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Velo di Maya, tutto è volontà, dall'essenza del mio corpo all'essenza del mondo, caratteri e manifestazioni della volontà di vivere, il pessimismo e le vie della liberazione dal dolore
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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La riflessione di Schopenhauer si caratterizza per un totale opposizione alla filosofia idealistica. All’ottimismo panlogistico di Hegel, cioè alla concezione della realtà come manifestazione necessaria della Ragione, Schopenhauer contrappone un pessimismo irrazionalistico fondato su un duplice assunto:
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la destinazione kantiana tra “fenomeno” e “noumeno”. Fenomeno: È parvenza, illusione e sogno, ovvero ciò che nell’antica sapienza indiana era detto velo di Maya; è la rappresentazione soggettiva, cioè esiste solo dentro la coscienza. Noumeno: Realtà che si “nasconde” dietro l’ingannevole trama del fenomeno e che il filosofo ha il compito di “s-coprire”. Rappresentazione: È la realtà in quanto oggetto di conoscenza da parte di un soggetto, ossia è un’entità che esiste “dentro” la coscienza; essa consiste di due aspetti essenziali e inseparabili: il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato, e si basa sulle forme a priori di spazio, tempo e causalità. Sulle orme del criticismo, ritiene che la nostra mente risulti corredata di una serie di forme a priori; a differenza di Kant, Schopenhauer ammette solo tre forme a priori: spazio, tempo e causalità. Causalità: Assume forme diverse a seconda degli ambiti in cui opera, manifestandosi come necessità fisica, logica, matematica e morale, ovvero come principio del divenire, del conoscere, dell’essere e dell’agire. Schopenhauer paragona le forma a priori a vetri sfaccettai, attraverso cui la visione delle cose si deforma, egli considera la rappresentazione come una fantasmagorica ingannevole, traendo la conclusione che “la vita è sogno”, cioè un tessuto di apparenze, una sorta di “incantesimo” che la rende simile agli stati onirici. La realtà riguardo l’uomo, o meglio il filosofo che è nell’uomo, non può fare a meno di interrogassi. L’uomo è un “animale metafisico”, che, a differenza degli altri esseri viventi, è portato a stupirsi della propria esistenza e a interrogarsi sull’essenza ultima della vita.
Schopenhauer presenta la propria filosofia come un’integrazione necessaria alla filosofia di Kant: egli si vanta di aver individuato quella via d’accesso che l’autore della Critica della ragion pura aveva precluso. Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione non potremmo uscire dal mondo fenomenico. Ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro io, o meglio la cosa in sé del nostro essere globalmente considerato, è la brama, o la volontà di vivere, cioè un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge a esistere e ad agire. Volontà di vivere: Indica il noumeno del mondo, ovvero l’essenza nascosta non solo dall’uomo, ma dall’intero universo. Questa esperienza di base permette all’uomo di rendersi conto del fatto che la cosa in sé è nient'altro che “volontà di vivere”. Essendo al di là del fenomeno e delle sue forme costitutive (spazio, tempo e causa), la volontà è unica, a-spaziale, a- temporale e incassata, e si configura come un eterno e cieco impulso, di cui tutto ciò che esiste è manifestazione o oggettivazione.
Quando io vivo il mio corpo, lo sottraggo all'approccio fenomenizzante, cioè smetto di usare spazio, tempo e causalità. È corretto parlare di “fenomeni” al plurale, ma di “noumeno” al singolare, perchè in quest’ambito non operano né lo spazio, né il tempo. L’io, per Schopenhauer, si qualifica come la coincidenza di coscienza, volontà e corpo: non vi è dunque la rinuncia ad alcuna delle componenti umane, che vengono invece viste nella loro indistinguibile unità.
Volontà di vivere: È l’essenza della realtà, ed è “al di là” del fenomeno, presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione, in quanto, si sottrae alle forme proprie di quest’ultimo. È un’unica Forza irrazionale che anima ciecamente il Tutto. Si manifesta in tre momenti: - Le idee (modelli eterni della realtà).
Dolore, piacere e noia Affermare che l’essere è la manifestazione di una volontà infin ita equivale a dire che la vita è dolore per essenza. Volere: Significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere. Desiderio: È assenza, vuoto e indigenza, ossia dolore. Nell’uomo la volontà è più cosciente che negli altri esseri, proprio l’uomo risulta il più bisognoso e mancante tra loro. Ciò che gli uomini chiamano “godimento” (fisico) o “gioia” (psichica) non è altro che una cessazione di dolore.
L’arte Arte: È conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure delle cose. Arte: Sottrae l’individuo alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani, offrendogli un appagamento Arte: immobile e compiuto. È catartica per essenza e grazia a essa l’uomo, più che vivere, contempla la vita, Arte: elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo. Costituisce un confronto alla vita. Soggetto che contempla le idee: Il puro soggetto del conoscere, il puro occhio del mondo. Tragedia: Costituisce l’autorappresentazione del dramma della vita. Musica: Nono riproduce mimeticamente le idee, come fanno le altre arti, ma si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. Ogni arte è quindi liberatrice, poiché il piacere che essa procura è la cessazione del bisogno, raggiunta attraverso lo svincolarsi della conoscenza dalla volontà e il suo porsi come disinteressata contemplazione. Ma la funzione liberatrice dell’arte è pur sempre temporanea e parziale, e ha i caratteri di un gioco effimero, o di un breve incantesimo. L’etica della pietà A differenza della contemplazione estetica, che è un trasognato estraniarsi dalla realtà, la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Schopenhauer sostiene che l’etica non sgorga da un imperativo categorico dettato dalla ragione, né da un ragionamento astratto, bensì da un’esperienza vissuta, ovvero da un sentimento di “pietà”, o di “com-passione”, attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri, identificandoci con il loro tormento. Non è la conoscenza a produrre la moralità, ma è la moralità a produrre la conoscenza. Tramite la pietà sperimentiamo quell’unità metafisica di tutto gli esseri. Soltanto per un sogno illusorio il malvagio si crede separato dagli altri e dal loro dolore, ma il rimorso temporaneo e la duratura angoscia che accompagnano i suoi misfatti costituiscono l’oscura consapevolezza dell’unità del volere cosmico. La morale si concretizza in due virtù: