sottolinea quanto lo schema freudiano possa essere applicato al romanzo in cui il protagonista si libera delle tendenze autodistruttive di Thanatos attraverso le esperienze sessuali decisive. Altri scatenano preoccupate diagnosi su possibili ferite adolescenziali nella vita dell’autore. Branca si mostra poco entusiasta alle letture perché vi sono i soliti meccanismi per esasperare i tormenti sessuali, sorprese di nudità, donne che girano in reggiseno e basta. Russo apprezza la storia e inserisce la proposta di lettura alle famiglie borghesi. Gadda nega l’idea di esemplarità nei comportamenti degli adolescenti moraviani, ma apprezza l’asciuttezza dello stile e condivide l’attenzione al tema dell’Eros. Saba fa un commento feroce, dicendo che è un bel libro, ma un libro feroce che insudicia l’amore. Afferma infatti che l’Eros in Moravia è sempre così, fatto di gesti di astio e disprezzo: gli amanti sono in realtà odianti. AUTOBIOGRAFISMO. È un argomento ricorrente in tutte le interviste, ma Moravia, pur riconoscendo di aver tratto ispirazione dal proprio vissuto, ha sempre negato un rapporto autobiografico troppo stretto. In un’intervista Dacia Maraini insiste sul ruolo della madre nella vita di Moravia, ma l’autore ha negato di aver mai avuto un rapporto edipico con lei.
RAPPORTO CON IL MONDO E CON LA REALTÀ. L’isola di Arturo è il secondo romanzo della Morante, ambientato nell’isola di Procida favolistica e incantata, in cui la felicità è spazzata da una dolorosa iniziazione che lo porta ad abbandonare il posto natìo. L’ispirazione nasce dall’episodio narrato da un’amica, in cui un ragazzino diventa geloso per la nascita del fratello. Il romanzo racconta due anni cruciali nella vita di Arturo: ha 14 anni ed è un bell’adolescente, orfano della madre e che vive nella Casa dei Guaglioni con suo padre (in realtà presente solo due mesi l’anno). Il padre appare circondato da un’aria sacrale, Arturo immagina che parta per avventure o per mitici affari segreti: in realtà scoprirà che si allontana per un amore omosessuale con il suo giovane amante Tonino. Il padre tornerà da una delle sue sparizioni con Nunziatella, sua nuova moglie sedicenne, per cui Arturo proverà inizialmente odio e diffidenza e una gelosia amplificata dall’apparizione di un fratello neonato. L’ostilità si trasformerà in passione amorosa per la ragazza, silenziosamente ricambiata ma che non avrà mai esito concreto. Il romanzo si apre con il vanto del nome Arturo: Re e stella del cielo, fin da piccolo si sente di appartenere alla stirpe di eroi del re di Bretagna Artù, e contemporaneamente ricorda anche la stella più luminosa della costellazione di Boote. È un racconto che rispetta il sottotitolo “Memorie di fanciullo”, con narratore omodiegetico che racconta la storia della sua infanzia. Nei manoscritti originali la Morante voleva iniziare il racconto con Arturo imprigionato e ferito dagli inglesi. TEMA DEL DOPPIO. Morante sviluppa il tema del doppio e delle coppie antagoniste: due sono le stelle opposto, Arturo e Tonino; due le madri, la cagna Immacolatella e Nunziatella; due le donne, Assuntina con cui ha rapporti, e Nunziata; Wilhelm è un personaggio doppio con doppia vita; Nunziata rappresenta la contraddizione e la duplicità, è sia innocente e materna che seduttiva. AUTOBIOGRAFISMO. “Io, se in lui mi ricordo, ben mi pare…”. Dietro lo sconquasso di Arturo ci sono le emozioni personali di Morante, che mimetizza nella storia sé e il proprio passato. Ama l’inserimento di indizi celati nelle opere. I suoi libri sono autobiografici perché tale è il carattere della forma del romanzo:
un’inetta e profondamente inadeguata rispetto al resto delle persone. Nel racconto autobiografico I baffi bianchi narra di come abbia accettato un passaggio da scuola da uno sconosciuto con i baffi bianchi, episodio emblematico della sua ingenuità e della sua inesperienza nel mondo. La famiglia Levi ha una struttura fortemente patriarcale, e i membri si sentono chiusi in un guscio, sordi all’infelicità di Natalia. Nell’adolescenza prova le tipiche emozioni della sua età: fastidio verso il padre, odia i ritmi della sua vita, detesta la madre, si vergogna della diversità della famiglia, non ha amici a scuola, non ha compagni di banco, è inadeguata. Non si cimenta più nella poesia ma nelle novelle, con personaggi e scrittura ancora acerbi. Scrive i racconti in un quadernetto, e l’amico di famiglia Carlo Levi le dice che scrive per caso, nonostante i suoi racconti siano carini: non scrivere più per caso diventa il suo obiettivo, e per questo inizia a scavare dentro di sé. Inizi a girare Torino e annota ciò che vede, descrivendone i dettagli, ma nei racconti non riesce ad inserire frasi artificiose, preferendo descrivere i personaggi con qualche tic o mania che li caratterizzasse. Grazie a Leone fa esordi ufficiali sulla rivista Solaria. Il suo sogno si avvera e il momento simbolico di superamento dell’adolescenza è avvenuto, ma la sensazione di inesistenza che l’ha tormentata per tutta l’adolescenza non è cancellata del tutto. Inizierà a lavorare per Einaudi e quando avrà dei figli si sentirà un po’ oppressa, ma non appena cresceranno riprenderà a scrivere come una che non aveva scritto mai, con parole lavate e fresche.
Ne Le parole fra noi leggere, la Romano racconta del rapporto difficile che ha con suo figlio Pietro Monti, o Piero, e della sua adolescenza sofferente e disturbata, quasi asociale, controllata da una madre oscillante ed opprimente. Nel romanzo non viene mai nominato direttamente il figlio, rispondendo alla sua richiesta di non apparire: nella Prefazione la scrittrice di giustifica e manifesta il suo senso di colpa per aver esposto in maniera tanto esplicita suo figlio. Nel romanzo l’autrice osserva il ragazzino ponendolo sotto il microscopio di un amore esasperato, lo scruta e lo interpreta psicanaliticamente, usando non solo la sua memoria ma anche tutti i materiali che ha conservato, temi, foto, lettere, comunicazioni delle scuole. Non è un Bildungsroman perché per quello serve autocoscienza da parte del soggetto, è più che altro un accumulo di materiali interpretato dallo sguardo della madre. Lalla Romano scrive tentando di cogliere la verità dell’animo di suo figlio. Tra madre e figlio vi è un doppio legame: lei intrusiva nel suo avvolgente amore materno, che cerca in tutti i modi di capirlo; lui freddo e incapace di avere rapporti con la realtà. L’adolescente Piero Monti amplifica al massimo i caratteri disagianti dell’infanzia: non è un ragazzino normale tormentato da fantasmi edipici o dalle diversità socio-culturali con gli altri membri del gruppo. È un ragazzo disadattato, intelligente ma incapace di avere un normale approccio con il mondo (è probabilmente autistico). RUOLO DELLA SCRITTURA. Il romanzo è un tentativo di trovare una forma di liberazione attraverso l’analisi del passato e della memoria, frugando tra le carte con una precisione da cartella clinica. Lalla nell’opera sembra trovare una pace con l’accettazione dei lati oscuri del figlio ormai adulto: cerca di autoanalizzarsi e di conoscere il figlio, anche se sente di aver solo scalfito la sua personalità, di avergli solamente girato attorno senza penetrare in profondità.
Gli adolescenti di Pasolini sono una moltitudine di personaggi presenti quali protagonisti o comparse. Il suo rapporto letterario con l’adolescenza è complesso, è una fonte privilegiata per i racconti e i romanzi, dai primi racconti di amori omosessuali di Atti Impuri e di Amado mio, fino ai romanzi Ragazzi di Vita e Una vita violenta, ma anche nelle opere cinematografiche Mamma Roma, Accattone, e nei personaggi della Trilogia della Vita. Per Pasolini l’adolescenza è metafora di condizione esistenziale, che si traduce in una ricerca vitale di un oltre. È una disperata vitalità, come se l’esistenza fosse il luogo di una perenne sperimentazione. I protagonisti di Pasolini, giovani o meno giovani, hanno in comune il fatto di avere tratti fortemente provocatori: l’adolescenza è innocenza, vitalismo, sessualità, età preistorica dell’umanità, peccato, dannazione, ma anche spiritualità e religiosità. FASI DELLA RAPPRESENTAZIONE ADOLESCENZIALE.
Si incontrano in una manifestazione e nasce la loro love story, ma le cose si complicano a causa dell’immaginario degli adolescenti che non trova mai appagamento nella realtà. Rocco è inadeguato agli occhi di Antonia, la trascura per gli amici e il collettivo, vuole fare sesso in modi che a lei non piacciono: lei lo lascia, lo umilia a preferisce un altro ad una festa. Lui non può neanche ammettere di provare gelosia perché è un sentimento imbarazzante e borghese. FORMAZIONE. Entrambi gli adolescenti hanno sperimentato, sono cresciuti e hanno raggiunto la consapevolezza di sé, non sono più gli stessi adolescenti confusi delle prime pagine. Soprattutto Rocco, il più infantile, sembra aver imparato a camminare sulle proprie gambe e a guardare con maturità politica e vita. TITOLO E COPERTINA. Il titolo è polisemico: porci ha una connotazione politica importante, sono chiamati così dai fascisti i militanti dei movimenti studenteschi di sinistra, mentre “con le ali” si può riferire ad una dimensione onirica e fantastica. Allo stesso tempo ci si può rifare ad un’espressione inglese che indica una cosa impossibile: se i porci avessero le ali, tutto potrebbe accadere. La copertina riporta una serie di quadri con vignette oscene e di disegni di maiali. COSA VUOLE ESSERE IL ROMANZO? I due autori vogliono trasformare in scrittura narrativa i disagi e i desideri dei ragazzi. Un diario ai tempi del riflusso post ’68. Il libro è destinato ad una discussione sulla realtà degli adolescenti: disagio giovanile, ricerca di sé, solitudine, sesso, droga, e i temi politici dell’epoca quali femminismo emancipatorio, disuguaglianza uomo-donna, militanza vuota vista come rito stanco.
Boccalone. Storia vera piena di bugie esce nel 1979 e diviene un caso letterario perché sembra un romanzo sul 1977 (anno di manifestazioni studentesche). Il romanzo che racconta meglio l’esperienza degli ultimi movimenti studenteschi prima del riflusso è Gli invisibili di Balestrini, che offre uno scenario della fine di una generazione militante. I lettori cercano in Boccalone la Bologna del ’77, di radio Alice, dei morti, degli arresti, delle occupazioni ecc, ma in realtà non è un esempio di romanzo di lotta contro il potere. Boccalone ha come autore e narratore uno studente veneziano, Palandri, che ha fatto parte del movimento, ma quella narrata è una intensa storia d’amore tra enrico ed anna con le minuscole, vissuta a Bologna nel ’77 e terminata nell’inverno successivo. Gli scontri, le barricate, le perquisizioni e le università ci sono, ma sono solo uno sfondo e danno odore del contesto politico della storia. Anna ed Enrico partono per evadere, il privato è l’unico luogo che ancora rimane in piedi. Ma quando tornano a Bologna la storia finisce ed Enrico entra in un ciclo di autodistruzione e depressione e mostra quali possono essere gli effetti distruttivi dell’innamoramento. AMICIZIA E CORALITÀ. La compagnia degli amici è centrale nella genesi e nella struttura del romanzo: i suoi amici sono figure ruotanti attorno alla coppia e affollano il libro, definito infatti come “oggetto collettivo”: è un libro che è un brusio leggero, un racconto che parla sia di un singolo che di tutti, degli amici e dei compagni che formano un gruppo solidaristico ben diverso dai gruppi che costellano il resto dei romanzi di formazione novecenteschi. In tutto il libro, quando Boccalone definisce il rapporto con gli altri, usa la lingua rabbiosa del soggetto collettivo, perché spesso si identifica a livello linguistico con l’uso del “noi”. Il ’77 è nella pelle di Enrico ed è il suo sentirsi parte di una comunità.