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- intelligenza -comunicazione e linguaggio - motivazione - emozioni - psicologia positiva e del benessere
Tipologia: Dispense
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Per gli psicologi l’intelligenza è la capacità di comprendere il mondo, pensare razionalmente e usare con efficienza le risorse disponibili in caso di difficoltà. I vari modi in cui le persone valutano i propri talenti riflettono il problema che gli psicologi si sono trovati ad affrontare: l’intelligenza è un’unica abilità generica, oppure è sfaccettata e connessa ad altre capacità specifiche?
Lo psicologo Spearman ipotizzò e indagò, mediante analisi fattoriale, l’esistenza di un unico e generico fattore sottostante alle diverse abilità mentali chiamato g o fattore g, il fattore generale di intelligenza. Successivamente, Thurstone mise in discussione quest’ipotesi, e sempre con l’analisi fattoriale, identificò diversi fattori, chiamati attitudini intellettive primarie , che utilizzò nella costruzione del suo test : primary mental ability (PMA) Le abilità individuate sono 7 : abilità numerica, la visualizzazione spaziale, la memoria, il ragionamento, la fluidità verbale, la comprensione verbale e la velocità di percezione. Seguendo questo approccio, altri ricercatori sono arrivati a identificare sino a 120 fattori rappresentativi delle abilità intellettive (modello di Guilford)
Negli anni ’60 : distinti 2 tipi di intelligenza: (modello CH- Cattell/ Horn) ➡ (^) fluida= riflette le capacità di elaborazione delle informazioni, il ragionamento, la memoria ➡ (^) Cristallizzata= è l’accumulo di informazioni abilità e strategie che le persone apprendono attraverso l’esperienza e che si applicano nelle situazioni di risoluzioni di problemi. Mentre l’intelligenza fluida riflette per lo più un tipo di intelligenza generale, l’intelligenza cristallizzata riflette la cultura nella quale una persona cresce. Il modello CH propone una bipartizione delle abilità intellettive generali, cioè una specificazione del concetto di intelligenza generale. ‘93 : Carroll ha proposto la teoria dei tre strati : una teoria gerarchica in cui il III strato, lo strato superiore coinciderebbe con il fattore g, il II strato, sarebbe composto da 8 abilità (intelligenza fluida, cristallizzata, visualizzazione, memoria, velocità di elaborazione, recupero della memoria, percezione uditiva, fattore di sintesi) e I strato, costituito da molti fattori specifici. La fusione di questi due modelli ha dato vita al modello CHC
Secondo tale modello, la misura di valutazione dell’intelligenza è costituita dall’osservazione delle modalità con cui gli esseri umani memorizzano info e le utilizzano per risolvere i problemi. Invece di concentrarsi sulla struttura dell’intelligenza o sui suoi contenuti e sulle dimensioni, questo approccio esamina i processi coinvolti nella produzione di comportamenti intelligenti. (Sternberg) Il ricercatore tiene conto di 3 sotto-teorie: ✴ (^) Sotto-teoria delle componenti = rientrano i meccanismi di base di elaborazione delle info. Qui vengono considerati la capacità di pianificare e valutare le info per risolvere un problema, i processi di performance che implicano la scelta di strategie di soluzione dei problemi. ✴ (^) Sotto-teoria dell’esperienza = viene considerata l’esperienza individuale, per cui la capacità di risolvere un problema può essere dovuta alla maggiore/minore familiarità con il compito. ✴ (^) Sotto-teoria di contesto = esplora la relazione tra ambiente esterno e intelligenza individuale.
Sostiene che si posseggano 8 diversi tipi di intelligenza: musicale, corporeo-cinestetica, logico-matematica, linguistica, spaziale, interpersonale, naturalistica. Egli sostiene che ciascun tipo di intelligenza è legato a sistemi neurologicamente indipendenti a livello cerebrale, e che ogni persona possiede gli 8 tipi, solo in gradi diversi, e che questi non operano da soli; qualsiasi attività coinvolge diversi tipi di intelligenza che collaborano insieme.
Secondo Sternberg il tipo di intelligenza più utile è l’intelligenza pratica, un tipo di intelligenza legato a un successo generale nella vita. In più evidenziò che le misurazioni di livelli d’intelligenza più tradizionali non sono adatte a misurare un successo professionale. Afferma che il successo professionale richiede un tipo di intelligenza ben diverso da quello del successo accademico, che è basato sulla conoscenza di info specifiche, acquisite tramite ascolto e lettura. l’intelligenza pratica è invece acquisita principalmente tramite l’osservazione del comportamento altrui Alcuni psicologi hanno considerato l’intelligenza emotiva: infime di abilità che determinano un’accurata decisione, valutazione, espressione e regolazione delle emozioni proprie e altrui. secondo lo psicologo Goleman, l’intelligenza emotiva regola l’abilità di stare bene con gli altri, fornisce una comprensione di cosa gli altri sentono e sperimentano e ci permette di rispondere adeguatamente alle loro esigenze. 4 componenti:
I primi veri test d’intelligenza furono formulati da Binet, che partì da una premessa: se è vero che la prestazione in determinati compiti o prove migliora con l’età cronologica o fisica, la prestazione può essere presa come distinguo tra persone più e men o intelligenti all’interno di una fascia d’età. Il test fu formulato al fine di identificare gli studenti meno dotati nel sistema scolastico parigino per poter offrire loro un aiuto. Sulla base dei test, ai bambini furono assegnati risultati legati alla loro età mentale, l’età media degli individui che raggiungono una particolare prestazione in un test. Assegnare un’età mentale agli studenti fornisce un indice del loro livello di prestazione generale
Gli item del test di Binet furono adattati agli studenti statunitensi da Terman, che conservò il concetto di età mentale ma lo completò usando un’indice di intelligenza precedentemente formulato da William Stern: quoziente d’intelligenza, indice che tiene conto del rapporto tra età mentale e cronologica di un individuo. (MA= età mentale - CA= età cronologica) MA QI= CA x 100
In particolare, nessuno può affermare con certezza che le condizioni di vita di gruppi come euroamericani e afroamericani siano identiche, anche se le loro condizioni socioeconomiche sono simili. I test di QI tradizionali, infatti, potrebbero risultare discriminatori verso gruppi come gli afroamericani di bassa classe sociale, poiché le domande si basano su esperienze che questi gruppi non hanno avuto modo di vivere. Studi come quello di Scarr e Weinberg (1976) hanno mostrato che i bambini afroamericani adottati da famiglie di euroamericani con intelligenza sopra la media ottenevano punteggi di QI superiori rispetto ai bambini afroamericani non adottati. Inoltre, le differenze nei punteggi di QI tra gruppi etnici tendono a ridursi dopo l’educazione universitaria, e i gruppi più svantaggiati economicamente ottengono punteggi più bassi nei test di QI. Il concetto di “razza” è stato criticato per la sua imprecisione: inizialmente riferito a caratteristiche fisiche, è diventato un termine che include aspetti culturali e storici, rendendo difficoltoso e fuorviante confrontare i punteggi di QI tra razze. Infine, nonostante il dibattito sulla genetica e l’ambiente, non esiste una prova definitiva che i fattori genetici determinino differenze di intelligenza tra gruppi etnici. L’importante è comprendere come potenziare lo sviluppo intellettuale di ogni individuo e favorire la sua integrazione, piuttosto che concentrarsi sulle differenze di origine genetica o ambientale.
Quando comunichiamo, costruiamo messaggi costituiti da segni. Il segno rappresenta una moneta simbolica di scambio: è il ponte tra la realtà, la rappresentazione di essa e la possibilità di comunicarla ad altri. La natura composta del segno del segno trova una sua rappresentazione nel triangolo semiotico, nel quale il processo di significazione viene descritto come la relazione fra 3 lati: espressione (significante) il referente (oggetto, evento o azione che viene rappresentato) e il contenuto (idea mentale del referente. 2 definizioni di segno: Segno come equivalenza : il segno viene definito come l’unione di un’immagine acustica e di una mentale, così strettamente unite da poter essere immaginate come le due facce di una stessa realtà. Questa relazione è arbitraria, nel senso che non esiste un legame naturale tra la parola e l’oggetto che rappresenta. La lingua, quindi, è un sistema di segni che stabilisce differenze tra suoni e significati in modo convenzionale. La lingua è quindi considerata un codice, un sistema regolato in cui i segni sono distinti in base alle loro opposizioni Segno come inferenza : nata all’interno della semeiotica. L’accento viene posto sulla natura interpretativa del segno, definito da Pierce; <>. La relazione del segno con il significato viene quindi posta da qualcuno dentro un contesto comunicativo. In questo modello, il segno non è isolato, ma si inserisce in un processo continuo di interpretazione, in un fenomeno che Peirce definisce semiosi illimitata, in cui ogni segno può essere spiegato da un altro segno. Funzione segnica :si verifica quando un elemento del piano dell’espressione (come un suono, una parola o un gesto) è correlato a un contenuto, creando una relazione che ha una funzione comunicativa. Tuttavia, lo stesso elemento (sia esso espressione o contenuto) può entrare in relazione con altri elementi, generando nuove funzioni segniche. Questo processo non è fisso, ma dinamico e variabileIl segno, quindi, non è una realtà statica, ma rappresenta il risultato di regole di codifica che stabiliscono correlazioni transitorie tra gli elementi. In altre parole, un segno emerge in base a regole stabilite dal codice, ma queste correlazioni sono temporanee e cambiano a seconda del contesto comunicativo. Non si può dunque affermare che il codice semplicemente organizzi i segni, ma che piuttosto stabilisca le regole che permettono la creazione di segni durante un’interazione comunicativa.
All’interno dello sviluppo delle scienze dell’informazione e della cibernetica si impone la definizione di comunicazione come processo di trasmissione di informazioni. L’informazione da un punto di vista matematico è l’unità minima che compone il segnale. La comunicazione consiste nel passaggio di un segnale da una fonte. ✓ (^) Attraverso un trasmettitore: permette la trasformazione del messaggio in segnali fisici ✓ (^) Lungo un canale: il mezzo ✓ (^) Più o meno disturbato dal rumore ✓ (^) A un destinatario ✓ (^) Grazie a un recettore: consente la conversione del segnale in una forma comprensibile da parte del destinatario A queste si aggiungono : ✓ (^) La ridondanza ✓ (^) Il filtro: un processo di selezione ✓ (^) Feedback L’approccio matematico ritiene che la condizione necessaria e sufficiente per comunicare sia avere a disposizione un codice di trasmissione, un emittente in grado di codificare e un ricevente preposto a decodificare.
we-intention L’intenzione comunicativa si qualifica come un’azione condivisa che esige un qualche grado di collaborazione tra gli agenti. Searle riguardo all’intenzione collettiva : fenomeno elementare, una predisposizione propria dell’uomo a cooperare con gli altri esseri umani, una nota distintiva e peculiare che fa dell’uomo “un essere sociale e comunicante” L'intenzione comunicativa è un tipo specifico di intenzione, ossia una We-intention. Non può essere raggiunta da un individuo né in modo somma TiVo da più individui. L'intenzione collettiva viene espressa dalla formula: Noi intendiamo fare l'atto X (comunicare) - io intendo fare y (parlo) come parte del nostro fare X - tu intendi fare z (ascolti) come parte del nostro fare X La sintonizzazione Ultima caratteristica dell’intenzione comunicativa. “insieme di comportamenti interpersonali finalizzati al raggiungimento di un'intenzione congiunta, attraverso i quali gli interlocutori si predispongono e coordinano lo scambio comunicativo “ Da esso è stata sottolineata la dimensione temporale di sincronizzazione dei comportamenti; le attività comuni o sociali non sono semplicemente una serie di comportamenti dipendenti ma, una serie di intenzioni coordinate nel tempo. Dal punto di vista della qualità dei comportamenti, si riscontra che le persone sintonizzate tendono a modulare alcune caratteristiche del proprio stile comunicativo in funzione di quello del proprio interlocutore: le modificazioni possono essere convergenti o divergenti per segnalare la necessità di una modificazione del comportamento comunicativo. Il medium, i media: oltre i confini dl corpo Definiamo medium qualunque dispositivo di mediazione, cioè qualunque elemento e/o strumento che ci permette di entrare in interazione e di comunicare con l’ambiente esterno. Ogni medium può essere analizzato facendo riferimento a 3 dimensioni:
Il linguaggio costituito da più componenti: I suoni= possono essere descritti per le loro caratteristiche acustiche e sono studiati dalla fonetica, oppure possono essere considerati come fonemi, unità base del suono linguistico in una lingua specifica: fonologia, studio delle unità fondamentali del linguaggio più piccole che influenzano il significato. La grammatica= raccoglie una successione di regole necessaria alla corretta costruzione delle frasi La sintassi= regola l'ordine delle parole e stabilisce le regole delle loro combinazioni Morfologia= indaga le più piccole parti di significato contenute nelle parole e le regole che portano alla formazione delle parole
successivamente raggiungeranno un vocabolario completo e la capacità di comprendere e utilizzare regole grammaticali sofisticate. L’acquisizione del linguaggio Gli psicologi hanno formulato due spiegazioni principali:
- Teoria dell’apprendimento = l’acquisizione della lingua segue i principi di rafforzamento e condizionamento dell’apprendimento. I bambini prima imparano a parlare attraverso l’approvazione che ricevono quando emettono suoni che sono vicini al linguaggio, infine attraverso il processo di modellamento. La ricerca sostiene che più i genitori parlano ai bambini e più questi diventano abili nell’uso del linguaggio. Tuttavia questa teoria trova difficoltà a spiegare l'acquisizione linguistica e la velocità con cui tale apprendimento avviene. - Grammatica naturale di Chomsky = per comprendere il funzionamento di una lingua non è sufficiente scoprirne la struttura; la conoscenza di quest'ultima non permette di spiegare in che modo i parlanti siano in grado di produrre e di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima. La competenza linguistica è data da un piccolo insieme di regole ben definite e di principi che permettono al parlanti di generare un numero infinito di frasi. Tale varietà espressiva dell'uso linguistico implica che il cervello di chi impiega il linguaggio sia dotato di un sistema neurale, il dispositivo di acquisizione linguistica, che permette di comprendere la struttura del linguaggio, e ci garantisce delle strategie e delle tecniche per l'apprendimento delle caratteristiche uniche della nostra lingua madre. Chomsky sostiene che il linguaggio sia un fenomeno unicamente umano, reso possibile dalla presenza del dispositivo di acquisizione linguistica. Distingue le competence= conoscenza implicita della lingua. Dalla performance= abilità nell’effettiva produzione delle frasi. Inoltre fa distinzione tra la struttura profonda di una frase, il livello semantico, dalla struttura superficiale, livello sintattico. L’influenza del linguaggio sul pensiero Ipotesi della relatività linguistica= la lingua modella e influisce sul modo in cui le persone di una cultura percepiscono e comprendono il mondo. Il linguaggio fornisce le categorie usate per costruire la propria comprensione delle persone e degli eventi esterni: il linguaggio produce e modella i pensieri. Studi recenti invece sono a favore dell’ipotesi che sia il pensiero a produrre il linguaggio L’ipotesi della relatività linguistica non è stata del tutto abbandonata ma rinnovata; alcune forme di linguaggio influiscono su determinati aspetti del pensiero. In ogni caso è evidente che la lingua influenza il modo di pensare, ma è anche vero che il pensiero influisce sul linguaggio. Quindi è probabile che linguaggio e pensiero interagiscano in modi complessi. Un’altro fenomeno che fa riflettere rispetto alla relazione tra pensiero e linguaggio è il bilinguismo, che fornisce vantaggio significativi rispetto a chi parla una lingua: hanno più flessibilità cognitiva, comprendono i concetti più facilmente, dispongono di più strumenti di pensiero… Alcuni psicologi affermano che la società dovrebbe promuovere un alternaation model di competenze biculturali. Così da sostenere membri di una determinata cultura che cercano di mantenere la loro identità culturale originaria ma allo stesso tempo permettere loro di integrarsi nella cultura adottiva Gli animali usano il linguaggio? Molti animali comunicano tra loro in modo rudimentale. Gli psicologi sono riusciti a insegnare le scimpanzé a comunicare a livelli alti: dopo quattro anni di allenamento, uno scimpanzé ha imparato 132 gesti corrispondenti a parole e a combinarli in semplici frasi. Un altro scimpanzé possiede abilità linguistiche che gli psicologi hanno valutato simili a quelle di un bambino di due anni. Nonostante le capacità dimostrate da casi emblematici i critici sostengono che il linguaggio utilizzato da questi animali manchi della grammatica e delle costruzioni complesse e uniche tipiche del linguaggio umano. La maggior parte delle ricerche dimostra che gli uomini sono dotati di più strumenti rispetto agli animali per produrre il linguaggio nella forma di frasi compiute di senso.
Il linguaggio verbale è apparso solo in un secondo momento, innestandosi sulla comunicazione non verbale e andando a rappresentare un diverso livello di comunicazione. Tuttavia la comunicazione non verbale è rimasta come fondamentale dimensione all’interno dei processi comunicativi: essenziale sul piano relazionale, in quanto interviene nella manifestazione delle emozioni e dell’intimità, dei rapporti di potere, nei fenomeni della persuasione e della seduzione, nella creazione di immagini di sé e nella gestione della conversazione. Alla comunicazione non verbale è affidata in modo predominante la componente relazionale della comunicazione: la comunicazione infatti, non riguarda soltanto conoscenze, informazioni e notizie da condividere con l'interlocutore, ma anche le relazioni interpersonali. I linguaggi non verbali presentano un certo grado di universalità, in quanto le manifestazioni sono governate da strutture e meccanismi neurobiologici geneticamente determinati, ma allo stesso tempo presentano un certo grado di variabilità, in quanto ogni manifestazione si inserisce in un preciso contesto culturale, sociale e relazionale. In più si può variare da un elevato grado di controllo a 1° più ridotto di volontarietà. La comunicazione non verbale assume una funzione fondamentale nella definizione, nel mantenimento e nella difesa della posizione di dominanza. La comunicazione non verbale tra natura e cultura Una prima prospettiva che ha tentato di descrivere l’origine e la natura della comunicazione è la concezione innatista, concentrata sulla mimica facciale. Secondo la concezione innatista, le espressioni facciali sono il risultato dell’evoluzione dell’uomo, quindi universali. Secondo Darwin tali espressioni ricoprivano in origine una funzione precisa nel corso delle esperienze emotive e sono rimaste come abitudini, comportamenti automatici. Da qui Ekman ha elaborato le teoria neuro-culturale; esiste un programma nervoso specifico per ogni emozione, in grado di attivare pattern di azione dei muscoli facciali che danno origine alle espressioni facciali associate a ciascuna emozione. Tale programma assicura l'invariabilità e l'universalità dell'espressioni facciali. I processi cognitivi di valutazione possono intervenire inducendo la comparsa di modificazioni e variazioni dell’espressione prodotta dal programma nervoso. Palio modificazioni sono definite da Ekman display rules e, culturalmente apprese sono in grado di modificare la manifestazione non verbale delle emozioni. Una diversa prospettiva è quella culturalista; la comunicazione non verbale viene appresa durante l’infanzia, al pari della lingua, di conseguenza presenta sistematiche variazione in base alla cultura. L’enfasi è posta sui processi di differenziazione, tanto che questa prospettiva sostenuta da Birdwhistell e Klinberg, sfocia in una forma radicale di relativismo culturale, motivo per cui oggi non è più sostenuta e seguita. Infine c’è la prospettiva dell’indipendenza tra natura e cultura; sia la prospettiva innatista che culturalista risultano parziali e unilaterali nell’enfatizzare un unico punto di vista. La prospettiva dell’interdipendenza tra natura e cultura afferma che le strutture e i processi neuro-fisiologici, condivisi in maniera universale, sono organizzai in configurazioni differenti secondo la cultura di appartenenza. In questa attività nervosa si integrano processi elementari automatici, e volontari consapevoli. Dunque la comunicazione non verbale oltre a essere vincolata da meccanismi automatici di base, è soggetta al controllo della coscienza Il sistema vocale Costituita dagli aspetti prosodici dell’intonazione e da quelli paralinguistici di ritmo, tono e intensità. La sintesi degli aspetti verbali e vocali non verbali costituisce l’atto fonopoietico ; consente la trasmissione del segnale a distanza e con un feedback completo da parte del locutore. La dimensione vocale non verbale è composta da diversi elementi:
mantenimento di una certa distanza interpersonale; le culture latina e araba, sono culture della vicinanza, quindi la distanza interpersonale ridotta è percepita positivamente. Il contatto è tra i bisogni fondamentali dell’essere umano e su di esso si fonda il bisogno di attaccamento. Toccare l'altro può comunicare una relazione di vicinanza, affiliazione, supporto, accudimento o può esprimere l'esistenza di un rapporto affettivo, dall'altra parte, il contatto con altri individui può manifestare una relazione di dominanza o di potere poiché, chi occupa una posizione di maggior potere si ritiene più libero di toccare l’altro. Atto comunicativo globale Un’entità molare, unitaria e coesa, organizzata e articolata in una molteplicità di atti molecolari sovraordinati e regolati dall’intenzione comunicativa che stabilisce tra i segni relazioni semiotiche.
Essa può essere definita come l’insieme dei processi di attivazione e di orientamento del comportamento e dell’azione verso un oggetto/meta; ovvero verso la realizzazione di uno scopo. Include aspetti biologici, cognitivi e sociali.
Il concetto di istinto nella psicologia della motivazione Nello studio della motivazione per spiegare i fattori sottostanti al comportamento si è fatto riferimento alla “spinta” derivante da stati interni. In questa prospettiva le prime teorie si incentrano sugli istinti : pattern di comportamenti innati, integrati nel sistema nervoso e biologicamente determinati piuttosto che appresi. Secondo questo approccio le persone nascono pre-programmate, dotati di schemi di azione su base genetica, indispensabili alla sopravvivenza; tali istinti forniscono l’energia che incanala il comportamento in direzioni appropriate. Negli animali è possibile rilevare molteplici comportamenti finalizzati a base genetica: comportamento sessuale, allevamento dei piccoli, il comportamento sociale.. sono tutti comportamenti eseguiti in maniera fissa, presenti allo stesso modo negli individui della stessa specie e indipendenti dall’apprendimento. Il concetto di istinto fu proposto da Darwin: gli individui umani nascono provvisti di istinti che spingono il comportamento in certe direzioni e garantiscono la sopravvivenza. Secondo lui, gli istinti sono soggetti al principio di selezione naturale, perché rappresentano schemi di comportamento che aumentano le possibilità di sopravvivenza e adattamento degli organismi di una specie. La diffusione del concetto di istinto si deve a William McDougall: ”possiamo definire un istinto come una disposizione innata che spinge l'organismo a percepire qualsiasi oggetto di una certa classe e a sperimentare, in sua presenza, un dato eccitamento emotivo e un impulso di agire che trova espressione in un modo specifico di comportamento in relazione a quell’oggetto". Nella definizione è possibile rintracciare una componente cognitiva (il riconoscimento di qualcosa), un’affettiva (ogni istinto è caratterizzato da una specifica emozione) e una conativa (l’impulso di agire in un certo modo). Dunque gli istinti rappresentano i motori di ciascuna condotta. Il concetto di istinto si prestava alla spiegazione di comportamenti elementari, ma risultava scarsamente esplicativo di attività umane più complesse. In più non offriva una spiegazione valida sul perché uno specifico comportamento facesse la sua comparsa in una specie. Etologia e imprinting Il concetto di istinto fu ulteriormente sviluppato e precisato dagli studiosi dietologia attraverso l'osservazione del comportamento di animali in ambiente naturale. Il concetto di istinto fu utilizzato per indicare schemi innati e specie-specifici di comportamento, a carattere automatico e involontario, innescati da stimoli specifici. Lorenz suggerì che quando l’apprendimento introduce modificazioni sul comportamento ereditario, ciò avviene entro limiti precisi. Egli osservò che gli schemi di azione fissa non sono modificabili dall'apprendimento e corrispondono a unità di azione composte da sequenze stereotipate di movimenti. In sintesi, gli studi di matrice etologica descrisse i comportamenti istintivi come sequenze di movimenti regolate da schemi fissi di azione e sensibili a un determinato stimolo attivante detto stimolo-chiave. Tutti gli individui di una certa specie reagiscono nello stesso modo in presenza dello stimolo-chiave. L'osservazione del comportamento di diverse specie animali ha permesso di distinguere stimoli-chiave, e di dimostrare come la selettività della risposta a tali stimoli abbia un valore adattivo, poiché essi rappresentano situazioni in cui è di fondamentale importanza che l'animale risponda.
La pulsione è una tensione motivazionale che spinge l'individuo ad agire per soddisfare un bisogno. Dunque; il bisogno dà origine a una pulsione che fornisce l'attivazione necessaria per mettere in moto un comportamento. Questo, a sua volta, si esprime attraverso un'abitudine che è adeguata al contesto e porta all’azione. In sintesi, il bisogno genera una pulsione, che attiva l'abitudine e la orienta verso l'azione appropriata per soddisfare il bisogno stesso. La teoria dell’incentivo: spinta e attrazione Il modello di Hull venne modificato introducendo il concetto di incentivo: il valore di ricompensa dell’oggetto. Attraverso il concetto di incentivo si riconosce la possibilità che un fattore che non è interno all’organismo, ma che appartiene all’ambiente, possa intervenire a motivare il soggetto. Dunque, sono le proprietà desiderabili di stimoli ambientali a costituire i motori della motivazione. Nonostante la teoria sia in gradi di rendere conto del perché ci si lasci sopraffare da un’incentivo anche in assenza di corrispondenti pulsioni interne, essa no spiega in maniera esaustiva la motivazione, poiché talvolta gli organismi tentano di soddisfare i bisogni anche quando non vi sono chiari incentivi. Di conseguenza si è sostenuto che le pulsioni interne lavorino congiuntamente con gli incentivi esterni, spingendo e attraendo un comportamento. Istinti o pulsioni? Alcune differenze Le pulsioni possono essere soggette a variazioni tra individui e alle influenze dell’ambiente. Le teorie della riduzione delle pulsioni assegnano un ruolo centrale all’apprendimento: il comportamento che ha maggior successo nella riduzione della pulsione sarà appreso e successivamente ripetuto i meccanismi del condizionamento classico e operante sono alla base della formazione delle connessioni tra pulsioni, abitudini e incentivi. Infatti attraverso incentivi e ricompense è possibile determinare l'apprendimento di comportamenti e il consolidarsi di abitudini: determinati oggetti o situazioni nell'ambiente assumono cioè il ruolo di incentivo attraverso la loro ripetuta associazione con stati affettivi positivi a seguito della soddisfazione di una pulsione o con stati negativi a seguito di un'esperienza insoddisfacente. Tali rinforzi possono essere primari; rinforzi indipendenti dall'apprendimento che soddisfano bisogni biologici, o secondari; che sono invece appresi e culturalmente determinati. Nonostante le teorie della riduzione delle pulsioni forniscono una buona spiegazione del modo in cui le pulsioni primarie motivino il comportamento, non sono sufficienti a spiegare un comportamento. Il cui obbiettivo non sia quello di ridurre una pulsione, ma piuttosto quello di mantenere o incrementare il livello di eccitamento o di arosual. Ad esempio sia la curiosità sia la ricerca del rischio barra pericolo fanno sorgere un dubbio circa l'efficacia della spiegazione e della motivazione da parte della teoria in discussione. In entrambi i casi, invece di ridurre una pulsione le persone e gli animali sembrano piuttosto essere motivati a incrementare il loro livello generale di stimolazione e di attività. Le teorie dell’arosual e l’assunzione di rischio Le teorie dell’arosual cercano di spiegare comportamenti il cui obiettivo è quello di mantenere o incrementare l’attivazione. Secondo tale teoria, ciascun individuo cerca di mantenere un livello ottimale di stimolazione e attività. Sostiene che la tendenza dell’organismo è volta al loro bilanciamento ed essi vengono di conseguenza ridotti. Tuttavia, prevede un ulteriore corollario: qualora i livelli di stimolazione e attività diventano troppo bassi, immediatamente l’organismo cerca di innalzarli andando in cerca di altri stimoli. Sensation seeking Zuckerman ha parlato di ricerca di sensazioni, elaborando un’apposita scala di personalità per misurare le differenze tra gli individui circa il oro bisogno di stimolazione. La ricerca di sensazioni consiste nel bisogno di stimolazioni nuove, unito alla disponibilità a correre rischi fisici e sociali per provarle. 4 componenti: ✓ (^) La ricerca di brivido e di avventura ✓ (^) La ricerca di esperienze ✓ (^) Disinibizione ✓ (^) Suscettibilità alla noia
Zuckerman ha ipotizzato una radice biologica per la ricerca delle sensazioni, cercando di riportare tale disposizione a processi neurali e biochimici: suppose inizialmente la presenza di differenze individuali nei livelli di eccitazioni ottimali richiesti dal sistema nervoso centrale e in seguito nei processi biochimici nel sistema limbico, che in precedenti studi erano risultate associate all'interesse e alla curiosità. Tali ipotesi non hanno trovato conferma e le basi neuro- fisiologiche della ricerca di sensazioni rimangono controverse.
La situazione di rischio Altre ricerche hanno messo in luce come la ricerca di sensazioni, del brivido e delle eccitazione non sarebbe l'unica componente per spiegare la motivazione alle situazioni rischiose. Un’azione è rischiosa quando comporta la possibilità di un esito negativo e di una perdita a esso associata. L’assunzione di un rischio può essere spiegata attraverso il modello dell'investimento razionale: nonostante la possibilità di andare incontro a una perdita, talvolta le persone intraprendono attività rischiose in vista dei possibili forti guadagni qualora l'azione abbia invece esito positivo. Questa teoria non dà conto di situazioni rischiose in cui l’incolumità e la vita stressa dell’individuo sono messe in pericolo senza prospettive di guadagni. Un fattore è la ricerca di stimolazioni. Tuttavia focalizzando l'attenzione sulla differenza tra situazioni di rischio e situazioni in cui invece è dipendente dall'abilità del soggetto, è stato mostrato come le persone che praticano sport rischiosi non cerchino il rischio barra pericolo di per sé, ma abbiano invece una forte tendenza al rischio legata alla propria abilità. Il rischio, dunque, è valutato come piacevole solo finché il soggetto ha la sensazione di avere il controllo sul corso degli eventi e per questa ragione atleti, scalatori… Si sforzano di ridurre al minimo il rischio dovuto all'influenza di fattori incontrollabili e causali nelle loro imprese. Una terza componente: vestibolare= piacere provato provato sperimentando particolari stati di movimento-caduta, velocità, rotazioni…
Murray distinse tra bisogni primari o viscerigeni: necessità fisiche dell’organismo, e bisogni secondarsi o psicogeni: che vengono acquisiti nel corso dello sviluppo individuale tramite esperienze di apprendimento nella realtà sociale e culturale di riferimento. Secondo Murray i bisogni sono forze interne che organizzano tutte le attività e il comportamento dell'individuo in vista della modifica di una situazione ritenuta insoddisfacente; le pressioni invece sono costituite dalle situazioni ambientali che agiscono sull'individui suscitandone i bisogni. L'idea è quella di un'associazione stabile tra una pressione ambientale e un bisogno, per cui l'individuo prova un bisogno in determinate circostanze di pressione oppure ricerca un oggetto associato allorché prova il bisogno corrispondente. Ciò significa che l'interpretazione e la percezione di una situazione dipendono dalla forza del bisogno del soggetto. A partire dalla teoria di Murray, McClelland distinse tre grandi classi di bisogni secondari: il bisogno di successo - il bisogno di affiliazione - il bisogno di potere. La gerarchia dei bisogni di Maslow Fondatore insieme al C.Roger della psicologia umanistica, Maslow sviluppò un approccio singolare allo studio della motivazione. Il suo modello classifica i bisogni secondo una gerarchia e sostiene che, affinché bisogni più sofisticati possano sorgere, è necessario prima soddisfare i bisogni di base. Una volta cessati questi ultimi cessano di dominare l’organismo e l’organizzazione dei suoi componenti e lasciano spazio all’insorgere di altri bisogni di grado superiore. Piramide: base= bisogni primari e, parte superiore= bisogni di ordine più elevato. Bisogni fisiologici : bisogni primari Bisogni di sicurezza = la necessità di un ambiente sicuro e al riparo Finché i bisogni fondamentali non sono soddisfatti, gli individui difficilmente mostrano interesse verso bisogni più elevati. Una volta soddisfatti possono emergere bisogni più evoluti; di amore, appartenenza, stima e di autorganizzazione. I bisogni di amore e appartenenza comprendono il bisogni di relazione, di dare e avere affetto e di essere membri partecipi di un gruppo/società. Bisogni di stima = riguarda il bisogno di sviluppare un senso di sé come individui degni di considerazione. Comprendono sia il bisogno di autostima, di fiducia in sé, di adeguatezza e di indipendenza… Bisogno di autorganizzazione = uno stato di auto-soddisfazione per cui, le persone riescono a realizzare il proprio potenziale, a trovare la “propria strada” I primi bisogni della piramide sono detti bisogni di carenza, poiché decrescono in concomitanza con la loro soddisfazione, i successivi sono detti di crescita, poiché continuano a svilupparsi.
Incentivo centrato sul compito o centrato sull’attività: l’esperienza di flusso Il modello cognitivista descritto è un modello razionalistico, mira a ricostruire i processi cognitivi che guidano l’azione. Si agisce in vista di un obbiettivo o di uno scopo in funzione della valutazione soggettiva di probabilità di conseguimento di un risultato e del valore di incentivo di tale risultato. Non è solo l’anticipazione del successo e delle conseguenze positive a motivare all’azione, ma anche l’impegno, il lavoro e la concentrazione verso un obiettivo non ancora raggiunto. Che portano a immergersi nell’attività e a rimanere assorbiti. Essi costituiscono un possibile incentivo a intraprendere quell’azione. La particolare esperienza di totale assorbimento nell’esecuzione e nello scorrere fluido di una certa attività è stat denominata Flow ed è vissuta dall’individuo come particolarmente piacevole. Si caratterizza per la temporanea perdita del livello superiore di coscienza, per l’assorbimento in un’attività che fluisce senza ostacoli per la concentrazione elevata e l’assenza di percezione temporale. L’esperienza totale di immersione è caratterizzata dall’assenza di auto-osservazione ma contemporaneamente dalla presenza di controllo della situazione e dalla chiara percezione dell’andamento dell’attività e dalle finalità proprie dell’azione, senza alcuna necessità di fini o ricompense esterne all’attività stessa. Motivazione intrinseca ed estrinseca Motivazione intrinseca= porta a intraprendere un’attività per il proprio piacere piuttosto che per un qualsiasi riconoscimento concreto o tangibile. Motivazione estrinseca= ha come obiettivo denaro, voti o altre ricompense concrete. Un comportamento si dice intrinsecamente motivato quando avviene in virtù di se stesso, estrinsecamente motivato quando il suo movente è posto all'esterno dell'attività vera e propria. Applicare diverse prospettive alla motivazione
In alcune delle prospettive teoriche teoriche sopra esaminate, si è parlato della fame come di un bisogno primario, di un istinto o di una pulsione fondamentale. L’assunzione di cibo è necessaria per l’accrescimento e il mantenimento di tutti i sistemi organici e per soddisfare il fabbisogno energico richiesto dall’organismo. I fattori biologici nella regolazione della fame Complessi meccanismi biologici e molteplici sistemi neuro-fisiologici guidano gli organismi a ricercare cibo o a smettere di mangiare. Secondo alcune teorie sviluppate a tale proposito sarebbe lo stomaco vuoto, contraendosi, a causare la sensazione di fame e lo stomaco pieno ad alleviare i morsi. (Teoria criticata) Le teorie del valore di riferimento Secondo la teoria glucostatica , un fattore importante è il cambiamento della composizione chimica del sangue, in particolare cambiamenti del livello di glucosio sarebbero responsabili della regolazione della sensazione di fame. I livelli di glucosio sono monitorati dall’ipotalamo e in particolare da recettori collocati nell’ipotalamo laterale. La fame sarebbe dunque provocata dalla caduta dei livelli di glucosio nel sangue al di sotto di un valore critico e dalla necessità di correggere tale deviazione dal valore di riferimento; viceversa il suo amento al di sopra di tale valore costituisce segnale di sazietà. Teoria ipostatica= la fame è asservita al mantenimento di una quantità costante di grasso corporeo. Tale teoria si basa sull'osservazione che la quantità di lipidi corporei tende a essere mantenuta costante nella maggior parte dell'individuo adulti e che variazioni nel peso sono legate a cambiamenti nella quantità di grasso corporeo piuttosto che di altri tessuti. Ciascun individuo sarebbe caratterizzato da un valore critico per il grasso corporeo, probabilmente legato a fattori genetici. Quando la massa lipidica cade al di sotto di questo livello, deve essere ripristinato attraverso l’assunzione di cibo. La prima teoria rende conto della regolazione dell'alimentazione a breve termine, la seconda a lungo termine, attraverso un sistema feedback negativo che controlla il mantenimento di un valore ottimale o valore critico di riferimento. Quando si registrano deviazioni da tale valore ottimale nei parametri biologici, si innescano meccanismi di motivazione all'assunzione di cibo affinché tali parametri ritornino entro i valori critici di riferimento.
Il ruolo dell’ipotalamo: il modello dei due centri L'ipotalamo svolge una funzione primaria nella regolazione dell'assunzione di cibo. Ratti a cui è stato danneggiato l'ipotalamo laterale possono digiunare fino alla morte. Rifiutano il cibo quando li viene offerto a meno che non siano nutriti a forza. al contrario, il danno nell'ipotalamo ventromediale porta a un'alimentazione eccessiva. Negli umani un fenomeno simile accade a chi ha un tumore all’ipotalamo. È stato dunque suggerito che in queste aree si collochino un centro della fame e uno della sazietà. Ma il modo in cui l’ipotalamo operi a atea scopo non è ancora chiaro. Un'ipotesi che ha a lungo dominato la spiegazione delle basi fisiologiche dell'alimentazione sosteneva che i centri regolatori della fame e della sazietà collocati nell'ipotalamo fossero deputati al monitoraggio dei livelli di glucosio grasso corporeo in funzione di valori critici di riferimento. Danni a livello dell'ipotalamo dunque alterano il valore di riferimento del peso, ossia lo specifico livello di peso che il corpo tende a mantenere. Nonostante i centri della fame e della sazietà siano rilevanti, non sono gli unici centri responsabili del comportamento alimentare, ma con essi interagiscono numerosi altri sistemi neuro-anatomici e neuro-funzionali. L'assunzione smodata di cibo e la conseguente obesità che seguono lesioni dell’IVM sembrano mirare alla necessità di provvedere al fabbisogno energetico più che al mantenimento di un valore di riferimento. In particolare si parla di lesioni più circoscritte ai nuclei paraventricolari dell’ipotalamo. Alimentazione e fattori sociali L’idea che l’alimentazione sia regolata esclusivamente da meccanismi omoestatici, che controllano parametri biologici in funzione di valori critici interni prefissati, non considera l’influenza che può essere esercitata da variabili esterne, come l’appetibilità del cibo, il contesto sociale, l’apprendimento. Le teorie dell’incentivo hanno posto in luce il valore motivante assunto da determinati stimoli esterni, che diventano oggetto di desiderio e attraggono l’individuo. Fattori esterni di natura sociale e culturale, basati su regole sociali e di apprendimento nel tempo dei comportamenti appropriati, hanno anch’essi un ruolo importante. Altri fattori sociali sono legati al nostro comportamento alimentare. Ad es È possibile che, attraverso i meccanismi di condizionamento classico e operante, si impari ad associare il cibo con il conforto e la consolazione. Analogamente è possibile associare il mangiare, che sposta l'attenzione verso un piacere immediato, ha una scappatoia da pensieri scomodi. Le origini dell’obesità L’organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che il disturbo ha raggiunto proporzioni epidemiche, dando origine a incrementi di malattie cardiache, diabete, cancro e morti premature. La misura più utilizzata nella definizione dell’obesità è quella dell’indice di massa corporea che si basa sul rapporto peso-altezza. Persone con un BMI superiore a 30 sono considerate obese, tra i 25-30 sovrappeso. Essere sovrappeso piò comportare gravi rischi alla salute. Sia fattori biologici sia sociali influenzano il comportamento alimentari, l'analisi delle cause dell'obesità si è mostrato un compito alquanto arduo. La ricerca ha seguito svariati percorsi.Alcune teorie hanno definito l’obesità come il prodotto di un’ipersensibilità a stimoli alimentari esterni fondata su fattori sociali, associata a un’insensibilità alle sensazioni interne della fame. Altre hanno fornito spiegazioni di tipo biologico e genetico, quali il metabolismo lento, un numero elevato di cellule adipose, o il concetto di valore critico di riferimento del peso, sostenendo che le persone sovrappeso hanno dei valori di riferimento molto più alti rispetto rispetto ad altri. L'individuo obesi si caratterizzano per un livello più elevato di leptina, un ormone che protegge il corpo dalla perdita del peso. Il sistema di regolazione del peso del corpo sembra quindi programmato a proteggere dalla perdita di peso piuttosto che dall’acquisizione. Una seconda spiegazione biologica è legata alla grandezza e al numero di cellule di grasso presenti nel corpo, che aumenta all'aumentare del peso. La perdita di peso dopo l'infanzia non influisce sul numero di queste cellule, ma solo sulla loro dimensione.di conseguenza, l'individui sono in un certo modo legati al numero di cellule lipidiche che ereditano sin dall'infanzia e il grado di aumento ponderale durante i primi quattro mesi di vita e correlato all'obesità durante la successiva infanzia. Considerando la rapidità con cui il fenomeno dell’obesità è aumentato, sembra più plausibile la teoria del valore di assestamento secondo cui l'assunzione di cibo è diretta non al mantenimento di un valore fisso di massa lipidica, ma l'esigenza di mantenere il peso corporeo attorno a un valore personale di assestamento che dipende da una combinazione tra eredità genetica e tipo di ambiente in cui si vive.