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Simulazione domande-risposte verifica Giotto, Esercizi di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

Simulazione di verifica di storia dell'Arte con domande e risposte di correzione su Giotto e la pittura del '300 italiano. Analisi e confronto con Cimabue, l'arte protorinascimentale e la "questione giottesca".

Tipologia: Esercizi

2021/2022

In vendita dal 27/03/2022

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SIMULAZIONE DI VERIFICA DI STORIA DELLARTE GIOTTO
1. Confrontare il Crocifisso di Cimabue di San Domenico con quello di Giotto in S. Maria Novella
Entrambe le opere sono croci dipinte che presentano l’iconografia del “Cristo che patisce”, dipinte con
tecnica tempera su tavola. Il Crocifisso di San Domenico fu dipinto da Cimabue per la Chiesa di Arezzo nel
1270 mentre il Crocifisso di Santa Maria novella di Giotto risale al 1295. Nelle due opere è possibile osservare
numerose differenze che portano a determinare un graduale distacco dalla fissità e schematizzazione
bizantina per giungere a un maggiore realismo, ottenuto da Giotto. (Giotto, comunque, descrive con maggior
realismo i dettagli, mantenendo l’iconografia generale come usata all’epoca). Le principali differenze si
possono osservare appunto nella rappresentazione del corpo. Il Cristo di Giotto viene infatti descritto umano,
con proporzioni adeguate e una muscolatura veritiera, ad esempio nella descrizione delle mani e bel busto:
nel Crocifisso di San Domenico, infatti, le mani sono rappresentate più in grade per sottolineare la
crocifissione e sono aperte, parallele alla croce. In quello di Santa Maria Novella, invece, Giotto le dipinge
chiuse, a cucchiaio, in una posizione naturalistica. Per quanto riguarda il busto, invece, il Cristo di Cimabue,
nonostante accenni un utilizzo del chiaroscuro, presenta ancora il modello del ventre tripartito, bizantino.
Giotto invece lo raffigura realistico, grazie al grande utilizzo del chiaroscuro, in tensione per la fatica e la
sofferenza (accentuata dalla rientranza sotto il diaframma). Il corpo, in questo esempio, inoltre, appare
veramente appeso e lo si può notare dalle braccai in tensione e i piedi uniti da un unico chiodo, mentre
nell’altro Crocifisso non era descritta la gravita e Cristo appariva appoggiato ai piedi della Croce, con un forte
scarto del bacino. Inoltre, il volto era ancora rappresentato frontalmente, nonostante la testa inclinata verso
il basso, mentre Giotto lo rappresenta a tre quarti, facendo utilizzo anche del chiaroscuro. Infine, anche le
ferite appaiono più realistiche nel crocifisso di santa Maria Novella, con il sangue che schizza e scorre lungo
il fianco fino ai piedi. Nonostante la forte influenza bizantina nel Crocifisso di Cimabue, possiamo comunque
osservare un iniziale distacco dalla fissità e simmetria nei terminali, dove i dolenti sono rappresentati con la
mano portata al viso.
2. Commenta la citazione di Cennino Cennini quando dice che Giotto “rimutò l’arte del dipingere di
greco in latino e ridusse al moderno” facendo riferimento all’analisi della scena “La rinuncia ai beni
paterni”
Cennini, con questa espressione, voleva sottolineare come Giotto fu il primo autore, dopo tutto il periodo
medioevale, a discacciarsi dall’influenza bizantina (greco) per tornare a una descrizione più naturalistica e
realistica della realtà, caratteristica dell’ultimo periodo dell’arte romana (latino), attandolo alla pittura sua
contemporanea. Lo possiamo osservare nella scana della rinuncia dei beni paterni, appartenente al ciclo di
assisi, dipinto verso la fine del 1200 in quanto Giotto si distacca completamente dai canoni imposti dallo stile
orientale che prevedevano, ad esempio una simmetria dell’opera e una mancanza di espressività.
Nell’opera, infatti, è rappresentato San Francesco che si spoglia dei suoi abiti e rinnega suo padre in quanto
ha trovato un padre più amorevole, ovvero Dio. L’opera è caratterizzata da una particolare teatralità dei
personaggi che si dispongono agli antipodi della scena, divisi solamente dal cielo blu (non più oro come
imponeva il bizantino). Possiamo infatti osservare alla destra san Francesco che guarda verso l’alto (e non più
verso l’osservatore) e loda Dio. Seguendo il suo sguardo, infatti, è possibile osservare una mano che lo
benedice. Dietro di lui è posto il vescovo che lo copre con il proprio mantello per conservare il pudore
pubblico e guarda alle sue spalle, rivolgendosi probabilmente ai due frati posti dietro di lui.
Alla sinistra dell’opera, osserviamo invece un gruppo di persone che si guarda l’un l’altro sbigottita dal gesto
del santo. È possibile osservare anche due bambini con dei sassi nelle gonne, pronti a lanciarli al presunto
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SIMULAZIONE DI VERIFICA DI STORIA DELL’ARTE GIOTTO

  1. Confrontare il Crocifisso di Cimabue di San Domenico con quello di Giotto in S. Maria Novella Entrambe le opere sono croci dipinte che presentano l’iconografia del “Cristo che patisce”, dipinte con tecnica tempera su tavola. Il Crocifisso di San Domenico fu dipinto da Cimabue per la Chiesa di Arezzo nel 1270 mentre il Crocifisso di Santa Maria novella di Giotto risale al 1295. Nelle due opere è possibile osservare numerose differenze che portano a determinare un graduale distacco dalla fissità e schematizzazione bizantina per giungere a un maggiore realismo, ottenuto da Giotto. (Giotto, comunque, descrive con maggior realismo i dettagli, mantenendo l’iconografia generale come usata all’epoca). Le principali differenze si possono osservare appunto nella rappresentazione del corpo. Il Cristo di Giotto viene infatti descritto umano, con proporzioni adeguate e una muscolatura veritiera, ad esempio nella descrizione delle mani e bel busto: nel Crocifisso di San Domenico, infatti, le mani sono rappresentate più in grade per sottolineare la crocifissione e sono aperte, parallele alla croce. In quello di Santa Maria Novella, invece, Giotto le dipinge chiuse, a cucchiaio, in una posizione naturalistica. Per quanto riguarda il busto, invece, il Cristo di Cimabue, nonostante accenni un utilizzo del chiaroscuro, presenta ancora il modello del ventre tripartito, bizantino. Giotto invece lo raffigura realistico, grazie al grande utilizzo del chiaroscuro, in tensione per la fatica e la sofferenza (accentuata dalla rientranza sotto il diaframma). Il corpo, in questo esempio, inoltre, appare veramente appeso e lo si può notare dalle braccai in tensione e i piedi uniti da un unico chiodo, mentre nell’altro Crocifisso non era descritta la gravita e Cristo appariva appoggiato ai piedi della Croce, con un forte scarto del bacino. Inoltre, il volto era ancora rappresentato frontalmente, nonostante la testa inclinata verso il basso, mentre Giotto lo rappresenta a tre quarti, facendo utilizzo anche del chiaroscuro. Infine, anche le ferite appaiono più realistiche nel crocifisso di santa Maria Novella, con il sangue che schizza e scorre lungo il fianco fino ai piedi. Nonostante la forte influenza bizantina nel Crocifisso di Cimabue, possiamo comunque osservare un iniziale distacco dalla fissità e simmetria nei terminali, dove i dolenti sono rappresentati con la mano portata al viso.
  2. Commenta la citazione di Cennino Cennini quando dice che Giotto “rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno” facendo riferimento all’analisi della scena “La rinuncia ai beni paterni” Cennini, con questa espressione, voleva sottolineare come Giotto fu il primo autore, dopo tutto il periodo medioevale, a discacciarsi dall’influenza bizantina (greco) per tornare a una descrizione più naturalistica e realistica della realtà, caratteristica dell’ultimo periodo dell’arte romana (latino), attandolo alla pittura sua contemporanea. Lo possiamo osservare nella scana della rinuncia dei beni paterni, appartenente al ciclo di assisi, dipinto verso la fine del 1200 in quanto Giotto si distacca completamente dai canoni imposti dallo stile orientale che prevedevano, ad esempio una simmetria dell’opera e una mancanza di espressività. Nell’opera, infatti, è rappresentato San Francesco che si spoglia dei suoi abiti e rinnega suo padre in quanto ha trovato un padre più amorevole, ovvero Dio. L’opera è caratterizzata da una particolare teatralità dei personaggi che si dispongono agli antipodi della scena, divisi solamente dal cielo blu (non più oro come imponeva il bizantino). Possiamo infatti osservare alla destra san Francesco che guarda verso l’alto (e non più verso l’osservatore) e loda Dio. Seguendo il suo sguardo, infatti, è possibile osservare una mano che lo benedice. Dietro di lui è posto il vescovo che lo copre con il proprio mantello per conservare il pudore pubblico e guarda alle sue spalle, rivolgendosi probabilmente ai due frati posti dietro di lui. Alla sinistra dell’opera, osserviamo invece un gruppo di persone che si guarda l’un l’altro sbigottita dal gesto del santo. È possibile osservare anche due bambini con dei sassi nelle gonne, pronti a lanciarli al presunto

pazzo. Davanti alla folla è poi presente il padre di Francesco, adirato in volto e vestito di giallo (colore simbolico che indica appunto l’ira), che è trattenuto da un suo cittadino in quanto, altrimenti, vorrebbe probabilmente schiaffeggiare il santo. Le stesse architetture poste alle spalle dei personaggi, rappresentate con una prospettiva intuitiva (infrangendo ancora la frontalità delle opere orientali) partecipano alla scena, sottolineando come, con questa scelta, Francesco si stia definitivamente allontanando dalla casa del padre per raggiungere quella di Dio.

  1. Cosa si intende per “questione giottesca”? La questione giottesca è un dibattito sorto tra gli studiosi d’arte sulla reale attribuzione del ciclo di San Francesco a Giotto. Giotto, infatti, quando dipinse il ciclo era ancora molto giovane, inesperto e soprattutto senza una propria bottega. Molti studiosi ritengono quindi che fosse improbabile che gli sai quindi stata commissionata un’opera di così importante valore artistico, tanto che molti attribuiscono il ciclo a Cavallini, con il quale si ebbe la certezza che Giotto collaborò o comunque entrò in contatto durante la sua permanenza a Roma. Sappiamo quindi che probabilmente questo ebbe molta influenza con Giotto ma comunque non esistono documentazioni certe del fatto che non sia stato Giotto l’artista dell’opera. È quindi universalmente attribuita ancora all’artista fiorentino.