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Schopenhauer
Nasce a Danzica nel
- Muore a Francoforte nel 1861
La sua opera più importante è Il mondo come volontà e rappresentazione
Le fonti e la rielaborazione
- I punti di riferimento per Arthur Schopenhauer sono soprattutto quattro:
- Da Platone trae la concezione delle IDEE , intese come forme eterne sottratte alla dolorosa caducità del mondo
- Da Kant trae la gnoseologia soggettivistica, e in particolare la distinzione tra fenomeno e cosa in sé.
- Schopenhauer è anche il primo filosofo occidentale a tentare un esplicito recupero della tradizione di pensiero orientale: in particolare si riallaccia alla concezione del “velo di Maya” e a quella del “nirvana”
- Dal romanticismo trae l’irrazionalismo, la centralità dell’arte, il tema del dolore esistenziale. Ma l’idealismo tedesco (in particolare Hegel), col quale si confronta, diviene il suo idolo polemico.
- Schopenhauer loda in particolare la svolta gnoseologica kantiana e se ne considera erede; ma in realtà modifica notevolmente la prospettiva di Kant:
- Per Kant il fenomeno è l’unica realtà conoscibile; mentre il noumeno, sul piano conoscitivo, resta solo un concetto-limite, che ci indica i confini non oltrepassabili del nostro intelletto
- Per Schopenhauer, invece, il fenomeno è un’illusione, un sogno (che egli appunto paragona al “velo di Maya” degli orientali: il velo illusorio delle apparenze sensibili che nasconde la realtà fondamentale); mentre il noumeno è la realtà che si cela dietro il fenomeno e che deve e può essere scoperta
La scoperta della cosa in sé tramite il corpo
- Ma come giungere alla cosa in sé?
- Noi non siamo solo rappresentazione: siamo anche un CORPO. Non ci limitiamo a vederci dal di fuori (rappresentazione): ci VIVIAMO anche dal di dentro, godendo e soffrendo.
- Ed è proprio ‘sentendo’ la nostra fisicità che possiamo scoprire come la nostra essenza sia VOLONTA’: desiderio o brama di vivere: un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge ad esistere e ad agire.
- La Volontà di cui parla Schopenhauer non è, evidentemente, la volontà cosciente, la razionalità pratica di cui parlava Kant. E’ anzi inconsapevole (la dobbiamo infatti svelare a noi stessi) e irrazionale (è un impulso, un’energia, presente anche in esseri non umani).
- Comprendendo questo, si comprende che il nostro stesso corpo è la manifestazione esteriore della volontà (ad es. l’apparato digerente incarna la volontà di nutrirsi, l’apparato genitale la volontà di accoppiarsi e riprodursi…)
- Essendo al di là (o al di qua) della rappresentazione spazio-temporale e causale, la volontà si sottrae alle forme a priori: essa è quindi UNICA (non è qui più di quanto sia là; non è ieri più di quanto sia domani ecc.)
- Essendo unica, non è solo la radice noumenica dell’essere umano: è l’essenza segreta – la cosa in sé – dell’intero universo. L’intero mondo fenomenico, dunque, non è altro che il modo in cui la volontà si manifesta nella rappresentazione spazio- temporale e causale
Volontà e ateismo
- La Volontà si manifesta nel mondo fenomenico tramite due “momenti”. Il primo chiama in causa le idee platoniche: la Volontà si oggettiva nelle idee, le quali sono estranee a spazio e tempo. Nella seconda “fase”, la Volontà – tramite una moltiplicazione spazio-temporale delle idee - si oggettiva nei vari individui che costituiscono il mondo della rappresentazione (il mondo sensibile).
- Riprendendo temi propri dell’idealismo romantico, Schopenhauer afferma inoltre che la Volontà è inconscia nella materia inorganica, nei vegetali e negli animali non umani, mentre può divenire consapevole nell’uomo.
- Essendo al di là (o al di qua) del principio di ragion sufficiente, cioè delle connessioni causali razionalmente comprensibili che vincolano tutti i fenomeni, la Volontà è una forza libera e cieca, priva di scopi. Posso certamente rispondere a domande come “perché vuoi questo?” o “perché vuoi quello?”, ma cosa risponderei alla domanda “perché vuoi?”
- La vita vuole la vita; la Volontà vuole la Volontà. In altri termini, l’unico fine della natura sembra essere la perpetuazione della vita stessa, con tutti i dolori che essa comporta. Questa, per Schopenhauer, è l’unica, crudele verità che da sempre si è cercato di mascherare postulando un Dio che darebbe un senso a questo volere e a questo dolore. Ma un senso non c’è. L’ateismo è il coraggioso e onesto riconoscimento di tale insensatezza del vivere.
Pessimismo cosmico /
- La Volontà è l’essenza dell’universo: dunque TUTTO SOFFRE, anche gli animali
e le piante. L’uomo soffre di più perché ha più consapevolezza.
- Il pessimismo di Schopenhauer si può definire cosmico, in quanto non solo
egli ritiene che il mondo sia colmo di mali, ma anche che il male caratterizzi il
principio stesso da cui il mondo dipende. Da questa prospettiva, il parallelo con
Leopardi – che Schopenhauer conosceva e stimava – è quasi d’obbligo. Una
delle più belle e terribili poesie del recanatese, A se stesso , recita infatti, tra
l’altro “…Omai disprezza / te, la natura, il brutto / poter che, ascoso, a comun
danno impera / e l’infinita vanità del tutto”.
Per l’intero brano, cfr. http://www.leopardi.it/canti28.php
- Il dolore si manifesta anche tramite la lotta crudele tra i viventi. L’unica
Volontà universale si auto-lacera in una molteplicità conflittuale di parti
reciprocamente ostili. Uno degli esempi paradigmatici di questa realtà è la
formica gigante d’Australia: se la si spezza in due, comincia una lotta violenta
tra la parte della testa e quella della coda, che dura circa mezzora, finché le
due parti muoiono e vengono trascinate via da altre formiche.
L’illusione dell’amore (eros) /
- L’amore (eros) è uno dei più forti stimoli dell’esistenza, una delle più affilate
armi della volontà. Scrive Schopenhauer nel Mondo : eros “non esita a penetrare, disturbando, tra gli accordi degli uomini di Stato e tra le ricerche dei dotti; è capace di introdurre le sue letterine amorose e le ciocche dei capelli nei portafogli ministeriali e nei manoscritti filosofici, ordisce ogni giorno le trame più complicate e cattive, scioglie i vincoli più stretti, conduce a sacrificare a volte la vita o la salute, la ricchezza, il rango e la felicità, anzi priva di coscienza l’onesto e rende traditore il fedele.”
- Insomma, l’amore crea continuamente lacerazioni, inganni, disperazione. La
sua forza deriva dal fatto che, dietro Eros, sta la fredda “Natura” (la Volontà) che mira alla perpetuazione della vita tramite la procreazione. Non c’è amore senza desiderio sessuale, anche se ammantiamo la brama della carne con il velo illusorio dell’innamoramento, tramite il quale la Natura si prende gioco di noi. Crediamo di realizzarci nell’amore, mentre in realtà siamo lo zimbello della Natura.
Smascheramento di ottimismi e
storicismi
- Schopenhauer può essere assimilato ad altri pensatori molto diversi tra loro come Marx, Nietzsche e Freud per la caratteristica comune consistente nel tentativo di liberarci dalle ideologie mistificanti e consolatorie che nascondono la cruda realtà della vita.
- Egli si oppone, come abbiamo visto, alle ipocrisie sull’amore (eros); smaschera i luoghi comuni sulla razionalità della vita e della storia e mette a nudo la fragilità di ogni forma di ottimismo.
- Contro il provvidenzialismo religioso e filosofico (di cui l’hegelismo è stato il culmine), S. sottolinea come la vita sia un’esplosione di forze irrazionali, e il mondo il teatro dell’illogicità e della sopraffazione. Se si accompagnasse il più ostinato ottimista attraverso le stanze di tortura, i recinti degli schiavi, le guerre, le infinite atroci notti dei malati… anch’egli cambierebbe idea.
- Contro lo storicismo (inteso come una concezione della storia umana quale sviluppo necessario retto da proprie leggi e volto alla realizzazione di scopi che travalicano le azioni e gli obiettivi dei singoli individui), S. riafferma il carattere sostanzialmente immutabile del destino umano. L’umanità si trova da sempre nel medesimo stato di sofferenza e conflitto, illudendosi di superarlo tramite il ‘progresso’. Lo studio della storia è quindi, come affermava già Aristotele, inferiore sul piano conoscitivo sia rispetto all’arte, sia rispetto alla scienza e alla filosofia. Queste ultime discipline si occupano infatti di ciò che è universale, mentre la storia riguarda solo il particolare.
Le vie di liberazione dal dolore
- Un pessimismo estremo come quello di Schopenhauer potrebbe sfociare nell’apologia del suicidio. Il filosofo, invece, rifiuta il suicidio considerandolo non già una negazione della volontà (che è la fonte di tutti i mali), quanto piuttosto una forte affermazione della volontà stessa e degli impulsi egoistici. Per questo – pur non addentrandosi nell’ipotesi di una prosecuzione oltremondana della sofferenza, come conseguenza del suicidio – S. non ritiene possibile che quell’atto estremo di volontà possa realmente liberare da quest’ultima e quindi dal dolore. Inoltre, un suicida sopprimerebbe soltanto una manifestazione fenomenica della volontà, lasciando intatta la cosa in sé, che rinasce continuamente in infiniti individui.
- La vera risposta al dolore esistenziale sta quindi nel tentativo di liberarsi non della vita, ma della stessa volontà. Ciò richiede, in primo luogo, lo smascheramento delle illusioni razionalistiche – la lacerazione del velo di Maya – e la presa di coscienza della fonte irrazionale e conflittuale della vita. Meno si è coscienti dello strapotere della volontà (il noumeno), infatti, più si è succubi di essa. Chi conosce solo la rappresentazione, senza sospettare che essa è manifestazione dell’energia noumenica, è completamente asservito alla volontà.
- Quando perviene alla coscienza di sé – e al provare orrore per sé -, la voluntas tende a farsi noluntas , cioè negazione di sé medesima.
- Il percorso di liberazione dalla volontà viene articolato in tre momenti : l’arte; la morale della compassione; l’ascesi.
L’etica della compassione
- Un ulteriore passo avanti nel percorso di liberazione dalla volontà e dal dolore è costituito dall’impegno etico, dall’agire per il bene degli altri. L’etica comprende due momenti: la giustizia e la compassione. La giustizia è un primo freno all’egoismo: essa consiste nell’evitare di compiere il male e nella correttezza nei rapporti sociali.
- Ma il fulcro dell’etica è la compassione, nel senso etimologico del termine [dal lat. tardo compassio - onis , der. di compăti «compatire», per calco del gr. συμπάϑεια], ossia il ‘sentire insieme’, il far propria la sofferenza dell’altro, scendendo agli inferi con lui, con lo scopo di uscirne insieme. Questo tipo di amore - che Schopenhauer, come abbiamo visto, contrappone nettamente all’eros – si può anche definire agàpe, carità, pietà, benevolenza.
- E’ chiaro che una simile azione disinteressata – se è autentica – si contrappone diametralmente all’egoismo che caratterizza la volontà. Essa inoltre può contribuire a ridurre la lotta incessante tra gli individui prodotta dalla volontà stessa. Come tali azioni siano possibili - se è vero che l’essenza dell’umano è la brama cieca, e che non vi è alcuna fonte spirituale di bontà e purezza a cui attingere – S. non è in grado di spiegare. Egli parla infatti dell’etica come di qualcosa di raro, eccezionale e misterioso.
- Pur riconoscendo con Kant che il disinteresse costituisce il cuore della moralità, S. sostiene, contro Kant, che l’etica non sgorga dalla ragione, bensì da un sentimento, quello – appunto – della compassione o pietà. Un altro punto di distanza da Kant riguarda gli animali: basando la sua etica sul rispetto per la dignità degli esseri razionali, Kant non estendeva agli animali l’imperativo di non trattare gli altri come meri mezzi (anche se condannava la crudeltà verso le bestie come atteggiamento non degno dell’uomo). S., invece, basando la sua etica sulla condivisione del dolore, estende naturalmente la compassione a tutti gli esseri viventi.
- La filosofia ci insegna che al livello essenziale, noumenico, tutto è volontà, e che quindi siamo tutti una cosa sola, e tutti soffriamo. Ma è solo la compassione a farci comprendere profondamente tale verità, sentendola. Tramite la compassione possiamo quindi comprendere che far del male agli altri equivale a farlo a noi stessi, e viceversa; e che lo stesso vale per il bene. Non tanto, quindi, ‘ama il prossimo tuo come te stesso’, quanto piuttosto ‘ama il tuo prossimo perché è te stesso, perché sei tu’.
L’ascesi
- La liberazione definitiva dalla volontà, per Schopenhauer, si raggiungerebbe solo con l’ascesi. Essa rappresenta la scelta estrema e l’unico atto completo di libertà (rispetto al determinismo della concatenazione causale propria della rappresentazione fenomenica) di fronte allo strapotere della volontà e all’universalità del dolore. Essa consiste nel tentativo di estirpare il proprio stesso desiderio di esistere, di godere e di volere.
- Castità, povertà, digiuno, sacrifici di vario genere…tutto per mortificare continuamente la volontà, seguendo la via degli asceti di tutti i tempi e di tutte le latitudini. (S. stesso, tuttavia, non ha scelto per sé una vita ascetica, ciò che ha suscitato nei suoi confronti comprensibili accuse di incoerenza e insincerità).
- Il risultato dell’ascesi sarebbe uno stato di grazia, che però per l’ateo Schopenhauer non può consistere nella fusione con Dio. La grazia schopenhaueriana è, piuttosto, paragonabile al nirvana buddhista: un oceano di pace e beatitudine derivante dalla soppressione del desiderio, e quindi anche della sofferenza. Poiché la volontà è unica, se essa fosse sconfitta anche in un solo uomo, sarebbe sconfitta universalmente.
- Si può infine notare che la prospettiva di un’ascesi culminante nel nirvana è tipica delle scuole buddiste più antiche (spesso denominate hinayana ); mentre la via della compassione, e dell’impegno sociale, è propria del buddismo mahayana (riguardo al quale si possono rivedere le ultime slide del power point su Fichte).