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Appunti sulla teoria di Seneca e riassunto delle sue opere principali.
Tipologia: Appunti
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Seneca compone nel contesto della dinastia giulio-claudia, contesto di chiusura e autocrazia (assolutismo politico); essa inizia con la morte di Augusto (14 d.C.)/ Ovidio e termina con la morte di Nerone (68 d.C.). I sovrani che salgono al potere per questa dinastia sono; Tiberio nel 37 d.C., Caligola nel 41 d.C., Claudio nel 54 d.C., Nerone fino al 68 d.C.. Augusto muore senza lasciare eredi maschi (aveva solo una figlia femmina, Giulia, con cui Ovidio ebbe una “tresca” che gli costò la condanna all’esilio); Tiberio, figlio di primo letto della moglie Livia, viene adottato. Nella seconda parte dell’età augustea, che vede la morte di Mecenate e un Augusto anziano più chiuso dell’Augusto giovane, inizia a svilupparsi un’importante frattura fra intellettuali e potere, frattura che si radicalizza nell’età giulio-claudia. La dinastia giulio-claudia vede instaurarsi sovrani dal potere assoluto e venire meno ogni spiraglio di libertà di pensiero e parola; gli intellettuali si scindono fra intellettuali adulatori organici al potere e intellettuali dissidenti. In questo contesto, il Senato perde progressivamente importanza e subisce un significativo svilimento; non vengono reintegrati al suo interno soggetti dal grande profilo intellettuale, mentre ne entrano a far parte liberti tirapiedi dell’imperatore, è forte la spaccatura tra princeps e gli intellettuali di vecchia data un tempo parte del Senato. Tali intellettuali sono guidati dal principio stoico per cui il vero saggio ricerca l’autonomia interiore indipendentemente da quanto accade nel mondo esterno. L’oratoria politica in questi anni sparisce, non essendoci più libertà di parola e pensiero scompare pure la possibilità di avere un dibattito pubblico libero; come afferma Tacito nel De Oratoribus “la vera eloquenza è finita con Cicerone assieme alla libertà che la alimenta”. L’oratoria dell’età giulio-claudia è quella dei tribunali e quella epidittica (dimostrativa o scolastica, di cui Isocrate è l’inventore); i discorsi che si mira a fare sono discorsi suasoriae et controversiae , di persuasione o dissidenza. Nell’ Elogio della mosca del II secolo d.C., Luciano di Samosata utilizza le tecniche dell’encomio e le applica a un soggetto assurdo ed insignificante: la mosca. In questo modo, egli mostra l’artificiosità e l’eccesso della retorica encomiastica, che diviene via via più vuota di contenuti reali, e ne parodizza gli eccessi. Anche nell’ Elogio della calvizie di Sinesio di Cirene del IV secolo d.C. si riscontra qualcosa di analogo; il testo è un testo ironico in cui viene difesa la calvizie come segno di intelligenza e saggezza. Entrambi gli elogi costituiscono esempi di discorsi fittizi fini ad una retorica vuota. Anche il Satyricon di Petronio del I secolo d.C. si apre con la figura di un oratore, Agamennone, che pronuncia discorsi belli ma che tecnicamente riguardano il nulla, discorsi che schifano un ascoltatore colto. Per quanto riguarda invece la storiografia scientifica, che ha avvio con Tucidide (V secolo a.C.), essa esiste solo laddove esiste la democrazia, quindi decisamente non nel contesto dell’età giulio-claudia. La storiografia di questa età è storiografia adulatoria nei confronti dell’imperatore, chiunque scriva della storia vera viene o esiliato o condannato a morte e le sue opere bruciate. Saranno gli storiografi posteriori a celebrare le morti illustri degli intellettuali a
loro precedenti, come Tacito negli Annales , nel cui V libro si tratta la morte di Seneca, stoico, a confronto con quella di Petronio, epicureo, con chiara ispirazione al Fedone di Platone. In questo contesto scrive anche il novellista Fedro; la critica all’autocrazia romana e alla violenza dell’oppressione è veicolata da generi letterari diversi. L’epica giulio-claudia si pone in netta antifrasi con l’Eneide virgiliana, che costituisce il punto più alto mai raggiunto dall’epica latina. Nell’Eneide la perfezione formale dell’opera dà l’idea di un’opera semplice, armonica, non pesante; contenuto e forma sono perfettamente integrati, c’è equilibrio tra la raffinatezza dello stile alessandrino e il messaggio propagandistico da veicolare. Lo stile dell’epica giulio-claudia è invece ridondante, mette in luce le brutture e le contraddizioni legate alle origini dell’autocrazia a Roma. L’epica di Lucano, nipote di Seneca, nasce dalla volontà di ritrarre il passaggio da repubblica a principato; nella sua opera il rituale della catabasi viene ad esempio descritto assieme alla pratica della necromanzia con un gusto dell’orrido del tutto estraneo a Virgilio. Il messaggio non è più quindi l’esaltazione della gloriosa nascita di Roma, bensì una sorta di fotografia della sua decadenza.
Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova, in Spagna, tra il 6 e il 4 a.C. da una famiglia appartenente al ceto equestre; suo padre era Lucio Anneo Seneca retore (Seneca padre o Seneca il Vecchio). Giunge a Roma da bambino e diviene allievo dello stoico Attalo. Frequenta la scuola dei Sestii, basata sui precetti della filosofia stoica e su un rigido regime di vita contrassegnato dal vegetarianesimo (che Seneca abbandona per rispetto del desiderio del padre quando Tiberio nel 19 d.C. bandisce i culti stranieri), dall’ascetismo e da quotidiani esami di coscienza. La sua salute viene compromessa dalla rigida disciplina e dalle rinunce a cui si sottopone e la famiglia lo invia in Egitto per ritemprare il fisico in un clima diverso; quando lo zio-governatore cade in disgrazia egli è costretto a tornare a Roma nel 31 d.C.. Lì si dedica agli studi retorici, in cui eccelle, grazie ai quali e grazie alla propria condizione sociale riesce ad integrarsi nella vita di corte. Questore nel 32 d.C., ha accesso al Senato. Quando Claudio sale al potere, Seneca viene relegato in Corsica con l’accusa di adulterio con la sorella di Caligola. Quando poi Claudio fa uccidere la moglie e sposa Agrippina, che trama perché suo figlio venga prescelto come successore, l’esilio di Seneca viene revocato, e lui diventa addirittura istitutore del giovane principe. Nel 54 d.C. Claudio muore avvelenato dalla consorte e Nerone diventa imperatore; Seneca guadagna una posizione di primo piano nella corte e, assieme al prefetto del pretorio Afranio Burro, diviene il consigliere di maggior peso del sovrano. I due indirizzano al bene comune la maggior parte delle scelte dei cinque anni ricordati come il “quinquennio di Nerone”, un periodo di pace politica e floridezza economica. Seneca nutre il sogno di influire in modo positivo sull’indole di Nerone, ma il suo carattere dispotico e violento non tarda a manifestarsi (si macchia della responsabilità dell’assassinio del figlio di Claudio e della madre Agrippina, di cui non sopportava più il controllo). Seneca riconosce il fallimento del suo progetto educativo e politico; da un lato egli era
De ira : trattato sulla peggiore delle passioni, l’ira, che fa perdere all’uomo la razionalità, la moderazione e il senso del limite, e che deve essere del tutto assente in un buon filosofo stoico. La collera incontrollata è caratteristica del tiranno, che non riesce a tenere a freno la sua brama di potere e si lascia trascinare nelle imprese più sanguinarie e sacrileghe (come nel caso di Caligola, principe folle per eccellenza, il cui nome è ricorrente all’interno dell’opera). A questo si contrappone Augusto, esempio di saggezza e moderazione e predominio sull’ira. Il trattato costituisce una sorta di contraltare del De tranquillitate animi. De brevitate vitae : trattato dedicato a Paolino, padre della seconda moglie di Seneca, e scritto subito dopo il ritorno di Seneca dall’esilio. L’opera è dedicata al problema del tempo e all’utilizzo che l’uomo ne fa ed è un’esortazione alla contemplazione filosofica; la natura non ci ha dato poco tempo, siamo noi che lo usiamo male, sprecandolo in attività inutili, e ce ne rendiamo conto e preoccupiamo solo dopo averlo perso. Non viviamo hic et nunc , diamo troppo poco peso all’utilizzare bene il tempo tramite l’applicazione della filosofia stoica e della bona mens , a fatti e non a parole. La brevità del tempo è relativa a come uno lo usa. De tranquillitate animi : trattato dedicato al prefetto delle guardie imperiali sotto Nerone Anneo Sereno, amico di Seneca. Il tema centrale è quello della fede da mantenere sempre nei confronti dei propri ideali, anche silenziosamente; qualora ad un vero saggio sia impedito di parlare liberamente, egli rimarrà comunque fedele ai valori in cui crede, perché una bona mens è utile e vantaggiosa anche in silenzio. Altro aspetto evidenziato nell’opera è la funzione politicamente attiva del saggio; Seneca non è mai stato un collaborazionista attivo e convinto, non adempiendo mai alla linea politica di chi stava al governo, il suo era più un collaborazionismo strategico, per ottenere vantaggi in cambio. De beneficiis : il tema centrale del trattato, diviso in sette libri, è la valenza fortemente positiva dello scambio reciproco di beni. Richiamando il De officiis ciceroniano, Seneca tratta il legame tra beneficato e benefattore alla base della convivenza umana, evidenziando la riconoscenza del primo e la bontà del secondo. In alcune pagine del dialogo si allude alla rottura con Nerone, a cui viene contrapposto Augusto, inconsolabile al momento della morte di Agrippina e di Mecenate, consapevole della loro insostituibilità. Naturales quaestiones : trattato diviso in sette libri, il cui titolo rimanda al De rerum natura di Lucrezio, che tratta la natura dei fenomeni del cielo, delle acque, dei venti, delle nubi, delle comete, ecc. Obiettivo di Seneca, fiducioso nei progressi della scienza, è quello di liberare l’umanità dal timore irrazionale dei fenomeni fisici: questi ultimi devono essere approcciati e spiegati logicamente e razionalmente, tutto in natura può essere spiegato con la ratio. Grazie allo studio razionale della natura l’uomo può raggiungere la conoscenza del divino, irraggiungibile invece per chi crede che l'universo sia un prodotto del caso. La scienza è quindi subordinata all’etica e alla morale. Seneca, con un atteggiamento che si potrebbe dire ecologista, denuncia gli abusi nei confronti dell’ambiente, che ha messo tutto a portata dell’uomo e che da quest’ultimo viene continuamente alterato per soddisfare desideri superflui. Epistulae ad Lucilium : centoventiquattro lettere suddivise in venti libri scritte dopo il ritiro di Seneca dalla vita politica e dedicate a Lucilio, eques dagli importanti incarichi amministrativi che
si era cimentato anche nella carriera letteraria. Seneca si pone nei confronti del destinatario come una guida spirituale che lo conduca verso la conquista della saggezza (anche se egli stesso dichiara di non averla ancora pienamente raggiunta); le sue riflessioni su problemi etici gioveranno non solo all’amico ma anche ai posteri, e di questo il filosofo è pienamente consapevole. Le epistole si fanno a mano a mano più lunghe e complesse, passando da principi elementari e generici, spesso epicurei, a principi sempre più complessi e più vicini alla filosofia stoica, prendendo via via la forma di ampi trattati di contenuto didattico. Lucilio sembra quindi vivere una progressiva maturazione filosofica verso lo stoicismo. Seneca ha voluto conferire alla raccolta l’aspetto di un epistolario reale, inserendo qua e là allusioni a fatti privati di Lucilio, a sue risposte, e al mutare progressivo delle stagioni; tuttavia, è indubbio che l’autore pensasse anche alla pubblicazione delle sue lettere, non rivolte esclusivamente a Lucilio, ma anche ai posteri. L’epistolario mira, attraverso il dialogo tra maestro e allievo, ad insegnare il modo di raggiungere l’equilibrio interiore e il dominio di sé, liberandosi dalle passioni, dalle credenze vane e dal timore della morte. Seneca non si pone come maestro assoluto ed invincibile, ma come un maestro che cerca a sua volta di percorrere il cammino verso la virtù con tutte le sue difficoltà. Nelle lettere i fatti privati e quotidiani diventano spunti di riflessione morale e analisi di singoli problemi etici. Il maestro esorta l’allievo a distaccarsi progressivamente dagli impegni politici e utilizzare nel modo migliore la raggiunta condizione di otium, conquista di chi ha dedicato gran parte della propria esistenza agli impegni pubblici. Seneca tenta di mostrare la via per conquistare la libertà interiore tramite il distacco dai beni materiali e dalla competizione per le cariche o gli onori. L’insistenza della riflessione sulla conclusione dell’esistenza, sul senso del tempo, sul suicidio, ci fa capire che il filosofo sente ormai vicina la propria fine. Seneca si prepara a morire, il suo ultimo fine è l’eliminazione di ogni paura della morte: quest’ultima costituisce una legge di natura a cui è vano opporsi e che pone fine ai mali dell’esistenza. Il saggio che non la teme è il saggio che ha conquistato l’indipendenza dal mondo e dai suoi beni effimeri. Le tragedie di Seneca sono di cronologia incerta; la presenza di frequenti tirate anti-tiranniche induce a pensare che esse siano state composte all'epoca in cui il filosofo era precettore del giovane Nerone. La dimostrazione dei danni provocati da un atteggiamento dispotico si inserisce quindi nel programma pedagogico che Seneca mirava ad applicare col princeps , sperando di indurlo così a non trasformarsi in un despota assoluto. L’autore non è mai stato un aperto contestatore politico, il suo obiettivo era quello di evitare ogni frizione col potere; le tirate anti-tiranniche contenute nei suoi drammi si pongono quindi come paradigmi negativi, il suo teatro vuole essere un teatro di esortazione, con finalità educative. Nelle sue tragedie Seneca mette in scena il punto a cui l’uomo arriva quando non adotta la bona mens, esse sono una sorta di polo negativo rispetto ai dialoghi filosofici; i protagonisti vengono colti da passioni sfrenate, da un furor irrazionale, e arrivano a conseguenze tragiche dettate dalle loro scelte rovinose. I drammi senechiani non erano destinati alla rappresentazione, bensì alla declamazione; la mancanza dell’intervento del coro con un atteggiamento moralistico e didascalico lascia trasparire una visione pessimistica di fronte allo scaternarsi delle passioni. Tra i tragediografi a cui si ispira Seneca dimostra di preferire Euripide; tuttavia, le sue tragedie si focalizzano sull’uso della parola
passivi, terzo attivo in climax discendente che va dalla volontarietà alla involontarietà della perdita) collige et serva (tricolon di imperativi che rende il carattere categorico dell’esortazione). Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt (costruzione retorica analoga a quella prima + ripetizione del prefisso ex che sottolinea il carattere definitivo della perdita). Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, maxima pars vitae elabitur male agentibus, magna nihil agentibus, tota vita aliud agentibus (tricolon con variatio del complemento oggetto). Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? (linguaggio settoriale non filosofico ma economico) In hoc enim fallimur (Seneca non si pone come un sapiens , sottolinea la sua partecipazione al cammino verso la sapienza con la prima persona plurale), quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro
sprecato). Fac ergo (variatio in chiasmo di Ita fac ), mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere (passaggio da indicativo a imperativo, funzione conativa del linguaggio); sic fiet ut (completiva retta da fiet o apodosi periodo ipotetico) minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris (lessico economico). Dum differtur vita transcurrit (γνώμη). Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult (il momento presente è l’unico bene di cui l’uomo può disporre, anche il possesso del tempo è fugace perché la natura ne decide la durata). Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur (linguaggio economico), (virgola dal valore avversativo) nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit (linguaggio finanziario), cum interim (temporale dal valore avversativo) hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio (è Seneca che insegna a Lucilio). Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae (risposta metaforica, Seneca è come un amante del lusso che monitora le uscite). Non possum dicere (variatio rispetto a fatebor ) nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum (interrogative in tricolon in polisindeto) dicam; causas paupertatis meae reddam (Seneca perde talora del tempo, ma è consapevole della perdita). Sed evenit mihi quod ( evenit sottinteso) plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo (antitesi) succurrit. Quid ergo est? Non puto pauperem (allitterazione della p + eum sottinteso) cui quantulumcumque superest sat est (riferendosi a se stesso afferma che non è povero chi è in là con l’età perchè ha poco tempo, se il tempo prima non lo ha sprecato); tu tamen malo serves tua (poliptoto), et bono tempore incipies (l’applicazione della bona mens deve iniziare in gioventù, non si può rimandare). Nam ut visum est maioribus nostris, 'sera parsimonia in fundo est'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum (omoteleuto che sottolinea il proverbio degli antenati per dire che in fondo al recipiente, metafora per la vita, rimane la parte peggiore del contenuto) remanet. Vale.
Seneca saluta il suo caro amico Lucilio. Fa così, mio caro Lucilio: rivendicati a te stesso e metti assieme e conserva il tempo, che fin’ora o era sottratto o era rubato o si perdeva. Persuaditi che questa cosa è così
come scrivo: alcuni momenti ci sono sottratti, alcuni ci sono portati via, alcuni si perdono. Tuttavia è vergognosissima la perdita che avvenga per negligenza. E, se avessi voluto farci attenzione, la maggior parte della vita scivola via per coloro che agiscono male, gran parte della vita scivola via per coloro che non fanno niente, tutta la vita scivola via per coloro che fanno altro. Chi mi darai che attribuisce un qualche valore al tempo, che stima il giorno, che comprende di morire ogni giorno? In questo infatti ci sbagliamo, ovvero che vediamo la morte davanti a noi; gran parte di questa se n’è già andata: la morte tiene tutto ciò che di tempo è dietro. Dunque fa, mio caro Lucilio, ciò che scrivi di fare, abbraccia tutte le ore. Così accadrà che dipenda meno dal domani, se avrai messo mano sull’oggi. Mentre si perde tempo, la vita trascorre. Tutte le cose, oh Lucilio, sono altrui, soltanto il tempo è nostro: la natura ci ha posto nel possesso di un’unica cosa fugace e scivolosa, dalla quale chiunque lo voglia ci caccia. E tanto grande è la stoltezza degli uomini che tollerano siano messe loro in conto, quando le hanno chieste, quelle cose che sono di pochissimo conto e vili, certamente recuperabili, ma nessuno che ha ricevuto del tempo ritiene di dovere qualcosa, mentre nel frattempo questa cosa è l’unica che nemmeno una persona grata può restituire. Chiederai forse cosa io faccia, io che ti insegno queste cose. Lo confesserò sinceramente: mi accade ciò che accade a un amante del lusso, ma attento, mi è noto il conto della spesa. Non posso dire di non perdere niente, ma dirò cosa perdo, perché e in che modo; riferirò le cause della mia povertà. Ma mi accade ciò che accade ai più ridotti in povertà non per colpa loro: tutti li perdonano, ma nessuno li soccorre. Cosa c’è dunque? Non reputo povero colui per cui è abbastanza quel poco che avanza. Preferisco tuttavia che tu conservi la tue cose e inizierai in un buon momento. Infatti com'è sembrato opportuno ai nostri antenati “il risparmio quando si è in fondo è tardo”; in fondo infatti non rimane il meno, ma il peggio. Ciao.
Seneca invita Lucilio a riappropriarsi di sé e del proprio tempo, spesso perso nell’inazione, o, peggio ancora, nella frenesia di occupazioni inutili. Seneca, più esperto senza però essere per questo sapiens , pur offrendo insegnamenti al proprio allievo, perde a sua volta del tempo, ma ne è pienamente consapevole, e può così apprezzare il poco che gli resta. L’esortazione principale rivolta a Lucilio è quella di coltivare le virtù dell’animo, soffermandosi sulla propria interiorità, unico modo per perseguire una bona mens , traguardo a cui anela il proficiens , l’uomo che cerca di migliorarsi ogni giorno. Seneca invita a soppesare il tempo da una prospettiva qualitativa; ogni istante è prezioso, la consapevolezza della precarietà della vita non deve degenerare in un atteggiamento disfattista né nell'appagamento di piaceri frivoli. Dedicandosi alla pratica filosofica, l’uomo può maturare un’autonomia dallo scorrere inarrestabile della vita. Per veicolare l’immagine del tempo come tesoro dall'immenso valore Seneca ricorre al linguaggio metaforico e alla ripresa di termini dell’area semantica della finanza e del commercio; egli si profila come un uomo parsimonioso, che ha sempre sotto controllo le entrate e le uscite.
padroni di un tempo di conversare coi propri sottoposti, che stavano in silenzio sotto tortura compensando la libertà di parola concessa loro durante i banchetti).
Ho saputo volentieri da coloro che provengono da casa tua che tu vivi in modo familiare coi tuoi servi: questo si addice alla tua saggezza, questo si addice alla tua cultura.”Sono servi”. No uomini.”Sono servi”. No compagni. “Sono servi”. No amici di bassa estrazione sociale. “Sono servi”. No compagni di schiavitù, se avrai pensato che alla sorte è lecita la stessa cosa su entrambi. Così sorrido di costoro che stimano vergognoso mangiare con un proprio servo: perché, se non perché una consuetudine assolutamente superba ha circondato di una folla di schiavi che stanno in piedi a un padrone che mangia sdraiato? Quello mangia più di quanto recepisce, e con grande avidità carica il ventre rilasciato e ormai disabituato al compito del ventre, tanto che rimette tutto con maggiore sforzo di quanto ne ha fatto per introdurlo. Ma agli infelici servi non è lecito muovere le labbra nemmeno per questo, ovvero per parlare; ogni mormorio è punito con la frusta, e nemmeno i suoni casuali sono esclusi dalle frustate, la tosse, gli starnuti. il singhiozzo; il silenzio rotto da alcuna voce è punito con un grande male; per tutta la notte stanno in piedi digiuni e muti. Così accade che parlano del padrone questi a cui non è lecito parlare davanti al padrone. Ma quelli che avevano un dialogo non tanto davanti ai padroni ma con essi stessi, le cui bocche non erano cucite, erano pronti a porgere il collo per il padrone, a allontanare il pericolo imminente sulla sua testa; parlavano nei banchetti, tacevano sotto tortura.
Tralascio per ora altri comportamenti crudeli, disumani, per il fatto che ne abusiamo neppure come uomini, ma come bestie. Quando ci siamo distesi per cenare, uno deterge gli sputi, un altro, messo sotto al divano, raccoglie gli avanzi degli ubriachi. Un altro taglia volatili costosi; attraverso il petto e le cosce muovendo con tratti sicuri la mano abile stacca i pezzi, sventurato, lui che vive per quest'unica cosa, (cioè) per tagliare il pollame in maniera raffinata, se non che è più infelice chi insegna questo a motivo di piacere di chi impara per necessità. Un altro, dispensiere del vino, agghindato in modo femminile, lotta con l'età: non può fuggire la fanciullezza, vi è trattenuto, e, già di portamento militare, liscio essendogli stati rasati i peli o completamente strappati veglia tutta la notte, che divide tra l'ubriachezza e la libidine del padrone e in camera è uomo, in sala da pranzo servo. Un altro, al quale è stata assegnata la valutazione dei convitati, sta in piedi, sventurato, e osserva quali l'adulazione e l'intemperanza o della gola o della lingua richiami per l'indomani. Aggiungi i vivandieri, che hanno una conoscenza precisa del palato del padrone, che sanno di quale cosa lo ecciti il sapore, di quale lo diletti la vista, dalla cui novità lui schizzinoso possa essere stuzzicato, che cosa ormai lo infastidisca per la sazietà stessa, di che cosa abbia fame in quel giorno. Non accetta di cenare con costoro e ritiene una menomazione della propria superiorità accedere alla stessa mensa con il proprio schiavo. Gli dei ci scampino! Quanti tra questi ha come padroni! Ho visto stare in piedi davanti alla soglia di Callisto il suo padrone e colui che gli aveva attaccato il cartello, che lo aveva messo in vendita tra
gli schiavi di scarto, essere escluso mentre gli altri entravano. Gli rese gratitudine quello schiavo gettato nella prima decina, nella quale il banditore prova la voce: anche lui a sua volta lo respinse, anche lui non lo ritenne degno della propria casa. Il padrone vendette Callisto: ma quante cose Callisto ha fatto pagare al padrone!
Il carteggio apocrifo di Seneca e san Paolo è un corpus di quattordici lettere latine, sei delle quali attribuite all'apostolo Paolo e otto al filosofo e letterato romano Lucio Anneo Seneca, che si ritiene furono scritte da un anonimo falsario del IV secolo, sebbene vi sia chi le giudica autentiche. Il falso carteggio nasce perché c’erano elementi del pensiero di Seneca assonanti con l'etica cristiana.
Vis tu cogitare (imperativo in uso nel linguaggio epistolare) istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum eodem (poliptoto) frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori (tricolon con anafora di aeque, marca il concetto stoico di uguaglianza naturale tra liberi e schiavi, resi tali solo dalla sorte)! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te (chiasmo con poliptoto) servum (antitesi). ( Exemplum ) Variana clade (sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C. da parte delle tribù germaniche di Arminio) multos splendidissime natos, senatorium per militiam (servizio militare, molti volevano intraprendere la carriera politica ricoprendo incarichi nell’esercito) auspicantes gradum (iperbato), fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit (servi). Contemne (funzione conativa del linguaggio) nunc eius fortunae hominem in quam transire dum contemnis (poliptoto) potes. Nolo in ingentem me locum (iperbato) immittere et de usu servorum disputare (preterizione, dà maggiore rilievo all’argomento affermando di volerlo passare sotto silenzio), in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi (tricolon) sumus. Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas (funzione conativa discendente, congiuntivo dovuto a eventualità) quemadmodum tecum superiorem (antitesi) velis (congiuntivo potenziale) vivere (poliptoto). Quotiens in mentem venerit quantum tibi in servum tuum liceat, veniat in mentem tantundem in te domino tuo licere (poliptoto). 'At ego' inquis 'nullum habeo dominum.' (argomentazione oppositori) Bona aetas est: forsitan habebis (è la sorte a decidere la condizione sociale di un uomo nel modo più casuale). Nescis qua aetate Hecuba servire coeperit, qua Croesus, qua Darei mater, qua Platon, qua Diogenes ( exempla di personaggi ridotti in schiavitù da vecchi)? Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum ( climax ascendente). Hoc loco acclamabit mihi tota manus delicatorum 'nihil hac re humilius, nihil
minime conveniens sapienti viro lis ( est sottinteso): "aetatis illam animalibus tantum indulsisse ut quina aut dena saecula educerent, (virgola dal valore avversativo) homini in tam multa ac magna genito (collegamento col primo stasimo dell’Antigone che inneggia alla potenza dell’uomo, “ Molte meraviglie vi sono al mondo, nessuna meraviglia è pari all'uomo ”) tanto citeriorem terminum stare. (oratio obliqua)" Non exiguum temporis (genitivo partitivo rallenta la lettura e richiama l’attenzione) habemus, sed multum perdidimus (aoristo gnomico). Satis longa vita ( est sottinteso) et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur (congiuntivo imperfetto= irrealtà); sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente (la morte) ( eam ) quam (soggetto di transisse , complemento oggetto di intelleximus , soggetto in accusativo di ire ) ire non intelleximus transisse sentimus (chiasmo di tempi sottolinea antitesi fra presente e passato). Ita est: non accipimus brevem vitam sed facimus nec inopes eius sed prodigi (antitesi) sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita (similitudine, ricchezze enormi sono perdute nelle mani di un cattivo padrone, poche ricchezze vengono accresciute dal buon uso che se ne fa) aetas nostra bene disponenti multum patet.
La maggior parte degli uomini, oh Paolino, si lamenta della malignità della natura, per il fatto che noi siamo generati per poco tempo, e per il fatto che questi spazi di tempo dato a noi scorrono così velocemente, così rapidamente che, esclusi assai pochi, la vita lascia gli altri nella stessa preparazione della vita. E non soltanto la folla e il volgo non saggio si lamentano di questo pubblico male come credono; questo sentimento ha richiamato le lamentele anche di uomini illustri. Da questo fatto deriva l’esclamazione del più grande dei medici e cioè che la vita è breve, lunga l’arte. Da qui deriva la lamentela per niente conveniente a un uomo saggio di Aristotele che dibatte con la natura delle cose, e cioè che quella ha concesso tanto tempo agli animali da portare avanti cinque o dieci generazioni, mentre per l’uomo nato per cose così numerose e così grandi sta fissato un termine tanto più ristretto. Non abbiamo poco tempo ma molto ne perdiamo. La vita è abbastanza lunga e ci è data in larga misura per la realizzazione di imprese grandissime, se fosse tutta quanta ben organizzata. Ma quando si perde nel lusso e nella trascuratezza, quando non è spesa per alcuna cosa buona, quando infine preme l’ultima necessità, noi ci accorgiamo che è passata quella che non abbiamo compreso che stava passando. Non riceviamo una vita breve per natura ma la rendiamo tale, e non siamo poveri di questa ma prodighi. Come ricchezze ampie e regali quando giungono a un cattivo padrone si dissipano in un momento, ma, sebbene limitate, se si affidano a un buon custode crescono con l’uso, così la nostra vita si estende molto per colui che sa bene come utilizzarla.