Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


scritti scelti- Folgheraiter, Sintesi del corso di Metodi E Tecniche Del Servizio Sociale

Cap. 21-22-35 di scritti scelti

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 08/06/2022

fmc00
fmc00 🇮🇹

3.6

(10)

31 documenti

1 / 5

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
EMPOWERMENT CAP. 21
La riequilibratura del potere terapeutico
L’empowerment pu essere definito come un processo nel quale le persone o i gruppi
svantaggiati/oppressi scoprono ed esercitano appieno il loro potere d’azione, intesa anche come
disponibilit e capacit di lotta contro coloro che li opprimono. In questo modo i soggetti
acquisiscono la sensazione di avere potere e anche in realt essi acquisiscono potere effettivo nel
governo della loro vita. Nella tradizione delle politiche sociali e del lavoro sociale, % il processo di
riequilibratura e accrescimento del potere personale, interpersonale e politico che le persone
possono attivamente ricercare, con o senza aiuti esterni, per migliorare la loro situazione di vita.
Essi arrivano a contrastare attivamente strutture o sistemi che riproducono forme inaccettabili di
imposizione di potere o di limitazioni o impedimenti strutturali della loro libert di azione. Tra
queste strutture tendenzialmente “dis-empowerizzanti”, spesso gli utenti tendono a vedere anche
quei servizi sociali istituzionali e quei professionisti di aiuto che operano secondo il tradizionale
modello tecnico-specialistico. Le radici dell’empowerment si possono ritrovare nel concetto di
democrazia che informa le nostre istituzioni politiche, basate sul principio di rafforzamento del
potere dei cittadini nel partecipare alle decisioni che riguardano il loro benessere. L’empowerment
suggerisce tanto la capacit e possibilit del singolo di determinare la propria esistenza
individuale, quanto quella di influenzare le istituzioni e la vita comunitaria attraverso un’adeguata
partecipazione democratica. L’empowerment comporta un senso psicologico di potere
effettivamente acquisito a seguito dell’impegno, o della lotta a tale scopo intrapresa. Nel lavoro
sociale e soprattutto inteso come una metodologia professionale, dove gli operatori usano
l’empowerment per produrre un incremento di potere generale negli utenti. Questa prospettiva
comporta qualche rischio. Dice Parsloe:
“Empowerment  il termine pi sfortunato che sia mai stato introdotto nel vocabolario del lavoro
sociale. Tende in effetti a far capire che una persona, l’operatore sociale, possa rendere potente
un’altra persona, l’utente. Questa idea per! cozza contro il principio fondamentale di una
maggiore equit% nella distribuzione del potere su cui il nostro concetto si regge.”
Gli operatori sociali hanno utilizzato questo concetto dapprima in un senso antioppressivo e
radicale, specialmente nell’ambito del gropuwork e del communitywork. In una fase successiva,
hanno cercato di incorporare l’idea entro la pratica professionale ordinaria. In questa accezione,
empowerment significa “trasferimento di potere terapeutico o di cura” ai soggetti altrimenti
destinati a essere materia grezza per il potere manipolativi altrui.
L’empowerment come pratica radicale antioppressiva
Per quanto il servizio sociale abbia sempre mantenuto un atteggiamento apertamente sbilanciato
a favore dei poveri o dei soggetti meno tutelati, la prospettiva dalla quale gli operatori hanno
guardato verso queste persone e la scelta delle azioni da compiere si sono differenziati nel corso
delle epoche. Cos5 molti hanno visto gli individui svantaggiati come responsabili della propria
situazione e bisognosi di correzione e l’intervento nei loro confronti assunto spesso l’immagine
della beneficenza. Altri hanno visto le popolazioni sfavorite come vittime della cattiva
organizzazione sociale, dell’ingiustizia sociale e del mutamento sociale. Si sono confrontati con le
cause profonde dei problemi, con la modifica delle strutture societarie e si sono impegnati nella
pf3
pf4
pf5

Anteprima parziale del testo

Scarica scritti scelti- Folgheraiter e più Sintesi del corso in PDF di Metodi E Tecniche Del Servizio Sociale solo su Docsity!

EMPOWERMENT CAP. 21

La riequilibratura del potere terapeutico L’empowerment può essere definito come un processo nel quale le persone o i gruppi svantaggiati/oppressi scoprono ed esercitano appieno il loro potere d’azione, intesa anche come disponibilità e capacità di lotta contro coloro che li opprimono. In questo modo i soggetti acquisiscono la sensazione di avere potere e anche in realtà essi acquisiscono potere effettivo nel governo della loro vita. Nella tradizione delle politiche sociali e del lavoro sociale, è il processo di riequilibratura e accrescimento del potere personale, interpersonale e politico che le persone possono attivamente ricercare, con o senza aiuti esterni, per migliorare la loro situazione di vita. Essi arrivano a contrastare attivamente strutture o sistemi che riproducono forme inaccettabili di imposizione di potere o di limitazioni o impedimenti strutturali della loro libertà di azione. Tra queste strutture tendenzialmente “dis-empowerizzanti”, spesso gli utenti tendono a vedere anche quei servizi sociali istituzionali e quei professionisti di aiuto che operano secondo il tradizionale modello tecnico-specialistico. Le radici dell’empowerment si possono ritrovare nel concetto di democrazia che informa le nostre istituzioni politiche, basate sul principio di rafforzamento del potere dei cittadini nel partecipare alle decisioni che riguardano il loro benessere. L’empowerment suggerisce tanto la capacità e possibilità del singolo di determinare la propria esistenza individuale, quanto quella di influenzare le istituzioni e la vita comunitaria attraverso un’adeguata partecipazione democratica. L’empowerment comporta un senso psicologico di potere effettivamente acquisito a seguito dell’impegno, o della lotta a tale scopo intrapresa. Nel lavoro sociale e soprattutto inteso come una metodologia professionale, dove gli operatori usano l’empowerment per produrre un incremento di potere generale negli utenti. Questa prospettiva comporta qualche rischio. Dice Parsloe: “Empowerment è il termine più sfortunato che sia mai stato introdotto nel vocabolario del lavoro sociale. Tende in effetti a far capire che una persona, l’operatore sociale, possa rendere potente un’altra persona, l’utente. Questa idea però cozza contro il principio fondamentale di una maggiore equità nella distribuzione del potere su cui il nostro concetto si regge.” Gli operatori sociali hanno utilizzato questo concetto dapprima in un senso antioppressivo e radicale, specialmente nell’ambito del gropuwork e del communitywork. In una fase successiva, hanno cercato di incorporare l’idea entro la pratica professionale ordinaria. In questa accezione, empowerment significa “trasferimento di potere terapeutico o di cura” ai soggetti altrimenti destinati a essere materia grezza per il potere manipolativi altrui. L’empowerment come pratica radicale antioppressiva Per quanto il servizio sociale abbia sempre mantenuto un atteggiamento apertamente sbilanciato a favore dei poveri o dei soggetti meno tutelati, la prospettiva dalla quale gli operatori hanno guardato verso queste persone e la scelta delle azioni da compiere si sono differenziati nel corso delle epoche. Così molti hanno visto gli individui svantaggiati come responsabili della propria situazione e bisognosi di correzione e l’intervento nei loro confronti assunto spesso l’immagine della beneficenza. Altri hanno visto le popolazioni sfavorite come vittime della cattiva organizzazione sociale, dell’ingiustizia sociale e del mutamento sociale. Si sono confrontati con le cause profonde dei problemi, con la modifica delle strutture societarie e si sono impegnati nella

promozione di cambiamenti politici e legislativi finalizzati a migliorare le condizioni ambientali e le opportunità disponibili. Le radici dell’empowerment sono principalmente individuabili in questa seconda categoria e nell’azione dei social workers aderenti al movimento dei Settlement, diffuso negli Stati Uniti negli anni a cavallo tra ottocento e novecento. In questo periodo l’accelerata industrializzazione aveva portato ad un’urbanizzazione e ondate di immigrazione senza precedenti. Gli operatori sociali dovevano confrontarsi con delle in adeguate strutture sanitarie e abitative, un’assenza di tutela legislativa per i lavoratori e la difficile integrazione tra le diverse culture. Si dedicarono così a ricerche interventi che prediligevano l’agire insieme con le persone in situazione di bisogno, per rafforzare le loro capacità d’azione ed esercitare pressione sui responsabili politico-economici. Tuttavia, almeno fino alla fine degli anni 60, il lavoro sociale professionale ha privilegiato una prospettiva che tendeva a etichettare i destinatari dei suoi interventi come incapaci, dipendenti, bisognosi di soccorso... queste etichette sottintendevano che gli operatori avessero le conoscenze, il potere e l’autorità necessarie per assistere guarire e trattare le persone, passivamente soccorse. Questa concezione era stata avversata da una parte minoritaria di operatori, definiti “animatori sociali”. Costoro interpretavano i cambiamenti strutturali e la giustizia sociale come obiettivi per i quali le persone svantaggiate avrebbero dovuto lottare, utilizzando gli strumenti che l’ordinamento giuridico democratico metteva loro a disposizione. Questa posizione, che va dal movimento dei Settlement al movimento Rank and file degli anni ’30, fino al Radical social work a partire dagli anni ’60, si è riconosciuta via via nei valori di azione comunitaria, uguaglianza e equità sociale, alla cui base è riconoscibile una chiara idea di empowerment. Questa concezione su Beatrice dei rapporti di potere dominanti difficilmente poteva trovare spazio nel lavoro sociale istituzionale, garantito dall’istituzioni pubbliche. Accanto alle convinzioni radicali volte al cambiamento socio-politico, si sono progressivamente affermate tendenze professionali volte al cambiamento socioculturale, orientate a modificare gli atteggiamenti negativi o svalutanti, presenti anche all’interno degli stessi servizi sociali, nei confronti degli utenti e dei gruppi svantaggiati. Tale azione si rivolge principalmente contro le culture che tendono a opprimere le minoranze etniche, le donne e gli utenti maggiormente a rischio di stigma. L’empowerment nella concezione liberistica. Nel corso degli anni 80 in Gran Bretagna è stato ripreso il concetto di empowerment in un’accezione alquanto distante da quella radicale antioppressiva di cui sopra. Essa si riferisce principalmente al processo di decostruzione del potere delle corporazioni professionali e dei servizi statutari del Welfare socio- assistenziale, enfatizzando il ruolo del consumatore e del suo potere di scelta del mercato assistenziale. Nella riforma liberistica del 1990, il “rafforzamento” del consumatore-utente è l’obiettivo primario della nuova destra. Nell’ambito del servizio sociale radicale si è guardato con diffidenza a questa paradossale concezione dell’empowerment. La critica ideologica che viene mossa da questi ultimi è quella di basarsi su di una concezione individualistica del potere che nasconde le reali relazioni di forza presenti nella società. Altra critica è quella di utilizzare l’empowerment e il suo “alone semantico” per nascondere retoricamente una cruda politica di laissez faire, giustificando lo smantellamento dello stato

sono trovati sottoposti a un rigido e invasivo controllo della vita da parte dell’istituzioni assistenziali (internati in OPG), che ritrovandosi abbastanza integre hanno beneficiato di programmi di istituzionalizzazione e di reinserimento comunitario. Essi si definiscono sopravvissuti rispetto all’azione di quelle strutture che gli hanno confiscati, esercitando controllo sulla loro esistenza. Il rischio era quello che l’internamento producesse destrutturazioni e danni permanenti nella personalità e nella capacità di azione dei sottoposti. Nonostante ciò si sentono in grado di agire in forma collettiva. Questi ex pazienti concepiscono l’empowerment come un loro diritto di azione diretta. Essi non respingono solo l’idea che i professionisti possono continuare a occuparsi di loro, ma negano con forza che il loro “potenziamento” possa essere conseguenza intenzionale di una nuova sofisticata tecnica professionale detta appunto empowerment. L’empowerment relazionale: il lavoro sociale di rete Esiste una concezione intermedia tra l’idea che l’empowerment sia un avanzato e illuminato procedimento tecnologico ci serve per far aumentare l’efficienza dei professionisti e l’idea che esso sia una rivendicazione esclusiva di autonomia da parte della componente svantaggiata. È una prospettiva che vede il processo di aiuto professionale come un incerto ma fiducioso iter di ricerca, condivisa tra tutti i potenziali interessati alla soluzione di un problema. Gli utenti, i caregiver, gli specialisti e tutti i cittadini interessati, sono qui incoraggiati a uscire in parte dalla rigida polarizzazione dei loro ruoli per divenire agenti tendenzialmente alla pari nella ricerca del benessere. Gli utenti divengono di fatto “operatori”, vedono aperta davanti a sé la strada per agire nello stesso modo in cui agisce un operatore professionista: si sentono in grado e autorizzati a esprimere creatività e responsabilità. La metodologia di rete prevede, quanto all’empowerment, che i detentori ufficiali del potere terapeutico cedono parte di questo potere alle persone che tradizionalmente stavano ad attendere passive soluzioni: si può dire che l’utente non c’è, essendo egli concepito come un agente capace di intraprendere quel tipo di azioni considerate appannaggio di chi è capace di risolvere i problemi. L’esperto permette agli interessati di concorrere alla pianificazione profonda del loro aiuto o della rivendicazione dei loro diritti. Gli specialisti a loro volta traggono da questa aumentata produttività sociale rinnovato potere e grandi opportunità di apprendimento. L’idea è che l’operatore non abbia il mandato di potenziare le persone ma che le persone siano agenti sensati. Da parte dei professionisti va evitato il rischio di smantellare involontariamente questo intrinseco potere d’azione attraverso concezioni paternalistica o assistenzialistiche, sulla base dell’idea che i problemi sociali abbiano soluzioni oggettive e migliori. L’ottica relazionale invita a riflettere sul fatto che se il professionista cede potere ai suoi interlocutori ne riceve in cambio di nuovo in quantità e qualità non esistente prima dell’interazione. Cedere potere è un cedimento di professionalità, o piuttosto viceversa? Le argomentazioni sin qui sviluppate possono essere approfondite alla luce della teoria della professionalizzazione. In base a quanto abbiamo detto al professionista esperto potrebbe apparire chiara la possibilità di elevare il livello della propria professionalità. Egli andrebbe a differenziare le

proprie funzioni e, accanto al suo tradizionale ruolo terapeutico, potrebbe assumere un ruolo strategico di più elevato tenore. Egli diventa Guida professionale dell’iniziative terapeutiche altrui. L’operatore specialista dovrebbe essere stimolatore/supervisore di questi poteri esterni affinché il tutto si traduca in un maggior potere comune e in una maggiore efficacia dell’istituzione in cui lavora. L’attività di supervisione intenzionale dell’agecy societaria finalizzata al welfare è una capacità esclusiva professionale.si potrebbe qualificare come “super professionista” quell’operatore che è così avanzato da riuscire a ritagliarsi un ruolo di coordinatore e osservatore di molteplici iniziative, di carattere sia esperto che esperienziale, che si sviluppano entro il suo raggio d’azione, iniziative che non hanno bisogno di lui materialmente per realizzarsi ma che forse senza la sua stimolazione non si sarebbero messe in atto, non saprebbero mantenersi nel tempo o non riuscirebbero ad assicurare una qualità accettabile. Le energie comunitarie di carattere informale possono prendere coraggio e sentirsi forti grazie alla presenza di una risorsa professionale orientata all’empowerment. Tale risorsa deve essere attenta a non soffocare le possibili azioni consorelle agendo al posto loro e nemmeno lasciarli in balia di carichi pesanti ingestibili senza un’adeguata riflessione di fronteggiamento. È necessario fare lasciando fare. Questo posizionamento può essere scambiato per una perdita di potere solo da una valutazione superficiale: l’operatore infatti guadagna autorevolezza ed efficacia. L’operatore deve disporsi con un animo aperto e sereno, essere consapevole della sua forza e della forza delle altre persone e dovrebbe assumere un atteggiamento di “potenziamento dell’altro”.