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Saggio su Contro passato prossimo funzionale per l'esame di letteratura italiana
Tipologia: Appunti
Caricato il 11/08/2021
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Università degli Studi di Bologna Le attuazioni mi attraggono sempre molto meno che le cose inattuate, e con ciò non intendo soltanto quelle del futuro ma altresì quelle passate, mancate. Robert Musil, L’Uomo senza qualità E perché no, dopotutto? Può darsi, può darsi anche questo. Guido Morselli, Contro-passato prossimo ei confronti di uno scrittore segnato da una così radicale solitudine come fu Guido Morselli, solitudine e incomprensione sulle quali, certo, si sono spese molte più parole che intorno ai suoi romanzi, perpetuando così un destino ingiusto ben oltre la tragica dipartita autoinflitta il 30 luglio del 1973, nei confronti di tale scrittore, dicevo, è una scelta critica non irrispettosa né priva di senso dedicarsi a una lettura innocente o ingenua, se non appunto solitaria, di uno dei suoi ultimi capolavori. Contro-passato prossimo^1 fu scritto e riscritto tra il 1969 e il 1973^2 , con un rovello di cui però si scorgono poche tracce persino nel Diario^3. E abbiamo parlato di lettura “solitaria”, cioè pressoché astratta dalla – peraltro ancora esigua – bibliografia critica, perché l’intento del presente studio sarebbe quello di concentrarsi soprattutto su alcuni aspetti non peculiarmente letterari, nel mezzo della messe di elementi che rendono le duecentosessanta pagine del testo una selva impossibile da compendiare. In primo luogo, alcuni fatti: Il romanzo fu […] al centro di una lunga e complessa trattativa con Mondadori tra il 1970 e il 1973, con Alcide Paolini che sulla base delle schede dei lettori di casa Mondadori propone a Morselli di “tagliar via la seconda metà del libro”, con Morselli che ovviamente rifiuta un’operazione
che rischia di ridurre l’opera (come scrive a Sereni) “a un’amenità, a qualcosa di mezzo tra Piero Chiara e un’arbasinata” (vedi “Morselli rifiutato”, dossier de L’Espresso del 7 febbraio 1993, p. 28; […]). Uno dei motivi che indussero Morselli a interrompere la trattativa è che nel 1973 vede la luce proprio presso Mondadori Asse pigliatutto di Lucio Ceva, costruito sulla stessa idea portante del suo Contro-passato prossimo (in Ceva la riscrittura della storia ‘inventa’ una seconda guerra mondiale vinta dall’Asse), ma senza ovviamente le scelte stilistiche che fanno del romanzo di Morselli ben altra opera^4. “L’idea portante” cui fa riferimento Paccagnini è quella che, con termine ben noto ai conoscitori di fantascienza e di letteratura postmoderna, si usa definire ucronia^5 , vale a dire l’invenzione di un tempo alternativo, nel quale “qualcosa” è andato diversamente da ciò che sappiamo, e con effetto-domino ha generato, a cascata, un’intera realtà parallela, gemellata con quella in cui si vive, innervata dello stesso sangue, connessavi da innumerevoli gangli, e purtuttavia differente. Anzi divergente, ossia “divertente”, nel senso di una diversione che illumina tanto più il senso del reale effettuale di quanto il reale medesimo possa, nella sua apparente marmorea datità^6. In questo caso, una Prima Guerra Mondiale “inciampata” in un evento singolo capace di scardinare l’intero conflitto, all’altezza del 1916, dalla stasi interminabilmente sanguinosa delle trincee, e di risolverlo in maniera repentina a favore degli Imperi Centrali. L’evento sarebbe un’operazione militare inattesa e quasi incruenta che provoca, in rapida successione, la capitolazione dell’Italia e poco dopo della Francia, seguite in breve tempo dalla resa dell’Inghilterra e dall’armistizio con la Russia rivoluzionaria. La “stessa idea portante”, “ma senza ovviamente le scelte stilistiche”, precisa Paccagnini. Scelte cui occorrerebbe aggiungere delle non meno rilevanti opzioni ideologiche. Glissando sul fatto che la science-fiction anglosassone aveva già prodotto numerosi esempi di ucronie intorno a una Seconda Guerra Mondiale vinta dall’Asse – su tutte, The Man in the High Castle di Philip Dick, uscito nel 1962 e vincitore del premio Hugo, ossia del più prestigioso premio per la fantascienza internazionale^7 – dovrebbe essere evidente quale diverso connotato, specie tra gli anni Sessanta e i Settanta, recasse l’immaginare un nazismo trionfante, come fa Ceva^8 , rispetto al concepire un’ Austria Felix de-asburgizzata e una Germania de-kaiserizzata che, sotto la guida di Walter Rathenau (qui scampato all’attentato dei nazionalisti antisemiti che in realtà lo uccise il 24 giugno 1922^9 ), conducono l’Europa verso una stagione di unità politica e di maggiore giustizia sociale, erigendo dalle macerie del conflitto una prima Federazione di stati, l’UNOD, Unione delle Nazioni Occidentali Democratiche^10. “Gli uomini del 1917 – si legge nel Diario – come già quelli del 1789, si erano proposti di unificare l’Europa. Non ci sono riusciti”^11. Ma, naturalmente, l’‘ipotesi’ di Morselli non solo è più sottile e meno commerciale: è anche più significativa, e merita di essere indagata, a partire
dopoguerra, inoltre, Garzanti aveva stampato un altro volume di memorie del feldmaresciallo, Guerra senza odio , titolo che potrebbe valere anche come epitome di Contro-passato prossimo^21. Dovunque Morselli abbia compulsato i memoriali di Rommel, che lo abbia fatto non sembra meramente congetturale: lo prova il romanzo. Del quale è protagonista diretto proprio un giovane capitano tedesco nato nel 1891, di nome Edwin Rommel, autore di un colpo di mano audacissimo che rovescia le sorti del conflitto e dell’Europa tutta^22. Ma andiamo con ordine, e torniamo per l’appunto alla storia vera : cosa aveva mai potuto compiere – e come – un ufficiale subalterno, sul fronte italiano? Di certo, qualcosa di straordinario, se un importante storico militare si sbilancia a scrivere: […] il distaccamento Rommel ha compiuto miracoli. Dall’alba del 25 [ ottobre , ndr ] a mezzogiorno del 26, per 30 ore ha combattuto senza soste, contando 6 morti e 30 feriti. In compenso ha catturato 9000 soldati, 150 ufficiali e 81 cannoni. Nessuna impresa di Rommel nella seconda guerra mondiale è confrontabile per audacia, coraggio e soprattutto abilità di comando con quanto egli ha compiuto a 26 anni da tenente fra il Podklabuc e il Matajur. […] Venticinque anni dopo non avrebbe potuto fare ciò che fece, senza la eccezionale esperienza manovriera acquisita sul Kolovrat^23. La fonte primaria, sasso nello stagno o primo clic associativo, forse, è ancora un’altra; ai memoriali di Rommel Morselli arrivò, o tornò magari in un secondo tempo, spinto dalla lettura de La Grande Guerra di Riccardo Posani^24 , opera divulgativa a fascicoli pubblicata da Sansoni nel 1968, un solo anno prima dell’inizio della scrittura del romanzo. Ripercorriamo, per quanto si può, le tappe salienti di quella Blitzkrieg ante litteram : […] di prima mattina, affluisce da costa Raunza sui rovesci settentrionali del Podklabuc il temibile battaglione del Württemberg, comandato dal maggiore Sprosser. È un super-battaglione di tre distaccamenti, ciascuno composto da 2 compagnie fucilieri e una di mitraglieri. Il tenente Rommel, […] che comanda uno dei tre distaccamenti, concepisce il disegno di prendere gli italiani di sorpresa. I soldati della brigata Arno, scrutando verso l’Isonzo, sono distratti dal panorama lontano e non si accorgono che sotto di loro, rasenti agli scoscesi dirupi, cominciano a sfilare silenziosi, aggrappati alle pareti rocciose […], questi diavoli del Württemberg. Mentre si riaccendono i combattimenti intorno al Podklabuc, Rommel e i suoi 500 uomini avanzano sotto la parete nord del crinale per oltre un chilometro. Imbattutisi in un plotone italiano immerso nel sonno, catturano 40 uomini e due mitragliatrici senza sparare un colpo. […] Tutto
si è svolto come nelle guerre dei Sioux. Poco dopo è la volta di una batteria di medi calibri: gli artiglieri stanno lavandosi, quando devono alzar le mani. Anche questo agguato è avvenuto in silenzio. Ora Rommel è sul passo di Naverko e vuole impadronirsi del Nachnoi. L’ordine è sempre quello: infiltrarsi e non aprire il fuoco, se non per necessità. Le trincee vengono rastrellate fulmineamente, perché i più dei soldati sono ancora dentro le caverne, dove restano imbottigliati. Le vedette, sorprese mentre guardano l’Isonzo, allo scorgere i tedeschi si sentono svuotare e lasciano cadere le armi. I prigionieri sono centinaia, quando gli uomini di Rommel giungono ad appena 300 metri a oriente del Nachnoi. […] Dopo tre ore di cauta marcia, alle 9 del mattino Rommel è già riuscito a circondare il Nachnoi. Egli non organizza un attacco contemporaneo, non fa l’‘ondata’. Prima si muove un pattuglione per distrarre il nemico, poi apre il fuoco un secondo da direzione inopinata, e così via in un crescendo di confusione, che in un quarto d’ora porta alla resa i 500 uomini di presidio (probabilmente quasi tutto il I/214°). L’infaticabile Rommel punta ora verso il Kuk. […] Dalla conquistata vetta del Nachnoi un fuoco infernale si abbatte sul Kuk, che però gli italiani difendono strenuamente. Per superare l’ impasse , Rommel ha un’idea audace: aggirerà il monte da sud e lo assalirà dalla direzione più inaspettata. […] Percorre strade militari mimetizzate con festoni, carriaggi e autocarri italiani sfilano in senso contrario, nessuno si accorge di nulla […]. Da Ravne Rommel può contemplare la strada Luico-San Pietro, lungo la quale si svolge un traffico tranquillo senza misure di protezione. […] Ma ecco profilarsi un grosso distaccamento di bersaglieri, che ripiega ordinatamente da Luico verso Savogna. Quel che avviene dopo è una piccola Canne: il nemico, infagottato in formazione chiusa, è tenuto a bada da poche mitragliatrici. […] II distaccamento Rommel non si ferma al disfacimento della brigata Arno e punta verso la vetta del Matajur, 1641 metri, sulla quale è inchiodato il grosso della brigata Salerno. […] La tattica fu sempre la stessa: delle Canne in miniatura. Reparti non numerosi ma ben disciplinati circondano grossi nuclei nemici e ne impediscono lo spiegamento, cosicché son pochi, fra gli attaccati, quelli che combattono: gli altri restano in mezzo a far peso […]^25. Che cosa trovava, Morselli, in questi episodi della prima guerra mondiale? Trovava almeno cinque elementi che costituiscono l’ossatura profonda di Contro-passato prossimo : novità, velocità, efficienza, sorpresa, scarso o nullo
mitragliatrici, i gas, i tank , i sommergibili, le corazzate^33 , i dirigibili da bombardamento^34 , gli aeroplani). Il modo più produttivo di prendere “sul serio” la Storia sembra dunque a Morselli quello di osservarla in controluce e nelle sue nicchie, nelle pieghe, nelle zone marginali. Non necessariamente, insomma, le figure più imponenti sono le più notevoli. Falkenhayn^35 e Joffre, Cadorna e Haig, responsabili del massacro vano di centinaia di migliaia di uomini, contano meno, con la loro ottusità, con la loro concezione ottocentesca dell’assalto a ondate successive, con l’incapacità arcigna di capire il nuovo mondo in cui – purtroppo – operavano e comandavano, di quanto non significhino nel loro piccolo Rommel e il colonnello von Lossberg, l’inventore della “difesa elastica” tedesca. Così, la celebre e sempre citata formula dell’ Intermezzo : “Qui si parla di res gestae , per mostrare che erano gerendae diversamente: si polemizza su fatti e persone della realtà. Siamo con i piedi sul concreto”, appare a questo punto leggibile anche in maniera più sfumata e problematica. Morselli non intende solo dire – come in realtà ha fatto spesso – che preferisce il possibile all’avvenuto, schierandosi a modo suo con una linea di pensiero che ha in Aristotele il suo iniziatore, nel classico passo della Poetica^36 dove si antepone la poesia (noi diremmo: l’invenzione ) alla storia. In primo luogo ci parla di qualcosa che avvenne davvero, ossia di res gestae , quelle di Rommel. I suoi critici sbagliano, seppur indirizzati (e depistati) dall’Autore, nell’intendere la dicotomia “ res gestae/res gerendae diversamente” come piatta sinonimia del classico contrasto tra Storia e Invenzione, attribuendo per di più alla storia (all’accaduto) l’etichetta di portatrice integrale del negativo, e all’invenzione una componente tutta redentoria, sia pur nel campo dell’ideale. Non è solo slacciandosi dall’accaduto che si riscrive la Storia. Per questo l’ alter-ego di Morselli rinnega “il famigerato prefisso fanta-”^37. Se così fosse, così semplice e manichea, questa implicita assiologia sarebbe troppo consolatoria, e insieme troppo poco critica. “Delineo dei preferibili, non fingo degli optima ”, ribadisce infatti l’Autore^38. Non fingo , ecco la parola cruciale, almeno quanto cruciale è il rifiuto degli optima. E infatti, sempre nel Diario , due anni più tardi, dopo aver completato anche il più aereo e disimpegnato Divertimento 1889 , si spiega: In quelli che A. Manzoni chiamava “i componimenti misti di storia e d’invenzione”, è commovente, anche un po’ comico, il timore reverenziale con cui la Storia è trattata dall’“Invenzione”. Questa si insinua timida e guardinga fra gli avvenimenti (storici), con somma cura di non disturbarli, di non smuoverli di un’ombra dal loro sacro, immutabile, assetto. Qualche volta, è il massimo dell’audacia, si innova qualcuna delle “risposte soggettive” dei personaggi della Storia, ai “fatti” (della Storia stessa), ma questi vengon religiosamente rispettati: guai a chi
osasse toccarli! E qui, fra il rivoluzionario Brecht (per es. nel suo Galileo ) e il reazionario Tolstoi, c’è accordo assoluto^39. Ciò che Morselli ha fatto, invece, senza alcun “timore reverenziale”, è stato per l’appunto cogliere un fatto vero, travestirlo soltanto un poco, dislocandolo nel tempo e nello spazio (la Valtellina invece che Caporetto), ma senza alterarne la sostanza. Il protagonista rimane al suo posto, la tecnica dell’operazione ne rispetta la filosofia guerresca; le conseguenze – immense
Si dirà che tutta questa operazione letteraria pecchi alquanto di filogermanismo. In effetti, Contro-passato prossimo è un romanzo il cui autore fittizio viene accusato di ciò dall’altrettanto fittizio editore, nel dialogo che si accampa al centro geometrico dell’opera, interrompendo la continuità dell’“ipotesi retrospettiva”. Ma, ancora una volta, la posizione di Morselli si offre, squadernata in piena luce, con ottime ragioni. Ipotetiche, tuttavia storiche: L’editore – Lei sostiene, in ultima analisi, che i tedeschi dovevano vincere: sia pure nell’interesse dell’Europa. L’idea fu avanzata già da Bertrand Russell, che però non la giustificava. Lei come la giustifica? L’autore – La via all’Europa passava ‘attraverso’ i tedeschi. Non per decreto della Storia-Provvidenza né per merito di un privilegiato Volkgeist , morbosità concettuali che proprio loro avevano messo in circolazione: ma per un insieme di fattori rigorosi, in larga misura materiali. Nel novembre del ’18 ci furono troppi vincitori, la Francia, l’Inghilterra, in primo luogo l’estranea America. Poteva […] esserci un vincitore solo: abbastanza forte, abbastanza ‘centrale’, e europeo, per imprimere all’Europa una rapida evoluzione unitaria. L’‘assurdità dell’accaduto’, qui si rivela in pieno: i tedeschi non capirono niente di questa loro funzione potenziale. Come programma massimo avevano una nuova Sedan, un bottino di territori coloniali, lo strangolamento dei loro concorrenti commerciali. Grettezza. Condivisa d’altronde dagli avversari, che non erano migliori^47. Il filogermanesimo dell’Autore non si fonda affatto, come potrebbe sembrare, sul mito dell’abilità bellica. In questo libro di guerra e sulla guerra, la guerra quasi non si fa. Rommel non cerca davvero soldati: cerca bravi autisti capaci di guidare a fari spenti, bravi meccanici che riparino i guasti, abili genieri capaci di distruggere e ripristinare strade e ponti, bravi esperti in comunicazioni capaci di mantenere o creare ponti radio. La Germania primeggia sui mari perché spreca meno carburante degli Inglesi. E soprattutto, dopo che i militari hanno vinto la guerra, occorre il passaggio di testimone immediato a un imprenditore che sia anche un sociologo e un politologo, nonché un politico abile, cioè a Rathenau, per pacificare e far funzionare le cose. La breve parentesi del Putsch hindeburghiano, antisemita e militarista, dimostra che, con i metodi repressivi e la legge marziale sui territori conquistati, la guerra non avrebbe avuto mai termine^48. L’ Intermezzo ha fatto pensare^49 all’appendice della Cognizione del dolore , L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore. Posto che Morselli ne abbia davvero preso ispirazione^50 , si è mosso comunque in maniera assai originale, capovolgendo l’appendice. La sostanziale sintonia di vedute (e di lingua) tra l’Editore e l’Autore gaddiani qui si disassa in un autentico contrasto, tra le perplessità del primo e l’autoapologia del secondo.
Inoltre, quel che Morselli fa, nel suo libro, lo si trova come profetizzato, ma e contrario , in questo passo della Cognizione , livoroso pestaggio verbale a un tempo della storia e della storiografia: Una lettura consapevole […] della scemenza del mondo o della bamboccesca inanità della cosiddetta storia, che meglio potrebbe chiamarsi una farsa da commedianti nati cretini e diplomati somari. La storiografia, poi, che sarebbe lo specchio, o il ritratto, o il ricupero mentale di codesta “storia”, adibisce plerumque all’opera i due diletti strumenti: il balbettio della reticenza e la franca sintassi della menzogna. Ciò che le fa comodo non riferisce, tace o sottace […] e quel che meno ancora le garba, eccola che annota e registra e manda a stampa il contrario. […] Donde la benemerita e non mai abbastanza elogiata categoria degli storiografi “moraloni” che raddrizzano le gambe a’ cani, che riformano il passato a cose fatte ( après coup ) raccontando giusto giusto il contrario di quel che accadde, perché a riferire l’accaduto vero si perde il posto di storiografo: o si lascia la capa nel cestello: dans le panier^51. Rimane, in conclusione, solo un ultimo quesito: a che cosa serve l’operazione di Contro-passato prossimo che, pur non raddrizzando le gambe a’ cani, riforma il passato a cose fatte? A cosa servì, o quantomeno a cosa l’autore pensava che potesse servire? Non fu il semplice applicarsi di un’intelligenza, per quanto particolarmente dotata nell’esercizio dell’estrapolazione e della deduzione, a un solitario gioco virtuosistico, a un esercizio di bravura e semmai di superbia. Che cosa, detto altrimenti, motivò Morselli a uno sforzo creativo tanto vasto e insieme puntinista, tanto inattuale, nel quadro delle tendenze letterarie dei tardi anni Sessanta, quando la fortuna del romanzo “neo-storico”^52 era ben al di là da venire, in Italia, e non bastavano certo i casi, pur straordinari (ma tutti più o meno appartati, in attesa di future riscoperte) del Consiglio d’Egitto di Sciascia, de Le armi l’amore di Tadini, de La battaglia soda di Bianciardi, a far supporre prossime fortune? Di sicuro non fu la scelta – che sarebbe stata due volte perdente, per il già sempre rifiutato Morselli – in favore di un genere o di un gusto su cui nessuno avrebbe, al tempo, investito, malgrado il Gattopardo. Non fu nemmeno il recupero di una tradizione, il moto “ a rebours non solo della storia passata ma, ciò che è peggio, della narrativa presente”^53 , secondo quanto gli rimprovera con miopia (perfida, giacché di mano morselliana) l’Editore. Se c’è qualcosa cui Contro-passato prossimo , davvero, non somiglia affatto, è il modello lukacsiano del romanzo storico. È ben più nel giusto Alessandro Gaudio quando apparenta Sciascia e Morselli nella linea del “romanzo antistorico” che Spinazzola aveva tracciato
Morselli negli spazi adibiti alla scrittura morale e introspettiva, allo stesso modo la parodia costituisce una protesta rispetto al reale e alla dimensione del destino inalienabile: essa svolge la funzione di controcanto e di correttivo agli esiti scontati della Storia”^59. Ma è sufficiente tornare a una lettera scritta da Morselli a un amico nel dopoguerra, tanti anni prima che le ipotesi di Contro-passato e Divertimento prendessero forma, per ritrovare la medesima formula, emblematica forse di una vita intera, spesa interamente sotto il cielo di un bisogno di alternative , sempre negate. Per coltivare ideali bisogna, mi pare, credere nell’umanità o quanto meno riconoscerle un’esistenza autonoma, bisogna credere nella storia e vedervi una legge, o quanto meno ammettere che esista una storia diversa dalla nostra propria^60.
NOTE *Un ringraziamento speciale lo devo a Maria Panetta per le lunghe, appassionate e illuminanti conversazioni che ha voluto intrattenere con me su Morselli, introducendomi a una comprensione più profonda delle sue dinamiche interiori. (^1) G. Morselli, Contro-passato prossimo. Un’ipotesi retrospettiva , Milano: Adelphi, 1975. Si cita dalla settima edizione, pubblicata nel 2008 (d’ora in poi CPP ). Numerosi i titoli che l’autore pensò per il romanzo, e che si leggono sulla busta contenente i materiali: Il naso di Cleopatra , poi cassato, datato 3.8.69; Trapassato, contropassato , 29.8; Contro-passato remoto , 31.8; Contro-passato prossimo , 13.12; Saggio di Contro-Storia , 25.1.70, cfr. Ipotesi su Morselli , numero monografico di Autografo , n. 37, 1998, p. 88. Il più interessante, a parte quello definitivo, è il primo, con l’allusione a un piccolo dettaglio dal quale, proverbialmente, sarebbe stato modificato l’intero corso della storia. Esattamente ciò che costituisce “l’ipotesi retrospettiva” di Morselli. (^2) La stesura principale occupa il biennio 1969-’70, ma l’autore continuò a lavorarci, spinto dalle speranze di approdare a una pubblicazione. L’ Intermezzo critico fu riscritto nell’agosto del ’72. Nel 1971-’72, ricorda il fratello Mario, Guido si stava occupando di fisica teorica, e “voleva proporre una riformulazione su basi non matematiche del concetto di azione a distanza” (M. Morselli, intervento senza titolo in Ipotesi su Morselli , cit ., pp. 79 - 84); proprio tale argomento si trova al centro del doppio colloquio tra
Albert Einstein e il conte von Zeppelin prima, e tra Einstein e Manfred von Richtofen, il Barone Rosso, poi, una delle scene più brillanti e divertenti di CPP , pp. 194-99. Nel Fondo Morselli alla Biblioteca Civica di Varese si trovano ampie prove di questi studi: Come io vedo il mondo di Einstein, Natura e fisica moderna di Heisenberg, La conoscenza del mondo fisico di Planck, Fisica e microfisica e I quanti e la fisica moderna di Louis de Broglie, tutti riccamente sottolineati e annotati, cfr. Il Fondo Morselli , San Vittore Olona: La Tipotecnica, 1984. (^3) G. Morselli, Diario , a cura di V. Fortichiari, Milano: Adelphi, 1988. Gli anni in questione, nei Quaderni XVI e XVII, occupano le pp. 307-86. Sono rarissime non si dice le menzioni dirette, ma anche solo le considerazioni rapportabili all’opera in fieri. (^4) E. Paccagnini, La fortuna del romanzo storico (Appunti per una storia) , in AA.VV., I tempi del rinnovamento. Atti del convegno internazionale “Rinnovamento del codice narrativo in Italia dal 1945 al 1992”, Vol. I, Roma-Leuven: Bulzoni-Leuven University Press, 1995, pp. 79-133. Il passo citato si trova, in nota, a p. 103. (^5) Cfr. almeno l’influente saggio di E. Wesseling, Writing History as a Prophet: Postmodernist Innovations of the Historical Novel , Philadelphia: J. Benjamin Pub. Co, 1991. (^6) A proposito del doppio speculare di Contro-passato prossimo , Divertimento 1889 , Coletti osserva: “`divertimento´ trova il proprio compiuto significato nelle sue profondità etimologiche e segnala un eccentrico e umoristico ‘di-vertere’ dal solco dell’hegeliana Necessità (col suo ‘ineliminabile intruso’, il Caso)”; cfr. V. Coletti, “Guido Morselli”, in Otto/Novecento , n. 5, 1978, p. 104. (^7) P. K. Dick, The Man in the High Castle , New York: Putnam, 1962. Il romanzo fu tradotto già nel 1965 come La svastica sul sole dalla casa editrice piacentina La Tribuna, e quella edizione si trova alla Biblioteca Civica di Varese. Nel romanzo di Dick, Rommel ha un ruolo significativo. Riscosse parimenti molte attenzioni l’invenzione letteraria di N. Spinrad, speculare rispetto a quella di Dick, in The Iron Dream , del 1972 – in italiano Il signore della svastica – dove si immagina che Hitler abbandoni la politica, emigri in America, e diventi uno scrittore di fantascienza, riversando le proprie fantasie dittatoriali nei suoi libri, i quali finiscono così per collimare con gli effettivi eventi storici del XX secolo. Ben più sofisticato di entrambi, ma non lontano in termini di background immaginario, lo straordinario Madre Notte (Mother Night) di K. Vonnegut, uscito nel 1961. Anche C. Bukowski scrisse un racconto sul genere: “Swastika”, in Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness , San Francisco: City Lights Book, 1972. Il fiorire di romanzi e racconti a tema nazista in quegli anni non può non far pensare all’emozione suscitata in tutto il mondo dal processo Eichmann, celebrato tra il ’60 e il ’62.
inquietante) senza che si perda nulla sul fronte della plausibilità, della credibilità, della normalità”, cfr. M. Mari, “Estraneo agli angeli e alle bestie (lettura di Dissipatio H. G. )”, in Ipotesi su Morselli , cit ., p. 49. (^18) E. Rommel, Infanterie greift an – Erlebnis und Erfahrung , Potsdam: Ludwig Voggenreiter Verlag, 1937, trad. it. Fanterie all’attacco. Esperienze vissute , Milano: Longanesi, 1972. Si citerà dalla più recente edizione, a cura del Generale Fabio Mini, stampata nel 2004 dalla Libreria Editrice Goriziana. (^19) Quelle imprese valsero a Rommel la Croce di Ferro, unico subalterno di sempre a meritarla, e in seguito il ruolo di Istruttore alla Scuola di Fanteria di Dresda dal ’29 al ’33 e all’Accademia di Guerra di Potsdam dal ’35 al ’38, il comando di quella di Wiener Neustadt fin quasi all’invasione della Polonia. (^20) E. Rommel, Fanterie all’attacco , cit ., cap. V, “L’offensiva di Tolmino 1917 ”, pp. 275-360. (^21) Id ., Krieg ohne Hass , Heidenheim: Brenz, 1950, trad. it. Guerra senza odio , a cura di L.-M. Rommel e F. Bayerlein, Milano: Garzanti, 1952. Il libro ebbe cinque stampe (1952, 1959, 1960, 1963, 1967) in quindici anni, l’ultima assai prossima al periodo di stesura di Contro-passato prossimo , segno di un’attenzione da parte dei lettori che non veniva mai meno. (^22) Borgesianamente, Morselli “corregge” due dettagli minimi e molti altri macroscopici: alza di grado Rommel da tenente a capitano – mentre egli divenne capitano solo dopo Caporetto – e gli ritocca il nome (sebbene l’equivoco Erwin-Edwin sia stato a lungo diffuso, indipendentemente dalle piccole astuzie morselliane). Nel libro, di “spostamenti” se ne rintracciano numerosissimi: a) l’anno prescelto, il 1916, contrapposto al 1917 di Caporetto; b) l’arguzia che fa della tragica Strafe-Expedition (quella, sì, svoltasi dal 15 maggio al 27 giugno 1916) una quasi indolore Strasse- Expedition , convertendo la “punizione” in “percorso stradale”, poiché per l’appunto l’offensiva a sorpresa tedesca qui avviene seguendo percorsi di viabilità normale, dimenticati trinceramenti e montagne; c) le date si fondono e si sovrappongono: la Strafe-Expedition ebbe davvero luogo nel maggio del ’16 e per qualche tempo sembrò una Caporetto, ma iniziò il 15 maggio, mentre nel romanzo l’attacco dal tunnel nascosto comincia la notte del 23, poco prima di mezzanotte, quindi quasi “in contemporanea”, a mesi scambiati, con l’attacco a Caporetto, che prese il via alle 2 del 24 ottobre 1917; e comunque il 24 maggio era anche il fatidico anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia; d) il nome stesso dell’operazione di Rommel, “Edelweiss” (stella alpina), è mutuato da uno dei battaglioni tedeschi del gruppo Krauss che sfondarono il fronte italiano a Tolmino. (^23) M. Silvestri, Caporetto. Una battaglia e un enigma [1984], Milano: Rizzoli BUR, 2006, p. 195, corsivo nostro. Quasi con le stesse parole Silvestri si era già espresso nel suo opus magnum sul conflitto, Isonzo 1917 , Torino: Einaudi, 1965. Il libro di Silvestri, uno tra i più fortunati studi di storia militare italiana, dedicava uno spazio rilevante all’impresa di Rommel, e
soprattutto al significato potenziale di essa per l’intera economia della Grande Guerra. Isonzo 1917 non figura nel Fondo Morselli – però la stampa einaudiana del 1965 era alla Biblioteca Civica di Varese, che sappiamo frequentata dallo scrittore – , così come non vi sono i memoriali di Rommel. (^24) R. Posani, La Grande Guerra , Firenze: Sansoni, 1968, 2 Voll., catalogato nel Fondo Morselli con la sigla MOR. 1746-’77, cfr. Il Fondo Morselli , cit ., p. 223. Dell’impresa di Rommel, Posani parla nel fascicolo 28, Vol. II, pp. 783 - 85. L’ipotesi che qui si trovi la prima scaturigine dell’ispirazione è confortata da un’importante coincidenza: Morselli, presentando il suo eroe, scrive, in mezzo a dati tutti autentici, una madornale falsità: “Il capitano Edwin Rommel aveva precedenti considerevoli. La battaglia di Tannenberg era opera sua, dal lato logistico” ( CPP , p. 57). Ora, non solo Rommel a Tannenberg non partecipò, ma nemmeno avrebbe potuto incidere, da semplice sotto-tenente ventitreenne qual era nel ’14, in uno scontro titanico che coinvolse divisioni intere e centinaia di migliaia di uomini. Il genio strategico di Tannenberg, come si sa, fu Hindenburg, e la sua tattica, sofisticata da Ludendorff, diede ancora grandi risultati ad Augustów e a Riga. Però c’era qualcosa di vero, in tale falsità. E lo si capisce leggendo il volume di Posani, il quale afferma con una certa approssimazione che “la tattica di Riga” (cioè della battaglia di Riga del settembre 1917 e, prima, di quella ai Laghi Masuri), ora divenuta “tattica di Caporetto”, vale a dire un recupero dell’antica invenzione annibalica di Canne – l’assalto a squadre, l’avvolgimento e l’aggressione da dietro del nemico – “il giovane ufficiale la trasferiva dall’ambito dell’armata a quello di una compagnia” ( La Grande Guerra , cit ., p. 785). Posani non sta dicendo che Rommel avesse il merito di Tannenberg, bensì che aveva, su scala ridotta, adoperato la medesima tattica contro gli italiani. Morselli evidentemente non verifica e si fida di quel che ha (male)inteso, oppure opera l’ennesimo degli “spostamenti” di cui sopra. Intorno a questa costante ambiguità nel trattare fonti e citazioni, si veda il saggio di F. Pietrangeli, “Guido Morselli: l’impronta umana e i `trascorsi eruditi´”, in La Scrittura , 4, 1996-1997, pp. 17-19. (^25) I brani citati sono tratti da M. Silvestri, Caporetto. Una battaglia e un enigma , cit ., pp. 188-94, un testo che naturalmente Morselli non poté vedere, ma che offre il sunto più preciso ed esauriente di quanto accaduto. (^26) Afferma l’Autore, nell’ Intermezzo : “I Capi e i ‘Signori della Guerra’, in redingote o in tunica, furono allora, non meno che 25 anni dopo, nella Catastrofe numero due, stolidi o folli, o semplicemente opachi e ottusi, inerti. Nella migliore delle ipotesi, alte impersonalità”, CPP , p. 121. (^27) CPP , p. 61. (^28) G. Morselli, Diario , cit ., p. 369. Annotazione del 20 maggio 1971. (^29) “Lui, Rommel, d’altronde, usava sistemi del tutto empirici. Costernando i bravi abitanti di Langsdorf, fece saltare con una mina un centinaio di metri
(^36) “Perciò la poesia è attività teoretica più elevata della storia: la poesia espone piuttosto una visione del generale, la storia del particolare”, Aristotele, Dell’arte poetica , 9.1, a cura di C. Gallavotti, Milano: Fondazione Valla, Mondadori, 1974, pp. 31-33. Morselli dialettizza e crea una sintesi dell’assioma aristotelico: parte dal particolare per rinvenire una diversa configurazione del generale. (^37) CPP , p. 117. (^38) CPP , p. 124. (^39) G. Morselli, Diario , cit ., p. 383. Annotazione del 12 marzo 1973. (^40) “Spazio di libertà creativa e interpretativa, la scrittura, sia essa riscrittura del presente e del passato o proposta congetturale del futuro, acquista credibilità e valore quanto più accuratamente riproduce i meccanismi di accadimento dei fatti operanti nella realtà”, cfr. F. Parmeggiani, “Morselli e il tempo”, in Annali d’Italianistica , a. 2001, n. 19, p. 278. (^41) “Anche quando gioca con la Storia, Morselli non ci libera da essa. Propone, invece, ancora la realtà, garantendo, nel rovesciarla, il mantenimento dell’identità (l’adesione alle marche enunciative proprie del genere storico e la constatazione post-strutturalistica della labilità dei confini tra letteratura e scienza)”; cfr. A. Gaudio, “ In partibus infidelium. Guido Morselli uomo di fiction e di precisione”, in Filologia antica e moderna , a. 32, 2007, p. 34. Sulla scrittura della sua “contro-storia”, cfr. anche V. Coletti, Guido Morselli , cit ., pp. 105-10. (^42) G. Morselli, Fede e critica , Milano: Adelphi, 1977, p. 37, n. 12, corsivo dell’autore. (^43) CPP , p. 62. (^44) F. Mini, “Appuntamento alla prossima guerra”, in E. Rommel, Fanterie all’assalto , cit ., pp. 363-64. (^45) Da quella esperienza (come da quelle di Rommel) nacque un libro di memorie a scopo didattico estremamente diffuso e influente: F. von Lossberg, Meine Tätigkeit im Weltkriege 1914- 1918 , Berlin: Mittler, 1939. (^46) Cfr. CPP , p. 145. (^47) CPP , pp. 122-23. (^48) CPP , pp. 223-34. (^49) Cfr. R. Rinaldi, “I romanzi a una dimensione di G. Morselli”, in AA.VV., I tempi del rinnovamento. Atti del convegno internazionale “Rinnovamento del codice narrativo in Italia dal 1945 al 1992”, Vol. I, Roma-Leuven: Bulzoni-Leuven University Press, 1995, pp. 471-99, in part. pp. 477-78. (^50) Già in Fede e critica , steso tra il 1955 e il 1956, vi era un non troppo dissimile Intermezzo tra i capp. III e IV, e analoghe strategie pseudo- paratestuali si ritrovano anche altrove, per esempio nella Introduzione che convien leggere di Realismo e fantasia. Su questo si veda D. Vidoz, “Guido Morselli e la figura dell’Autore”, in Ipotesi su Morselli , cit ., pp. 23-40; Vidoz
osserva, tra l’altro, come già dalla lettura del Diario si evinca che i modelli erano piuttosto il Pirandello dei Sei personaggi e il Gide dei Falsari. (^51) C. E. Gadda, La cognizione del dolore , edizione critica commentata con un’appendice di frammenti inediti a cura di E. Manzotti, Torino: Einaudi, 1987, pp. 484-86. (^52) Cfr. G. Rosa, “ Inchiesta sui romanzi storici, neostorici, pseudostorici. Di storia in storia” , in V. Spinazzola (a cura di), Tirature ’91 , Torino: Einaudi, 1991. Sfortunatamente, Giovanna Rosa non ricorda Morselli, e così M. Ganeri nella monografia Il romanzo storico in Italia. Il dibattito critico dalle origini al postmoderno , Lecce: Manni, 1999. Intorno alla questione si veda anche G. Bárberi Squarotti, “Il problema del romanzo storico”, in AA.VV., I tempi del rinnovamento , cit ., pp. 19-47, e un contributo più recente, S. Tusini, “Il romanzo post-storico in Italia”, in Allegoria , a. 2005, n. 47, pp. 47-66. Ricco e stimolante, seppur condotto su un piano teorico e senza diretti rimandi a testi letterari italiani, G. Benvenuti, “A proposito del dibattito sulla narrazione della storia”, in Intersezioni , a. 2009, n. 1, pp. 133- 5 0. Classici sull’argomento restano M. De Certeau, L’Écriture de l’histoire , Paris: Gallimard, 1975, trad. it. La scrittura della storia , a cura di S. Facioni, Milano: Jaca Book, 2006; H. White, Metahistory , Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 1973, trad. it. Retorica e storia , 2 Voll., Napoli: Guida, 1978, e Id ., Forme di storia , a cura di E. Tortarolo, Roma: Carocci, 2006. (^53) CPP , p. 119. L’Autore, snobisticamente, risponde “Siamo d’accordo”, ma è una mossa di copertura, non un’autentica ammissione. (^54) “ S e adattiamo tale definizione a quelle opere che sottolineano la casualità e l’insensatezza della storia, allora, partendo (come, d’altronde, fece già Spinazzola) dal De Roberto dei Vicerè e passando proprio da Pirandello e da Tomasi, possiamo senz’altro definire antistorici anche gli approdi di Sciascia e, finalmente, di Morselli: la Storia dei romanzi morselliani, restando fittizia, permane nel territorio del naturale […], evoca la sensazione di una realtà nuova (“la sola realtà di cui l’uomo debba tenere conto è quella che egli stesso si crea come individuo”)”; cfr. A. Gaudio, “ In partibus infidelium. Guido Morselli uomo di fiction e di precisione”, cit ., p. 28. (^55) “Il suo antistoricismo lo induceva a tentare, capovolta e manipolata, la formula del ‘romanzo storico’, chiamando la Storia a un inedito e eccentrico protagonismo (nel romanzo storico ottocentesco essa, invece, aveva soprattutto una funzione di garante, raccordo, necessitazione del racconto) che la risolve in un ribelle ‘ventaglio dei possibili’ (ed è esemplarmente Contro-passato prossimo , ma anche Divertimento 1889 )”; cfr. V. Coletti, Guido Morselli , cit ., pp. 92-93. (^56) A. Gaudio, “ In partibus infidelium. Guido Morselli uomo di fiction e di precisione”, cit ., p. 29. (^57) C. Mariani, “Guido Morselli”, in Studi novecenteschi , a. 18, 1991, n. 41, p. 12.