
SCHERMI D’INCHIESTA
CARLO LIZZANI
- Partiamo da due considerazioni di carattere metodologico, estrapolate da due film di Carlo Lizzani: La
Muraglia cinese (1958) e Mussolini ultimo atto (1974).
- Il primo film si apre con lo stesso regista di spalle, espediente tramite il quale Lizzani ci dice che sta per
farci vedere ciò che lui ha visto e filmato. Il viaggio inchiestale non inizia nella Cina comunista, ma nell’allora
protettorato britannico di Hong Kong, in cui si assiste ad un oscuro e casuale omicidio. Si è scelto quindi di
prendere le mosse da una realtà mista e ambigua come quella occidentalizzata di Hong Kong, ma
l’impressione è che si faccia riferimento ad una realtà più grande. Se ci si attiene alle strane premesse di
un’inchiesta molto sui generis su una lontana, vicina Cina, ecco che La Muraglia cinese può considerarsi un
film sull’Italia, una gigantografia esotica sull’Italia, sulle sue zone d’ombra e la sua segreta e inafferrabile
realtà.
- Anche Mussolini ultimo atto mostra qualcosa e allude, tra le righe di uno scambio di battute tra Claretta
Petacci e Mussolini, al carteggio Churchill-Mussolini, un controverso episodio, fino a quel momento
appannaggio esclusivo della storia cartacea, episodio che getta una luce obliqua sull’uscita di scena ed
esecuzione del Duce. Il film sceglie marginalmente di concentrarsi sul fatto perché si tratta di un affaire
internazionale che ha coinvolto soggetti politici molto diversi prima e dopo l’entrata in guerra dell’Italia e la
Liberazione, chiamando in causa responsabilità mai chiarite di partigiani, vertici del PCI, servizi segreti
britannici in quel dopoguerra sui cui misteri si erige lo stato democratico e antifascista italiano.
- Il film, nel rappresentare e semplificare la versione ufficiale sull’esecuzione, si lascia sfuggire non
accidentalmente un indicibile principio d’inchiesta. Qualcuno obiettò che prendere Mussolini negli ultimi
giorni della sua vita finiva per suscitare nel pubblico una giustificazione dei suoi atti e del suo passato. Ma
queste obiezioni non tengono conto della strategica ambiguità del film.
- Sul fronte storiografico di cui ci stiamo occupando, che vede al centro i cosiddetti film d’inchiesta, la realtà
e la verità, termini complementari, appartengono di diritto all’ideale vocabolario cinematografico italiano.
Lizzani sulla trasposizione di istanze realistiche e veritiere (seppur filtrate da premesse ideologiche) sul
grande e piccolo schermo ci ha costruito quasi la sua intera filmografia.
- Realtà e verità sono parole d’ordine che ritroviamo insistentemente nella storia del cinema italiano, da
quando Carlo Lizzani, poi Francesco Rosi e Giuseppe Ferrara, o lo stesso Damiano Damiani hanno scelto di
declinare l’inchiesta in chiave audiovisiva, nei modi a loro più confacenti.
- Iniziamo la nostra analisi con Lizzani, in quanto il più anziano ad essersi convertito a quello che Zavattini
chiamava lo spirito d’inchiesta. Realtà e verità sono principi ispiratori di una parabola critica, storiografica
svoltasi tra ripetuti auspici di recupero pieno della realtà e denuncia di quella che lui ha chiamato
stanchezza di verità.
- Lizzani ha sempre concepito ogni suo intervento come un atto di ricognizione permanente sulla realtà,
una realtà scompaginata, frantumata, da ricucire e riscrivere.
- Nella filmografia di Lizzani prosegue con cadenza decennale la volontà di occuparsi di questioni
procedurali e processuali, con la puntuale denuncia di numerosi casi in cui verità ingiuste, lacunose e
mistificatrici vengono raggiunte nel corso dell’istruttoria.
- Ai margini della metropoli, Il processo di Verona, Torino nera e Mamma Ebe arrivano con prontezza
prima o a ridosso dei tentativi parziali e insufficienti di riforma del processo penale in Italia per ristabilire
parità tra accusa e difesa. In questi film, l’istruttoria sommaria e tendenziosa penalizza e consente la
carcerazione preventiva dell’imputato: una condanna di fatto, come quella di Galeazzo Ciano nel secondo
film citato.
- Agli imputati, almeno a quelli innocenti, non rimane che tentare di fuggire di prigione, mentre a occuparsi