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Sintesi libro Filosofia Morale, Appunti di Filosofia morale

Sintesi libro Filosofia Morale, Filippo de Re

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 24/06/2026

sara-martinino
sara-martinino 🇮🇹

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“Filosofia morale. Storia, teorie, argomenti” di Antonio Da Re.
Introduzione:
Con la parola morale si allude al comportamento, al costume, al modo di agire degli uomini. La
filosofia morale non si limita a descrivere la vita e l'agire dell'uomo ma si chiede quale dovrebbe
essere il suo comportamento per poter dire che la sua è una buona vita e un agire degno.
1. La vita buona e la conoscenza del bene. Socrate, Platone, Aristotele, Plotino:
La filosofia fin dalle sue origini si è domandata che cosa fosse il bene, poiché si presuppone che la
nostra vita non sia qualcosa di immutabile. La questione del bene parte con Socrate, viene svolta un
indagine di tipo antropologica ed etica infatti ci si domanda quale sia la vita buona per l'uomo. La vita
buona risiede nella virtù specifica dell'uomo ovvero quella virtù che lo caratterizza rispetto a tutti gli
altri esseri, la ragione; si forma così un identificazione tra bene e virtù, tra bene e ragione. Con
Platone la riflessione sul bene prende un connotato ontologico in quanto l'idea di bene rende
conoscibili e mantiene in vita le cose: il mondo che noi vediamo è una copia del mondo delle idee il
quale esiste perché partecipa all'idea di bene.
Socrate:
Per conoscere il pensiero di Socrate ci si deve affidare agli scritti dei suoi postumi (egli non credeva
nel valore della scrittura) in particolare a quelli di Platone, anche se sovente i pensieri dei due filosofi
si sovrappongono e non sempre si riesce a capire chi è l'ideatore di un pensiero. Secondo Socrate
solo se conosciamo noi stessi (conosci te stesso → iscrizione sul tempio di Delfi, dedicato ad Apollo)
saremo in grado di sapere cosa sia il bene o il male, in più conoscendo noi stessi sapremo anche
cosa è meglio per gli altri e per la polis. Prendersi cura del proprio corpo significa conoscere se
stessi? Per Socrate no, se il bene dipende dunque da chi sono allora dovrò capire cosa mi qualifica
come uomo ovvero l'anima, dove risiede la razionalità. Una prima conclusione può essere già
abbozzata: bene è ciò che è consono alla dimensione più propria e migliore di noi stessi, all’anima
conoscitiva e razionale.
Non è possibile essere felici se non si è saggi e buoni ovvero se non si è virtuosi. Se si è buoni e
virtuosi si è anche liberi. L'intelligenza ci consente di cogliere ciò che è più bello e conveniente per
la propria vita liberandoci dai condizionamenti e facendoci dipendere solo dall'anima razionale.
L’uomo malvagio si trova in una condizione servile, non asseconda la virtù dell’anima razionale. Se
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“Filosofia morale. Storia, teorie, argomenti” di Antonio Da Re.

Introduzione:

Con la parola morale si allude al comportamento, al costume, al modo di agire degli uomini. La filosofia morale non si limita a descrivere la vita e l'agire dell'uomo ma si chiede quale dovrebbe essere il suo comportamento per poter dire che la sua è una buona vita e un agire degno.

1. La vita buona e la conoscenza del bene. Socrate, Platone, Aristotele, Plotino:

La filosofia fin dalle sue origini si è domandata che cosa fosse il bene, poiché si presuppone che la nostra vita non sia qualcosa di immutabile. La questione del bene parte con Socrate, viene svolta un indagine di tipo antropologica ed etica infatti ci si domanda quale sia la vita buona per l'uomo. La vita buona risiede nella virtù specifica dell'uomo ovvero quella virtù che lo caratterizza rispetto a tutti gli altri esseri, la ragione; si forma così un identificazione tra bene e virtù, tra bene e ragione. Con Platone la riflessione sul bene prende un connotato ontologico in quanto l'idea di bene rende conoscibili e mantiene in vita le cose: il mondo che noi vediamo è una copia del mondo delle idee il quale esiste perché partecipa all'idea di bene.

Socrate:

Per conoscere il pensiero di Socrate ci si deve affidare agli scritti dei suoi postumi (egli non credeva nel valore della scrittura) in particolare a quelli di Platone, anche se sovente i pensieri dei due filosofi si sovrappongono e non sempre si riesce a capire chi è l'ideatore di un pensiero. Secondo Socrate solo se conosciamo noi stessi ( conosci te stesso → iscrizione sul tempio di Delfi, dedicato ad Apollo) saremo in grado di sapere cosa sia il bene o il male, in più conoscendo noi stessi sapremo anche cosa è meglio per gli altri e per la polis. Prendersi cura del proprio corpo significa conoscere se stessi? Per Socrate no, se il bene dipende dunque da chi sono allora dovrò capire cosa mi qualifica come uomo ovvero l'anima , dove risiede la razionalità. Una prima conclusione può essere già abbozzata: bene è ciò che è consono alla dimensione più propria e migliore di noi stessi, all’anima conoscitiva e razionale. Non è possibile essere felici se non si è saggi e buoni ovvero se non si è virtuosi. Se si è buoni e virtuosi si è anche liberi. L'intelligenza ci consente di cogliere ciò che è più bello e conveniente per la propria vita liberandoci dai condizionamenti e facendoci dipendere solo dall'anima razionale. L’uomo malvagio si trova in una condizione servile, non asseconda la virtù dell’anima razionale. Se

governate dalla ragione tutte le azioni saranno utili al contrario accadrà se non si segue l'anima razionale. Tutte le qualità dell'anima non sono in sé né utili né nocive, ma tali divengono se accompagnate dall'intelligenza e dalla stoltezza. Si può concludere che secondo Socrate chi si comporta bene è perchè possiede la virtù, ovvero la scienza del bene, mentre chi non sa fa il male, dunque se ci comportiamo male è perché non conosciamo il bene, questo accade anche quando fraintendiamo il significato e il valore del male e quindi lo scambiamo per il bene. Il male non si presenta mai come tale ma con l'aspetto attraente del bene, la conoscenza aiuta a smascherare i “travestimenti” del male → l’ambiguità del male è tale che esso a prima vista non si presenta mai sotto le sue sembianze, ma sotto l’aspetto attraente del bene. L’intelligenza rende liberi, mentre l’ignoranza rende schiavi.

Platone:

Il pensiero di Platone a proposito del bene parte dal pensiero socratico ma coinvolgendo anche aspetti antropologici, etici, metafisici e ontologici. Per Platone la vera realtà è data dal mondo soprasensibile delle idee che può essere conosciuto solo dalla ragione e dell'intelligenza. Il bene umano, le cose buone in generale per essere tali devono riferirsi al Bene assoluto, ovvero l'idea del Bene che è principio di tutte le idee e attraverso queste di tutte le cose sensibili (l’Idea di bene non solo ha una funzione conoscitiva ma ha anche una valenza ontologica, perchè da essa tutte le cose e le idee ricevono esistenza ed essere). L’idea del bene è superiore a tutte le altre, tanto che Platone dice che è al di là dell'essere. Il sole attraverso la luce, permette alla vista di vedere cose sensibili, inoltre esso con il suo calore nutre e fa crescere le realtà visibili → lo stesso si può dire del bene, che è causa di intelligibilità e dell’essere delle altre idee. Il bene dunque è un principio trascendente di cui non si può avere una conoscenza adeguata ma solo parziale, l'importante è che l'uomo sia consapevole che i beni umani siano relativi e non assoluti e che essi siano da considerarsi beni poiché in relazione con l'idea di Bene. La vita buona per l'uomo (dialogo Filebo ) consiste in una vita mista di piacere e di pensiero (inteso come intelligenza), dunque non un eccesso di piacere ma neanche di sola intelligenza. L'idea del Bene viene perseguita da ogni anima ed è il fine di ogni nostra azione (la vita dell’intelligenza è comunque superiore rispetto a quella del piacere). Quale dei due elementi, intelligenza o piacere, determina in maniera più decisa il bene? Quale dei due costituisce la causa della bontà della vita mista? L’intelligenza (personale) e il piacere non

aritmetica valida in maniera indistinta per ciascuno, ma in un giusto mezzo rispetto a noi, ovvero in una virtù che si adatta alla situazione nella quale ci troviamo. L’indagine etica di Aristotele prende le mosse dalla considerazione della pluralità di beni. Affermando l'esistenza di molteplici beni Aristotele critica l'idea di Platone del Bene (bene inteso come un’idea, quindi universale e unica), per Aristotele il bene ha una natura pratica e ciascuna persona lo può raggiungere. In etica ciò che conta è la possibilità della persona di realizzare il bene e diventare buono.

Plotino:

  • Rapporto tra mondo intelligibile e mondo sensibile
  • Commentatore di Platone, ma anche temi della filosofia storica, anche aristotelici → filosofia di Plotino = Platone + Aristotele e commentari perduti
  • Enneadi 9 trattati (sistematizzazione della sua filosofia): 1. Questioni di etica; 2. Caratteri del mondo sensibile; 3. Cosmologia (tempo, natura, provvidenza); 4. Anima; 5. Natura dell’intelletto e degli intelligibili; 6. Oltrepassando la natura dell’intelletto, questioni che riguardano il pricipio pirmo della realtà, ossia l’Uno
  • Filosofia di conoscenza ma anche di liberazione
  • Metafisica di Plotino: le tre ipostasi = piano di esistenza, livello metafisico di realtà ed esistenza, viene tradotto in latino come substantia (= sostanza), quello che sta sotto, che sorregge dal punto di vista metafisico la struttura stessa dell’essere
  • Sostanza ( Substantia ) = nel linguaggio filosofico si intende ciò che ha una consistenza propria, ciò che permane al di là del fenomenico, durata e persistenza di carattere metafisico e ontologico
  • Le ipostasi plotiniane sono realtà, piani dell'essere che rimangono in sé come fondamento ideale della realtà, piani secondo cui la realtà si organizza. Ognuna delle ipostasi ha caratteristiche peculiari; nella loro organizzazione abbiamo un passaggio progressivo verso la molteplicità → secondo una struttura di fondo
  • Cornice platonica due livelli di realtà: 1. Ciò che non muta, archetipo immutabile delle cose, dimensione delle idee; 2. Dimensione fenomenica dei viventi. Originale ripensamento di Plotino a partire da questo tipo di piano (dall’uno all’intelletto e poi attraverso l’anima):
  1. (Principio primo della realtà, Timeeo , Demiurgo) L’ Uno è la prima ipostasi, ciò che sta a fondamento di tutta la realtà, primo uno, uno in se, uno totale , come ciò da cui tutto deriva, caratteristica fondamentale è la sua alterità rispetto alle cose, l’Uno è oltre la realtà di cui è

fondamento, perfino oltre l’intelletto. L’uno è dotato di un’energia straordinaria ma non è inseribile nella categoria del pensiero per quanto è oltre. L’uno non è neppure una cosa data, ma ciò che procede ogni cosa e dunque non è neppure essere. Infatti l’essere ha una sua specie di forma, appunto la forma dell’essere, mentre l’uno non ha forma, neppure quella intelligibile. Dall’uno in maniera progressiva e discendente si hanno i diversi piani di realtà, ipostasi.

  • I termini meno inadeguati per parlare di questo principio primo/supremo sono bene e uno → inadeguatezza del nostro linguaggio_._ Teologia negativa via più adeguata per parlare di questo tipo di metafisica. Uno significa semplicità, completa soppressione del molteplice. Non c’è nessuna forma di molteplicità nell’Uno. ≠ Creazione cristiana, le cose create sono distinte dal creatore, sono altro dal principio che produce, l’Uno invece rimane presente in tutti gli altri esseri. E’ autosussistente, posto prima di ogni essere ed è semplice, elemento unitario e non composto. Plotino riprende la definizione di Platone del bene (maggiore delle idee; uno-bene). Dire che l’uno è al di là dell'essere non significa che l’uno non esiste, ma che non può essere considerato come oggetto di pensiero. Predicare qualcosa dell’uno significherebbe limitare e definire l’uno, il modo più adeguato di parlare dell’uno è negare tutto ciò che è incompatibile. L’uno è potenza e la sua essenza è inesauribile, è pura potenza metafisica che non viene mai a meno. L’uno: non possiede realtà ontologica, non è oggetto di pensiero e le facoltà conoscitive umane non sono in grado di coglierlo.
  • Tema delicato della metafisica neoplatonica: primo principio in quanto fondamento è irriducibile alle nostra categorie di pensiero e dall’altra parte è elemento causale rispetto a tutto ciò che è altro da lui → sono due punti convergenti, aspetti apparentemente divergenti che vengono tenuti insieme. Come si fa a parlare dell’uno? Come possiamo parlarne se non lo possediamo? Affidare all’uno la nozione di causa, potrebbe significare attribuirgli una nozione accidentale, MA è nella natura stessa dell’uno essere causa ed essere producente, non c’è volontà nell’azione dell’uno, la causalità è intrinseca, non è accidentale. Noi siamo portatori di qualcosa che viene dall’uno, ma lui se ne sta in se stesso. La negatività dell’uno è tutt’altro dal nulla, un - che è un +.
  • ≠ Tradizione biblica, atto creativo e volontario da parte di Dio, “creazione dal nulla”.
  • L’uno è sovrabbondante e diffusivo, senza nessun piano provvidenziale sulla realtà, senza nessun finalismo. Pensare il rapporto tra l’uno e i molti sulla base di una creazione comporterebbe, nella posizione di Plotino, ad un antropomorfismo, perché così si concepirebbe la produzione divina del mondo in analogia con la produzione umana. Invece, i molti derivano dall’uno per un processo necessario e spontaneo, senza inizio e senza fine, eterno com’è eterno → non c’è un prima e un poi, è tutto puramente “metafisica”, dimensione al di fuori del tempo.

continuo senza salti che percorre gradi discendenti di realtà via via che ci si allontana dall’uno , c’è quindi una perdita di perfezione.

  • Due attività: l’uno è identico a se, rimanere se stessi, ma dal momento che è energia dinamica dal principio procedono prodotti che si aggiungono alla sua perfezione ma che non implicano cambiamenti nell’ipostasi (prodotto dell’uno senza che esso cambi).
  • Le ipostasi successive all’uno sono caratterizzate da una duplice forma di relazione che ci permette di tenere insieme la catena.
    1. Intelletto → Plotino non spiega nei dettagli come emerge l’intelletto e quale sia il movimento. L’uno racchiude tutte insieme le cause dell’intelletto che da esso verranno attuando una generazione che non è per caso (...) e neppure costituisce un carattere accessorio dell’Uno → l’uno agisce soltanto in conformità con la sua natura. Le ipostasi non sono ferme nella loro perfezione metafisica, sono movimento.
  • Duplice relazione: rimane collegato all’uno da cui deriva, non ne perde il contatto ma allo stesso tempo ha uno sguardo verso ciò che lo segue, quindi l’anima (guarda verso l’alto e verso il basso)
  • Dall’uno procede una sovrabbondanza di energia indeterminata , cosa c’è dentro quell’energia? C’è una vista che non vede, una tensione verso la visione che non possiede ancora un oggetto definito; come si riempie di contenuto l’intelletto? Fa l’unica cosa che può fare, ossia tornare a rivolgersi verso l’uno → per riempirsi di qualche contenuto deve guardare alla sua origine, una volta guardato in alto prova a pensare l’uno, a coglierlo con un atto intelligibile (in questo passaggio l’uno è passivo) → si ha cosi il molteplice intelligibile, si riempie di contenuti di caratteri intelligibili = corrisponde al mondo delle idee di Platone. L’intelletto coglie sotto forma di pensieri l’unità, la pensa in maniera intuitiva, con uno sguardo solo.
  • L’intelletto è l’insieme unitario di tutte le idee intelligibili, dotato di un’energia creativa → idee non statiche, creatrici, dotate di potenza → primo accesso all’essere
  • L’intelletto è soggetto e oggetto di pensiero → ciò che pensa e ciò che è pensato. L’intelletto è il primo accesso all’essere ma è anche pensiero, con efficacia causale e conoscitiva.
    1. Anima → funzione di medietà tra il mondo intelligibile e il mondo inferiore, a cui appartiene la sua parte più bassa (Anima del mondo → luogo di collegamento). L’anima guarda i contenuti di pensiero e li inserisce nel mondo sensibile.
  • Anima prodotto dell’intelletto; il suo compito è quello di rendere vivo, animato il mondo e collegarlo con le ipostasi superiori
  • Schema ripreso anche da Tommaso d’Aquino
  • L’anima con un atto di contemplazione coglie le idee intelligibili sotto forma di immagini → nel momento in cui le pensa le inserisce nel mondo come schemi concettuali/forme ideali, con la sua parte inferiore (chiamata Natura)
  • Anima è attività conoscitiva, caratterizzata dal movimento; struttura discorsiva e razionale
  • E’ un’ipostasi complessa, presenta delle articolazioni: compito dell’anima è quello di fornire vita e movimento → significa fornire anche all’universo ( Grande anima , che nelle sue articolazioni permette vita).
  • Le idee che l’anima contempla si traducono in qualcosa di attivo → pensiero di Plotino debitore alla filosofia stoica.
  • La struttura dell’anima: parte più alta, Anima non discesa (mente) , non si contamina, è la parte più vicina all’intelletto. L’anima del mondo non si disperde nella materia che governa, più complicata è la questione riguardante le anime singole/individuali, che sono particolarizzazione dell’anima del mondo (compito di donare vita ai corpi singoli), corrono il rischio di spingersi troppo in avanti nel mondo sensibile.
  • Che ruolo occupa la materia? Da dove viene la materia? E’ pensata come l’orizzonte ultimo del processo, è il momento finale. Massimo momento di lontananza dall’uno, massimo momento di compattezza e di imperfezione. Non si tratta però di un qualcosa che ha una sostanza propria, non è un’ipostasi → sottrazione della sostanzialità alla materia → la materia non è forza attiva (e di conseguenza anche il male) ma è soltanto sterilità, deficienza e per questa via è la fonte delle imperfezioni del mondo sensibile (Agostino in contrapposizione). In quella gerarchia progressiva ci troviamo di fronte alla fine, l’irradiazione luminosa diventa buio, perché non c’è più luce. La materia è alterità rispetto al mondo intelligibile, è collegata a esso da un legame sottilissimo dato dalla parte più estrema dell’anima ( Idolo, ombra dell'immagine dell’anima che si proietta sulla materia ). E’ il corpo che sta dentro l’anima, e non viceversa → l’anima sovrasta il corpo e conseguenza alla corporeità un’ombra (Idolo). Agostino prospettiva cristianizzata della lettura di Plotino
  • Rapporto e compito delle anime individuali con il corpo che devono a loro volta governare e a cui devono dare vita
  • L’anima può essere troppo sollecita nei confronti del sensibile
  • Materia → momento finale in cui la luce estrema dell’uno esaurisce il suo flusso, massima imperfezione e deficienza dell’uno, dalla luce all’ombra e oscurità. La materia non è un’ipostasi, non è una forza attiva, ma è soltanto sterilità. Come va pensata la materia? La materia va

ma un percorso filosofico e di trasformazione di sé che ha bisogno di tappe e che implica il riconoscersi nell’uno. E’ una fuga da solo a solo , dalla solitudine dell’anima che ha perso l’uno e si è lasciata ai corpi e il percorso interiore dell’anima → solo guardando dentro di se l’anima si riconosce come parte del tutto e inizia cosi la discesa, prima nell’intelletto e poi nell’uno.

  • Agostino libro VII → insegnamento fondamentale della dottrina neoplatonica è il ritorno a se stessi, Agostino sta uscendo dal manicheismo per approdare al platonismo; sono tornato a me stesso, ci sono entrato dentro di me. Dio mi ha raccolto , perché mi permettesse di vedere quello che c’era da vedere. (…) Se non durerò in Dio non potrò durare nemmeno in me. Tema del VII libro che è condiviso anche dal VIII è l'indecisione di Agostino → percorso di tensioni e inquietudini, non diretto e lineare, non arrivavo a un possesso stabile di Dio, il mio peso mi strappava da Dio, questo peso era fatto dalla consuetudine della carne (…) in me vive la memoria del principio (recupero di Plotino, riconoscersi come semi) (…) ma non c’ero ancora io per aderirvi. Passaggio al platonismo segna l’immaginario e il lessico che Agostino impiega. Non ero pronto e ricaddi spossato nei soliti giorni (…) come di un profumo di cose che non ero ancora in grado di annusare → provare ad acquisire e riapprodare di nuovo nella dimensione carnale.
  • Problema del male (per i neoplatonici → venir meno della diffusione del bene) e problema di Dio (luogo e caratterizzazione di Dio) → libri VII e VIII. Tema del male viene recuperato da Agostino dalla tradizione neoplatonica Perchè se Dio è buono c’è il male? → il male in Agostino non possiede realtà, è privazione del bene, è segno della deficienza delle creature. C’è il male nel mondo? Si, male di carattere fisico (infragilimento della creatura, limitazione, mortalità dell’uomo e malattia come punizione che l’umanità dal peccato originale), male morale (fare male che Agostino attribuisce a un esercizio di libertà; radicato nell’esercizio di libertà da parte dell’uomo peccatore). Agostino ci invita a guardare all’insieme di bene e male, luci e ombre che connotano l’universo → bilancio armonico all’interno del quale le due componenti sono differenziate ma equilibrate → noi non riusciamo a fare ciò, vediamo solo il male, Dio invece lo giustifica come parte necessaria per l’equilibrio dell’universo. Agostino tardo e maturo mette di più al centro il tema del male del peccato + tema della salvezza e della partecipazione alla grazia → incrudimento dei toni, nel corso della parabola del pensiero di Agostino. Trattazioni (Retractationes) alcune revisioni e modificazioni di affermazioni espresse in passato→ mi arrovellai per difendere il libero arbitrio della volontà umana, ma vinse la grazia di Dio. Le questioni a Simpliciano → testo di svolta rispetto a una progressiva radicalizzazione del pensiero riguardante il male.

Plotino segue l'idea di Platone del mondo soprasensibile e quello sensibile, egli identifica il bene per l'uomo nel ritorno alla propria origine, al Bene-Uno. L'uomo dovrà percorrere una via di purificazione che richiederà l'uso della filosofia. Secondo Plotino esistono 3 sostanze:

  • l'Uno: esso è potenza infinita dalla quale tutto deriva, ciò avviene attraverso la sua potenza generatrice che dà vita all'intelligenza.
  • L'Intelligenza: coincide con il platonico mondo delle idee, essa è molteplice sia poiché pensa a sé stessa (soggetto pensante e oggetto pensato) sia perché coincide con il mondo delle forme intellegibili. Da essa viene l'anima.
  • L'Anima: dall'anima viene il mondo sensibile, anche l'anima risulta molteplice perché esistono molte anime individuali. A mano a mano che ci si allontana dall'Uno aumenta la molteplicità e la finezza. La realtà sensibile in quanto materiale e corporea è il punto di estremo allontanamento dall'Uno quindi si presenta come privazione dell'essere, come male poiché esso è inteso come assenza dell'essere. Il male quindi si qualifica come entità distinta opposta al bene, esso è mancanza di ciò che propriamente è. Anche se lontano dall'Uno il sensibile dipende comunque da esso e l'uomo non sempre è consapevole di questo perché la sua anima presa dal corporeo non riesce a leggere l'unità del molteplice, per questo Plotino invita a fare un percorso per staccarsi dal mondo sensibile e ritornare all'Uno. Il bene dell'uomo è il bene della sua parte migliore ovvero il bene dell'anima che a sua volta dipende dal Bene supremo e partecipa alla sua natura. Il cammino di risalita che conduce al BeneUno è lungo e accidentato, l'anima deve sperimentare la povertà della conoscenza sensibile e capire che l'appagamento nella vera realtà non è solo frutto di conoscenza. Se si vuole conoscere il Bene si deve diventare noi stessi Uno, quest'ultima è un esperienza molto personale e non comunicabile ad altri.

2. Felicità e virtù. Aristotele, Epicuro, Stoici:

Nel pensiero antico il tema della felicità è un concetto cardine della riflessione sulla vita buona dell'uomo, parlare di etica per loro voleva dire parlare di felicità. Molto diversa invece è la concezione della morale oggi, infatti questa è associata ad aspetti come l'obbedienza alla legge, all'obbligo e al dovere. La felicità in antichità era il bene supremo che viene ricercato per sé stesso e mai per altro ed essa è espressione dell'attività propria dell'uomo dunque non può essere casuale o sfuggire dal nostro controllo. La fortuna non era nemmeno considerata una soddisfazione soggettiva in quanto

morte, mentre quando c’è la morte noi non siamo più (...) e come dei cibi non cerca certo i più abbondanti, ma i migliori, cosi del tempo non il più durevole, ma il più dolce si gode. Conquistare il piacere e neutralizzare il dolore

  • Fine verso cui indirizzare ogni nostro sforzo morale: il piacere → criterio etico morale. Gli esseri viventi sin dal loro primo istante di vita ricercano il piacere. Il piacere di cui parla E è statico, calmo, come la bonaccia sul mare, non è uno sfrenato godimento dei sensi. Il piacere in quiete è il risultato di un sobrio ragionamento che sa operare un calcolo attento del peso specifico da attribuire a ogni singolo momento di godimento o stato di dolore.
  • Desideri (condizione di privazione e di mancanza):
  • Naturali e necessari → quelli che ci liberano dai dolori → solo questi meritano il nostro impegno etico
  • Naturali ma non necessari → quelli che variano il piacere ma non sottraggono il dolore dal corpo
  • Ne naturali e ne necessari → quelli come il desiderio di statue in proprio onore
  • Di fronte alla sofferenza è legittimo adottare una strategia per alleviare il dolore → due alternative:
    1. quando il dolore è cosi forte che conduce alla morte, allora non è più per noi; 2. quando invece il dolore ha una presenza cronica e durevole, ci accompagna e quindi diventa un qualcosa di quotidiano. La vita felice
  • Ricetta di una vita felice presentata nelle prime quattro Massime capitali → il quadruplice rimedio : 1. liberarsi del timore degli dei; 2. liberarsi dalla paura della morte; 3. conquistare il piacere; 4. neutralizzare il dolore → forza terapeutica del messaggio filosofico
  • Di fronte alla facilità del vivere non serve appellarsi a un qualcosa di superiore, neppure alla virtù, a cui E riconosce solo un valore strumentale per raggiungere il piacere
  • La filosofia di E mira a spogliare la nostra esistenza da ogni pregiudizio, per ridurla al richiamo essenziale in una sorta di grado zero della soddisfazione → Epicuro raccomanda di vivere fino in fondo la dimensione positiva del presente Vivi nascosto
  • Progetto etico epicureo → accettazione dei limiti della condizione umana e delle possibilità della nostra vita, positiva integrazione nel flusso del reale. L’uomo formatosi alla scuola di Epicuro

prende la decisione di vivere nascosto → rispetto delle norme giuridiche stabilite convenzionalmente.

  • Giustizia = non è la giustizia un qualcosa che esiste di per sé, ma solo nei rapporti reciproci e sempre a seconda dei luoghi dove si stringe un accordo di non recare né ricevere danno. Secondo E vanno fuggite quelle forme di partecipazione politica che mirano senza tregua al raggiungimento della gloria o dell’esercizio del potere → sono fonte di affanno e turbamento.
  • La sicurezza e la completezza delle relazioni umane può essere garantita dall’amicizia, essa percorre danzando la terra, recando a tutti l’appello di destarci e dire l’uno all’altro: felice!
  • La perfezione è incarnata dal saggio/sophos. Si tratta però di una condizione non assoluta ma in continuo mutamento, è alla portata di tutte/i ed è capace di garantire una relazione tra la filosofia e la vita quotidiana. Per Epicuro il piacere è principio e fine del vivere felicemente, esso è un bene primo da cui parte ogni tipo di scelta, esso è il criterio di giudizio fondamentale. Per lui il piacere più autentico è quello catastematico ovvero il piacere stabile, perciò l'assenza di dolore è vista da lui come il supremo piacere. Epicuro distingue tra piaceri del corpo, che trovano la compiutezza nell'aponia ovvero l'assenza di dolore, e piaceri dell'anima che perseguono uno stato di ataraxia ovvero assenza di turbamento. Senza saggezza comunque non vi è un adeguata discriminazione dei veri piaceri, ovvero tra i piaceri naturali e necessari (soddisfacimento dei bisogni naturali fondamentali), i piaceri naturali e non necessari (piaceri per lo più superflui), e i piaceri non naturali e non necessari (piaceri dannosi e illusori, frutto delle opinione dell'uomo). Solo i piaceri naturali e necessari consentono di perseguire l'aponia e l'ataraxia. Epicuro propone all'uomo di rientrare in sé stesso, di ricercare la serenità interiore, di rinunciare a ciò che è superfluo e di coltivare l'amicizia. Inoltre secondo questo autore “non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente, bene e giustamente, né saggiamente e bene e giustamente senza anche vivere felicemente”. Dunque anche per lui vi è una stretta implicazione tra felicità e virtù ma a differenza di Aristotele lui vede la felicità anche nei momenti in cui l'uomo sarà torturato o rinchiuso perché ciò che rende l'uomo saggio lo rende anche interiormente libero e non influenzabile da condizionamenti esterni.

Stoici:

La scuola stoica è stata fondata da Zenone verso il 300 a.C. ad Atene; altri esponenti sono Crisippo e Cleante di Asso. Lo stoicismo di divide in: antico, medio e romano.

La creazione, l’amore di un Dio-persona che interviene nella storia degli uomini, la volontà libera, la responsabilità personale, il senso di colpa, il peccato come male morale, sono tutti termini nuovi che caratterizzano la riflessione medievale.

Agostino:

  • Ragione → spinta a conoscere la verità, che però non basta → la rivelazione insegna quindi ciò a cui non possiamo arrivare → essere umano ha la possibilità di una più alta comprensione intellettuale
  • Prima credere e poi si capisce, no prima capire e poi credere
  • Elementi della cultura classica sono importanti solo se compatibili con il messaggio cristiano
  • Esiste una pluralità di beni → nelle loro scelte gli esseri umani sono posti di fronte a un’alternativa di fondo: possono scegliere se se tendere verso il bene, quindi valorizzare i beni secondo il loro ordine gerarchico, fermo restando che il sommo bene è Dio; oppure possono rivolgersi ai beni inferiori. In entrambi i casi è la volontà dell’amore che agisce (amore, caritas, cupiditas).
  • Maleorigine: è una forma di privazione → ogni sostanza è buona, la realtà spirituale e corporea si sviluppa solamente dall’essere e dal bene, ogni creatura è buona solo per il fatto di esistere → realtà gerarchica: ciò che è più pieno di forma ed essere è più buono, ciò che invece è meno pieno di forma ed essere è meno buono → male come mancanza di bene, di essere e forma, non sostanzialità del male. 2 tipi di male: male fisico e male morale (definito come desertio meliorum ) → movimento contrario rispetto a quello di Dio, scelta di beni mutevoli, dirigersi verso la privazione
  • Felicità → l’attività filosofica conduce alla beatitudo → è raggiunta solo se seguiamo un bene stabile e permanente, cioè Dio, bene etero e immutabile
  • Rapporto tra essere umano e Dio → fruire = amare Dio per se stesso
  • Rapporto tra essere umano e creato → servirsi = c’è un fine, uno scopo
  • A ogni essere umano 3 appetiti:
  1. All'autoconservazione
  2. Alla procreazione
  3. Alla volontà → da qui nasce la dimensione morale → allontanarsi da Dio dipende dalla nostra volontà Socrate
  • Libertà: prime opere → la volontà ci indirizza a fare scelte buone (buon uso felicità, cattivo uso infelicità
  • Ultime opere → insufficienza della volontà umana a fare il bene se non è assistita dalla grazia divina
  • Peccato orginale passato per via seminale → per questo l’uomo è incapace di compiere scelte → non abbiamo più la libertà di fare il bene senza l’aiuto di Dio.
  • Solo la grazia di Dio permette di restaurare la nostra natura degenerata → la grazia è offerta in modo immeritato e non dipende dalle nostre azioni
  • La massa umana è dannata (macchiate dal peccato originale) → Dio anche solo salvando poche persone compie un’azione pia
  • Dio potrebbe salvare tutti ma non lo vuole fare La creazione di Dio è ex-nihilo → tutte le cose sono state create dal nulla e sono opera di Dio. Tra creatore e creato c’è una netta distinzione. L'uomo per agire deve trovare una legge dentro di sé, che non è lui a darsi, e che parlandogli attraverso la coscienza lo guida verso il bene: la verità eterna di Dio è la condizione che rende possibile la conoscenza e l'azione volta al bene dell'uomo. Elemento che per Agostino è unico per tutti gli uomini e a cui tutti indistintamente aspirano è la sapienza ovvero una verità universale che ogni uomo scopre dentro di sé e che lo porta a desiderare il bene e fuggire il male. Il sommo bene permette di commisurare i valori dei diversi beni esistenti, ma l'uomo può scegliere di tendere verso il vero bene, posto gerarchicamente più in alto, oppure di tendere a beni inferiori trattandoli come beni superiori ed esclusivi. In ogni caso è la volontà dell'uomo che sceglie, la forza dell'amore che muove l'anima in una direzione o in un altra. L'amore vero che desidera godere del sommo bene è anche chiamato carità cioè la virtù per eccellenza: vivere secondo carità significa vivere secondo l'ordine dell'amore ovvero rispettando l'ordine dell'essere. La caritas è la virtù per eccellenza.

Bonaventura:

Per lui è necessario ricercare il sommo bene di Dio elevandoci al di sopra di noi stessi e raggiungendo la beatitudine, nello stesso tempo bisogna però essere consapevoli che questa elevazione è possibile solo grazie all'aiuto soprannaturale di Dio. Il cammino della mente verso Dio si snoda attraverso 3 tappe:

  • Possibilità di cogliere le tracce della presenza di Dio nell'universo.
  • Ritorno in noi stessi che siamo immagine di Dio.
  • Trascendere da noi stessi per vedere Dio, che nella vita terrena è visibile solo come una similitudine della sua realtà inaccessibile.

Fare tutto ciò che si vuole non coincide con la vera libertà, si possono individuare 2 tipologie di libertà:

  • Libertas minor: possibilità di scelta tra opzioni diverse che mi possono portare sia verso il bene sia verso il male.
  • Libertas maior: rende effettivamente liberi e consiste nell'aderire al bene. Il libero arbitrio è in sé e per sé un bene perché è proprio specifico dell'uomo, grazie a questo l'uomo è padrone dei propri atti sia quelli negativi che quelli rivolti al bene. Per Agostino, come per molta parte del pensiero medievale, il libero arbitrio dovrebbe indirizzarci verso la libertas maior ma senza ledere la nostra libertà in quanto il soggetto non è obbligato a scegliere il bene, per questo si ricorre al concetto di volontà. Si crea in questo periodo un legame tra il concetto di libertà e volontà tanto che spesso si parla di libera volontà. Stretto collegamento tra libertà e libero arbitrio → per Tommaso d’Aquino, libertà e libero arbitrio sono un’unica potenza. La volontà è libera ed è contrapposta alla necessità ovvero un uomo può essere privato della sua libertà esteriore ma non di quella interiore (posso essere obbligata a confessare determinate cose ma non a pensarle). Agostino: Testo De libero arbitrio → la volontà è un bene e come tale deriva da Dio. La volontà è un bene medio ovvero un bene inferiore alle virtù, in quanto tale, come i beni piccoli, può essere usato sia in bene che in male. Le virtù sono beni superiori, perché non possono essere usate per compiere il male; mentre i beni piccoli, tra cui c’è anche la volontà, si possono usare sia per il bene che per il male. Comunque la volontà rimane un bene che deriva da Dio. Dio però creando la libera volontà pare che allo stesso tempo abbia giustificato anche il peccato, infatti questo è possibile perché l'uomo è libero → la volontà può tendere verso il bene maggiore (Dio) ma può anche avvicinarsi ai beni inferiori. Ma se l'uomo non fosse stato libero non avrebbe potuto agire secondo giustizia, non sarebbe stato padrone dei propri atti. Senza la volontà libera l'uomo non avrebbe potuto sentirsi realizzato nel raggiungere il bene universale poiché non sarebbe stato meritevole di alcun premio. Il piano della giustizia prevede che l'uomo che agisce male venga punito e l'uomo che agisce bene venga premiato. La vita virtuosa non può darsi a prescindere dalla volontà. Perchè Dio ha dato alle persone il libero arbitrio se queste posso peccare? Perché lo ha creato libero anche di peccare? L’essere umano ha dovuto avere una volontà libera, senza la quale non avrebbe potuto agire rettamente. La vera realizzazione dell’essere umano si ha nel raggiungimento del bene universale attraverso i beni

superiori delle virtù; ma il godimento di tale bene non sarebbe possibile se l’uomo non fosse libero. In ogni caso la libertà è l’attestazione della superiorità dell’essere umano rispetto agli altri esseri. Tommaso d'Aquino: Egli definisce la volontà come appetitus intellectivus, appetito ovvero l'inclinazione verso un oggetto che viene desiderato. Questo appetito può̀ presentarsi in 3 modalità̀:

  1. Appetito naturale: riscontrabile in tutti gli esseri esistenti ed è il tendere inconsapevole all'obiettivo di preservare il proprio esser.
  2. Appetito sensitivo: impulso animale a conservare sé stessi attraverso il cibo e la procreazione.
  3. Appetito intellettivo: è l'appetito dell'uomo, non si tratta di un tendere verso un oggetto in modo spontaneo e necessitato ma è un tendere verso un oggetto che viene riconosciuto come bene. Per questo autore tra i concetti di libero arbitrio e volontà vi è al tempo stesso una connessione ed una differenza, la volontà ha per oggetto il fine ultimo desiderato per sé stesso, mentre il libero arbitrio ha per fine ultimo gli oggetti che portano al bene ovvero i mezzi → la volontà nel rapportarsi con i singoli beni si presenta come libero arbitrio. L'uomo non può non volere il bene universale. L’uomo rimane libero e responsabile delle proprie scelte, non è obbligato a volere questo o quell’oggetto particolare. La volontà in ogni caso è indirizzata dall'intelletto verso quegli oggetti che le vengono presentati come bene, è possibile dunque che l'intelletto formuli un giudizio erroneo su un dato oggetto oppure che la volontà non accetti il giudizio dato dall'intelletto. Alla base del libero arbitrio troviamo sempre sia la volontà che l'intelletto: l'intelletto ha un ruolo di primato in quanto la volontà si poggia sul giudizio dell'intelletto, “l'intelletto è più alto e più nobile della volontà”, tuttavia la volontà è del tutto libera rispetto all'oggetto della scelta infatti può scegliere se assecondare o meno l'intelletto. Intelletto e volontà hanno due ruoli differenti → la scelta libera deriva dalla volontà, ma c’è anche l’intervento dell’intelletto che contribuisce a specificare il libero arbitrio come atto proprio dell’anima intellettiva dell’uomo. La posizione di Tommaso viene, dunque, definita come intellettualistica. Duns Scoto.