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Tipologia: Sintesi del corso
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Il 13 Maggio 1978 sotto la minaccia di un referendum abrogativo della vecchia legislazione, il Parlamento italiano approvava la nuova legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, Legge 180 -> si era reso possibile un vasto fronte di pressione contro il regime manicomiale di assistenza psichiatrica, regolato ancora dalla vecchia e vituperata legge del 1904 di Basaglia, era espressa in base a motivazioni di vario genere: Ordine umanitario -> per l’esigenza di tutelare i diritti umani, sociali e civili dei malati di mente, istituzionalmente negati o limitati ai ricoverati in manicomio, al cui interno si trovavano quasi ovunque abbandonati.
comportamentale è determinata da malattia organica direttamente riferibile ad anomalie nelle strutture cerebrali o intesa come effetto secondario su tali strutture di malattie dismetaboliche, virali, ecc. vi è poi una concezione di
prodotto di una malattia, ma di tipo psicologico o mentale, cioè di disfunzioni nelle funzioni affettive e/o cognitive del soggetto, originate per via genetica o per ripetute esperienze traumatiche e subtraumatiche nei rapporti interpersonali. Anche per le categorie della socializzazione vi sono una variante forte e una debole. Forte: assume che le anomalie di comportamento dei singoli siano il frutto non mediato di disfunzioni generali della società, riferibili al tipo di divisione sociale del lavoro e a conflitti di classe che cercano fenomeni di emarginazione, autoemarginazione, povertà, ecc. Debole: assume che tali anomalie siamo prodotte da fattori microsociali, che si estrinsecano principalmente nel contesto familiare. Un primo elemento fondamentale di contrapposizione riguarda l’esistenza stessa della malattia mentale, in psichiatria rimangono controversi non solo i connotati generali ma addirittura la stessa realtà dell’oggetto a cui l’intervento
psichiatrico si dovrebbe riferire. L’altro punto di discordanza riguarda le concrete modalità di organizzazione delle risposte terapeutiche, che variano a seconda delle premesse epistemologiche da cui si parte. In psichiatria le due dimensioni (sociale e sanitaria) diventano entità fortemente polarizzate e difficili da integrare. Diversa situazioni si riscontra in
stato di salute della persona, producendo o influenzando, vari tipi di patologie, la cui realtà non è peraltro mai disconosciuta. L’enfasi e la manipolazione del sociale si limitano allora al solo momento preventivo, mentre in psichiatria diventerebbe una modalità operativa totale ed esclusiva. Legge 180 di riforma psichiatrica -> accogliere, amalgamandole in un mix inestricabile, entrambe le tendenze, di medicalizzazione e socializzazione insieme. Acquista così la caratteristica di porre direttive contrapposte, orientando gli interventi assistenziali verso direzioni radicalmente divergenti. Si evidenziano inevitabili disfunzioni, per due ragioni: Una tale ambiguità, per non risultare dannosa, dovrebbe presupporre l’esistenza di una cultura psichiatrica duttile, in cui ciascun operatore sia in grado di far riferimento a entrambi i modelli a seconda delle concrete situazioni. In realtà la gran parte degli operatori tende a costruirsi una sua propria certezza indiscutibile, recependo e riproponendo l’una o l’altra delle due concezioni in modo esclusivo e unificante. Ogni operatore tende ad applicare sistematicamente il proprio metodo di lavoro facendo nascere, all’interno dei gruppi professionali, scollamenti e disaccordi, malumori e demotivazioni; L’ambiguità della Legge 180 è invece tale per cui al fondo mantiene una scelta chiara salvo poi, su molti punti, negarla. La scelta prevalente a cui si allude è di medicalizzazione: innovazione sostanziale della Legge 180, quella di inserire il sistema psichiatrico nel circuito sanitario, dove la psichiatria è diventata specialità medica al pari di ogni altra; gli stessi servizi territoriali si delineano nel testo di legge prevalentemente in senso medicalizzante, come servizi specialistici di terapia. Nello stesso tempo era mostrata di non credere nella possibilità di una risposta integralmente e tradizionalmente medica al disagio psichico, imponendo condizioni e restrizioni
tutti a intervenire. Quello che si vuole sottolineare è che gli operatori si troveranno nell’impossibilità di convogliare nella relazione di aiuto alcuni fattori decisivi: concentrazione ed entusiasmo. Da tutto l’insieme di queste considerazioni, risulta evidente il profondo scollamento che si è venuto a creare fra il progetto di politica psichiatrica delineato nella legge e i vari progetti ormai stabilmente introiettati dalle diverse fazioni in cui gli operatori psichiatrici si raggruppano. IL PROGETTO DI PREVENZIONE, CURA E RIABILITAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI Considerando la funzione latente del servizio psichiatrico si potrebbe considerare l’inizio del processo di deistituzionalizzazione dei malati di mente come il momento in cui la psichiatria pubblica ha inteso rinunciare alle tradizionali modalità coercitive per raggiungere i suoi obiettivi. Al nuovo sistema psichiatrico non viene più chiesto di applicare un controllo esterno e meccanico, quanto piuttosto uno, per così dire, interno alla persona stessa, tramite un’azione diretta sulle cause che presumibilmente stanno alla base di ogni singola disfunzione comportamentale. Dal vecchio obiettivo di “cura e custodia dei malati” si arriva a un obiettivo ben più ampio e impegnativo, quello di “prevenzione, cura e riabilitazione” delle malattie mentali. Si passa da un’enfasi prevalente sulla funzione assistenziale dell’organizzazione psichiatrica a un’enfasi sulla funzione sanitaria-terapeutica; dalla prevalenza di interessi di difesa sociale a quelli di recupero e difesa della salute del cittadino. Lo Stato si impegna a garantire, per mezzo del complesso dei servizi psichiatrici, un’azione di lotta completa contro ogni tipo e grado di affezione psicopatologica. È questo un grande progetto, l’offerta di benessere più complessa e sofisticata che uno Stato welfare abbia mai potuto avanzare, vale a dire benessere di tipo psicologico/esistenziale.
che il manicomio fosse antiterapeutico portava inconsciamente a dedurre che la gran parte dei malati di mente fosse un prodotto diretto ed esclusivo del manicomio e quindi che l’abolizione del manicomio avrebbe potuto portare all’abolizione di molti casi di patologia psichiatrica, alleggerendo così di molto gli impegni della psichiatria nuova. Dall’altro
lato la constatazione di interventi terapeutici fin qui antiquati e l’”attesa” di presunti eccezionali progressi compiuti negli ultimi anni dalla moderna tecnologia psichiatrica. Se così fosse stato si sarebbero avute condizioni incoraggianti per iniziare un lavoro nuovo e incisivo sul piano sanitario. In realtà tale convincimento si è rilevato comunque troppo ottimistico. Nel mentre la legge di riforma promette terapia e riabilitazione a un ipotetico e astratto malato di mente, la capacità di guarigione della psichiatria non può esercitarsi. È da dare ormai per acquisita la presenza di stati irreversibili nella patologia psichiatrica e quindi accettare il fatto che non tutti i malati di mente possono essere definitivamente guariti. Questo succede in medica generale. La speranza di guarigione rimane aperta solo per quella parte della popolazione psichiatrica che non si trovi in queste sfortunate condizioni. In psichiatria mancano modi predefiniti di azione nella produzione di cure esistenziali. Un’implicazione risaputa cioè che qualora si voglia realmente curare una persona malata di mente, occorre prima assicurarsi la disponibilità di personaggi “straordinari” in gradi di avviare un lungo e impegnativo processo di coinvolgimento e di rapporto, qual è in effetti la psicoterapia. Ma la persona stessa dovrebbe essere motivata a inserirsi e collaborare nel rapporto terapeutico. La psicoterapia richiede l’espressione massima delle potenzialità in entrambi i poli della relazione: terapeuta e utente.
caratteristiche dei servizi pubblici che sembrano direttamente ostacolare le attitudini terapeutiche di entrambi gli attori coinvolti in psicoterapia. Il servizio psichiatrico tende a strutturare condizioni che portano in modo quasi obbligatorio a un progressivo inaridimento delle abilità professionali del terapeuta. In queste condizioni di verifica una sorta di automatico scadimento delle prestazioni al più basso livello compatibile con il funzionamento a regimi minimi del servizio; le modalità operative si selezionano fino a diventare le più semplici. Il contesto psichiatrico è forse l’ambito dove più è facile che si verifichino controindicazioni ed effetti perversi. Psichiatrizzazione = possibilità che l’attivazione di interventi specialistici per la cura psichiatrica possa non solo non produrre miglioramenti ma contribuire
Si è visto come la psichiatria pubblica, con la recente legge di riforma, abbia voluto tentare una sorta di grande esperimento in cui l’obiettivo di assicurare il sostegno e solidarietà sociale ai malati è stato tentato enfatizzando la funzione sanitaria. Lo Stato ha deciso, di smettere di prendersi cura dei malati di mente nel tentativo di eliminarli progressivamente, tramite pratiche di prevenzione, terapie e riabilitazioni. Tale esperimento può dirsi fallito. Sembrerebbe più opportuno sostenere la ricerca di un nuovo e più razionale equilibrio fra due funzioni essenziali dell’intervento pubblico sulle malattie di mente: funzione terapeutica e la funzione di supporto psico-sociale. Occorre muoversi secondo la duplice prospettiva di:
possibile lo si è messo in discussione sulla base di una serie di considerazioni che tengono conto della: Natura della psichiatria, ancora divisa da dubbi epistemologici elementari fra due paradigmi generali di azione psichiatrica; Natura delle terapie psichiatriche le quali appaiono in generale erogabili solo per tramite di prestazioni da un lato non “riconducibili” a operazioni semplici e razionalmente programmabili e dall’altro non unilaterali; Natura dei servizi pubblici i quali presentano una forte tendenza a semplificare e standardizzare le prestazioni professionali, cioè a creare o mantenere essi stessi patologie psichiatriche o condizioni indirette di insorgenza; Natura del disagio psichico che resta tipicamente caratterizzato da gradi più o meno elevati di demotivazione, rassegnazione, sfiducia e indisponibilità, dichiarata a inserirsi in laboratorio di automodificazione personale. Le prestazioni di terapia psichiatrica appaiono quindi particolarmente labili o inconsistenti, per tutti questi motivi assieme. Tutte queste sono difficoltà strutturalmente comprese nella funzione sanitaria del sistema psichiatrico. Resta anche un fattore non “indispensabile” o non esclusivo fra tutti quelli che incidono sullo stato di salute mentale del singolo e della popolazione. Laddove sia possibile smuovere dinamiche di guarigione, questo sembra accadere con probabilità maggiori per effetto di generali e non ben conosciute condizioni predisponenti che non di specifici interventi diretti. L’ipotesi che azioni indirette di sostegno psico-sociale e materiale ai malati possano rendere possibile o potenziare lo sviluppo di tali spontanei fattori di terapia.
standard predefiniti, si può dire che sia incardinato nel policy marking, ovvero che operino nel campo delle Politiche sociali e quindi non sia da considerarsi un operatore sociale. Il lavoro sociale riguarda la gestione e la modificazione della vita attraverso azioni dotate di senso che in vari modi la attraversino e la rivitalizzino. Una scienza e un’area professionale vasta e sfaccettata. Una seria ponderazione è necessaria all’operatore quando decide di agire senza il sociale o contro il sociale, ad esempio quando prende da solo l’iniziativa di collocare un anziano non autosufficiente in una casa di riposo. Se la decisione di istituzionalizzare qualcuno viene presa dopo aver tastato ogni possibile pista entro il sociale, allora si tratta dell’ultimo atto di un vero intervento sociale. Se la decisione è presa di scatto all’insorgere dei problemi quell’operatore è un funzionario del welfare e non un paziente “coltivatore” del sociale. Questa distinzione tra l’operatore sociale che lavora nella linea burocratica dei sistemi e l’operatore che lavora nella linea aperta delle relazioni è tanto importante che ci sarebbe materia per consolidarle come due figure professionali distinte. Nella realtà quella del burocratore e quella dell’animatore/facilitatore del sociale sono connesse intimamente. Distinto verrebbe da dire che la burocrazia (procedure, regole, ecc.) sarebbe tutta da bypassare per far “funzionare” un intervento sociale. In realtà, si capisce che il problema è quello di trovare un equilibrio, dove le esigenze vitali di flessibilità e autonomia dell’operatore siano salvaguardate. Un bilanciamento tra l’autonomia riflessiva tipicamente professionale e i congegni organizzativi degli enti va assicurato.
Rapporto tra l’agire professionale e il recupero/prevenzione del disagio sociale (Lavoro sociale) e una teoria sociologia che mette al centro la persona umana. Il lavoro sociale inteso come campo d’azione dei professionisti del welfare socio-assistenziale è interconnesso con altri livelli sistematici sovrastanti che tendono a fagocitarlo in logiche dominate da interessi che non sempre mettono al primo posto l’uomo. i professionisti del sociale operano in qualità di personale dipendente entro varie istituzioni di cura – servizi pubblici o privati –
e queste singole istituzioni si incastonano dentro un più ampio “sistema integrato di welfare” (L. 328/2000). Tutti questi livelli sistematici sono
prestazioni, intesa come efficienza. La maggior parte degli operatori in servizio riesce a reggere sul basilare fronte emotivo. I sistemi di welfare: sono costellazioni di istituzioni votate a un rapporto profondo con la società: esse sono deputate a entrare nelle sofferenze esistenziali delle persone per “convertirle” in salute e benessere. Esse
società interessata. Lo fa in primis attraverso l’appropriatezza dell’agire professionale, quindi attraverso la ragionevolezza dell’agire diretto dei professionisti e solo secondariamente attraverso la razionalità “meccanica” delle infrastrutture sistemiche. Dovremmo interrogarci su quale apporto può dare la sociologia al lavoro sociale così che questo specifico campo professionale possa valorizzare e riconoscere la persona umana nel suo “essere sociale”, capace di relazione. Dobbiamo chiederci quale visione della società dovrebbe avere un operatore per affrontare i problemi in modo da risultare il valore dell’agire associato e proprio per questa via umanizzare e potenziare le singole persone che lo costituiscono.
vantaggio di poter essere considerato un “oggetto” scientifico convincente secondo gli schemi convenzionali. Il sociale come fatto statistico risulta a ben vedere un simulacro della soggettività: una super-soggettività da dove, peraltro, paradossalmente, la stessa soggettività costituente è stata “strizzata fuori”. Focalizzando il collettivo, prescindiamo dalle caratteristiche riflessive originali delle singole persone umane che pur costituiscono quel sociale, e che dentro di esso riproducono le sue strutture, esempio consideriamo il maltrattamento o l’incuria genitoriale, da cui origina il cosiddetto disagio
policy makers debbano prendere provvedimenti che facciano il bene “del maggior numero”.
rassicurarsi la coscienza quando si decide di tagliare i servizi istituzionali.
collegarsi per riflettere assieme sui problemi rinvigorisce sia la forza di quella persona medesima, così come quella dell’operatore. Cedendo potere di intervento o di manipolazione terapeutica, l’operatore accresce il potere reciproco, suo e delle persone agenti, in direzione del welfare atteso. Il lavoro sociale ha a che fare con una sociologia delle persone, perché non potrebbe concepirsi se non come stimolatore dell’apparato delle persone a costruire una società sana e solidale, di cui nessuna professionalità ne possiede il codice costitutivo.
Hudolin, neurologo, psichiatra e docente universitario, può essere considerato
sprigionano nelle teste della maggior parte delle persone nelle nostre comunità) che conculcano l’uso inconsapevole dell’alcol. Hudolin pioniere dell’”animazione socioculturale della salute”, più che di semplice terapeuta dei singoli disordini alcolcorrelati. Hudolin è stato grande non solo perché ha inventato un metodo di trattamento alcologico e neppure perché ha mostrato un nuovo intelligente modo di promuovere, tra le popolazioni moderne invase da una disponibilità senza limiti di sostanze alcoliche, una efficace cultura difensiva, basata sui principi della cittadinanza attiva. Ha reso evidente uno stile nuovo di fronteggiamento dei problemi umani come tali. Ha dimostrato in
modo incontrovertibile l’efficacia di un atteggiamento di aiuto generale, valido per ogni tipo di problema o rischio o disagio. Hudolin ha delineato e convalidato definitivamente una strategia trasversale di Lavoro sociale che dovrebbe essere alla base della formazione professionale di tutti gli operatori di welfare. Ci ha consegnato un atteggiamento metodologico fondativo delle professioni sociali, una logica di aiuto che chiamiamo “sociale” o di “rete” e che è finalmente diversa dalla banale impostazione sanitaria secondo cui ogni problema deriva da patologie. Con la logica sociale di aiuto, di Hudolin, molti sui collaboratori hanno esteso il loro raggio di azione ad ambiti diversi e altrettanto complessi (es. empowerment). Ora è bene mettere sotto osservazione non tanto la diffusione avvenuta del metodo, bensì la sua diffusibilità, cioè la sua capacità intrinseca di diffondersi, perché esso coglie il nervo scoperto dei sistemi di welfare attuali e, nella sua semplicità, rappresenterebbe l’uovo di Colombo per la fuoriuscita dal loro cronico stato di crisi. Le evidenze forniteci da Hudolin possono rifecondare la cultura dei servi welfare, in qualsiasi campo essi si trovino ad agire (sanitario, sociale, assistenziali, ecc.). Hudolin dimostra su un piano pratico di vasta scala che cosa dovrebbero fare le costose e super-attrezzate organizzazioni di welfare, da anni in paradossale stato di grave confusione rispetto ai propri fini, e per di più oggi offuscate da filosofie nocive che le vorrebbero “efficientizzare”. Importante non perdere traccia delle magistrali lezioni che Hudolin ha impartito in migliaia di seminari in Italia. Uno di questi seminari è stato per fortuna filmato e riproposto in un’opera multimediale. Hudolin è maestro del cambiamento “verso il bene”, non tanto di terapia alcologica. Egli coglie il nocciolino di come le persone, famiglie, comunità locali cambino per il meglio a partire da un loro disagio percepito. Hudolin insisteva nel dire che l’alcolismo è uno stile di vita e che quindi per venirne fuori è necessario cambiare il modo di condurre la propria vita, raddrizzare un vivere malformato in una direzione nuova e aperta alla speranza. Ogni disagio umano è per definizione “mala vita” e ogni superamento di qualsivoglia disagio vuol dire cambiamento dello stile di vita. La vita umana non può essere cambiata “da fuori” - da buone intenzioni esterne. Alla lettera non può essere modificata da illuminati interventi
(famiglia, amici, comunità). Per istinto cercano aiuto nelle persone che condividono la vita, e in qualche misura anch’esse si trovano nella necessità di modificarne lo stile. Si forma così una rete che affronta assieme la fatica del cambiamento. Cambiamento (Hudolin)-> idea di processo relazionale che si sviluppa entro i legami più solidi, nella famiglia e nella comunità locale in cui gli aspiranti al benessere si trovano a vivere. L’aiuto si realizza nella capacità e quindi nel calore di una vera condivisione. Hudolin ha individuato il ruolo cruciale del facilitatore. Si tratta di un ruolo diverso e inconciliabile riaspetto a quello da terapeuta classico, anche se il fine cui il facilitatore mira altro non è se non purissima “terapia”. L’operatore efficace riesce non solo a non danneggiare maldestramente i processi auto- terapeutici naturali emergenti dalle relazioni sociali, ma anche ad accostarsi ad essi e sostenerli nel loro progredire verso il welfare possibile. Il facilitatore può mancare di tante abilità, ma non di quelle di saper entrare in una vera relazione con le persone, collocandosi alla pari con esse in un processo di ricerca del bene condiviso.
Libertà e felicità sorreggono i discorsi sia nel campo dell’economia che in quello del welfare. Economisti correlano la libertà allo sviluppo delle capacità e delle attitudini imprenditoriali che consentono la generazione di ricchezza e da qui una certa felicità. Sociologi e studiosi di politica sociale legano la libertà alla germinazione di capacità diffuse di fronteggiamento dei soggetti sociali, quindi alla loro possibilità di attivarsi e associarsi per far fronte a modo loro a problemi esistenziali comuni, con tendenziale sbocco verso una felicità degna di tal nome, non effimera. DUE ORDINI DI FELICITA’ (pag. 626-627) Il rapporto tra le istituzioni di welfare in senso lato (il sistema generale della protezione sociale) e il sistema economico è in apparenza semplice. L’economia produce le risorse. Lo Stato ne preleva una parte attraverso le tasse. Una quota marginale di questo surplus, quella che non resta impigliata
nella macchina pubblica per il suo funzionamento o che non ritorna all’economia come incentivi e sussidi, viene indirizzata nei canali della redistribuzione compensativa a fronte di difficoltà e disagi di vita della popolazione generale e di categorie particolari con bisogni speciali. Quel
La redistribuzione non è mai rivolta a creare, letteralmente, la felicità, o a mantenerne in esse quella esistente. Sia nei Paesi nordici che in quelli mediterranei, i sistemi nazionali di welfare sono sempre stati saggiamente inclinati alla migrazione. Si cerca di gestire le infelicità. Fare prevenzione vuole dire avere come riferimento uno specifico problema. Esso non si è ancora presentato, ma non importa: si teme senz’altro che possa capitare a breve. Il diritto a essere felici… Prima che si tramuti eventualmente in felicità, la libertà viene rinnegata varie volte. Nell’immaginario dell’uomo occidentale, felicità è diventata sinonimo di consumo. Più la gente consuma prodotti preconfezionati, muovendo le merci su gomma o su rotaia o per aria, avanti e indietro, nell’ombre terracqueo, più il PIL cresce. Il consumatore consuma questo o quello a sua discrezione, non realizzando che a ciò è sottilmente indotto.
consumatori senza accorgersene vengono presi in un meccanismo psicofisico che, inseguendo una “felicità”, li priva di una speciale libertà, quella di non comprare. Qualora volessero tirarsi indietro scoprono di essere incastrate in quella abitudine, incapaci di fermarsi. I consumatori obbligatori e seri come l’alimentazione, il vestiario essenziale, la luce, l’acqua e il gas, i libri, i materiali di lavoro ecc., dai consumi frivoli e impropri, eccessivi o non necessari, come i lussi ostentati, le mode di stagione ecc., dai consumatorie potenzialmente “distruttivi del welfare”, come l’alcol, il tabacco, le droghe varie ecc. I consumatori inducono la produzione di manufatti e servizi. Poi però a loro volta anche la produzione e il marketing corrispondente inducono i consumi, attivando quella sorta di circolo esplosivo che i cibernetici chiamano “feedback positivo”. Adam Smith -> ha messo in luce quella sorta di automatismo che da quando il mondo esiste provvede a far arrivare le merci in ciascun punto esatto dove ce n’è bisogno.
economico che avrebbe bisogno di consumatori che mettono mano al portafoglio con libertà. C’è crisi e crisi: Un conto è dire che c’è crisi per indicare la perdita di posti di lavoro legati ai tagli di spesa pubblica, o alla perdita di competitività delle aziende nazionali nel mercato globale; Un altro è dire che c’è crisi per indicare la perdita di posti di lavoro legati alla riduzione dei consumatori perché l’uomo collettivo al momento è girato storto; Altro ancora è parlare di una contrazione volontaria dei consumatori inutili perché la gente cerca realizzazione in altro modo. Se una crisi viene a colpire un sistema malato o disassato, dove la libertà di produrre e di comprare, di prestare denaro e di accumulare ricchezze si è progressivamente smarrita nell’irrazionalità, si può ben dire che quella crisi a un certo punto ci appare benedetta. Il consumismo metà è sensato e metà è insensato. Sappiamo che cosa si consuma nel grande areale sociosanitario: servizi specialistici e clinici. Il nostro welfare è una macchina dispensatrice di “soluzioni” funzionali definite ex ante = prestazioni. In tempi di crisi si capisce che tutto questo ha un costo, che ogni intervento specialistico si paga. Il problema tuttavia non è che mancano i soldi per comprare ciò che servirebbe. Il punto vero è che a fronte dei suoi altri costi il consumare prestazioni non sempre è tutto ciò che “fa bene”. Il consumare terapie prefabbricate è perfetto per far ingrassare un mercato, meno per ricondurci a un’esistenza efficace e meno ancora per raggiungere una felicità. L’idea che il consumo di prestazioni sia l’esistenza del welfare è radicata ormai in tutte le culture dei welfare occidentali. Agli inizi del Novanta c’è stato nel Regno Unito un tentativo di rinnovare i servizi sociali e sociosanitari, basato su una certa idea di libertà. Le prestazioni dovevano essere dispensate entro un mercato competitivo, erogate da agenzie e organizzazioni in concorrenza sulla base di una scelta attiva e libera da parte dell’utilizzatore finale, per questo motivo si conviene di chiamarlo “consumatore” e non più utente. I liberisti maestri della libertà restringono la libertà a un atto piccolo. L’atto di scegliere le prestazioni da consumare e gli erogatori da cui farsi servire. Essi pensano
che l’efficienza delle prestazioni aumenti quando il consumatore è libero di acquisirle dove e come vuole. Quando una persona o famiglia vive in difficile situazione parlare di welfare per essa vuol dire immaginare un cammino di cambiamento dello stile di vita, un cambiamento significativo degli assetti della personalità o dell’impostazione dei valori della vita. Al di là di comprare e consumare soluzioni “preconfezionate”, è necessario mettere in campo e dar fondo a tutta la mia residua libertà di uomo. per essere capace di reimpostare la mia vita o di intraprendere azioni morali per me stesso e per il bene comune, è inevitabile che io voglia acquistare o riacquistare la libertà. La vera terapia esistenziale è un accompagnamento a un cambiamento complesso liberamento voluto e perseguito dai soggetti interessati, non un artefatto che può essere comprato e installato al loro interno attraverso singoli atti di consumo. IL WEEL BEING E’ AGIRE MORALE Il consumatore è un’assimilazione. Un atto egoistico. Nel campo delle prestazioni del welfare, consumare vuol dire farsi “servire” da qualcuno per soddisfare necessità proprie. Un atto egoistico rimane tuttavia morale quando esso incorpora anche le ragioni o gli interessi di altri, se è cioè contemporaneamente un atto altruistico. In un essere umano la felicità si produce dal sentire di avere un senso, dal sentirsi realizzato e compiuto come Essere. L’uomo egoisticamente si realizza nella “trascendenza sociale”, in una sorta di “distrazione da sé” che lo orienta verso la prossimità e il sociale.