




Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Schopenhauer: una visione tragica dell'esistenza umana basata sulla distinzione tra il mondo come rappresentazione e il mondo come volontà. Il corpo come via d'accesso alla volontà, la critica all'ottimismo europeo e la liberazione attraverso l'arte e la morale.
Tipologia: Dispense
1 / 8
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!





La filosofia di Schopenhauer deve attendere più di trent'anni prima di ottenere successo tra il pubblico a causa dell'enorme successo della filosofia hegeliana con il suo razionalismo e a causa del crescente clima di ottimismo diffuso nella società e nella cultura europea, fiduciosa nel progresso e nella tecnica. In questo clima culturale non c'era posto per il pessimismo di Schopenhauer con la sua visione tragica dell'esistenza umana. A fine ottocento la situazione storica cambia profondamente: si assiste ad una prolungata crisi economica, al venir meno delle certezze, alla crisi dell'idea di progresso e al diffondersi di spinte irrazionalistiche. Tutto ciò permetterà alle idee di Schopenhauer di trovare un terreno fertile e molti uomini di cultura si rifaranno a Schopenhauer come ad esempio il musicista Wagner e il filosofo Nietzsche.
In polemica con gli idealisti (Fichte, Schelling, Hegel), Schopenhauer si rifà direttamente a Kant. Gli riconosce il merito di aver abolito i concetti metafisici di Dio, Anima immortale, Mondo , rinunciando a quella conoscenza dell'Assoluto che gli idealisti pretendono di ripristinare. Se vi è un infinito che anche Schopenhauer è disposto a riconoscere, va identificato con la VOLONTÀ, nel suo tendere "cieco e doloroso" verso la propria affermazione vitale. Secondo Schopenhauer Kant ha avuto anche il merito di distinguere fenomeno e cosa in sé. L'errore di Kant è stato invece quello di ritenere che la conoscenza della cosa in sé è impossibile. Per Schopenhauer la cosa in sé (il noumeno) può essere conosciuta e si identifica con la VOLONTÀ. Schopenhauer proprio per questo distingue due diverse prospettive conoscitive: quella che ci dà il mondo come rappresentazione e quella che si apre al mondo come volontà. Schopenhauer vuole edificare una metafisica dell'esperienza o dell'immanente che si basi su un sapere concreto relativo alla conoscenza del mondo esterno e reale e non una metafisica del trascendente basata su deduzioni da principi a priori.
La nozione che fa da ponte tra il mondo come rappresentazione e il mondo come volontà è quella di CORPO. L'essenza profonda del nostro io è la volontà di vivere cioè un impulso che ci spinge ad agire. Il nostro corpo è la manifestazione esteriore dell'insieme della nostra volontà (es. l'apparato digerente è l'aspetto fenomenico della volontà di nutrirsi). Il corpo è la via di accesso alla volontà.
Schopenhauer sostiene la tesi dell'antico idealismo (Platone) secondo la quale il mondo che cade sotto i nostri sensi non è il mondo vero ma solo un immagine ingannevole, sogno, parvenza, illusione. Su questa affermazione concordano Platone, Pindaro ma anche l'antica saggezza religiosa dell'India riportata nei Veda. II mondo dell'esperienza è il "velo della Maya", è illusione. Il mondo reale (in sé) non viene disvelato ma occultato dalle rappresentazioni cioè dagli oggetti costruiti dall'intelletto. FENOMENO: in Kant è qualcosa di empirico, non illusorio, in Schopenhauer è sinonimo di parvenza, sogno, illusione, quello che l'antica sapienza indiana chiamava il velo di Maya.
Il corpo è la via di accesso alla volontà: noi siamo consapevoli per un sentimento intimo del nostro corpo (ad es. quando ha fame o desidera..) di essere volontà. Giunto ad identificare la cosa in sé con la volontà, Schopenhauer applica per analogia questa intuizione a tutti gli aspetti della realtà fisica. La natura è studiata dalla scienza in maniera eziologica cioè cercando le cause del mutamento fisico. Ma, tale spiegazione scientifica si deve arrestare davanti all'ammissione di forze che in se stesse rimangono incognite come ad es. la forza di gravità. Di esse ci si limita a constatare le manifestazioni nel mondo fenomenico. Ammettendo l'esistenza di forze che sfuggono alla sua comprensione, la scienza, deve aprirsi all'integrazione filosofica. Ciò induce a pensare che queste forze, di per sé inspiegabili, ma presenti nella natura, devono essere nella loro essenza identiche alla volontà, la quale ci è nota nell'autocoscienza, anche se non in forma perfetta. Si giunge in tal modo ad affermare che la volontà è INCONSCIA, IRRAZIONALE, UNICA (esiste fuori dal tempo e dallo spazio), ETERNA, INCAUSATA (senza un perché ed uno scopo). La molteplicità è il risultato dell'applicazione al mondo delle forme del "principio di ragion sufficiente": SPAZIO, TEMPO, CAUSA. Schopenhauer spiega poi il ruolo delle IDEE , dicendo che la volontà si oggettiva cioè si manifesta nei singoli corpi attraverso le idee. Esse sono i gradi intermedi tra la volontà e i singoli corpi. I singoli corpi perciò rappresentano la manifestazione fenomenica della volontà stessa. Il termine idea è ripresa da Schopenhauer nell'accezione data da Platone e non da Kant. Kant considerava le idee come principi regolativi o metodologici della ragione. Per Schopenhauer, invece, le idee sono gli archetipi o modelli che guidano la volontà nel suo oggettivarsi. La volontà di vivere è l'essenza segreta di tutte le cose e si manifesta nel mondo fenomenico secondo gradi di consapevolezza diversi, si tratta di gradi successivi e ascendenti e sono:
L’ASCESI: Si realizza la liberazione definitiva della volontà e si esprime come NOLUNTAS , si ha la liberazione dai bisogni, dai desideri, l’una volontà liberata che non vuole più nulla. Si entra in uno stati du beatitudine descritto dagli indiani come NIRVANA.
Nel 1858 il critico letterario Francesco De Sanctis (1817-1883) scrive il dialogo Schopenhauer e Leopardi, in cui gli interlocutori sono l'autore stesso e un suo allievo. Tema del dialogo: un confronto tra il filosofo e il poeta. In questo scritto affiora Peco degli eventi del 1848, motivo di speranze in Italia, seguite dalla delusione, che De Sanctis esprime come perdita di fiducia nella razionalità e nella filosofia, tema questo che riporta alla filosofia di Schopenhauer e alle poesie di Giacomo Leopardi. Nello scritto emerge il proposito di verificare se, oltre al comune pessimismo, tra i due autori ci sia un’affinità nella concezione del mondo. La critica alla filosofia, presentata da Schopenhauer, critica che riguarda soprattutto la filosofia hegeliana, tesa a risolvere la realtà nei concetti piace a De Sanctis. C'è infatti in Schopenhauer il rifiuto di ogni prospettiva razionalistica e ottimistica, volta a mascherare il dolore dell'uomo e del mondo. La parte centrale del dialogo mette a fuoco la volontà nel suo rapporto con conoscenza, tempo e spazio, dolore e piacere. Il tema della vita corne dolore presente in Schopenhauer chiama in causa Leopardi. Ciò che distingue Schopenhauer da Leopardi è il metodo di indagine che, in uno è filosofico, nell'altro poetico. Ma le differenze riguardano anche la concezione della materia : per Schopenhauer essa è manifestazione di una forza unica e universale che sta oltre i fenomeni; si pone dunque un dualismo ineliminabile tra il mondo della rappresentazione e il mondo della volontà. Per Leopardi la materia è il principio di tutte le cose e anche la realtà spirituale è ricondotta ad essa. Schopenhauer è spiritualista , Leopardi materialista. Tra loro vi è anche una differenza politica : l'orientamento conservatore induce Schopenhauer a guardare con ostilità ogni sconvolgimento politico; la sfiducia di Leopardi nel progresso (espresso nelle parole della Ginestra) si accompagna invece a un'azione di stimolo nei confronti della vita concreta. Ciò che, al di là delle differenze, accomuna i due autori é la riflessione sui seguenti temi:
Nasce a Copenhagen (Danimarca) in una famiglia dominata dalla religiosità di ispirazione pietistica, che gli infonde un vivo senso del peccato. Nel 1830 si iscrive all'università presso la facoltà di teologia. Entra nel seminario pastorale per diventare pastore della chiesa luterana. Si laurea nel 1841. Rinuncia però alla carriera ecclesiastica ed inizia un' intensa attività di scrittura. Fu ignorato in vita e dimenticato per circa sessant'anni dopo la sua morte. Il pensiero e la personalità di Kierkegaard furono derisi con articoli e caricature comparse sul settimanale satirico il “Corsaro". Sarà riscoperto agli inizi del 1900 dalla teologia protestante è, dopo la prima guerra mondiale, sarà riscoperto dall'esistenzialismo. È un precursore dell'esistenzialismo ed è considerato il teorico dell'esistenza umana , vista come possibilità che oscilla tra angoscia e disperazione. Insieme con Schopenhauer è considerato l'altro grande avversario della filosofia idealistica. Afferma che il singolo è superiore al genere ma, nella Ragione hegeliana l'uomo singolo, cioè l'uomo concretamente esistente, è assorbito e dissolto, per questo occorre criticare l'hegelismo.
Kierkegaard, nel volumetto dal titolo: Sulla mia attività di scrittore (1851), spiega le modalità attraverso le quali si è strutturata la sua produzione letteraria. Nella propria attività di scrittore distingue due modalità comunicative: la comunicazione diretta che tratta direttamente argomenti religiosi tramite scritti pubblicati con il suo nome e la comunicazione indiretta che è propria degli scritti pseudonimi: questa è la comunicazione della riflessione e ad essa appartengono le grandi opere come: AUT AUT, TIMORE E TREMORE, BRICIOLE DI FILOSOFIA, IL CONCETTO DI ANGOSCIA, STADI SUL CAMMINO DELLA VITA, LA MALATTIA MORTALE ecc. Gli studiosi hanno raggruppato le sue opere in tre grandi periodi:
Di qui la noia, che sfocia infine nella disperazione. La vita estetica è perciò dominata dalla È bene ricordare che “estetico” qui non designa una teoria dell'arte ma una dimensione dell’esistenza, un modo complessivo di vita. Designa la vita incentrata sul piacere effimero dei sensi senza preoccuparsi per il futuro. Lo STADIO ETICO : è caratterizzato dalla scelta e ciò rende possibile l'esperienza della libertà e la conoscenza di sé. Dal puro io immediato si passa al sé. Si ha un diverso rapporto con il tempo: la vita etica ha consistenza temporale, ha durata e sviluppo, è storia. Questo stadio rappresenta il modello borghese del vivere, centrato sul lavoro, sul matrimonio e sulla famiglia. La figura che in “Aut Aut” rappresenta il punto di vista etico è quella del giudice Wilhelm che difende appassionatamente il valore del matrimonio dalle critiche dell'esteta. Anche questo stadio si conclude con un fallimento perché scegliere non è altro che conformismo esteriore. La legalità diventa routine, riduzione della spontaneità interiore. Affiora un oscuro senso di colpa e la vita etica è destinata a naufragare contro "lo scoglio della peccaminosità dell’individuo". La vera scelta etica di sé deve passare attraverso l'accettazione dolorosa della colpa e quindi attraverso il pentimento. L'uomo riconosce la propria miseria, superabile solo con la fiducia in Dio. La scelta di abbandonarsi a Dio conduce alla possibilità di scegliere la vita religiosa. Lo STADIO RELIGIOSO : il senso di colpa latente porta all'esigenza della vita religiosa cioè alla necessità di fare un salto dall'etica alla fede. Il simbolo della vita religiosa è Abramo di cui Kierkegaard parla in "Timore e tremore" del 1843. Secondo il racconto biblico Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco nato quando era ormai vecchissimo. Abramo è posto di fronte ad una scelta tra i comandi morali del suo popolo che considerano l’assassinio del proprio figlio come la più aberrante delle atrocità e la volontà di Dio. Abramo compie la scelta della fede e obbedisce al comando divino. Sarà l'angelo a fermare la sua mano ed egli riavrà Isacco e sarà infine riconciliato con Dio. Nell'opera "Il concetto di angoscia" , Kierkegaard esplora, a partire dalla tematica del peccato originale, la dimensione dell'angoscia come costitutiva dell'esistenza dell'uomo, essa però non è una condizione esistenziale originaria propria della natura umana in quanto tale, ma deriva dalla possibilità del peccato che è entrato a far parte del mondo con Adamo. L'angoscia è il sentimento che deriva all'uomo dalla libertà di potere. Dinanzi alle infinite possibilità di scelta l'uomo prova un senso di vertigine cioè lo smarrimento di fronte a possibilità dagli esiti ignoti: l'uomo, infatti, si trova sempre a dover scegliere tra varie possibilità con la paura di sbagliare. La libertà, offrendo all'uomo diverse alternative possibili, lo paralizza nell’angoscia. L'angoscia qui descritta è diversa dalla paura dal momento che quest'ultima è legata e si attiva in presenza di un pericolo o di una situazione ben definita, mentre l'angoscia non è collegata ad alcuna realtà specifica. L'angoscia si riferisce al rapporto dell'uomo con il mondo , non si può sopprimere ed è condizione di apertura verso la libertà, perciò più profonda è l'angoscia e più grande è l'uomo.
Kierkegaard avvia la s ua polemica contro Hege l nelle opere "Briciole di filosofia" e "Postilla non scientifica". In queste opere ironizza sulla pretesa del sistema hegeliano di offrire la comprensione razionale della totalità del reale e afferma che un sistema logico è possibile ma non lo è un sistema dell'esistenza. Infatti nella Logica che è la sfera del pensiero puro non può esserci movimento, mentre l'esistenza è continuo divenire, movimento, possibilità, scelta, libertà.
Hegel si è occupato solo degli universali, non dei singoli uomini, ciascuno segnato dalla sua irripetibile singolarità. Centrale diventa l'uomo nella sua concretezza: l'uomo nell'atto di elaborare una qualsiasi riflessione, parte necessariamente dal mondo in cui vive e, solo a partire da questo, costruisce il proprio modo di essere attraverso una scelta che si effettua entro un orizzonte di varie possibilità. Hegel parte dall'astratto e deduce l'essere dal pensiero, vuole assorbire la coscienza finita nel movimento dell'infinito e dell'Assoluto, perciò la sua è una dialettica quantitativa in cui le differenze di grado sono ogni volta ricapitolate nella continuità del processo. Tutte le contraddizioni si risolvono nella sintesi. Kierkegaard sviluppa una DIALETTICA QUALITATIVA O DIALETTICA DELL'ESISTENZA in cui ogni posizione esistenziale è rottura, salto rispetto alle altre. Si afferma che l'esistenza riguarda sempre una realtà singola ed è quindi movimento, possibilità e non può essere ricondotta all'universalità del pensiero astratto. È necessario che ci sia un pensatore soggettivo che parli dell'ambiguità dell'esistenza. La verità non è qualcosa di oggettivo che deve essere raggiunto ma è ricerca interiore, analisi di sé. Come avviene il movimento verso la verità? In Socrate ciascuno porta la verità dentro di sé e l'uomo se ne può appropriare grazie ad un atto di reminiscenza. In Kierkegaard, il singolo è fuori dalla verità e per appropriarsene deve analizzare la propria esistenza. Nell'opera "La malattia mortale" si analizza il concetto di disperazione che viene considerata malattia mortale perché accompagna tutta la vita dell'uomo ed abita nell'intimo della sua anima, la disperazione si riferisce al rapporto del singolo con se stesso. L'io dimora costantemente nella disperazione anche quando non se ne accorge, anche quando crede di essere felice, essa perciò è considerata la radice della condizione esistenziale propria dell'uomo in quanto tale. Chi è disperato sperimenta la morte dell'io non in senso fisico, ma perché avverte la totale impossibilità di rendersi autosufficiente. Alla base della disperazione c'è il fatto che l'uomo non accetta la propria natura di essere derivato da Dio, di essere posto da altro. Sa di essere finito ma aspira all'infinito, alla perfezione. Invano si illude di non essere finito attraverso il pensiero e la fantasia, oppure si rifugia nel finito della temporalità e della mondanità. La via di uscita dalla disperazione consiste nella decisione eterna del credere, con l'aiuto della fede gli è consentito di non avvertire la propria insufficienza esistenziale. La fede tramuta la disperazione in speranza e fiducia. La decisione di credere implica, inoltre, l'accettazione del paradosso rappresentato dalla figura di Cristo. Il cristianesimo si pone come paradosso, cioè come irrazionale: non è comprensibile razionalmente il salto nella fede , la fede nasce dalla solitudine, credere è una scelta che l'uomo compie nella solitudine (es. Abramo resta da solo nell'angoscia di sacrificare Isacco. Anche Gesù muore in croce abbandonato da tutti. Infatti dirà «Dio mio perché mi hai abbandonato?"). Non esiste continuità o passaggio tra lo stadio etico e quello religioso, si parla di "salto mortale”. Il cristianesimo è anche scandalo , ha come fondamento l'incarnazione, un Dio che si fa uomo per salvare ogni singolo individuo e in tal modo Dio si "cala" nella finitezza e nel tempo, diventando "contemporaneo" dell'uomo, incarna l'eterno venuto nel tempo. Lo scandalo del Cristianesimo consiste quindi nell'unione di Dio, mediante l'incarnazione, con ogni singolo individuo. Che l'infinito si incarna nel finito è una contraddizione che la ragione non può accettare, è uno scandalo.