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Sieyes riassunto libro la politica
Tipologia: Dispense
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studi in seminario fino al 1772, anno in cui fu ordinato sacerdote. Conquistato dalle nuove idee che agitavano la Francia, offrì un con-
opuscoli di grande impatto che gli diedero un'improvvisa fama. Con l'elezione agli Stati generali iniziò una lunga carriera politica che, tra alti e bassi, si sarebbe sviluppata ininterrottamente sino alla caduta di Napoleone. Esiliato dai Borbone come regicida, poté fare ritorno in Francia solo dopo la Rivoluzione del luglio 1830. Ormai privo di rap- porti con la società politica del tempo e ossessionato dai fantasmi del passato, mantenne però un assoluto silenzio sino alla morte, avvenuta il 20 giugno 1836.
La fama di Sieyès come teorico della politica è essenzialmente legata
quale impresse una decisiva accelerazione alla nascente dinamica rivo- luzionaria in Francìa. Nelle pagine di Sieyès, il modello di rappre- sentanza cetuale d'ancien régime - ancora dominante nel confronto pubblico sull'imminente riunione degli Stati generali - trova, infatti, una definitiva confutazione grazie a una nuova forma di discorso po-
zione. Contro la volontà della corte e dei ceti privilegiati di tener fer- ma la tradizionale organizzazione tripartita del corpo rappresentativo
rappresentanza politica, espressiva dei reali rapporti di forza esistenti all'interno della società francese. E in tale contesto, le consuete ri- vendicazioni del Terzo Stato - raddoppio del numero dei suoi depu- tati agli Stati generali e votazione per testa e non per ordine - vengo-
LA POL!TIC/1 F <;u STATI no decisamente abbandonate in favore di un ben più radicale pro- gramma politico, che rivendica per questo ceto - a cui appartiene la quasi totalità della popolazione francese e tuno il suo apparato pro-
[ .. .] TI Terzo deve riunirsi in separata sede; non siederà né insieme alla no- biltà, né col clero, non voterà insieme ad essi né per Ordine, né per lesta. Mi permetto di attirare l'attenzione sulla differenza enorme che c'è fra l'assem-
venticinque milioni di uomini e delibera riguardo agli interessi della Nazione. Le altre due, nel caso dovessero riunirsi, non avrebbero che le deleghe di dllecentomila individui e non penserebbero che ai loro privilegi. 11 Terzo <la solo, si dirà, non può formare gli Stati generali. Tanto meglio! Formerà un'Assemblea nazionale (Che cos'è il Terzo Stato?, pp. 270 s.). Certo, nel contesto argomentativo del saggio questa opzione costitui- sce ancora un'ipotesi estrema e scarsamente realistica, utilizzata per dimostrare al Terzo la piena estensione delle sue risorse e dei suoi diritti, più che per <<convincerlo ad utiliz:i:arli in tutto il loro rigore». Rispetto a essa, Sieyès considerava senz'altro preferibile l'opzione meno radicale di un appello del Terzo Stato alla Nazione, che aprisse la strada all'elezione di una «deputazione straordinaria» dotata del «potere speciale» di stabilire, con leggi precise, le «forme costitutive>> del Corpo legislativo del regno (ivi, pp. 27 4 s.). La macchina rivolu- zionaria era però in movimento e il 17 giugno 1789 la direttrice più radicale d'azione prefigurata nelle pagine di Che cos'è il Terzo Stato?
litico dell'autoproclamatasi Auemhlea nazionale. Il saggio di Sieyès
significato storico-politico. A ben vedere, infatti, uno dei tratti più in -
creta problematica politico-costituzionale sul terreno dei principi di
cedente storico e della tradizione. All'«estasi gotica» che aveva indot- to tanti autori a cercare «in tradizioni miserabili, intessute di insensa- tezza e di menzogne, le leggi restauratrici dell'ordine pubblico», egli contrappone così i lineamenti di una nuova scienza della politica, fondata su un'intensa confronto con i principali esponenti della mo- Jerna riflessione filosofica, Ja Locke a Rousseau.
to nel!' affrontare sul piano dei «semplici principi» la questione: fonda- mentale Jel momento, vale a <lire a chi competa, in una nazione Jibe-
Li\ l'OLITTCA t: GLI STATI nazione a essere costituita, ma unicamente la sua «istituzione pubbli- ca», l'insieme dei pubblici poteri al quale c::ssaha affidato il compito di fare «quanto è necessario alla stabilità e al buon ordine della co-
litica e non cessa di ribadire la sua natura assolutamente condizionata e derivata: la nazione - scrive - «si costituisce solo in virtù di un
cato ultimo della distinzione tra potere costituente e -potere costituito, la formula nella quale è stato identificato il più rilevante contributo
stituzione, in ogni sua parte, è opera non del potere costituito ma di
della monarchia di Francia. 1 francesi formano una nazione perché, essendosi associati in forza di una «prima convenzione», godono <li diritti e hanno una comune volontà sovrana. A essi spetta perciò l'ul- tima parola sulla forma <li governo del regno, senza alcuna dipenden- za nei confronti dell'obsoleta intelaiatura organizzativa ereditata dal passato. I dilemmi della rappresentanza
Sieyès introduceva nel discorso rivoluzionario una nuova concezione dell'azione politica, pensata come un'espli<.:ita rottura della continuità della storia. Attraverso la sua dottrina <lel potere costituente, egli po-
ca politica ddl' epoca, «permettendo 1a loro trascrizione nei fatti»
l'inalienabile sovranità della volontà generale trova, però, un decisivo contemperamento nel riconoscimento della necessaria articolazione
Francia - scrive, infatti, Sicyès - «non può in realtà riunirsi ogni- qualvolta circostanze eccezionali lo esigano». Occorre perciò che
straordinari», che farà le veci dell'assemblea della nazione, deciden-
S/1'.YÈS dei popoli, la loro volontà comune varrà quanto quella della Nazio-
Siamo giunti così al nucleo centrale della teoria politica di Sieyès,
seau - che aveva condannato come una contraddizione in termini l'i- dea stessa di una rappresentabilità della volontà generale - Sieyès
caso che nella sua storia congetturale della socìetà civile l'ultima fase
alle pubbliche cure, ed affìdano l'esercizio di questa parte della vo- lontà nazionale, e quindi del potere, ad alcuni di loro» (ivi, pp. 2.5 3 s.). Si tratta, secondo Sieyès, di un passaggio necessario, intimamente rispondente allo sviluppo complessivo del corpo politico. Un assunto, questo, che, se nel saggio sul Terzo Stato appare ancora motivato eminentemente in termini quantitativi - «gli associati sono troppo nu- merosi e sparsi su un territorio troppo esteso per potere esprimere
senso di una radicale differenza qualitativa: sarebbe sbagliato, infatti,
democrazia diretta, dovuto alle accresciute dimensioni dello Stato. Si
me sul piano dell'architettonica istituzionale i fondamentali progressi intervenuti nei principi dell'«arte sociale». Per comprendere appieno questo passaggio, occorre però oltre- passare lo specifico orizzonte della teoria politica di Sieyès, prenden- do in esame gli elementi di «metafisica sociale» che ne costituiscono la base. E a questo livello l'influenza di Rousseau passa decisamente in secondo piano rispetto agli esiti di «un lungo e antico confronto» con il laboratorio dell'economia politica settecentesca dai Fisiocratici
sce la semplice espressione politica di un fondamentale principio or -
rio tempo libero per dedie,'lrsi a essa con continuit à. Condizioni, que - ste, alle quali sfugge la maggior parte dei consociati. È per la comune utilità, dunque, che questi ritengono necessario nominare <<deirap-
SIEYÈS zioni rappresentative, giacché essa costituirebbe necessariamente una volontà particolare rispetto a quella della nazione nel suo complesso; analogamente, una decisione del corpo rappresentativo riunito in as- semblea non può essere sottoposta a ratifica popolare, poiché que- st'ultima - attraverso il voto per assemblee primarie - finirebbe per dissolvere la volontà nazionale in una costellazione di volontà partico- lari, trasformando la Francia in «un'infinità di piccole democrazie» (Discorso del!,Abate Sù:yès sulla questione del veto regio, pp. 439 ss.). Già nel saggio sul Terzo Stato, Sieyès respinge però con decisione
corpo dei delegati non può rivendicare, infatti, un'illimitata possibilità di azione, giacché «la comunità ha affidato loro, del proprio potere globale, solo quanto necessita al mantenimento di un buon assetto» ed essi non possono oltrepassare tali limiti se non entrando in con-
254). Ritornando a più riprese sulla questione, egli chiarisce che al momento della costituzione dì un'associazione politica gli uomini
individuo nell'ambito dei propri diritti e dei propri doveri» (Opinione di Sieyès su alcuni articoli, p. 792). Attribuire alla collettività una for- ma illimitata di potere sul singolo significherebbe perciò mettere in
più completo e assoluto godimento della libertà e indipendenza indi- viduale; significherebbe cadere vittima del potere fascinatorio di vec- chie «superstizioni monarchiche», riproponendo sotto nuove forme i «pomposi attributi [...] che hanno fatto lo splendore delle sovranità usurpate>>, significherebbe, in ultima analisi, confondere la res-publica con una res-totale, aderendo a una concezione "monacale" della poli- tica, egualmente rovinosa «per la cosa pubblica come per la cosa pri- vata» (ivi, p. 793). Non può stupire, pertanto, che Sieyès consideri un'«esposizione ragionata» dei diritti dell'uomo e del cittadino come l'indispensabile
blea nazionale. Né può stupire che nella sua prospettiva la costituzio- ne debba prevedere - oltre alle regole di formazione, organizzazione e funzionamento dei differenti poteri pubblici, nei loro «necessari lega- mi>>e nella loro «reciproca indipendenza» - anche tutte quelle «pre- cauzioni politiche di cui è opportuno che siano dotati, affinché sem- pre utili, non rischino mai di divenire pericolosi» (Discorso dell'Abate Sieyès sulla questione del veto regio, pp. 3 89 s.). Due profili, questi, che nell'itinerario intellettuale di Sieyès sembrano progressivamente
LA POLITICA E GLT SlA1'l fondersi in un onnicomprensivo tentativo di portare a conciliazione le
vranità nazionale e libertà individuale, unità di azione e divisione dei
«concorso dei poteri» proposto, senza successo, nd dibattito costi- tuente dell'anno 111: un'intelaiatura istituzionale caratterizzata da una sistematica dispersione delle funzioni politiche tra una pluralità di corpi rappresentativi, in applicazione di quel principio ddl'«unità or- ganizzata» in cui egli credeva di aver colto la più efficace garanzia contro gli opposti pericoli del dispotismo e dell'anarchia (Opinione di Sieyès su alcuni articoli, p. 788). Una ricostruzione, sia pur sintetica, della riflessione di Sieyès non sarebbe, tuttavia, completa senza un accenno agli aspetti più oscuri e problematici della sua teoria politica_ Dietro la retorica unanimistica che sin dagli esordi domina la produzione pubblicistica dell'Abbé tor- na, infatti, costantemente a riaffacciarsi il germe della divisione e dell'e- sclusione sociale. Da questo punto di vista, come dimenticare la ben più che simbolica espulsione dell'aristocrazia feudale dalla comunità
insieme di associati «tutti uguali nei diritti, e liberi nelle loro comunica- zioni e nei loro rispettivi impegni» (Preliminari della Costituzione, I789, p. 3 90)? E soprattutto, come ignorare la concezione "censita ria" dei
quella "classe disponibile" - la parte del Terzo Stato dotata di un certo
possibilità di equivoco, sarà lo stesso Sicyès a portare alle estreme con- seguenze tale impostazione, aprendo la strada a quella distinzione tra
di articolazione della regola elettorale del 1791: T ullÌ gli abitanti di un paese debbono godervi dei diritti di cittadino passivo: tutri hanno diritto alla protezione della propria persona, della proprietà, li- bertà, ecc., mentre non rutti hanno diritto di esercitare un rnolo attivo sulla formazione deì pubblici poteri, non tutri sono cittadini attivi. Le donne, per lo meno nella condizione attuale, i bambini, gli stranieri, coloro che non con- tribuiscono minimamente a sostenere il sistema delle pubbliche istituzioni, non devono avere un'influenza attiva sulla cosa pubblica. Tutti possono godere dei vantaggi della società, ma solo coloro che fanno parte del sistema delle pubbli- che istituzioni rappresentano i veri azionari della grande impresa sociale, solo loro sono i veri cittadini attivi, i veri membri dell'associazione (ivi, p. 39i).