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Sintesi "Antigone" di Sofocle, Appunti di Lingue e letterature classiche

Riassunto della trama e dei temi principali della tragedia "Antigone" di Sofocle, completa di critiche sulla figura di Antigone e la sua interpretazione nel corso dei secoli.

Tipologia: Appunti

2022/2023

In vendita dal 28/07/2023

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athenaparthenos753 🇮🇹

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Compendio greco classico:
LAntigone di Sofocle
Sofocle: Colono 496 – 406. Fu scelto per guidare il coro dei giovani che danzarono l’inno di ringraziamento
per la vittoria a Salamina. Ricoprì diverse cariche pubbliche (amministratore del tesoro, stratego etc.).
Compose 123 drammi ottenendo 18 vittorie, a noi rimangono solo 7 tragedie e metà di un dramma
satiresco, “i cercatori di tracce”. La sua idea politica emerge anche dalle tragedie e si identifica con quelle
dei conservatori ateniesi ( divenne uno dei 10 probuli che diressero Atene con poteri eccezionali).
Il tragico per Sofocle:
Iliade: eventi determinati dalla Moira, Odissea: eventi determinati dai capricci degli dei, di cui Odisseo è
pedina, il responsabile di ubris va incontro alla nemesis divina. Oltre che dall’ispirazione mitica, la tragedia
nasce anche dal confronto della realtà in cui i greci vivono, quella di una polis piena di contraddizioni, dal
sistema più complesso, democratico, nel quale ognuno può dire la sua. In particolar modo nasce dal
contrasto legge umana e legge divina, tema centrale dell’Antigone. In Sofocle troviamo eroi vittime di
tragedia in seguito a una loro colpa (Aiace, ubris) o eroi vittime di tragedie pur essendo innocenti (Edipo): il
tragico consiste proprio nella lotta disperata del protagonista contro la volontà insondabile degli dei, sempre
vincitrice, comunque siano le sue scelte e i suoi comportamenti. La manifestazione del divino in Sofocle è
piuttosto distante da quella degli dei antropomorfi e assoluti di Eschilo e consiste principalmente nella
volontà e nei disegni ineluttabili degli idoli. Il centro della tragedia, infatti, è l’uomo con le sue scelte, per le
quali a volte ottiene anche delle ricompense.
L’Antigone:
dramma di carattere familiare e politico. L’azione è quella immediatamente successiva all’attacco dei Sette
contro la città di Tebe, in cui Eteocle e Polinice si affrontano in un duello mortale e cadono entrambi. Il
nuovo re, Creonte, fratello di Giocasta, ha deciso che Eteocle, avendo combattuto per la patria, potrà essere
seppellito con tutti gli onori, Polinice invece rimarrà insepolta preda degli animali. Antigone annuncia ad
Ismene che ha intenzione di non ascoltare il decreto di Creonte e che seppellirà il fratello mentre Ismene,
timorosa, le dice che non si addice a due donne mettersi contro le autorità. Dopo la parodo entra in scena
Creonte e proclama il suo decreto, pena a chi trasgredirà, la morte. Giunge una guardia per avvisarlo che
qualcuno ha già ricoperto di polvere il corpo di Polinice e Antigone viene scoperta, ma non teme il tiranno e
risoluta gli conferma di voler perseverare nella sua decisione. Per questo motivo Creonte la fa murare viva
nella tomba (conflitto tra famiglia e stato, legge divina e legge umana). Entra in scena Emone, suo figlio e
fidanzato di Antigone, che contesta la decisione del padre dicendogli che anche i cittadini sono dalla parte di
Antigone, ma Creonte è irremovibile. Tiresia avverte Creonte che i sacrifici rivelano lo scontento degli dei,
ma Creonte è ancora duro d’orecchi e attacca l’indovino, accusandolo di essere corrotto. Dopo la predizione
di un terribile castigo, Creonte si ravvede e ordina immediatamente che Antigone venga liberata. Correndo
al sepolcro, Creonte trova Antigone impiccata e il figlio Emone suicida sul suo corpo. L’ultima scena è
Creonte che porta in braccio il corpo di Emone e vede la regina Euridice impiccata. Intona insieme al Coro
un lamento.
Epilogo e morale: Creonte intona un canto di lamento: è costituito da un dialogo tra il Corifeo, elemento
centrale del coro e Creonte, che porta tra le braccia il cadavere del figlio Emone, piangendo invano le sue
colpe. Proprio mentre intona questo lamento un nunzio gli annuncia la morte della moglie Euridice che,
disperata, si è trafitta con una spada. L’acme della tragedia sta proprio nella considerazione amara degli
errori di Creonte, che comprende di aver agito contro la legge divina e di essere stato punito per questo dal
Fato. Inutili sono anche le invocazioni che egli rivolge alla morte: il destino di sventura si è per lui ormai
compiuto. In quest’ultima parte della tragedia troviamo anche una chiara morale, che esprime dunque la
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Compendio greco classico:

L’Antigone di Sofocle

Sofocle: Colono 496 – 406. Fu scelto per guidare il coro dei giovani che danzarono l’inno di ringraziamento

per la vittoria a Salamina. Ricoprì diverse cariche pubbliche (amministratore del tesoro, stratego etc.). Compose 123 drammi ottenendo 18 vittorie, a noi rimangono solo 7 tragedie e metà di un dramma satiresco, “i cercatori di tracce”. La sua idea politica emerge anche dalle tragedie e si identifica con quelle dei conservatori ateniesi ( divenne uno dei 10 probuli che diressero Atene con poteri eccezionali).

Il tragico per Sofocle:

Iliade: eventi determinati dalla Moira, Odissea: eventi determinati dai capricci degli dei, di cui Odisseo è pedina, il responsabile di ubris va incontro alla nemesis divina. Oltre che dall’ispirazione mitica, la tragedia nasce anche dal confronto della realtà in cui i greci vivono, quella di una polis piena di contraddizioni, dal sistema più complesso, democratico, nel quale ognuno può dire la sua. In particolar modo nasce dal contrasto legge umana e legge divina, tema centrale dell’Antigone. In Sofocle troviamo eroi vittime di tragedia in seguito a una loro colpa (Aiace, ubris) o eroi vittime di tragedie pur essendo innocenti (Edipo): il tragico consiste proprio nella lotta disperata del protagonista contro la volontà insondabile degli dei, sempre vincitrice, comunque siano le sue scelte e i suoi comportamenti. La manifestazione del divino in Sofocle è piuttosto distante da quella degli dei antropomorfi e assoluti di Eschilo e consiste principalmente nella volontà e nei disegni ineluttabili degli idoli. Il centro della tragedia, infatti, è l’uomo con le sue scelte, per le quali a volte ottiene anche delle ricompense.

L’Antigone:

dramma di carattere familiare e politico. L’azione è quella immediatamente successiva all’attacco dei Sette contro la città di Tebe, in cui Eteocle e Polinice si affrontano in un duello mortale e cadono entrambi. Il nuovo re, Creonte, fratello di Giocasta, ha deciso che Eteocle, avendo combattuto per la patria, potrà essere seppellito con tutti gli onori, Polinice invece rimarrà insepolta preda degli animali. Antigone annuncia ad Ismene che ha intenzione di non ascoltare il decreto di Creonte e che seppellirà il fratello mentre Ismene, timorosa, le dice che non si addice a due donne mettersi contro le autorità. Dopo la parodo entra in scena Creonte e proclama il suo decreto, pena a chi trasgredirà, la morte. Giunge una guardia per avvisarlo che qualcuno ha già ricoperto di polvere il corpo di Polinice e Antigone viene scoperta, ma non teme il tiranno e risoluta gli conferma di voler perseverare nella sua decisione. Per questo motivo Creonte la fa murare viva nella tomba (conflitto tra famiglia e stato, legge divina e legge umana). Entra in scena Emone, suo figlio e fidanzato di Antigone, che contesta la decisione del padre dicendogli che anche i cittadini sono dalla parte di Antigone, ma Creonte è irremovibile. Tiresia avverte Creonte che i sacrifici rivelano lo scontento degli dei, ma Creonte è ancora duro d’orecchi e attacca l’indovino, accusandolo di essere corrotto. Dopo la predizione di un terribile castigo, Creonte si ravvede e ordina immediatamente che Antigone venga liberata. Correndo al sepolcro, Creonte trova Antigone impiccata e il figlio Emone suicida sul suo corpo. L’ultima scena è Creonte che porta in braccio il corpo di Emone e vede la regina Euridice impiccata. Intona insieme al Coro un lamento. Epilogo e morale : Creonte intona un canto di lamento: è costituito da un dialogo tra il Corifeo, elemento centrale del coro e Creonte, che porta tra le braccia il cadavere del figlio Emone, piangendo invano le sue colpe. Proprio mentre intona questo lamento un nunzio gli annuncia la morte della moglie Euridice che, disperata, si è trafitta con una spada. L’acme della tragedia sta proprio nella considerazione amara degli errori di Creonte, che comprende di aver agito contro la legge divina e di essere stato punito per questo dal Fato. Inutili sono anche le invocazioni che egli rivolge alla morte: il destino di sventura si è per lui ormai compiuto. In quest’ultima parte della tragedia troviamo anche una chiara morale, che esprime dunque la

funzione catarchica della vicenda narrata: non bisogna mai commettere empietà verso gli dei e peccare di superbia. Il brano gravita intorno a tre temi principali: la concezione del pathei mathos, cioè l’insegnamento derivato dalla sofferenza, l’ineluttabilità del destino e l’inutilità delle preghiere, la conoscenza dei propri errori e del valore delle decisioni umane. Sono queste tutte caratteristiche centrali dei drammi sofoclei, collegate da una nuova concezione della Tuche, che governa le sorti degli uomini, come lo stesso Creonte afferma per giustificare le proprie azioni, e della vendetta implacabile degli dei che puniscono l’uomo per le trasgressioni alle leggi divine.

Αυταδελφος e ομοσπλαγχνος secondo V. Citti:

il primo termine viene usato da Eschilo anche nei 7 contro Tebe e nelle Eumenidi, nell’Antigone ha un valore rafforzativo per indicare non solo il rapporto tra Antigone e la sorella ma anche quello della solidarietà con il fratello morto. Il secondo termine “nato dalle stesse viscere” viene usato da Eschilo per identificare Eteocle e Polinice, usciti dal ventre della moglie-madre Giocasta di Edipo, a volte con accezione negativa di incestuosità. In Sofocle invece l’aggettivo ha una valenza positiva per una purificazione e un legame che va contro l’odio. Inusuale anche perché si mette la donna al centro di valori positivi.

La crisi di Antigone secondo V. Di Benedetto:

il carattere di Antigone cambia: all’inizio è risoluta nelle sue scelte, anche nel confronto con Creonte, poi sembra quasi mostrare rimpianto quando si trova davanti alla punizione del tiranno. Nell’episodio finale abbiamo poi una contraddizione: da un lato ella dimostra di essere “felice” per la sofferenza perché ha compiuto un atto giusto, dall’altro ha timore ed è dubbiosa anche riguardo agli dei. Etimologia: anti= contro, gonos= nato, quindi “nata in sostituzione di un figlio morto”.

La figura di Antigone:

  • Nella tragedia classica : dimensione interamente etico-religiosa. È una donna dedita al sacrificio di sé, alla devozione per la famiglia perché mondo religioso e politico unito
  • Nell’età moderna : Mondo religioso e politico distinto, Vittorio Alfieri la reinterpreta sottolineando il tema della libertà e dell’opposizione al tiranno. Lotta contro se stessa per non cedere alle passioni e all’amore di Emone e la sua morte rappresenta il massimo trionfo.
  • Per Hegel : Hegel si pone la domanda se sia più importante una direttiva dello stato o la concretezza della legge religiosa mediata dalla famiglia e risolve la contraddizione dicendo che si tratta di un processo dialettico, in cui le due leggi coesistono e combattono costantemente tra di loro Antigone è la personificazione della “famiglia”, Creonte della “società civile” e prefigura la soluzione finale concepita nello Stato, in cui la moralità si realizza compiutamente. Bisogna precisare tuttavia che l’Antigone di cui parla Hegel esprime la sua visione della storia e della società, ma con l’eroina di Sofocle nella sua reale essenza non ha nulla a che vedere.
  • Nell’età contemporanea : David Thoreau conia l’espressione “disobbedienza civile” (Civil Disobedience, ispirazione per Mahatma Ghandi) per indicare forme di protesta alle leggi imposte dallo stato considerate non conformi a quelle “divine” non scritte, cioè quelle insite nell’animo dell’uomo da tempo memorabile che lo portano ad agire secondo propria giustizia. Il concetto deriva dal giusnaturalismo, corrente di pensiero già presente nella Grecia del V sec. a.C., che distingueva appunto tra leggi divine e leggi umane, e reputava giusto disobbedire alle seconde e ascoltare le prime, concetto di cui Antigone è la massima prova.