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SICUREZZA GLOBALE. LE NUOVE MINACCE DI P. FORADORI E G. GIACOMELLO - RIASSUNTO LIBRO COMPLETO, Sintesi del corso di Relazioni Internazionali

Riassunto completo e dettagliato del libro "Sicurezza Globale. Le Nuove Minacce" di Paolo Foradori e Giampiero Giacomello.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 18/12/2020

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RIASSUNTO DEL LIBRO “SICUREZZA GLOBALE. LE NUOVE
MINACCE” DI PAOLO FORADORI E GIAMPIERO GIACOMELLO
INTRODUZIONE
Tre principali direttrici:
1. Stati come principali attori sulla scena internazionale, concentrandosi su nuovi strumenti
derivanti dal progresso tecnologico;
2. Sicurezza da un punto di vista non statale, prendendo in considerazione attori subnazionali
o transnazionali;
3. Attori non statali non solo come possibili soggetti portatori di minacce, ma anche come gli
oggetti che devono essere protetti. La sicurezza non si esaurisce con la relativa
invulnerabilità dello stato, ma è necessario valutare anche la sicurezza della società e/o degli
individui.
La nascita dei security studies come disciplina è un fenomeno recente. Durante la Guerra Fredda, la
sicurezza era nazionale. Dagli anni ’80 in poi questa impostazione è stata progressivamente criticata.
Nello scenario globale attuale, la concezione tradizionale di sicurezza (=protezione del territorio e
della sovranità nazionale e quindi orientata al mantenimento dello status quo e ristretta all’ambito
militare) risulta inadeguata alle necessità e alle sfide del tempo presente, offrendo una percezione
distorta e parziale della realtà, in quanto non in grado di tenere in debito conto le altre fonti di
insicurezza che caratterizzano un sistema integrato e globalizzato. Il pluralismo ontologico ed
epistemologico è oggi la norma e gli studi sulla sicurezza hanno margini disciplinari più ampi e più
permeabili di quelli degli studi strategici.
IL NUOVO CONTESTO GLOBALE
Principali elementi che definiscono la sicurezza:
1) Cambiamento strutturale dei rapporti internazionali dopo la fine della Guerra Fredda;
2) Accelerazione dei processi di globalizzazione.
La fine del mondo bipolare ha prodotto una revisione delle relazioni di sicurezza da una concezione
statica e unidirezionale delle minacce ad una visione multiforme e multidimensionale delle
dinamiche internazionali e delle sfide alla sua stabilità. I nuovi studi sulla sicurezza hanno superato
l’impostazione eurocentrica e hanno preso atto che nel periodo post bipolare la tradizionale
conflittualità interstatale era stata soppiantata da quella civile a carattere interstatale lungo una
molteplicità di cleavages (etnici, religiosi, economici, …).
Il fenomeno della globalizzazione è un secondo fattore che ha determinato i contenuti della
sicurezza contemporanea. Il risultato è stato una articolazione più complessa delle minacce, a causa
della difficile gestione del fenomeno. Il nesso globalizzazione-sicurezza si caratterizza per il
progressivo confondersi dei livelli interno ed esterno nelle scelte e nelle politiche. Un fenomeno di
contrazione del mondo per effetto dello sviluppo tecnologico e delle attività socioeconomiche, per
cui le decisioni politiche avvengono in uno spazio sempre più dilatato e denazionalizzato ed hanno
ripercussioni globali. Tali decisioni sono sempre più il risultato di dinamiche che superano il ristretto
ambito dello stato-nazione.
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RIASSUNTO DEL LIBRO “ SICUREZZA GLOBALE. LE NUOVE

MINACCE ” DI PAOLO FORADORI E GIAMPIERO GIACOMELLO

INTRODUZIONE

Tre principali direttrici:

  1. Stati come principali attori sulla scena internazionale, concentrandosi su nuovi strumenti derivanti dal progresso tecnologico;
  2. Sicurezza da un punto di vista non statale, prendendo in considerazione attori subnazionali o transnazionali;
  3. Attori non statali non solo come possibili soggetti portatori di minacce, ma anche come gli oggetti che devono essere protetti. La sicurezza non si esaurisce con la relativa invulnerabilità dello stato, ma è necessario valutare anche la sicurezza della società e/o degli individui. La nascita dei security studies come disciplina è un fenomeno recente. Durante la Guerra Fredda, la sicurezza era nazionale. Dagli anni ’80 in poi questa impostazione è stata progressivamente criticata. Nello scenario globale attuale, la concezione tradizionale di sicurezza (=protezione del territorio e della sovranità nazionale e quindi orientata al mantenimento dello status quo e ristretta all’ambito militare) risulta inadeguata alle necessità e alle sfide del tempo presente, offrendo una percezione distorta e parziale della realtà, in quanto non in grado di tenere in debito conto le altre fonti di insicurezza che caratterizzano un sistema integrato e globalizzato. Il pluralismo ontologico ed epistemologico è oggi la norma e gli studi sulla sicurezza hanno margini disciplinari più ampi e più permeabili di quelli degli studi strategici.

IL NUOVO CONTESTO GLOBALE

Principali elementi che definiscono la sicurezza:

  1. Cambiamento strutturale dei rapporti internazionali dopo la fine della Guerra Fredda;
  2. Accelerazione dei processi di globalizzazione. La fine del mondo bipolare ha prodotto una revisione delle relazioni di sicurezza da una concezione statica e unidirezionale delle minacce ad una visione multiforme e multidimensionale delle dinamiche internazionali e delle sfide alla sua stabilità. I nuovi studi sulla sicurezza hanno superato l’impostazione eurocentrica e hanno preso atto che nel periodo post bipolare la tradizionale conflittualità interstatale era stata soppiantata da quella civile a carattere interstatale lungo una molteplicità di cleavages (etnici, religiosi, economici, …). Il fenomeno della globalizzazione è un secondo fattore che ha determinato i contenuti della sicurezza contemporanea. Il risultato è stato una articolazione più complessa delle minacce, a causa della difficile gestione del fenomeno. Il nesso globalizzazione-sicurezza si caratterizza per il progressivo confondersi dei livelli interno ed esterno nelle scelte e nelle politiche. Un fenomeno di contrazione del mondo per effetto dello sviluppo tecnologico e delle attività socioeconomiche, per cui le decisioni politiche avvengono in uno spazio sempre più dilatato e denazionalizzato ed hanno ripercussioni globali. Tali decisioni sono sempre più il risultato di dinamiche che superano il ristretto ambito dello stato-nazione.

Tutto ciò ha spinto studiosi e analisti a dilatare ( broadening =interesse per le minacce di tipo non militare) ed approfondire ( deepening =moltiplicarsi degli oggetti di ricerca, dunque il settore ha più interesse a considerare la sicurezza degli individui e dei gruppi, piuttosto che quella degli stati) il loro campo di indagine. Gli studiosi si occupano ora di temi connessi non solo all’interesse nazionale, ma più genericamente al senso di vulnerabilità, welfare e qualità della vita degli individui. Il punto più alto di questa revisione sono le analisi prodotte dalla scuola di Copenaghen che ha elaborato una visione olistica, multidimensionale e densa del problema della sicurezza nazionale, legando assieme i tre livelli di analisi (individuo, stato e sistema internazionale). I soggetti a rischio non sono solo gli stati, ma anche attori non statali, principi, uno specifico ordine sociale o la natura stessa. Fondamentale è la nozione di securitization , ovvero sicurezza intesa non tanto come conseguenza di una minaccia oggettiva, ma quanto il risultato di un’interpretazione della minaccia. Il centro dell’analisi è la reazione di un attore politico nei confronti di un pericolo percepito come tale e del processo che costruisce la minaccia e quindi giustifica le misure di emergenza necessarie per fronteggiarla. Altro concetto importante è quello di human security , che comprende sia la sicurezza fisica, sia quella economico-sociale e politico-civile. La sicurezza umana è caratterizzata da cinque dimensioni:

  1. Sicurezza fisica, ambientale e personale;
  2. Sicurezza economica;
  3. Sicurezza sociale;
  4. Sicurezza politica;
  5. Sicurezza culturale. Al centro di questo approccio vi è l’individuo che deve essere protetto sia dalla violenza fisica ( freedom from fear ), sia da ogni forma di sfruttamento e oppressione ( freedom from want ). Questa prospettiva è ripresa anche dagli studi critici sulla sicurezza , la cui enfasi è posta sulle strutture di potere e dominio e su come queste vengano preservate. La sicurezza umana implica sia la protezione degli esseri umani e la difesa delle loro libertà, sia un impegno da parte della comunità internazionale nel rendere gli uomini capaci di farsi carico in prima persona del proprio destino.

1 – STATI FRAGILI E NARCO-STATI

I più recenti documenti strategici evidenziano le minacce poste alla sicurezza internazionale dai cosiddetti stati fragili o falliti. Al fine di contrastare l’emergere di stati-mafia o narco-stati, la comunità internazionale è da anni attiva attraverso missioni internazionali volte a rafforzare capacità e strumenti degli stati fragili. Vi sono però numerose contraddizioni all’interno del concetto di stato fallito. Secondo la concezione weberiana di stato moderno, il monopolio dell’uso della forza è il fattore chiave che caratterizza il presunto livello di fragilità di un’autorità priva del controllo effettivo del territorio. L’assenza di legittimità e l’incapacità di garantire i servizi di base rappresentano gli altri elementi fondamentali per la definizione di stato fragile. La nozione di stato fragile è recente e ha acquisito maggiore rilevanza nel periodo post-Guerra Fredda. È stata la guerra al terrore a porre al centro dell’agenda politica gli stati falliti in quanto possibile rifugio di organizzazioni terroristiche e vaso di Pandora di minacce militari e non. È il legame tra stati fragili e livello di violenza che in essi si scatena ad attirare l’attenzione della

In sintesi, si possono distinguere tre diversi approcci nella letteratura rispetto al concetto di stato fragile :

  1. Vero e proprio cambio di paradigma nelle relazioni internazionali, poiché l’esistenza stessa di stati fragili o falliti rappresenta la minaccia principale per l’ordine internazionale;
  2. Etichetta strumentale coniata dalle potenze occidentali per giustificare i propri interventi in aree di crisi;
  3. Pur riconoscendo la rilevanza del tema, si avanzano dubbi circa la possibilità di misurare effettivamente il grado di fragilità degli stati.

STATI FALLITI, CONFLITTI E ATTORI CRIMINALI

La letteratura ha posto in evidenza come la fragilità dello stato rappresenti un fattore chiave alla base dell’insorgenza di un conflitto violento e in particolare ha concentrato l’attenzione sul ruolo degli attori sub statali o transnazionali in relazione alla loro capacità di alimentare il conflitto e trarne un vantaggio di potere significativo. A partire dagli anni ’90, molte ricerche hanno enfatizzato il ruolo chiave degli attori criminali nei conflitti contemporanei. Andreas ha mostrato come i network criminali, in uno scenario ideale di frantumazione delle capacità statali, dipendenza dall’aiuto esterno, sanzioni ed embargo come la Bosnia durante la guerra, abbiano sviluppato la base materiale per la continuazione del conflitto. Per capire davvero i conflitti contemporanei, bisogna osservare il legame tra attori criminali transnazionali e fragilità delle strutture statali. Le capacità (risorse e potere) delle mafie transnazionali appaiono maggiori di quelle di alcuni stati fragili. La letteratura ha assunto toni allarmistici rispetto alla minaccia degli stati-mafia , che sfruttano le economie deboli di stati fragili per assumere una posizione di controllo grazie a una crescente liquidità. Tali stati rappresenterebbero una minaccia enorme per la sicurezza internazionale, soprattutto alla luce di potenziali legami con gruppi terroristici. Proprio questi traffici sono considerati come fattori centrali nel propagare l’instabilità da un conflitto all’altro. È necessario dunque indagare la natura di queste relazioni e l’effettiva validità analitica del meccanismo di cattura dello stato da parte della criminalità organizzata. Quale collegamento esiste tra mafie transnazionali, traffico di droga, stati fragili e instabilità geopolitica? Due punti di vista:

  1. Cattura dello stato : Molti stati fragili si sono dimostrati vulnerabili alla cattura da parte di attori criminali esterni, ponendo una grave minaccia per la sicurezza regionale e globale. È il caso della regione che va dal Golfo di Guinea al Nord Africa, nella quale la fragilità di molti paesi dell’area – divenuta strategica grazie alle nuove rotte del traffico di cocaina – avrebbe effettivamente permesso ai narcotrafficanti di catturare la Guinea-Bissau, considerata il primo paese ad essere definito narco-stato;
  2. Meccanismi di Patronato : Ovvero il complesso rapporto tra élite e network criminali, con la centralità dei meccanismi di patronato, di accordo, di state - sponsorship. Questa prospettiva permetterebbe di comprendere come scenari caratterizzati oggi da violenza diffusa per la lotta alla droga (es: Messico) abbiano vissuto anni di relativa calma grazie alla stretta relazione tra attori criminali e statali.

LA MINACCIA DEI NARCO-STATI: IL CASO PARADIGMATICO DELLA GUINEA-BISSAU

Dal 1974 la Guinea-Bissau è stata costantemente segnata da guerre civili, colpi di stato e da una diffusa instabilità politica. Lo stato non controlla il proprio territorio, non garantisce il rispetto dei

diritti fondamentali, l’ordine interno e la sicurezza delle frontiere, non provvede ai servizi minimi nei confronti dei propri cittadini e ha perso legittimità in seguito alla pluralità di colpi di stato che si sono succeduti al termine della guerra civili del 1998-1999. L’interesse principale della comunità internazionale deriva dalle particolari condizioni, geografiche, economico-sociali e politiche, che hanno favorito una crescente presenza di network criminali, interessati a trasformare il paese in un hub strategico per le rotte del traffico di cocaina dall’America Latina all’Europa. L’idea della cattura della Guinea-Bissau da parte dei cartelli della droga sudamericani si è gradualmente diffusa. L’immagine di narco-stato si afferma definitivamente nel marzo 2009, in seguito all’assassinio dell’allora presidente e del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Il caso studio permette di osservare da vicino la validità delle prospettive teoriche. Il framework dello stato fragile appare a prima vista predominante, sia nell’analisi dei media sia in quello delle principali organizzazioni regionali e internazionali, che infatti si attivano per far fronte alla minaccia di un possibile stato fallito controllato dai cartelli della droga. Il timore è sulla possibile connessione tra la pluralità di gruppi insorti o terroristi della regione e attori criminali esterni. Per meglio comprendere la relazione tra stati fragili e criminalità organizzata è necessario avere una più ampia prospettiva storica. La Guinea-Bissau si caratterizza anche per una tradizionale presenza di rotte di traffici illeciti. Reti preesistenti e consolidate, anche a livello logistico, si rivelano fondamentali per lo sviluppo del traffico di droga. La fragilità dello stato è dunque interpretata come la condizione chiave che ne favorisce la trasformazione in un narco-stato governato e controllato dai baroni della droga. Un paese privo di controlli alle frontiere, agli ultimi posti negli indici di sviluppo umano, appare la preda ideale per i network criminali che se ne vogliono impossessare per trasformarlo in un hub regionale del commercio di cocaina. Un caso concreto aiuta a capire in che modo studiare il rapporto tra fragilità dello stato e minacce poste dal crescente peso di attori criminali transnazionali. Due sono le strade che si possono intraprendere:

  1. Osservare i dataset che analizzano gli indicatori di fragilità. Gli elementi rilevanti che emergono sono principalmente tre: 1) il livello di governance sempre molto basso, 2) la diminuzione degli indicatori attinenti alla rule of law che testimoniano uno scarso impatto delle missioni internazionali e 3) la violenza appare limitata agli scontri tra élite e omicidi politici. L’assenza di violenza è un dato interessante, che aiuta a comprendere la natura dello scenario e introduce la chiave ultima per comprenderne lo sviluppo: il rapporto tra élite militari, attori politici e traffico di droga.
  2. Indagine qualitativa in profondità che indaga la natura delle relazioni tra soggetti statali e non, e consente di delineare un quadro diverso rispetto alla diffusa immagine del paese catturato dai network criminali. Un quadro che spinge anche a rivedere la nozione stessa di fragilità: l’idea di uno stato che finisce nelle mani della criminalità transnazionale si basa sulla concezione di fragilità intesa come assenza di sovranità e vuoto di potere. Questa prospettiva non corrisponde appieno alla realtà. Il potere esiste eccome ed è rappresentato dalle élite politiche e militari, desiderose di spartirsi la torta dei profitti derivanti dal narcotraffico. Anche gli episodi di violenza politica devono essere compresi all’interno di questo framework di analisi, ovvero la divisione della torta. Il perno stesso nella gestione del traffico è l’autorità statale in mano alle élite militari.

2 – PROLIFERAZIONE E ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA

COSA SONO LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA

Le armi di distruzione di massa (ADM) comprendono l’insieme delle armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN). L’equivalenza tra ADM e CBRN si giustifica per la capacità potenziale che le armi CBRN hanno di arrecare danni catastrofici, sproporzionati e indiscriminati decisamente superiori a qualsiasi dispositivo militare convenzionale. Tre ulteriori elementi delle CBRN le distinguono da quelle convenzionali e le qualificano a pieno titolo come ADM:

  1. Il loro effetto distruttivo si realizza all’istante o in tempi ristretti;
  2. Le CBRN sono armi che suscitano un orrore maggiore di quelle convenzionali in ragione del loro misterioso modo di operare, per l’imprevedibilità delle conseguenze, gli effetti indiscriminati, le conseguenze di lungo periodo e la particolare insidiosità;
  3. Sono percepite come intrinsecamente immorali, in quanto colpiscono indiscriminatamente personale militare e civili. Per arma chimica si intende l’uso di sostanze chimiche tossiche per causare, attraverso un’azione chimica sui processi vitali, la morte, il ferimento, la temporanea inabilità o danni permanenti, ad esseri umani e animali. Le armi chimiche possono essere suddivise in base agli effetti prodotti in quattro principali classi: 1) armi asfissianti, 2) armi vescicanti, 3) agenti del sangue, 4) agenti nervini. La maggior parte degli esperti ritiene limitata l’efficacia militare delle armi chimiche per i suoi effetti imprevedibili e per l’esistenza di validi sistemi di protezione. Il principale ruolo delle armi chimiche sul campo di battaglia è quindi quello di force multiplier , vale a dire di aumentare l’effetto delle armi convenzionali riducendo la performance militare dell’avversario costretto a equipaggiarsi e a distogliere risorse per la propria difesa altrimenti disponibili per altre finalità militari. La loro efficacia rimane elevata contro forze avversarie non addestrate ed equipaggiate o contro la popolazione civile. Le armi biologiche hanno come obiettivo la diffusione intenzionale degli agenti di alcune malattie infettive. Questi agenti possono essere batteri, virus, funghi e tossine. Elemento distintivo di questa categoria è la possibilità di auto replicazione e diffusione per contagio. Il loro potenziale distruttivo è enorme, tuttavia il loro impiego è altamente improbabile, in considerazione del fatto che i sistemi sanitari dei paesi mediamente sviluppati sono in grado di far fronte efficacemente alla diffusione naturale di malattie infettive. L’efficacia delle armi biologiche dipende da fattori esterni e può essere contenuta da opportuni sistemi di protezione/contrasto, sia nella forma d’interventi preventivi, sia nella cura e nella pronta gestione delle conseguenze. Gli effetti incerti, ritardati, indiscriminati e imprevedibili dell’arma biologica la rendono poco affidabile e credibile da un punto di vista militare; mentre si tratta di una valida opzione per un attacco finalizzato a suscitare panico e disordine sociale da parte di gruppi terroristici. Un’ arma radiologica ha lo scopo di diffondere sostanze radioattive per contaminare cose e persone in una determinata area. A differenza delle armi nucleari, non vi è in questo caso l’utilizzo di materiali fissili né una reazione a catena di grado di provocare un’esplosione nucleare. Il valore militare di questa categoria di armi è limitato e dubbio il suo impatto in combattimento, tanto che per molti analisti le armi radiologiche non sono da considerarsi armi di distruzione di massa, quanto armi di mass-disruption (=capaci di provocare paura, scompiglio e danni economici più che morte e

distruzione su vasta scala). La facilità di realizzazione di un’arma radiologica la rende adatta ad un gruppo terroristico intenzionato a diffondere panico colpendo soft targets. L’ arma nucleare è un ordigno a energia esplosiva derivata dalla fissione, o dalla combinazione di un processo di fissione e fusione, del nucleo di un atomo. Il materiale fissile impiegato per costruire questi ordigni è costituito dall’uranio opportunamente arricchito e dal plutonio. La bomba a fissione (A) produce la sua energia attraverso la scissione dei nuclei atomici di una massa critica di materiale fissile in una rapidissima reazione a catena. La bomba termonucleare (H) si basa su un processo di fissione-fusione-fissione, in cui una normale bomba A, che serve da innesco, crea l’alta temperatura e la pressione necessaria alla fusione degli isotopi leggeri dell’idrogeno. Un’esplosione nucleare ha effetti catastrofici per l’altissima temperatura e l’onda d’urto generate dalla detonazione e le residue radiazioni che ne conseguono ( fallout ). La potenza dell’arma nucleare ha rivoluzionato il modo di concepire la guerra moderna sconvolgendo la logica clausewitziana del conflitto. È difficile immaginare uno scenario in cui le armi nucleari possano trovare un’applicazione bellica razionale, soprattutto in un contesto di ostilità tra paesi entrambi dotati di arsenali nucleari in cui l’esito probabile di un conflitto aperto è la distruzione reciproca. La principale funzione delle armi nucleari è politica: il loro valore è di servire una strategia di deterrenza (=prevenire un comportamento indesiderato da parte di un avversario, prospettandogli un costo e un rischio superiori ai possibili guadagni che tale comportamento gli potrebbe garantire).

TEORIE DELLA PROLIFERAZIONE

La letteratura distingue quattro modelli esplicativi. Tali modelli non sono necessariamente alternativi, ma spesso interagiscono e si rafforzano a vicenda.

  1. Modello della sicurezza nazionale : Gli stati cercano di dotarsi di ADM con lo scopo di aumentare la propria sicurezza di fronte alle minacce esterne e quindi come deterrente contro il pericolo di aggressione e compensazione per la propria inferiorità convenzionale. La proliferazione è il risultato dell’insicurezza tipica di un contesto internazionale anarchico e conflittuale. A sua volta la proliferazione è fonte di ulteriore insicurezza e quindi proliferazione. Al contrario, l’assenza di uno stato d’insicurezza disincentiva la proliferazione anche in paesi tecnicamente ed economicamente capaci di produrre armi nucleari. Il modello della sicurezza non spiega tutti i casi di proliferazione e soprattutto quelli di non proliferazione; non riuscendo a dare spiegazione del perché molti paesi che si trovano in situazione di acuta insicurezza non si dotino della Bomba.
  2. Modello della politica nazionale : Analizza i fattori e gli attori di politica interna che incoraggiano (o scoraggiano) la proliferazione con l’obiettivo di avvantaggiare gli interessi politici, organizzativi e burocratici di specifici gruppi interni. La decisione non è il risultato di una razionale e coerente decisione volta a far avanzare la sicurezza nazionale, quanto il prodotto di un complesso processo decisionale in cui concorrono una varietà di attori desiderosi di proteggere i propri interessi personali. L’analisi delle caratteristiche delle coalizioni politiche è centrale nell’analisi di Solingen che individua una relazione diretta tra l’orientamento politico della coalizione governativa e la scelta di proliferare o meno.
  3. Modello normativo : Interpreta le scelte nucleari come decisioni volte a soddisfare importanti funzioni simboliche che riflettono l’identità nazionale di uno stato. Sulla proliferazione, l’enfasi è posta sul valore simbolico delle armi nucleari, quale espressione della potenza, dello sviluppo tecnologico e del prestigio internazionale. Le norme, il

SFIDE E PROBLEMI APERTI

La lotta alla proliferazione della ADM e l’impegno a favore della loro completa eliminazione hanno raggiunto molti risultati positivi : i. Il tabù contro l’uso delle ADM ha resistito, almeno per le bombe nucleari, dall’epoca di Hiroshima e Nagasaki; ii. Se è innegabile che le ADM siano ancora molto diffuse, è però anche vero che: a) la situazione potrebbe essere peggiore, b) il grosso degli arsenali chimici è stato distrutto sotto supervisione dell’OPAC, c) gli arsenali nucleari sono stati ridotti dell’80% rispetto ai massimi della Guerra Fredda. Ciononostante, la lotta contro le ADM rimane ardua. Sette sono le principali sfide al regime internazionale di non proliferazione :

  1. Nonostante le riduzioni, molte migliaia di testate nucleari rimangono negli arsenali mondiali;
  2. Non c’è nessuna garanzia che la strategia della deterrenza possa essere applicata con efficacia in un contesto post bipolare, molto più complesso e instabile;
  3. Il rischio che altri paesi possano acquisire armi nucleari non può essere sottovalutata;
  4. L’universalità dei principali trattati di non proliferazione è difficilmente raggiungibile nel breve-medio periodo;
  5. Gli attori non statali hanno un ruolo sempre più rilevante nella proliferazione delle ADM, sia nella forma di fornitori ( suppliers ) e intermediari ( middlemen ) di tecnologie, materiali e know-how, sia pure come di perpetuatori ( end-users ) di attacchi con armi non convenzionali;
  6. L’inarrestabile progresso tecnologico della chimica e della biologia costituisce una generale minaccia al regime di non proliferazione;
  7. Fonte di allarme è anche la proliferazione dei vettori e dei sistemi di lancio.

3 – ENERGIA E RISORSE

La sicurezza energetica è parte fondante della sicurezza nazionale, sia perché le fonti energetiche contribuiscono allo sviluppo economico e alla stabilità sociale degli stati, sia perché sono un elemento imprescindibile per il funzionamento del loro strumento militare e la difesa territoriale. Sin dal XIX secolo la consapevolezza della natura limitata delle risorse energetiche disponibili a livello globale ha determinato una forte attenzione da parte dei maggiori paesi consumatori alla sicurezza dei loro approvvigionamenti energetici. Col passare degli anni, le preoccupazioni per il possibile esaurimento delle riserve di petrolio sono aumentate a causa della crescente competizione internazionale per l’accesso a queste fonti, fortemente concentrate in aree geografiche ben definite e politicamente instabili. Con lo shock petrolifero degli anni ’70, l’utilizzo dell’arma energetica a fini politici da parte dei paesi esportatori ha introdotto un ulteriore elemento di incertezza nelle relazioni energetiche internazionali. L’embargo petrolifero ha portato alla teorizzazione del concetto di sicurezza energetica e alla definizione dell’attuale sistema di governance del settore. Nel 1974 i paesi industrializzati hanno creato l’Agenzia internazionale per l’energia – AIE che, attraverso la creazione di riserve strategiche e un coordinamento delle politiche energetiche nazionali, cerca di mitigare gli effetti del possibile utilizzo politico dell’arma tecnologica da parte dei paesi produttori.

L’approccio mette al centro gli interessi dei paesi consumatori, non tenendo in considerazione le necessità e le vulnerabilità dei paesi esportatori. All’obiettivo della sicurezza degli approvvigionamenti, pertanto, si deve affiancare quello della sicurezza della domanda, imponendo che ogni riflessione esauriente sul concetto di sicurezza energetica prenda in considerazione le priorità di tutti gli attori coinvolti. Nell’ultimo decennio il tema ha nuovamente acquisito forte rilevanza nel dibattito sulla sicurezza. Il riacutizzarsi dei timori per un imminente declino della produzione globale di petrolio e per il contemporaneo inasprirsi della competizione internazionale per l’accesso alle risorse ha portato ad una rielaborazione e ad un ampliamento del concetto di sicurezza energetica; che non si limita più alla capacità di far fronte a possibili interruzioni delle forniture, ma acquisisce una forte connotazione strategico-militare. La teorizzazione dei concetti di resource wars contribuisce poi ad estendere il perimetro della sicurezza energetica, fino a ipotizzare il ricorso allo strumento militare per ottenere il controllo diretto su fonti strategiche.

IL CONCETTO DI SICUREZZA ENERGETICA

Quello di sicurezza energetica è un concetto estremamente sfaccettato che molto spesso viene affrontato come semplice premessa introduttiva in più ampi contesti di analisi geopolitica. Appare difficile trovare una definizione univoca ed esaustiva del concetto, in quanto si intrecciano elementi di natura politica con altri più economici e socio ambientali. Sovacool ha individuato 45 differenti definizioni di sicurezza energetica, ma spesso queste non sono il frutto di una precisa riflessione teorica; più che altro vengono spesso decontestualizzate in analisi di natura più pratica o settoriale. Quattro criteri principali:

  1. Disponibilità : Diversificare le fonti utilizzate, promuovere un sistema in grado di rispondere rapidamente in caso di attacco o sospensione del servizio e minimizzare la dipendenza da approvvigionamenti esterni;
  2. Accessibilità : Servizi accessibili a tutti i consumatori e minimizzare la volatilità dei prezzi;
  3. Efficienza : Prestazioni migliori di apparati e strumentazioni e modificare le abitudini dei consumatori;
  4. Tutela : Protezione dell’ambiente, delle comunità e delle generazioni future. Per Bielecki la sicurezza energetica consisterebbe nella disponibilità di forniture affidabili e adeguate di energia a prezzi ragionevoli, dove con il termine adeguato si fa riferimento alla disponibilità di forniture ininterrotte in grado di soddisfare completamente le esigenze della domanda globale. Meno chiaro è il riferimento ai prezzi ragionevoli. In questa definizione è forte lo sbilanciamento verso le posizioni ed esigenze dei paesi consumatori. Tale approccio caratterizza gran parte del dibattito istituzionale e accademico sul tema. Il concetto di sicurezza energetica viene dunque fatto generalmente coincidere con quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. L’identificazione e la definizione dei rischi in grado di mettere a repentaglio il regolare flusso delle forniture energetiche e condizionare in modo significativo il funzionamento dei mercati internazionali e la sostenibilità della domanda di singoli paesi consumatori assumono una rilevanza chiave nel determinare il livello di sicurezza/insicurezza dei paesi consumatori. Questi rischi possono avere differenti origine e natura.
  • Nel breve periodo , problemi di carattere tecnico ed eventi climatici possono minacciare la continuità e la sicurezza degli approvvigionamenti. Ben più gravi e temuti sono le minacce

potrebbero avere conseguenze negative indirette, come l’incremento dei prezzi del petrolio dovuto da costi di assicurazione più elevati. Il terrorismo internazionale viene spesso presentato come una potenziale minaccia alla sicurezza e alla stabilità degli approvvigionamenti internazionali di petrolio e gas naturale. Poiché l’obiettivo del terrorismo internazionale è di minare la stabilità economica e sociale degli stati, gli asset energetici diventano un bersaglio particolarmente appetibile. Il livello di vulnerabilità e gli effetti sulla sicurezza degli approvvigionamenti varierebbero a seconda delle differenti infrastrutture energetiche. L’impatto di un attacco nei confronti di un grande terminal petrolifero o di un’importante raffineria potrebbe avere effetti drammatici non solo per la sicurezza energetica dei paesi che ospitano tali impianti, ma in caso di grandi infrastrutture anche sulla stabilità dell’intero sistema energetico internazionale. Il normale funzionamento dei mercati energetici globali e la sicurezza degli approvvigionamenti dei paesi consumatori sono sempre più soggetti alle fragili dinamiche interne di stati spesso caratterizzati da insurrezioni, guerre civili e conflitti regionali. Gruppi di ribelli, movimenti separatisti e minoranze etniche o religiose spesso ricorrono ad attacchi a infrastrutture energetiche per minare la stabilità dei governi e la loro capacità di controllare la vita politica ed economico- sociale del paese. Il rischio è che la forte instabilità interna compromettano la capacità di questi paesi di produrre ed esportare a pieno regime i loro beni energetici. Nei casi più gravi, la degenerazione delle condizioni di sicurezza rappresenta una grave minaccia per la stabilità dei mercati energetici internazionali.

LA MILITARIZZAZIONE DELL’ENERGIA

Nell’ultimo decennio, la progressiva militarizzazione delle relazioni energetiche internazionali è diventata oggetto di un vivo dibattito in ambito accademico. L’ipotesi principale è che la competizione per l’accesso alle risorse rappresenti uno dei trend più preoccupanti dell’attuale sistema di sicurezza internazionale e che possa diventare causa di conflitti. Questi potrebbero essere combattuti da stati confinanti per ottenere l’accesso a risorse localizzate in aree oggetto di dispute territoriali, potrebbero vedere affrontarsi paesi consumatori e produttori o tra soli paesi consumatori per assicurarsi l’accesso a gas e petrolio eliminando la concorrenza. Nell’era della globalizzazione lo stesso concetto di sicurezza assume una connotazione economica. L’accesso a fonti energetiche sicure e stabili rappresenta una condizione necessaria per ottenere e mantenere lo status di potenza internazionale. In questo scenario, il tema della scarsità delle risorse assume una rilevanza chiave nel dibattito sulla sicurezza internazionale. L’accesso a riserve energetiche non ancora sviluppate potrebbe diventare un elemento fondamentale per rafforzare la sicurezza energetica di uno stato. La possibilità che la violenza armata venga utilizzata per acquisire il controllo fisico su queste risorse non può essere esclusa. In passato ciò si è verificato in aree oggetto di disputa territoriale, ma poiché la definizione dei confini terrestri è generalmente agevole da effettuare, questo tipo di dispute potrebbero esser più probabili per quanto riguarda le risorse localizzate sui fondali marini contesi. A tal proposito, però, fino ad ora simili provocazioni non sono mai degenerate in veri e propri conflitti armati. La forte competizione energetica potrebbe incoraggiare grandi paesi consumatori ad utilizzare la forza nei confronti dei paesi produttori per ottenere l’access e il controllo sulle attività estrattive. L’utilità del ricorso alla guerra per questo motivo, però, è un elemento tutt’altro che scontato. Si

tratta di un’opzione altamente inefficiente, sia dal punto di vista operativo sia da quello economico. L’intervento militare potrebbe essere giustificato da obiettivi indiretti come il rovesciamento di un governo ostile e l’installazione di un regime fantoccio disposto a favorire gli interessi energetici dell’invasore. Simili sforzi militari, però, tendono a produrre una serie di inconvenienti diretti e indiretti decisamente maggiori rispetto ai benefici derivanti dall’eventuale accesso alle risorse. Per questo motivo l’eventualità che scoppino conflitti finalizzati al controllo di risorse energetiche localizzate in paesi terzi appare limitata. Più probabile è il ricorso alla guerra per far fronte a minacce fisiche che rischiano di minare la sicurezza degli apparati di approvvigionamento internazionale e il funzionamento dei mercati energetici. L’utilizzo delle marine militari per assicurare la sicurezza del transito attraverso gli stretti e le principali rotte marittime potrà essere esteso alle regioni particolarmente instabili, con l’effetto di favorire sforzi cooperativi della comunità internazionale per far fronte a minacce considerate globali e comuni.

L’APPROCCIO ISTITUZIONALE

In un contesto di forte vulnerabilità di fronte alla minaccia energetica i paesi occidentali hanno avviato un importante processo di riflessione strategica sul tema della sicurezza energetica. Nella European Security Strategy del 2003, l’ Unione Europea ha inserito la forte dipendenza dei suoi paesi membri da fonti esterne tra le principali sfide globali per il futuro del continente. La rilevanza del tema è stata reiterata anche in documenti successivi come il Documento Strategico Europeo del 2008, nella quale la sicurezza energetica figura come una delle minacce chiave al pari delle armi di distruzione di massa. La riflessione in ambito europeo ha portato ad una serie di misure per rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione e dei suoi stati membri. La sicurezza degli approvvigionamenti è diventata uno dei tre elementi fondanti della politica energetica europea. Significativa è anche l’evoluzione dell’approccio alla sicurezza energetica all’interno della NATO. I membri dell’Alleanza hanno sottolineato più volte e in modo esplicito i rischi legati alla sospensione delle forniture energetiche, identificando anche una serie di aree nelle quali un ruolo attivo della NATO avrebbe potuto offrire un valore aggiunto alla sicurezza energetica internazionale. In realtà, a partire dal 2012 l’Alleanza ha visto diminuire l’impegno in questo settore, concentrando i propri sforzi sull’efficienza energetica per le forze armate, grazie alla creazione del NATO Energy Security Centre of Excellence in Lituania. MILITARIZZAZIONE DELLA SICUREZZA ENERGETICA Secondo Moran e Russell l’uso della forza a fini energetici può includere: ▪ La cattura e il diretto controllo di asset strategici attraverso mezzi militari; ▪ Scontri militari determinati da sforzi competitivi per identificare e sfruttare risorse energetiche; ▪ La distruzione di asset energetici per negare l’accesso alle risorse ai rivali; ▪ Il controllo indiretto di asset a capacità energetiche attraverso la creazione di governi fantoccio nei paesi produttori; ▪ La deposizione di governi e regimi le cui azioni sono considerate destabilizzanti per il mercato energetico; ▪ La protezione di infrastrutture energetiche chiave; ▪ Il controllo militare attivo su stretti internazionali e rotte marittime; ▪ La cooperazione militare verso partner energetici a fronte di accesso esclusivo alle risorse; ▪ Interventi per proteggere governi di paesi produttori da instabilità interna; ▪ La creazione di trading blocks energetici esclusivi basati su impegni di mutua protezione militare.

Insieme, questi elementi volatili hanno generato una serie di effetti destabilizzanti sull’ecosistema e di conseguenza sulle strutture antropiche al suo interno. Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia quando l’evoluzione del fenomeno inserisce un’instabilità crescente nel nostro processo di adattamento e di reazione al contesto, aumentando il rischio che si verifichino fallimenti nei meccanismi che garantiscono la nostra sicurezza sociale e politica. Adattare le strutture ai nuovi fenomeni richiederà diverse componenti: l’accettazione del problema, la comprensione di come fronteggiare il futuro, la ricezione di questi orientamenti a livello politico, e la modifica della percezione collettiva nei confronti di quel rischio. Per mitigarne gli effetti, sarà necessario agire a monte riducendo le emissioni di gas serra e gli altri fattori causali, mentre per adattarsi e minimizzare i danni sarà necessario mettere in atto sia misure strutturali che non strutturali. Nelle prossime decadi i cambiamenti nelle temperature sono attesi come più ampi e veloci rispetto a qualsiasi altro periodo registrato negli ultimi 10.000 anni. Le conseguenze fisiche includono una maggior frequenza di inondazioni, di tempeste e siccità, con effetti che coinvolgono tutte l’umanità. La pressione che ne può derivare ha il potenziale per esasperare le problematiche latenti, valicando i confini e le competenze degli stati e risultando un pericolo di contesto. Il rapporto che ha portato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul tema è il Abrupt Climate Change del 2003, che aveva lo scopo di valutare i possibili impatti del cambiamento climatico sulla sicurezza nazionale degli USA. L’elemento comune confermato dalla letteratura successiva è che viviamo in un mondo interconnesso dove lo spostamento degli equilibri esistenti può causare effetti più o meno immediati anche in zone geograficamente lontane e apparentemente non correlate: fenomeno noto come Butterfly effect. Un altro documento chiave è quello redatto nel 2008 da Parlamento e Commissione Europea , dove sono indicate sette categorie di minacce alla sicurezza correlate al cambiamento climatico:

  1. Conflitti sulle risorse;
  2. Danni economici e rischi per le città costiere e le infrastrutture critiche;
  3. Perdita di territori e dispute di confine per, ad esempio, il rientro delle linee di costa;
  4. Migrazioni indotte dal peggioramento delle condizioni ambientali;
  5. Situazione di fragilità e radicalizzazione che aumenta l’instabilità degli stati fragili;
  6. Tensioni sui rifornimenti energetici;
  7. Pressioni sulla governance internazionale.

DISASTRI NATURALI E SICUREZZA

Nella storia umana i processi naturali estremi sono sempre stati associati ai disastri. Negli ultimi secoli, la crescente influenza dell’azione umana nello spazio ha aumentato le zone sensibili all’impatto di un disastro. Sono aumentate in modo costante le perdite dirette (=le conseguenze più visibili dovute ai danni immediati come il collasso di edifici), mentre altri fattori, come le perdite umane, sembrano essere stati in parte contenuti dal progresso tecnologico. LA DEFINIZIONE UFFICIALE DI DISASTRO Per disastro si intendono delle severe alterazioni nel normale funzionamento di una comunità o di una società, dovute a pericolosi eventi fisici che interagiscono con condizioni sociali vulnerabili portando a diffusi effetti avversi in termini umani, materiali economici o ambientali.

La definizione di disastro naturale è, però, più frutto di una convenzione che di una realtà di fatto. L’evento naturale in sé non è né buono né cattivo, ma assume la valenza di crisi nel momento stesso in cui impatta sulla realtà antropica. In modo simile, è sempre più difficile distinguere disastri naturali e tecnologici per la stretta interazione e interconnessione che questi elementi hanno nella società moderna. Alexander dimostra come molti disastri siano compositi o concorrenti: si ha infatti una relazione tra impatto geofisico e vulnerabilità umana in cui gli effetti indotti dall’evento naturale in sé sono difficili da separare da quelli antropogenici. Il rapporto dell’IPCC sulla gestione dei disastri sottolinea ulteriormente come i livelli di rischio siano direttamente correlati al livello di esposizione (=la presenza nelle aree sensibili) e la vulnerabilità stessa (=propensione ad essere sfavorevolmente colpiti da un disastro). Si possono quindi avere differenti effetti a seconda del luogo e del periodo in cui l’evento colpisce. Ciò che è certo è che l’evoluzione sociale e tecnologica ha agito sullo spazio geografico anche trasformandone i caratteri in termini funzionali, ovvero aggiungendo sul territorio una rete di infrastrutture (come Vigili del Fuoco e Protezione Civile) che risultano essenziali per lo svolgersi delle azioni umane, e che se colpita duramente da un disastro può generare conseguenze sia a livello locale sia a livello globale. A questi centri operativi va aggiunta un’altra serie di strutture critiche, come le reti di rifornimento, i vettori di comunicazione e gli acquedotti. Da questi impianti dipende la capacità di mantenere operative le comunità sia in periodi ordinari, sia nei momenti di disastro. Appare sempre più evidente e probabile che nel prossimo futuro i disastri naturali abbiano un effetto cascata , per cui dall’impatto di un disastro si possono creare sub disastri collaterali dovuti eventualmente anche a fallimenti di strutture umane. In prospettiva di un aumento nel numero e nell’impatto dei disastri, la comunità internazionale deve prendere atto di come le misure per ridurre le minacce alla sicurezza passino da un maggiore coordinamento fra istituzioni internazionali per ridurre le cause e mitigare gli effetti del cambiamento climatico; ma anche dalla discussione e messa in pratica di un modello di adattamento che garantisca la capacità di risposta operativa a livello locale in modo più elastico. Rispetto al passato, non è più possibile ragionare solo in termini di misure strutturali, ma bisogna anche mettere in preventivo il miglioramento degli strumenti non strutturali.

CAMBIAMENTI CLIMATICI, AGRICOLTURA E SICUREZZA ALIMENTARE

Per quanto riguarda il settore agroalimentare, bisogna innanzitutto tenere in considerazione che esso è sia responsabile che vittima dei cambiamenti climatici. Il comparto agricolo per sua natura è il settore più sensibile alle conseguenze di queste dinamiche, ma contribuisce anche a rafforzarle attraverso alcune precise scelte di sviluppo e metodi di produzione. L’impatto ambientale dell’agricoltura è da imputarsi al modello produttivo basato su produzioni intensive ed estensive. L’adozione dell’agricoltura intensiva ha portato a notevoli incrementi della produttività dei terreni, ma ha prediletto la monocultura a scapito della biodiversità; trascurando l’importanza della sostenibilità delle produzioni. SICUREZZA ALIMENTARE Il concetto di sicurezza alimentare ( food security ) è stato introdotto dalla FAO nel 1996. Secondo la definizione, la sicurezza alimentare esiste quando tutte le persone in ogni momento hanno accesso fisico ed economico ad una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le loro esigenze dietetiche e preferenze alimentari per una vita attiva e sana.

sostenibile deve considerare congiuntamente tre dimensioni: economica, ambientale e sociale. Questa percezione è in linea con il concetto di sviluppo sostenibile che venne introdotto per la prima volta nel 1987 dal Rapporto Bruntland. Per andare verso un nuovo paradigma produttivo che miri alla mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, l’OCSE ha elaborato il rapporto Green Growth Strategy che mira ad una definizione di obiettivi di sviluppo economico e di riduzione della povertà che siano compatibili con l’uso delle risorse naturali entro la loro capacità di autoriproduzione e con la protezione ambientale nel lungo periodo. Per il settore primario, l’obiettivo è di assicurare la sicurezza alimentare alle generazioni future in un contesto di minore disponibilità di input e risorse naturali. Il settore agroalimentare deve poi confrontarsi anche con altre minacce alla sicurezza, quali un crescente squilibrio tra domanda e offerta di prodotti alimentari, il processo di inurbamento e la cementificazione delle aree periurbane.

5 – TERRORISMO E ANTITERRORISMO

SPECIFICITÀ DELLA VIOLENZA TERRORISTICA

La definizione di terrorismo è altamente problematica. Terrorista è uno stigma di cui si fa regolarmente uso per delegittimare avversari o nemici. Esiste però l’idea che in certi casi esista un diritto a lottare e che l’uso della violenza anche nelle sue forme non convenzionali sia giustificato dallo scopo per il quale ci si batte. La presunta nobiltà della causa impedirebbe in tal modo la criminalizzazione della violenza. La cosa migliore sembrerebbe rassegnarsi all’adagio per il quale colui che per una parte è un terrorista è per un’altra un combattente per la libertà. Ciò darebbe ragione allo studioso Walter Laqueur che scrisse come qualunque definizione di terrorismo che intenda spingersi oltre l’uso sistematico dell’uccisione, ferimento e distruzione, o della minaccia di questi atti, diretti al conseguimento di fini politici finirà con il generare una controversia. La varietà di definizioni scientifiche di terrorismo risente dunque delle implicazioni politiche e morali del termine. Questi ostacoli non hanno comunque scoraggiato sforzi di pervenire ad una definizione quanto più oggettiva. Si può notare che il terrorismo è una forma di partecipazione politica che, a causa dell’impiego di azioni violente , fuoriesce dall’alveo in cui operano altre forme, come la competizione elettorale, che sono dirette a condizionare in modo pacifico le decisioni di un sistema politico. È proprio sulla natura dell’esondazione che si innescano le controversie sulla definizione. Vi sono casi in cui questa fuoriuscita dalla cornice delle forme pacifiche assume una modalità specifici e, inoltre, se si parla di politica si sta peraltro circoscrivendo il discorso ad un ambito specifico della violenza. Per questo, bisogna distinguere l’insieme della violenza politica in cui rientra il terrorismo da quello delle azioni in cui ricade il crimine. Le organizzazioni criminali condizionano in modo violento il sistema politico, ma la natura dei loro obiettivi è economica. Vi sono, nello stesso tempo, forme di agire politico violento cui non applichiamo il termine terrorismo. Un caso emblematico è la guerra, ma in quanto accettata come soluzione politica percorribile ed essendo assoggettata a certe regole, fa sì che chi esca dai confini stabiliti venga etichettato come criminale di guerra e non terrorista. Secondo Antonio Cassese , però, gli atti terroristici si intersecano con quelli dei criminali di guerra dove si verifica un’azione violenta intrapresa a) contro civili o persone non partecipanti alle ostilità armate e che b) ha come suo scopo primario diffondere terrore tra la popolazione civile.

È stata poi effettuata una scelta convenzionale nella definizione di terrorismo, indicato per identificare esclusivamente l’azione di entità non statali. Donatella della Porta lo definisce, infatti, come l’attività di quelle piccole organizzazioni clandestine, le quali, attraverso un continuo e quasi esclusivo uso di repertori violenti, cercano di realizzare o di impedire certi cambiamenti politici. Questa opzione non nega che gli stati possano colpire civili sia in tempo di guerra che di pace, ma questo tipo di violenza viene definito come terrorismo di stato o semplicemente terrore. Vi sono poi casi in cui gli stati intervengono indirettamente, attraverso il sostegno offerto a gruppi non statali responsabili di attentati, e questi vengono definiti come terrorismo sponsorizzato dallo stato. In definitiva il terrorismo può essere definito come il ricorso ad azioni violente da parte di individui o gruppi non statali contro civili, o soggetti non coinvolti direttamente in conflitti armati, per il perseguimento di obiettivi politici.

PRINCIPALI CAMPAGNE TERRORISTICHE CONTEMPORANEE

Il terrorismo contemporaneo si manifesta sotto due dimensioni:

  1. Gli obiettivi strategici dei gruppi armati;
  2. Le identità delle collettività che gli stessi gruppi pretendono di servire con la lotta armata. Il genere di obiettivi più ricorrente è nazionalistico , con la violenza che mira al controllo di un territorio opponendosi a forze d’occupazione esterne o ad un regime che rivendica l’assoggettamento dello stesso territorio. Obiettivi nazionalistici possono congiungersi ad almeno due forme di identità:
  3. Identità etnica : basata sulla comunanza di lingua, tradizioni, costumi e/o tratti somatici. Rientrano nell’insieme del terrorismo nazionalista a base prevalentemente etnica ad esempio il Front de Libération Nationale nella guerra d’Algeria, l’IRA in Gran Bretagna, l’ETA in Spagna, il PKK in Turchia e OLP in Palestina;
  4. Identità etnica-religiosa : basata sulla commistione di elementi etnici e religiosi. Fanno parte del terrorismo nazionalista a base etnico-religiosa Hezbollah in Libano, Hamas in Israele, i separatisti del Kashmir e Ceceni. Il secondo genere di obiettivi è quello rivoluzionario e consiste nell’abbattimento di un regime e nella radicale trasformazione dell’ordine politico e sociale, senza che ciò implichi necessariamente una lotta di liberazione nazionale. Il che rende opportuno distinguere tra campagne armate nazionalistiche e rivoluzionarie. Quest’ultime si combinano con due forme di identità:
  5. Identità ideologica o secolare : fanno parte del terrorismo rivoluzionario secolare le Brigate Rosse e la RAF in Germania;
  6. Identità di matrice religiosa : fanno parte del terrorismo rivoluzionario religioso i gruppi jihadisti in Egitto tra gli anni ’70 e ’90 e i talebani pakistani dal 2007. Il terzo genere di obiettivi è quello del vigilantismo , ovvero azioni violente da parte di individui o gruppi volte a difendere un determinato ordine politico, con cui si identificano, dalla minaccia di altri gruppi sociali. Vi sono forme di terrorismo vigilante etnico come gli Ulster Volunteer Force contrapposti al separatismo dell’IRA o il Ku Klux Klan. Alcuni gruppi statunitensi, che si ispirano al movimento della Christian Identity , mostrano la combinazione di un obiettivo vigilante con un’identità etnico-religiosa. L’identità specificatamente religiosa può combinarsi con un quarto genere di obiettivi: quelli simbolici , che indicano come certi gruppi terroristici tendono prevalentemente a concepire la loro