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SICUREZZA GLOBALE.
Le nuove minacce A cura di Paolo Foradori Giampiero Giacomello INTRODUZIONE A differenza della concezione della “sicurezza” nel periodo bipolare della Guerra Fredda, ovvero di una sicurezza nazionale intesa come protezione del territorio e della sovranità nazionale tramite la via prettamente militare, dagli anni ‘80-’90 il concetto viene ampliato. Per via del cambiamento dei rapporti internazionali e l’avvento della globalizzazione, è divenuto necessario superare gli studi strategici eurocentrici e l’idea di conflittualità interstatale. Le minacce non sono più solamente militari, ma civili e intrastatali. La globalizzazione ha portato inoltre all’estensione e all’indebolimento dei confini, motivo per cui le scelte politiche avvengono in spazi più dilatati e denazionalizzati. Le indagini relative alla sicurezza hanno bisogno di essere più dilatate e approfondite. Il culmine di questa revisione concettuale della sicurezza è dato dalla “scuola di Copenaghen”, che propone una visione olistica e multidimensionale, che lega individuo, stato e sistema internazionale, con aspetti non solo militari e considerando non solo “vittime” statali. Intervengono nuovi termini, come “securitization”, intesa come interpretazione della minaccia, tramite la reazione del security actor e il processo politico che ne consegue; “human security”, ovvero la sicurezza fisica dell’individuo, oltre che economica, sociale, politica, culturale. CAPITOLO 1 - STATI FRAGILI E NARCO-STATI Attualmente la state fragility è considerata una delle maggiori minacce, per via del suo legame con l’insorgere di violenza e la possibile presa di potere da parte di gruppi substatali quali mafia, cartelli della droga, terroristi. Nonostante il dibattito sia ancora aperto e la classificazione degli stati fragili non univoca, la definizione generale di stato fragile è data dal monopolio dell’uso della forza (fragilità politica), assenza di legittimità, frammentazione linguistica-etnica-religiosa, incapacità di garantire servizi di base e il rispetto dei diritti fondamentali (fattori che rientrano nei gap di sicurezza, capacità e legittimità). Questa definizione ha assunto sempre maggior rilievo dopo la guerra fredda, per via della pressione demografica, le guerre civili e la criminalità. Vengono infatti elaborati la National Security Strategy (amministrazione Bush, 2002) e la Strategia Europea per la Sicurezza (SES, 2003), con scopi di stabilizzazione e peacebuilding. Diverso è il fallimento dello stato, poiché rappresenta un aggravamento della fragilità preesistente. Un fattore chiave è quello dell’autorità: l’instabilità internazionale è data dal legame tra stato fragile e globalizzazione, in base al quale l’autorità dello stato centrale cessa di esistere per lasciare spazio a nuovi soggetti substatali, portando alla nascita dei csd “stati-mafia” e “narco-stati”. Nei conflitti attuali gli attori criminali agiscono soprattutto internamente allo stato, spesso senza neanche coinvolgere le forze armate tradizionali, e divengono talmente forti da destabilizzare società intere e governi. Nello stato-mafia viene sfruttata l’economia debole e si ottiene il controllo grazie alla crescente liquidità. Non si esclude anche un legame con cellule terroristiche, come nei casi di Libia, Mali e Sahel. Emerge inoltre un legame tra criminalità organizzata transnazionale, traffico di droga e instabilità politica, che può tradursi in “cattura” dello stato, nel momento in cui la fragilità diviene strategica per avviare la rete di traffico illecito e facendo sì che il gruppo criminale impugni il controllo dello stato; oppure in meccanismi di “patronato”, secondo cui si instaura un legame tra attori criminali e statali, i quali proteggono, aiutano, “sponsorizzano”.
IL CASO DELLA GUINEA-BISSAU (PRIMO NARCO-STATO): La Guinea-Bissau ottiene l’indipendenza dal Portogallo nel 1974. Da quel momento ci sono state guerre civili (soprattutto 1998-99) a cui hanno seguito diversi colpi di stato. Vige una generale instabilità politica e sono presenti tutti i gap, di autorità, legittimità e sicurezza: il Paese non ha il controllo e non garantisce sicurezza del territorio, interno e delle frontiere, non è garantito il rispetto dei diritti fondamentali e dei servizi pubblici, c’è corruzione, non ci sono rilevanti risorse economiche e sono presenti lacune notevoli a livello giudiziario e penale. Lo stato è divenuto infatti strategico per i narcos, che lo usano per il traffico di cocaina tra America Latina e Europa. La cattura della Guinea-Bissau da parte dei cartelli della droga (principalmente colombiani e venezuelano) avviene definitivamente nel 2009, anno in cui vengono uccisi sia il presidente che il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. In Guinea-Bissau esistevano già storicamente reti di traffici illeciti di armi (utilizzati già nella guerra per l’indipendenza), fondamentali per lo sviluppo del traffico di droga, che esplode soprattutto dal 2004. Il caso della Guinea mostra però la necessità di superare la diffusa immagine di narco-stato vittima di cattura, poiché intervengono altri fattori: occorre combinare i dataset che analizzano i vari indicatori quantitativi della fragilità del paese, che legano le élite militari agli attori politici al traffico di cocaina, con analisi più approfondite, che vedono nel coinvolgimento degli alti ranghi militari l’intenzione di appropriarsi di parte del profitto derivante dal traffico. Alla generale “cattura” va dunque affianca un’opera di “state-sponsored protection”, secondo cui sono le stesse istituzioni ad aiutare e proteggere l’atto illecito. Spesso la fragilità di uno stato è strettamente legata al processo di indipendenza, su cui risulta spesso ambigua un’azione esterna che promuova democrazia e sviluppo. La percentuale di riuscita di queste missioni è molto bassa e la missione SSR ( Security Sector Reform ) dell’UE in Guinea degli anni 2008-2010 (approvata in seguito al vertice UE-Africa, 2007) ne è un esempio. Per via dei mezzi e degli obiettivi limitati dell’Unione Europea, che ha avuto una condotta puramente tecnica e legalista, senza risolvere dunque il problema di fondo politico, l’operazione è stata un fallimento, nonostante abbia comportato una maggiore attenzione globale nei confronti della Guinea-Bissau. CAPITOLO 2 – PROLIFERAZIONE E ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA La proliferazione delle armi di distruzione di massa (ADM) sono considerate una minaccia per la loro capacità potenziale di arrecare danni catastrofici in maniera molto più ampia rispetto le armi convenzionali, oltre che per il loro effetto distruttivo in tempi ristretti, l’imprevedibilità e l’immoralità (poiché attaccano indiscriminatamente militari e civili). Queste armi risiedono nell’acronimo CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari):
- Armi chimiche: si dividono tra asfissianti, vescicanti, agenti del sangue e nervini. Sostanze chimiche tossiche iniziano ad essere prodotte su vasta scala in qualità di armi con la rivoluzione industriale, vengono usate molto durante la prima guerra mondiale e meno nella seconda, per essere riprese nel periodo della Guerra Fredda. Sono armi dall’effetto limitato, per via delle numerose protezioni che possono essere adottate, e vengono infatti usate principalmente come force multiplier, cioè per aumentare l’effetto delle armi convenzionali;
- Armi biologiche: usate per diffondere malattie, si dividono tra batteri, virus, funghi e tossine e presentano difficoltà nell’uso in qualità d’armamento (infatti le malattie possono essere prevenute e curate o allontanate con la quarantena) oltre ad avere effetti incerti. L’uso di armi biologiche è limitato nella storia ma ne vediamo un ingente impiego da parte dell’URSS nel corso della guerra fredda;
- Armi radiologiche: vengono usate sostanze radioattive per contaminare cose e persone. Queste armi non vengono utilizzate tanto come ADM ma come strumento per diffondere paura nell’avversario;
- Armi nucleari: si tratta dell’arma più potente, data l’energia distruttiva e la reazione a catena che provoca. Le uniche concrete applicazioni si sono avute con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, ma per il resto possono definirsi piuttosto per un valore politico di deterrenza.
Dopo un iniziale periodo stabile, si registra un forte aumento della competizione internazionale con l’avvento di nuovi competitors, soprattutto Cina e India, per cui il concetto di sicurezza energetica viene esteso anche ad una dimensione strategico-militare per avere il diretto controllo delle fonti. Infatti nella definizione di “sicurezza energetica” si conciliano elementi economici, politici e socioambientali, che intendono portare alla compenetrazione di disponibilità, accessibilità, efficienza e tutela. La continuità e la sicurezza degli approvvigionamenti energetici vengono messi a rischio da fattori ambientali e fattori politici, alcuni in cui non incide direttamente il governo (rivolte, attacchi terroristici a installazioni energetiche, atti di pirateria etc) e altri in cui emergono esplicitamente le finalità politiche (casi di embargo). Altre minacce fisiche che minano alla sicurezza energetica e quindi al mercato internazionale e li equilibri geopolitici sono:
- Attacchi alla sicurezza delle rotte marittime: il traffico via mare è sempre più importante per il transito di greggio e gas naturale, infatti un blocco navale prolungato in punti nevralgici, seppur improbabile, rappresenterebbe il massimo dei rischi. Ci sono anche possibili minacce per via della pirateria e del terrorismo. Il tutto porterebbe ad un aumento dei prezzi;
- Terrorismo internazionale: ci sarebbe un possibile interesse nell’attaccare le infrastrutture energetiche perché esse rappresentano un elemento fondamentale del tessuto industriale dei paesi occidentali;
- Insurrezioni, guerre civili, conflitti regionali: le risorse energetiche sono spesso causa di contesa tra il governo i i movimenti ribelli. Il governo utilizza infatti il profitto proveniente dalle fonti energetiche locali per intensificare la repressione degli anarchici, mentre gli insorti attaccherebbero tali fonti per minare alla stabilità politica e per autofinanziarsi. Questi conflitti interni avrebbero importanti ripercussioni sulle relazioni internazionali, poiché potrebbe essere debilitata la produzione e l’esportazione energetica e ne risentirebbe anche il mercato globale. Oltre all’uso politico delle risorse energetiche e alle minacce fisiche a cui sono soggette, altro rischio è dato dalla militarizzazione che scaturirebbe dalla competitività crescente, tendenza crescente dopo la guerra fredda che ha come fine diventare una potenza internazionale (soprattutto USA). È però molto probabile che lo strumento militare venga usato piuttosto per far fronte alle minacce fisiche. L’UE, per ridurre la vulnerabilità dei propri stati membri alle minacce energetiche, dichiara, nel Documento strategico europeo del 2008, gli obiettivi di rafforzare il mercato interno, creare interconnessioni transfrontaliere, creare meccanismi per gestire le crisi energetiche e diversificare le fonti di approvvigionamento e le vie di transito. La NATO vede un’evoluzione nel proprio intervento in materia. Gli USA vedono un percorso che comincia con l’obiettivo di Nixon di giungere all’autonomia energetica entro il 1980 tramite un progetto lanciato dopo la crisi petrolifera, e che si conclude con le amministrazioni, prima di Carte, poi di Bush, che appoggiano l’intervento militare in Medio Oriente, per farsi garanti della sicurezza energetica globale. CAPITOLO 4 – CAMBIAMENTI CLIMATICI, DISASTRI NATURALI E SICUREZZA ALIMENTARE Anche il cambiamento climatico rappresenta una minaccia alla sicurezza. A tal proposito è stato sottoscritto il Protocollo di Kyoto nel 1997, entrato in vigore nel 2005, per tutelare l’ambiente limitando l’emissione di sostanze inquinanti. Dopo la rivoluzione industriale i processi naturali hanno iniziato a subire una crescente pressione dell’uomo tramite un aumento nel consumo delle risorse e per le emissioni di gas serra, tanto che, tra 1946 e 2012 si registra un costante aumento dei disastri climatologici e meteorologici. La minaccia data dal cambiamento climatico risiede nell’instabilità che si genera nei paesi non pronti socialmente e politicamente ad affrontare le mutazioni, ovvero l’innalzamento della temperatura e del livello del mare, la diminuzione di neve e ghiaccio e la concentrazione dei gas
serra, i quali, a loro volta, portano inondazioni, tempeste, siccità, con effetti socioeconomici (spesso anche “butterfly effect”). Le principali minacce alla sicurezza legate ai cambiamenti climatici sono raggruppate in sette categorie elencate in un Documento del Parlamento e della Commissione Europea nel 2008:
- Conflitti sulle risorse per la diminuzione della produzione agricola e/o la scarsità d’acqua;
- Danni per le città costiere;
- Perdita di territori/ dispute di confine per via dell’innalzamento del livello del mare o del ritiro dei ghiacci;
- Migrazioni di massa;
- Ulteriore instabilità di stati già fragili;
- Tensioni sui rifornimenti energetici per via dell’aumento dell’instabilità;
- Pressioni sulla governance internazionale per via di tutti i punti precedenti. Queste minacce sono tanto pericolose quanto più uno stato vede esposte le proprie aree sensibili. Possono essere attaccati “siti icona” (simboli sia locali che globali), centri operativi, reti di rifornimento, strutture per l’approvvigionamento, vettori di comunicazione, acquedotti etc. Fatto sta che questi disastri hanno un effetto cascata, portando ad una serie di subdisastri collaterali. L’obiettivo che si pone la comunità internazionale è infatti quella di rendere le aree sensibili in grado di sopportare i disastri in aumento, tramite misure non solo strutturali, ma anche ad es. pianificazione dei terreni, sistemi di allerta meteo, piani di evacuazione etc. Il settore agroalimentare è sia responsabile che vittima dei cambiamenti, poiché è naturalmente sensibile alle modifiche del territorio, ma contribuisce anche a rafforzare tali dinamiche attraverso scelte, metodi di produzione, emissioni, uso di risorse, sostanze chimiche e macchinari. Altro fattore è l’uso del petrolio in agricoltura, cosa che la rende sensibile alle fluttuazioni del prezzo del petrolio (portando così a conseguenze sui prezzi degli alimenti e così anche a possibili rivolte popolari, soprattutto in aree vulnerabili). Sicuramente la problematica principale è data dall’intensità, durata e frequenza di bolle di calore, gelate fuori stagione, piogge intense, siccità, fattori che portano ad un riduzione della resa del terreno, oltre che ad uno shock di prezzi a livello mondiale, poiché, diminuendo quantità e qualità, diminuisce anche la domanda (anche per via delle mutazioni alimentari nei nuovi paesi sviluppati) e mancano investimenti internazionali. Il sistema agroalimentare è una delle basi per garantire la sicurezza, oltre che alimentare (intesa come possibilità di accesso ad una quantità sufficiente di cibo), interna e internazionale. C’è rischio di migrazioni di massa, radicalizzazione delle ideologie e l’insorgere di movimenti autoritari, che portano alla destabilizzazione della geopolitica. In generale, le maggiori conseguenze si risentono nel settore economico, infatti l’agricoltura, in primis, dovrebbe promuovere la sostenibilità nella produttività, adattandosi al nuovo scenario ambientale e diversificando le colture, cose che richiedono uno sforzo congiunto agrario- tecnologico-economico-politico. Secondo la strategia “Europa 2020” della Commissione Europea, il sistema alimentare sostenibile deve garantire l’approvvigionamento alimentare e un equo tenore di vita per gli agricoltori, mantenere la redditività e la competitività, gestire e tutelare il paesaggio, le risorse e gli animali, ridurre le emissioni inquinanti e mantenere la vitalità delle comunità locali. CAPITOLO 5 – TERRORISMO E ANTITERRORISMO Il terrorismo internazionale è uno delle maggiori minacce, a cui si fanno riferimenti sempre più consistenti dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Dare una definizione oggettiva al termine “terrorismo” appare ampiamente complicato, per via delle svariate implicazioni politiche e morali, ma al momento la spiegazione più “scientifica” è la seguente: <<ricorso ad azioni violente da parte di individui o gruppi non statali contro civili, o soggetti non coinvolti direttamente in conflitti armati, per il perseguimento di obiettivi politici>>. (Anche organizzazione come camorra portano ad un condizionamento violento della politica ma non si parla di terrorismo per via dello scopo economico. Ciononostante ci possono essere
Negli anni l’organizzazione si è espansa, divenendo sempre più articolata e complessa, poiché si sono aggiunte organizzazioni affiliate (come ad es. Tawhid al-Jihad di al Zarqawi, diventato poi al- Qaeda in Iraq durante la guerriglia del 2004 e in seguito Stato Islamico, attivo anche in Siria) e cellule terroristiche sparse in Europa e America del Nord. CAMPAGNA DI AL-QAEDA IN IRAQ: Comincia dopo l’invasione statunitense del 2003, in cui muore Saddam Hussein. In questa campagna vengono distinti tre agenti fondamentali:
- Gruppi armati che pianificano e finanziano la lotta armata = il contesto generale è dato da una sostanziale asimmetria degli schieramenti, da un lato USA, paesi alleati e milizie arabe sciite, dall’altro una guerriglia araba sunnita per la liberazione del territorio iracheno, di cui fa parte anche al-Qaeda. Le azioni terroristiche perpetrate da al-Qaeda, quindi la paura della popolazione per delegittimare gli occupanti e portare a rappresaglie per polarizzare lo scontro tra sunniti e sciiti, nascono proprio per far fronte all’asimmetria. Al-Qaeda utilizza inoltre l’immagine propagandistica dei propri “martiri” per ottenere il sostegno di Hezbollash e Hamas, attraverso video-testamenti e missioni suicide che mostrino la totale devozione dei fedeli;
- La comunità locale araba sunnita che collabora coi gruppi armati per via della discriminazione da parte delle forze occupanti, le quali sottraggono loro i tradizionali privilegi che avevano con Hussein e portano al potere arabi sciiti e curdi, causando umiliazione e pericolo di rappresaglie. C’è un periodo in cui la comunità collabora anche con al-Qaeda, per difendere i propri interessi, fondendo all’organizzazione informazioni, nascondigli, armi, denaro;
- Militanti che decidono di prendere parte alla guerriglia, portando a termine gli attentati. La decisione deriva spesso da convinzioni religiose e politiche, grado di istruzione, status socioeconomico. Sono persone mosse a rabbia, odio e desiderio di vendetta, oppure volontà di ottenere considerazione sociale (in sociologia si parla di “razionalità assiologica”). Le misure di antiterrorismo prese dai vari stati, vedono una tendenza, principalmente sperimentata in USA e Gran Bretagna, di dichiarare lo “stato di emergenza” e di operare con poteri speciali. Il tutto viene esacerbato dopo l’attentato del 2001, con provvedimenti che sospendono restrizioni giuridiche fino alla violazione dei diritti individuali fondamentali. Il rischio di arrivare al paradosso è grande, e si è visto nell’amministrazione Bush, che ha fatto sì che l’eccezione divenisse normalità col Patriot Act del 2001, la cui attuazione è terminata solamente nel 2005. In quegli anni l’antiterrorismo statunitense ha mostrato le sue controversie, principalmente col caso del campo di prigionia di Guantanamo, in cui, dal 2002, iniziano ad essere incarcerati sospettati terroristi in condizioni denunciate da Amnesty International e dall’ONU, e poi dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema americana. Parallelamente, nel 2001 in Regno Unito viene approvato l’ Antiterrorism, Crime and Security Act, per derogare all’ European Convention of Human Rights. Anche questa norma viene dichiarata illegittima, nel 2004 dalla House of Lords. Aldilà delle differenza che possono vigere tra i vari stati, un tratto comune dell’antiterrorismo è l’inevitabile scontro tra prevenzione e principi costituzionali. Nel processo decisionale si passa dalla centralità dei valori fondamentali sanciti dalla Costituzione a quella della valutazione dell’efficienza o meno dei provvedimenti scritti nella stessa per combattere la minaccia terroristica. In generale ne consegue un abuso della carcerazione preventiva, di cui Guantanamo è la massima esemplificazione. CAPITOLO 6 – INSORGENZA E CONTRO INSORGENZA La minaccia trattata in questo capitolo riguarda la guerra irregolare, combattuta con tecniche di contro insorgenza, queste ultime diversificate in base agli svariati teorici e comunque cambiante col tempo. Le tipologie di guerra irregolare sono tre, l’insorgenza, la guerra rivoluzionaria e guerra di popolo. L’insorgenza prevede l’uso della forza per ripristinare diritti sottratti agli insorti, senza rovesciare il regime vigente, a cui segue una risposta militare da parte del governo finalizzata al contenimento dell’insurrezione;
La guerra rivoluzionaria, invece, intende portare ad un mutamento o ad un ripristino dell’ordine sociale servendosi di un progetto politico che prevede anche l’ottenimento del sostegno della popolazione. La violenza non è l’unico mezzo, e neanche il principale, infatti la risposta governativa non sarà unicamente di carattere militare; La “guerra di popolo” è infine un concetto più moderno dei precedenti, e compare con le guerre napoleoniche e la campagna di Spagna dei primi anni del 1800. Essa rientra in un metodo politico in cui il rapporto militari-civili è cambiato, poiché questi ultimi assumono un ruolo centrale con la loro “difesa attiva” rispetto gli occupanti, prima per mezzo di una resistenza statica, poi con un concreto supporto all’esercito per ottenere l’indipendenza. In risposta a queste guerre irregolari le azioni di contro insorgenza che potrebbero essere opposte sono: eliminare gli insorti e coloro che li seguono oppure cercare di ottenere il consenso dei sostenitori degli insorti. (viene considerata più efficiente la seconda opzione) Il tema della guerra irregolare è stato centro di svariati dibattiti, partendo dalla petite guerre, le guerre di popolo, le guerre coloniali, arrivando fino al terrorismo attuale. Il tema della petite guerre è stato ripreso da Callwell, che la descrive come una qualsiasi campagna in cui si scontrino truppe non regolari, in cui è la conoscenza del territorio e degli avversari la componente principale, oltre al sostegno dei civili. La riflessione che ha caratterizzato invece il XX secolo si divide tra la scuola inglese e quella francese:
- Gran Bretagna = basata fondamentalmente su un uso minimo della forza necessaria, la cooperazione militari-civili e una certa flessibilità tattica, vede, dopo la seconda guerra mondiale, lo svolgersi principalmente di small wars per via del processo di decolonizzazione e della deterrenza nucleare. È qui che Sir Robert Thomson introduce un concetto operativo che diventerà centrale per la controinsorgenza (COIN), diviso in quattro fasi: clean, hold, winning, won (= ripulire l’area dagli insorgenti tramite una stretta collaborazione tra militari e intelligence; controllare e proteggere la popolazione per ottenere sostegno; aumentare la governabilità nella zona; vittoria finale);
- Francia = i maggiori teorici francesi della contro insorgenza sono stati Bernard Fall, Roger Triquier e David Galula. Fall parla essenzialmente dell’importanza del terreno e della popolazione civile all’interno della guerra di contro insorgenza; Triquier utilizza, invece, il termine “guerra moderna”, trattandosi di uno scontro tra un esercito regolare e un gruppo armato illegale. Il teorico sostiene che la vittoria contro l’insorgenza si ottiene col sostegno dei civili e con la distruzione della struttura organizzativa irregolare, dovendo impiegare uno sforzo congiunto di elementi politici, economici, psicologici e militari; infine, Galula, quello che finirà per diventare il massimo ispiratore degli strateghi americani dei primi anni 2000, parla della necessità di avere una buona intelligence, derivante dalla popolazione, e di truppe a terra armate alla leggera seguite da una squadra di interpreti, mediatori, analisti, ingegneri ed esperti. L’obiettivo è rompere i legami tra gli insorti e i civili, cercando di guadagnare sostegno attraverso la predilezione di censimenti, carte d’identità, blocchi stradali e un adeguato addestramento della polizia. La politica gioca dunque un ruolo fondamentale. Galula individua tre regole principali per la strategia:
- ottenere il supporto della popolazione;
- aumentare tale supporto utilizzando anche una minoranza attiva (avversa agli insorgenti);
- vincere il prima possibile per dimostrare di essere in grado di garantire protezione. Il teorico parla inoltre di cinque regole per la tattica:
- dislocare contingenti in villaggi vicini per espellere gli insorti;
- economizzare le forze (saperle predisporre in maniera proporzionale e il più possibile efficacie);
- trovare il “punto di non ritorno”, ovvero il momento in cui la popolazione sceglie i propri leader (questi si legheranno alla controinsorgenza);
- avere la capacità di riprendere l’iniziativa (è il governo a dover saper scegliere di riprendere lo scontro e decidere dove scagliare l’attacco);
- concentrare gli sforzi burocratici, politici, militari sulla popolazione (per dare un ruolo ai civili e far sì che si distacchino dal sostegno per gli insorti).
- Consigli di Siviglia (2002) e Salonicco (2003);
- Politiche dell’ ALSG ( Area di libertà, sicurezza e giustizia ) = si tratta di un obiettivo dell’UE incentrato su politiche di libertà (diritti fondamentali, cittadinanza, libera circolazione), di giustizia (cooperazione giuridica penale e civile, divieto di discriminazione), di sicurezza (cooperazione della polizia, lotta alla CO, asilo, immigrazione, contrasto ai traffici illeciti);
- Strategia di sicurezza interna;
- Strategia di sicurezza interna dell’UE in azione. Tutti i punti si concentrano in una strategia comune di lungo periodo per lo smantellamento delle reti criminali, le protezione dell’economia e la confisca dei beni della CO.
- A partire dagli anni ‘90 si inizia a parlare di “transnazionalizzazione ” della CO, ovvero della creazione di reti operative tra più nazioni. Infatti si parla di “pax mafiosa” oppure Falcone, durante le sue indagini, userà il termine “saldature operative”. Sono anni in cui aumenta anche la comunicabilità e lo scambio di informazioni e merci in modalità elettronica. La metodologia per affrontare il problema nasce a partire da una duplice analisi:
- prospettiva “actor-oriented” per la comprensione della natura della TOC;
- prospettiva “object-oriented” per identificare quali attività si pongano come reali minacce alla sicurezza statale e internazionale.
- Prospettiva “actor-oriented” = - Organizzazione della TOC: adattamento alle circostanze esterne, rapporti interpersonali dettate dallo stigma potere-favore, fini imprenditoriali, sistema composito fatto di svariati sottoinsiemi comunicanti di poteri criminali (politici, finanziari, massonici), violenza, controllo territoriale, strategia della deterrenza come minaccia per la disobbedienza;
- Transnazionalizzazione: cooperazione tra gruppi mafiosi “etnici” che, tramite la divisione dei compiti, facilità l’attività criminosa e rende invisibili i riciclaggi dei proventi. Si tratta di una rete complessa, fluida e organizzata, data anche dalla globalizzazione degli stessi interessi economici. La minaccia della transnazionalizzazione diventa esistenziale per gli stati fragili, soprattutto se è in corso un conflitto. Si parla in questo caso di “Conflict-Crime nexus”, ovvero lo sfruttamento da parte della CO dello scontro per facilitare i traffici illeciti, incrementare le proprie risorse economiche e creare legami con parti del conflitto. Il legame con le istituzioni porta all’uso della violenza durante il conflitto e l’influenza sulla stabilizzazione una volta concluso (è un fenomeno esteso soprattutto in Africa e Asia centrale).
- Prospettiva “object-oriented” = Categorizzazione dei reati:
- traffici illeciti di beni (droghe, armi, sostanze radioattive, nucleari, merci rubate o contraffatte). Si tratta del reato principale;
- traffici illeciti di esseri umani (migranti, varie tipologie di sfruttamento);
- reati informatici (= “cybercrime”) (transazioni elettroniche illegali, principalmente per il riciclaggio dei proventi e anche per la diffusione di materiale pornografico). Per quanto riguarda l’enorme rischio dato dal riciclaggio di proventi, nel 1997 l’ONU istituisce il “Global Programme against Money-Laundering, Proceeds of Crime and the Financing of Terrorism”. Infatti, soprattutto dopo l’11 settembre è accresciuto l’allarme legato al legame CO- terrorismo, che risiederebbe nel finanziamento dell’attività terroristica. CAPITOLO 8 – MIGRAZIONI E RIFUGIATI La problematica legata ai flussi migratori permette di far emergere criticità per gli stati, sia d’origine, di transizione e destinazioni, per quanto riguarda responsabilità, solidarietà, politiche di controllo e di apertura/chiusura. Si possono generare conflitti regionali, come quello israelo- palestinese. Quello delle migrazioni è un tema centrale per la politica estera ma anche per quella interna, in cui spesso vengono accreditato partiti anti-immigrazione. Le cause del fenomeno vengono raggruppate all’interno di push and pull factors. I fattori che spingono ad abbandonare il proprio paese sono la pressione demografica, le guerre, l’instabilità
politica e/o fattori climatico-ambientali. I push factors danno origine alla migrazione forzata, in cui si delinea il profilo di sfollati, rifugiati e richiedenti asilo; Gli elementi che invece attirano i migranti sono principalmente economici (lavoro, maggior guadagno, migliori condizioni di vita, relazioni storiche tra stati, riconciliazioni familiari). Statisticamente emerge che si tratti di un fenomeno concentrato, poiché più della maggioranza dei migranti viaggia verso 10 paesi, primo fra tutti gli USA. La maggior parte degli immigrati viene assorbita; c’è un costante aumento della domanda d’asilo, soprattutto in Germania da parte di siriani, russi, afgani, iracheni e serbi; il Mediterraneo costituisce una rotta calda per le migrazioni, dunque anche delle immigrazioni irregolari, di cui è difficile quantificare le problematiche per via della mancanza di dati a riguardo. Nella letteratura la tematica migratoria entra a far parte dei security studies a partire dagli anni ‘90. L’approccio teorico tradizionale vede il legame tra flusso di rifugiati-intervento militare-stabilità regionale. Si aggiungono la questione dell’intervento umanitario, che può essere definito più o meno efficacie, del possibile ruolo in ambito di potere e militare del rifugiato, dell’aumento dell’idea di azioni di peacebuilding e statebuilding per via dell’esasperazione di un contesto già fragile per lo stato che accoglie i rifugiati. Il legame migrazione-sicurezza viene studiato per indagare sulla sovranità statuale, quindi sulla regolamentazione dei confini e il conferimento della cittadinanza ai migranti, da cui emerge un tendenziale obiettivo di contrastare la migrazione irregolare. Le due maggiori scuole di pensiero che sembrano scontrarsi sono quella di Copenaghen e quella parigina:
- Scuola di Copenaghen = Introduce la teoria dei complessi regionali di sicurezza ( regional security complexes: le minacce si concentrano maggiormente su spazi geografici limitati e contigui. Nascono inoltre timori legati alla minaccia per l’identità nazionale e per i possibili legami con CO e/o terrorismo. C’è il rischio di manipolazione da parte dei leader politici, che proseguirebbero con politiche di sicurezza come inasprimento della legislazione nazionale, maggiori controlli dei confini, impiego di forze armate, costruzione di muri separatori, dichiarazione di “stato d’emergenza”, discutibili operazioni di rimpatrio); l’identificazione del “settore societario” di sicurezza; la securitizzazione come processo; la desecuritizzazione come programma normativo. È proprio su quest’ultimo punto che la scuola di Copenaghen si distingue maggiormente, ovvero sulla convinzione che sia attraverso la desecuritizzazione che si possa allontanare la migrazione da una concezione di minaccia, quindi eliminando il linguaggio di emergenza e sicurezza nei suoi confronti;
- Scuola di Parigi = La migrazione viene vista come una minaccia per via delle pratiche utilizzate per la gestione del fenomeno. La responsabilità è dunque da imputare a i soggetti che definiscono tali pratiche, portando al dominio dell’insicurezza attraverso la routine dei processi politici e decisionali. Le due scuole sembrano scontrarsi ma in realtà c’è una complementarietà dei pensieri, secondo cui la versione danese sarebbe da riferire soprattutto al contesto nazionali, mentre quella francese alle pratiche concrete adottate dall’UE. Infine viene affrontato il tema della human security (= la sicurezza dell’individuo porterebbe idealmente alla sicurezza dello stato e poi alla sicurezza internazionale). È un termine che viene frequentemente associato al discorso immigrazione e anche manipolato: tramite il concetto di “necessità di salvare vite umane” viene legittimata la repulsione di migranti in alto mare e l’adozione di maggiori controlli di confine e di coordinamento tra stati, spesso non garantendo i diritti fondamentali. CAPITOLO 9 – RISCHIO INFETTIVO E SALUTE GLOBALE In questo capitolo viene affrontata la minaccia delle malattie epidemiche. Storicamente la maggiore è stata la peste, che decimò l’Europa nel XIV secolo; nelle guerre, in generale, le epidemie sono state una componente distruttrice (vedi il caso di malaria, colera e soprattutto influenza spagnola
atteggiamento di sfida nei confronti dell’autorità politica e medicale). Un nuovo allarmismo viene acceso da un articolo pubblicato nel 1998 in cui associava ai vaccini l’insorgere di autismo. l’informazione è stata dichiarata falsa ma è rimasta nei civili una forte diffidenza, che ha portato alla diminuzione delle vaccinazioni;
- Sorveglianza epidemiologica e controllo delle malattie trasmissibili = Per un’azione di contenimento sono necessarie la raccolta di dati significativi, la loro analisi e interpretazione e la distribuzione dei risultati da parte delle strutture operative competenti. In Italia, ad es., il Servizio Sanitario Nazionale, il cui organo centrale è il Ministero della Salute, comunica la scoperta all’ASL (Aziende Sanitarie Locali), la quale diffonde l’informazione alla regione e più in generale fa sorveglianza sanitaria attraverso il SISP (servizio di igiene e sanità pubblica). In taluni casi si passa alla segnalazione internazionale. CAPITOLO 10 – COMMERCIALIZZAZIONE DELLA SICUREZZA L’aumento della commercializzazione in ambito militare, insieme alla graduale soppressione del mercenariato, avviene per via dell’avvento delle PMSC ( Private Military and Security Companies ). Il culmine del fenomeno si ha con la guerra in Iraq del 2007 (e similarmente in Afghanistan), quando ai soldati statunitensi è stato affiancato lo stesso numero di contractors. Il ricorso al mercato della sicurezza non è però tipico solo degli USA, ma anche ONU, Stati europei e non. Le PMSC nascono a metà del XX secolo, ma la loro creazione è collegata a due eventi chiave, ovvero al periodo delle riforme neoliberali per l’estensione dello spazio per le attività private (anni ‘80), anni in cui anche nell’ambito della difesa si riduce lo spazio pubblico; il 1989, tramite la smobilitazione per via della fine della tensione, si trovano sul mercato nuovi materiali e competenze militari, oltre al riemergere di crisi soffocate durante la guerra fredda. Le PMSC sono soggetti che forniscono servizi di sicurezza e/o collegati alla sfera militare; a scopo di lucro; organizzati in forma aziendale. Si distinguono dai mercenari, di cui la mobilitazione è di piccola scala e le cui funzioni risiedono in combattimento, comando, controllo, addestramento, consulenza. Le PMSC possono mobilitare molti uomini, forniti di materiali costosi e tecnologici; forniscono tanti servizi non armati (da servizi di lavanderia e manutenzione a attività di intelligence e addestramento); forniscono anche prestazioni armate, di comando, controllo e supporto militare; la loro azione si può svolgere in area interna e internazionale, per il pubblico e il privato. [La PMSC più celebre degli anni ‘90 è la EO ( Executive Outcomes ), nata nel 1989 e che utilizza mezzi e materiali sovietici.] Ci sono però contesti in cui il servizio di sicurezza diventa militare, oppure che il servizio di sicurezza si riveli meno pacifico di quello militare, o ancora che emergano motivi di marketing (mostrarsi come quelli “buoni” nel momento in cui si ricorre a queste agenzie piuttosto che a dei mercenari sanguinari). Altra particolarità delle PMSC è il fatto che non si tratti di persone fisiche, ma giuridiche, che possono cambiare identità e smobilitare le proprie sedi, motivo per cui si pongono su scala globale. (Non esiste ancora una normativa ad hoc nella legislazione internazionale per la regolamentazione interna o per il reclutamento delle PMSC). Si ricorre alle PMSC per necessità, benefici politici, plausible deniability (= per mantenere un basso profilo), motivi economici. L’introduzione di dinamiche commerciali all’interno delle questioni di sicurezza porta sì a vantaggi, infatti l’implicazione delle PMSC garantisce spesso soluzioni più rapide e con un più ampio margine di manovra, l’autonomia di queste compagnie può portare ad es. a contrasti rispetto agli scopi iniziali del committente (es. la condotta può rivelarsi più aggressiva del previsto); si frastaglia in questo modo la catena di comando, rendendo la situazione molto più difficile da gestire. CAPITOLO 11 – COMMERCIO DI ARMI In questo capitolo viene trattato il tema del trasferimento delle armi convenzionali tra stati. In generale si nota che, dopo la Guerra Fredda, si sia passati da una logica politico-militare a una principalmente economica, ma esistono tre modelli di interpretazione del fenomeno:
- Modello realista = Parte dal presupposto che l’ambiente internazionale riversi nell’anarchia e che gli stati, visti come attori unitari e compatti, ricorrano ad un “ self-hep system ”, attraverso alleanze o potenziando il proprio apparato militare. In questo contesto la vendita di armamenti ai paesi alleati è puramente per ragioni politico-militari (è il contesto della guerra fredda, nonostante siano avvenute anche vendite di armi a paesi non alleati);
- Modello della politica interna = In questo modello c’è una visione diversa dello stato e del processo decisionale. Facendo parte di quest’ultimo una molteplicità di attori, emergeranno visioni contrastanti della situazione internazionale e nasceranno due linee di coalizione opposte. La scelta finale sarà nelle mani della coalizione più forte, che, in questo caso, decide di vendere armamenti ad altri stati per determinati motivi. Questo modello prende in considerazione anche la competizione elettorale, politico-burocratica, tecnologico-scientifica e strategica;
- Modello normativo = Si basa sul significato simbolico dell’azione (non allo scopo utilitaristico) e quindi sull’ “imitazione istituzionale”, secondo cui un paese assume lo stesso comportamento tipico degli stati a cui si ispira e, di conseguenza, la decisione riguardo la compra-vendita di armi deriverà dall’atteggiamento che viene attribuito al suo ruolo internazionale. Infatti uno stato che si considera mercantile prenderà decisioni diverse da stati che rifiutano la guerra a prescindere e da altri visti come potenze militari. I principali fornitori di armi nel mondo sono gli USA, seguiti dalla Russia e poi dall’Europa occidentale (Germania e Francia soprattutto). Gli USA e la Russia esportavano principalmente per i rispettivi alleati durante la Guerra Fredda, e una volta finita, soprattutto a Asia e Oceania. Anche la Cina ha iniziato il trasferimento di armi negli anni ‘70, essenzialmente indirizzato ai paesi del Terzo Mondo. I principali importatori, stabili dopo la fine della Guerra Fredda, secondo stime del periodo 2003- 12, sono in ordine: Asia-Oceania, Medio Oriente, Europa, Americhe, Africa. Anche se negli ultimi anni sta aumentando molto la competitività di Cina e India, e, per vie delle lotte interne, l’importazione da parte di Pakistan, Corea del Sud, Singapore. Ovviamente esiste anche traffico illegale, intensificatosi dopo gli attentati del 2001, per via della disgregazione degli stati-nazione e delle guerre civili. Diventa inoltre molto complicato attuare il controllo delle armi convenzionali, poiché si tratta di strumenti legittimi della politica di sicurezza, oltre che per l’ingente ritorno economico che ne deriva. A partire dal XXI secolo, diversi sono stati i tentativi dell’ONU di bloccare i traffici illeciti facendo uso dell’intelligence. L‘apice viene raggiunto con l’approvazione nel 2013 del “Trattato internazionale sulle armi convenzionali”, in base al quale gli stati membri devono dotarsi di regolamentazioni per il trasferimento di armi convenzionali tenendo conto dei limiti imposti: divieto di esportazione a paesi per cui vige un embargo, in cui vengono violati i diritti fondamentali, in cui operano gruppi terroristici o organizzazioni criminali. CAPITOLO 12 – TECNOLOGIA E RIVOLUZIONE NEGLI AFFARI MILITARI Essendo la sicurezza considerata come un bene, il progresso tecnologico contribuisce anche al suo sviluppo e produzione in ambito militare, cambiando profondamente la concezione e la gestione delle guerre. Si parla infatti di RMA (Rivoluzione negli affari militari), intendendo la coniugazione tra cambiamenti tecnologico, della dottrina operativa e della struttura organizzativa, ovvero un cambiamento rivoluzionario nel carattere e nella condotta delle operazioni militari. È a partire dagli anni ‘90 che si scopre l’indispensabilità della tecnologia informativa a livello tattico e strategico, ma, secondo i sostenitori dell’esistenza di una rivoluzione ed evoluzione negli affari militari, ci sono state svariate RMA passate (elencate da Andrew Krepinevich):
- Rivoluzione della fanteria (XIV secolo) = sostituitasi alla cavalleria;
- R. dell’artiglieria pesante (XIV-XV secolo) = arrivo dei cannoni;
- R. dei velieri (XV secolo) = le galee a remi vengono sostituite dalle navi a vela;
- R. delle fortificazioni (XVI secolo) = divenute più basse e spesse;
- R. della polvere da sparo (XVI-XVII secolo);
e risparmio; l’ondata di liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazioni cominciata dal 1994- 95, a partire dalle telecomunicazioni, per poi passare all’energia, alle banche e altro, non più proprietà dello stato ma in mano a più azionisti ( stakeholders ) sia pubblici che privati. Le tipologie di pericolo che corre il cyberspazio sono:
- Cyberwarfare = attacco di IC e reti prevalentemente a livello delle comunicazioni militari. Si unisce al concetto di “guerra elettronica” (impedimenti nella raccolta dati e nella trasmissione di informazioni dell’avversario) possibili danni fisici. Infatti si tende a ricorrere a queste tecnica quando si intende rallentare la reazione del nemico subito prima dell’inizio di una guerra vera e propria. Gli attacchi di cyberwarfare in ambito economico e civile, che minano quindi al normale funzionamento delle economie avanzate, sono molto più gestibili poiché, l’attentatore, per restare nell’anonimato, compie un’azione contenuta. Per compromettere seriamente un sistema del genere occorrerebbe un gruppo molto più folto, ma lo renderebbe anche molto più facile da riconoscere, con la possibilità di legittimare così l’attacco ad un nemico palese;
- Cyberterrorismo = c’è molto scetticismo a riguardo. L’uso dell’informatica da parte di gruppi terroristici è soprattutto di natura psicologica, per fare propaganda, reclutamento o addestramento online e non per dei veri e propri attacchi cyber;
- Cybercrime (crimini informatici) = consiste sostanzialmente nella penetrazione di sistemi difensivi per impossessarsi di informazioni protette (stessa tecnica usata dall’intelligence). Le principali vittime sono banche, assicurazioni, istituzioni finanziarie, che potrebbero essere sottoposte a sfruttamento diretto o indiretto del denaro o all’inconsapevole compravendita dei dati. Inoltre altra faccia del cybercrime è la distribuzione di sostanze illegali e materiale porno- e pedopornografico, attraverso il “black web”;
- Spionaggio online = è uno dei maggiori rischi del cyberspazio, che usa le stesse tattiche e tecniche del cybercrime per la ricerca di dati e informazioni sensibili. Un esempio, la cui utilità è però considerata discutibile, è la OSI ( Open Source Intelligence ), adibita alla raccolta dati per l’individuazione di trend e la previsione di scenari. Più efficace risulta invece il data-mining, una tecnica di analisi indispensabile per il marketing aziendale, per capire quali siano le preferenze dei consumatori;
- Hacktivism = uso della rete per promuovere le proprie idee o attaccare quelle non condivise (finalità politico-morali). È una pratica molto comune, in forte crescita, ma i cui danni restano limitati. Spesso si concretizza nella modifica o nel blocco dell’accesso a siti web, soprattutto governativi, di istituzioni finanziarie o organizzazioni portatrici di valori non condivisi dall’hackerattivista. CAPITOLO 14 – LO SPAZIO La presenza dell’uomo nello spazio è data dalla SSI (stazione spaziale internazionale) e dai satelliti (il primo lanciato nel 1957). Attualmente la vita quotidiana dipende tantissimo dai satelliti, per le telecomunicazioni, l’osservazione della Terra, la navigazione, lo sviluppo tecnologico, l’astrofisica, i radar, il meteo, lo spionaggio, gli allarmi missilistici. I satelliti sono però vulnerabili a problematiche di sicurezza, sia per l’attività in orbita che per gli abitanti della Terra. Le ricadute sulla sicurezza sono dirette e indirette, legate al costo, la complessità e la difficoltà di sostituzione dei satelliti in caso dell’improvvisa perdita di uno di questi. La sicurezza in questo campo è intaccata dai seguenti fattori:
- gli stati che producono e lanciano satelliti potrebbero fare pressioni economiche e strategiche tramite sanzioni e restrizione dell’esportazione;
- gli stati che dipendono molto dall’attività satellitare è molto più sensibile ad eventuali danni;
- il confine di uso militare-civile dei satelliti non è ben definito, poiché, dopo l’impiego strettamente militare avuto durante la Guerra Fredda, è andato aumentando il dual-use dei satelliti (ad es. i satelliti spia usati militarmente per riprese ad alta definizione dei bersagli sono molto simili a quelli civili usati per il telerilevamento). Infatti nascono per un’applicazione militare ma ne sviluppano mano mano delle civili, soprattutto per l’uso del GSP (es. meteo).
In ambito prettamente militare si ha l’uso dei satelliti per il rilevamento del lancio di missili balistici e così per allertare in tempo reale del pericolo; per lo spionaggio dei segnali, sia comunicazioni telefoniche, messaggi, radio, email, sia emissioni elettroniche di razzi e radar. Il tutto per potersi garantire comunicazioni sicure, affidabili, di copertura globale. Il controllo dei satelliti è sempre stato prerogativa del Dipartimento di Difesa degli USA, ma ultimamente sempre più paesi si stanno dotando di satelliti propri: l’UE ha ideato un sistema analogo (“Galileo”), come la Cina (Beidou), mentre la Russia possiede una costellazione per la navigazione indipendente (GLONASS). Le minacce per i satelliti risiedono in:
- Armi antisatellite = i primi esperimenti che vengono fatti riguardano le bombe nucleari, per poi cominciare ad utilizzare testate convenzionali fatte esplodere vicino al satellite tramite missili o altri satelliti. Questi programmi tentano di essere bloccati, come il tentativo della Cina. Negli anni vengono trovati altri metodi per danneggiare i satelliti, come laser potentissimi o onde radio, principalmente per attuare azioni deliberate di disturbo, impedendo ad es. la ricezione di certi canali satellitari televisivi in zone con scarsa libertà di opinione e informazione, o per impedire la ricezione dei segnali per la navigazione;
- Space weather = ci sono occasioni di condizioni ambientali particolari che possono portare al malfunzionamento dei satelliti, soprattutto dovute all’attività solare che interferisce con l’atmosfera e il campo magnetico terrestre;
- Detriti orbitali = principalmente frammenti di esplosioni accidentali e detonazioni deliberate, per il 90% di oggetti russi, statunitensi e cinesi. Danni potrebbero essere portati da eventuali collisioni, in cui l’energia liberata dall’impatto porterebbe alla formazione di tantissimi nuovi frammenti. Negli ultimi 20 anni sono state tentate misure di mitigazione internazionale per limitare la produzione di detriti spaziali, cercando di evitare esplosioni in orbita e di ridurre il normale rilascio di detriti. Esse hanno avuto relativo successo, ma è probabile che si rivelino insufficienti sul lungo termine;
- Rientri incontrollati dei satelliti = è un pericolo sia per le persone che per il traffico aereo per via della ricaduta di frammenti non del tutto disintegrati in atmosfera. Si tratta di un fenomeno limitato, ma destinato a crescere, le cui uniche soluzioni sono deorbitare in maniera controllata e monitorare il decadimento di oggetti allertando le aree interessate.