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tesi di laurea magistrale che indaga le conseguenze attuali circa l'uso dello smartphone da parte dei giovani adulti
Tipologia: Tesi di laurea
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competenze è stato dimostrato, come sia possibile giungere verso il benessere digitale e utilizzare Internet come risorsa, senza farsi sopraffare da essa. Considerati i dati allar- manti, è stata messa in luce inoltre, la necessità impellente e non più trascurabile, di at- tuare dei piani educativi, a partire dalla scuola, finalizzati a sensibilizzare docenti, stu- denti e famiglie, e a promuovere lo sviluppo di adeguate competenze digitali. L’ultima parte della tesi presenta i risultati di un’indagine effettuata su un campione di giovani adulti, alla base di cui, ci si è posti come obiettivo quello di indagare la distrazione da smartphone. Attraverso l’utilizzo di alcune scale di misurazione convalidate, si è cercato di testare la pervasività dei dispositivi mobili, e di internet in generale, all’interno della quotidianità dei partecipanti; ipotizzando che, alti indici di distrazione siano correlati po- sitivamente ad un utilizzo patologico di internet. Si è ipotizzato inoltre che la smartphone distraction influenzi negativamente i processi di autoregolazione cognitiva ed emotiva, avendo delle ripercussioni sull’intelligenza emotiva, sul livello di soddisfazione di vita, sul benessere delle persone e sulle loro relazioni sociali. Il presente lavoro e l’analisi di questi argomenti, invita ad una riflessione sul ruolo fondamentale che pedagogisti, edu- catori, insegnanti e psicologi, potrebbero avere nel guidare i giovani adulti verso un per- corso di educazione digitale. Si fa strada pertanto la figura del Media Educator.
L’utilizzo di internet è diventato, nel corso degli ultimi decenni, sempre più diffuso in tutte le fasce della popolazione grazie alla varietà di strumenti, applicazioni e dispositivi tecnologici disponibili sul mercato che ci aiutano a svolgere anche le più elementari atti- vità di routine. Il lavoro, lo sport, le relazioni sociali e il nostro agire quotidiano sono ormai interamente mediati e influenzati dall’utilizzo di applicazioni e dispositivi tecnolo- gici. Ma quali effetti genera nell’individuo l’uso di internet? È da intendersi come una tecnologia positiva o comporta anche dei rischi? Vari studiosi nel corso degli anni si sono posti diversi interrogativi a riguardo, provando a scoprire in che modo internet riesca a influenzare e modificare il pensiero e l’agire umano. In particolar modo, coloro che hanno provato a fornire una risposta in proposito, si sono divisi tra coloro che hanno individuato le varie potenzialità dell’utilizzo di internet per lo sviluppo umano e coloro che, al con- trario, ne hanno evidenziato i possibili effetti negativi. Fra i primi studiosi che si sono occupati di analizzare le conseguenze negativi e gli effetti limitanti dell’utilizzo di inter- net abbiamo Young (Baiocco et. al, 2014), la quale ha evidenziato come l’uso di internet possa influire negativamente sulla salute dell’individuo sfociando in una vera e propria dipendenza, accrescendone i problemi relazionali, familiari e lavorativi non meno di quanto lo facciano altri tipi di dipendenze (alcolismo, gioco d’azzardo, disturbi alimen- tari). Tali considerazioni sono state poi confermate da studi e ricerche recenti che, visto l’incremento e l’influenza che ha acquistato internet nella nostra vita, si sono occupate di indagare il fenomeno, confermando le idee di Young, assimilando la dipendenza da inter- net a quella derivante dall’abuso di sostanze psicotrope (Tonioni & Corvino, 2011). D’al- tro canto, vi sono molteplici studiosi che ritengono internet un artefatto innovativo che possiede molteplici effetti benefici per gli individui, essendo in grado di esaltarne e am- plificarne capacità e potenzialità. Tra questi abbiamo Ellison, Steinfield e Lampe, e gli studi di Mazzoni e colleghi (Frozzi & Mazzoni, 2010) che hanno evidenziato come inter- net e, in particolare, i Social Networking Sites (SNS) siano in grado di consolidare il
di autocontrollo, consapevolezza e autostima, si accosti un utilizzo più funzionale delle tecnologie con ripercussioni positive nell’agire quotidiano, arginando il pericolo di in- fluenzare negativamente la vita dell’individuo (Damiani, 2019).
La “Generazione Z” o “i-Generation” comprende generalmente i nati tra il 1996 e il 2015, i successori dei “Millennials” o “Generazione Y” vissuti tra il 1981 e il 1995, che differi- scono dai primi, definiti i cosiddetti nativi digitali. La “Generazione Z” o “Generazione delle reti” (Istat, 2016) viene così definita in quanto costituita da coloro che sono nati e cresciuti nel mondo tecnologico, il cui approccio con la tecnologia appare spontaneo e naturale da non necessitare di alcun tipo particolare di apprendimento. Tale generazione, comprende quindi, i nati e cresciuti nell’era in cui l’informatica e le nuove tecnologie si sono maggiormente diffuse e hanno percorso la maggior parte, o quasi tutta, la loro esi- stenza e formazione nell’era di internet, subendone le influenze positive e negative. Ma quali sono le caratteristiche di questa generazione? I nati nel terzio millennio sembrereb- bero più propensi verso l’indipendenza rispetto ai “Millennials”, che li renderebbe più inclini ad avere una casa propria abbandonando il nido familiare prima, delineandosi an- che promettenti imprenditori (Massot, 2018). D’altro canto però, l’arco di tempo della loro attenzione è molto breve (pare non superi una media di 8 secondi), tempo che ben si adatta all’utilizzo di applicativi di messaggistica istantanea quali Instagram e Snapchat da loro prediletti. Si tratta quindi, di una generazione iperconnessa, che possiede uno smartphone già dalla preadolescenza avendo libero accesso alla Rete ha tutto alla portata di mano con un click, che si parli di informazioni relative ai più svariati ambiti della vita quotidiana o delle relazioni interpersonali (Mauceri & Di Censi, 2020). Questa genera- zione, attraverso l’accesso facilitato ad una vasta mole di risorse, ha la possibilità di ac- crescere le informazioni, le possibilità di svago, di apprendimento e di intrattenere rela- zioni sociali, soprattutto in età adolescenziale. Tuttavia, un utilizzo eccessivo e sconside- rati dei vari canali e strumenti multimediali, può portare a ricadute sulla vita quotidiana, compromettendo l’equilibrio psicofisico dei soggetti che ne usufruiscono, influendo ne- gativamente nella loro vita offline. Parlando di vita offline , si intende la vita e la realtà del soggetto al di fuori del mondo virtuale, fatta di corporeità, sguardi, espressioni, stati
d’animo visibilmente riscontrabili e intuibili, vita che, i “Millennials” hanno conosciuto e sperimentato maggiormente rispetto alla “Generazione Z”. Riferendoci a quest’ultima generazione appare più appropriato invece, parlare di vita online o ancora meglio di iden- tità online che può essere definita come “l’insieme delle caratteristiche che descrivono la persona in uno spazio virtuale e che permettono di sentirsi diversi da tutti gli altri presenti in quello spazio” (Kim et. al, 2011 cit. in Baiocco et. al, 2014 p. 137) un tipo di identità quindi, che prende forma in un contesto virtuale, influenzando il modo di comu- nicare e di percepire sé stessi e gli altri, in un contesto e in una dimensione differenti rispetto a quanto avvenga offline. Nella vita online , l’individuo, può mantenere l’anoni- mato, selezionando le immagini migliori di sé stesso, decidendo anche, cosa far vedere e comprendere agli altri circa la propria personalità. Appare evidente come, utilizzare un’identità online sia molto più semplice e meno dispendioso in termini di tempo e fatica rispetto a costruirsi un’identità stabile nella vita offline , per cui i giovani “post-Millen- nials” , nativi digitali fanno parte di un mondo che utilizza in maniera spontanea un si- stema di comunicazione con l’esterno che si svolge principalmente online. Nella vita on- line la comunicazione risulta deprivata della sua corporeità, in uno spazio in cui gli sguardi e le espressioni del nostro interlocutore non sono percettibili e possono essere facilmente occultate e celate, prediligendo un tipo di comunicazione verbale, in cui il corpo fisicamente inteso diviene assente, facendo sì che molte delle informazioni fonda- mentali all’interazione tra due individui siano inaccessibili. Per cui “La comunicazione non verbale che passa per le emozioni e che ha sempre un corrispettivo somatico (rossore del viso, tachicardia, dolore colico, postura balbuzie etc.) non è sotto il nostro controllo (non si può decidere quando diventare rosso) e non rappresenta un’alternativa alla co- municazione verbale; essa è piuttosto l’assenza di comunicazione […]. Dunque, nelle relazioni web-mediate, che ormai sono tra i più giovani più numerose di quelle reali, è possibile comunicare soltanto parzialmente (senza il corpo) […]: una tendenza al con- trollo dell’altro, piuttosto che alla condivisione “ (Tonioni & Corvino, 2011, p. 419).
nei contesti di socializzazione durante l’adolescenza rischiano di compromettere lo svi- luppo psico-fisico del giovane sviluppando in lui un senso di inadeguatezza, che si traduce spesso, nella difficoltà di costruire rapporti interpersonali con altri individui di cui si teme il giudizio valutativo e per cui ci si sente inadeguati (Mauceri & Di Censi 2020). In tali circostanze, per soddisfare il bisogno di socializzazione, si rivela indispensabile la me- diazione della tecnologia che, soprattutto attraverso l’utilizzo dei social network , appare la via più semplice e una soluzione più tollerabile per fuggire dalla realtà. In un tentativo di fuga dalla realtà attraverso l’utilizzo dei social network , è possibile fruire di uno spazio nuovo, decidendo come presentarsi agli utenti della rete, sperimentando nuove identità, nuovi modi di essere, filtrando i contenuti che si pensa possano offrire un’immagine di- versa di noi stessi, un’immagine attesa e socialmente desiderabile. Diverse ricerche con- dotte in tempi recenti mostrano come l’utilizzo dei social network tra gli adolescenti sia sempre più in aumento, tenendo conto anche della situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 che ha contribuito notevolmente ad incrementare l’utilizzo degli strumenti tec- nologici per comunicare. Un’indagine denominata “Adolescenti e stili di vita” condotta dal Laboratorio di Adolescenza e Istituto di Ricerca Iard nel 2020, ha evidenziato come si sia abbassata l’età di accesso ai social media e di come siano aumentate le ore di frui- zione di tali servizi (Toia, 2020). In particolar modo, da questa ricerca emerge che il 54% delle persone inizia la sua vita in rete tra gli 11 e i 12 anni, dichiarando di possedere il minimo di età necessaria all’accesso e non possedendo una conoscenza adeguata degli strumenti utilizzati; per quanto riguarda i social preferiti l’indagine conferma il progres- sivo declino di Facebook e vede l’incremento di Instagram , Snapchat , This Crush e Te- legram , per non considerare l’utilizzo di Tik Tok che tra il 2019 e il 2020 è esploso. L’in- dagine in questione mette in evidenza inoltre, come gli adolescenti siano consapevoli della necessità di dover sopperire, attraverso i social media, alla mancanza di relazione della vita realtà, sostenendo sia molto più semplice e meno dispendioso in termini di tempo e di coinvolgimento emotivo, intraprendere conoscenze in rete. Tutto ciò diviene possibile in quanto attraverso il mondo virtuale e i social media in particolare, prende forma una nuova vita sociale, che risponde ai bisogni fondamentali e più alti delle persone quali l’autorealizzazione, la ricerca di comprensione da parte dei pari, la ricerca di benes- sere e di soddisfazione. Tutto ciò, spesso si riduce all’ottenimento di un numero elevato di likes o followers da esibire agli occhi degli altri utenti per cui “Non ci si guarda più
negli occhi, non ci si tocca, non si ascolta la voce del nostro interlocutore […]. La rete ci consente di essere ciò che vogliamo, dove e quando lo desideriamo, pur rimanendo nei pochi metri quadrati della stanza in cui è presente il nostro computer” (Bilotto, 2016, p. 24).
Al giorno d’oggi gli smartphone , ossia telefoni intelligenti, come suggerisce la parola stessa “phone” (telefono) e “smart” (intelligente) sono dispositivi mobili che ci consen- tono di avere rapido accesso a una pluralità di contenuti multimediali. Essi si presentano come sostituti del personal computer, rappresentandone una versione portatile che ci con- sente di usufruire in tempo reale, in ogni luogo in cui ci troviamo a tutti, o quasi, i conte- nuti multimediali e le applicazioni che nello scorso decennio potevano essere svolte solo con l’utilizzo del pc. Ciò che oggi infatti appare scontato come possedere a portata di mano nel nostro smartphone varie app , tra le tante, quelle di messaggistica istantanea, i social, programmi di scrittura e calcolo, programmi in grado di scannerizzare e modificare documenti e foto, prima pareva essere solo un’utopia. Lo smartphone , per le sue partico- lari caratteristiche, le quali sono in costante e continua evoluzione, è particolarmente at- trattivo e utilizzato da una vasta gamma di persone di tutte le fasce di età sia per motivi lavorativi, per la sua praticità, ché per svago. Non è difficile intuire come i giovani adulti, nativi digitali, siano quelli che maggiormente trovano attrattivo tale strumento multime- diale, il quale attraverso un click consente loro di entrare a contatto con amici e familiari e di tenere aggiornata costantemente la loro posizione, condividendo foto e contenuti in modo da tenere aggiornati i propri contatti virtuali in tempo reale. I giovani adulti di oggi infatti, nati nell’era digitale, risultano essere i principali fruitori delle nuove tecnologie, le quali consentono loro di svolgere con maggiore facilità e minor dispendio di energia molte attività quali leggere libri, guardare film, informarsi circa le notizie di cronaca, giocare ai videogiochi e intrattenere relazioni sociali. I dispositivi mobili attualmente sono diventati indispensabili e alla portata di tutti, la loro diffusione in Italia è arrivata ad essere talmente alta da superare il numero stesso degli abitanti, arrivando a toccare la vetta di 80 milioni di dispositivi mobili per un totale di 60 milioni abitanti, stando ai dati relativi al 2020 (SEO Cube S.r.l., 2020). Non è un caso infatti, che la popolazione italiana
di appropriarsi degli spazi di condivisione e interazione propri del mondo reale, sot- traendo tempo e spazio alle esperienze concrete. Basti pensare che fino a un decennio fa alcune esperienze, dalle più semplici come bere un caffè con gli amici a quelle più coin- volgenti come fare un viaggio, venivano vissute in maniera autentica, godendo a pieno dei panorami e delle città da visitare senza avere la necessità di postare foto e controllare i messaggi che arrivano nel nostro smartphone. La possibilità di svolgere una molteplicità di azioni con un dispositivo mobile offre certamente dei vantaggi, come poter immorta- lare, attraverso uno scatto istantaneo, luoghi e momenti da aggiungere ai nostri ricordi. Ma quando la necessità di scattare fotografie aliena l’individuo dall’esperienza che sta vivendo e non gli consente di godere del qui e ora non si può più asserire che l’utilizzo del dispositivo abbia per lui effetti benefici. A tal proposito, l’A.P.A, Associazione Psi- chiatrica Americana, ha in tempi recenti, riconosciuto la dipendenza da selfie, ossia au- toritratti eseguiti con il proprio smartphone, come un vero e proprio disturbo mentale, derivato dalla necessità compulsiva di scattarsi delle foto in ogni luogo e in ogni momento della giornata, per tenere il mondo sempre aggiornato e partecipe delle singole azioni svolte e anche come forma di autopromozione della propria immagine (Società Italiana Intervento Patologie Compulsive, S.I.I.Pa.C, 2020). Tale dipendenza, denominata come “selfie syndrome” o “selfie addiction” si configura come un comportamento disfunzio- nale focalizzato sull’immagine corporea e sul perfezionismo, e rappresenta solamente una piccola parte dei comportamenti patologici derivanti dall’utilizzo smodato e compulsivo dei dispositivi mobili. Ma quando un uso dello smartphone può essere definito eccessivo, dannoso e persino patologico? È difficile stabilire un netto confine tra uso e abuso dei dispositivi tecnologici, sia per il loro costante aggiornamento, che ci consente di usufruire di una sempre più vasta gamma di operazioni, sia per la loro flessibilità, che ne comporta un utilizzo comune e quotidiano. Essendo gli adolescenti i soggetti più inclini all’utilizzo di tali dispositivi, diverse ricerche si sono mosse in tale direzione, individuando dei criteri diagnostici per riconoscere la dipendenza da smartphone. In particolar modo, tali criteri, elaborati da studi provenienti dalla Corea del Sud, hanno constatato che l’utilizzo del cellulare in maniera errata avviene se si manifestano tre o più dei seguenti sintomi (So- cietà Italiana di Pediatria, SIP, 2019):
Nel capitolo precedente si è messo in luce quanto internet e l’utilizzo delle nuove tecno- logie siano presenti nella nostra quotidianità, e come possano influenzare nel bene e nel male la nostra esistenza. È stato messo in evidenza come le persone facciano un uso mas- siccio della Rete, avvalendosi prevalentemente dei dispositivi mobili, quali gli smartphone , che consentono un accesso a internet più rapido. Sarebbe impossibile negare i molteplici vantaggi derivati dalla tecnologia, grazie alla quale riusciamo a compiere agevolmente una vastità di operazioni che migliorano il nostro tenore di vita, ma occorre interrogarsi anche sugli aspetti rischiosi. Se da un lato, l’utilizzo di tablet , smartphone e pc agevolano la nostra esistenza, dall’altro, possono influenzarla negativamente sfo- ciando in una vera e propria dipendenza. Ma come è possibile che questo avvenga? Al giorno d’oggi siamo abituati a sentir parlare di dipendenze, e più comunemente di dipen- denza da sostanze psicotrope quali alcol e droghe, ma si parla ancora poco di un tipo di dipendenza derivata da un uso eccessivo, smodato e prolungato delle nuove tecnologie. Questa dipendenza conosciuta con l’acronimo I.A.D , prende il nome di “ internet addic- tion disorder” , e come richiama il termine stesso, si configura come una vera e propria patologia derivata dall’abuso di internet e i suoi strumenti. L’OMS, organizzazione mon- diale della sanità, si riferisce al concetto di dipendenza come condizione psichica e fisica derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica (Mauceri & Di Censi, 2020). Questa condizione è caratterizzata da risposte comportamentali che portano gli individui ad avere un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in questione in modo continuativo o periodico allo scopo di provarne gli effetti psichici evitando il ma- lessere che ne deriva dalla sua privazione. Nonostante il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), continui a proporre una definizione del termine dipendenza riferito all’esclusiva assunzione di sostanze psicotrope, tale parola, al giorno d’oggi, viene sempre più utilizzata in riferimento alla presenza di comportamenti disfunzionali e assue- fattivi che si sviluppano in assenza dell’assunzione di sostanze (American Psychiatric Association, A.P.A., 2001). La dipendenza da internet in particolare, mostrerebbe delle
analogie con quadri clinici assimilabili all’uso di sostanze psicotrope, soprattutto per quanto riguarda le modificazioni psicopatologiche che si producono nell’individuo dipen- dente dalla Rete, che comportano la perdita delle relazioni interpersonali, modifica dell’umore, cognitività totalmente orientata all’uso del mezzo e alterazione dei vissuti con annessi fenomeni dissociativi. Le persone coinvolte in questo processo patologico, qualora potessero, trascorrerebbero tutto il loro tempo su internet rinunciando a tutte le altre attività, che svolgono principalmente con scarsa partecipazione. La dipendenza da internet e dai dispositivi elettronici è così insidiata in chi ne è affetto tanto da far emergere dei sintomi da intossicazione e astinenza per cui “i primi sono articolati intorno a pro- cessi dissociativi crescenti e si concretizzano in progressivo ritiro sociale, decremento della performance scolastica fino ad interruzione degli studi, mancata partecipazione attiva alle dinamiche familiari, distacco emotivo, alterazione del ritmo sonno-veglia. Al contrario, il principale sintomo di astinenza è la rabbia: con aggressività auto- ed etero- diretta” (Tonioni & Corvino, 2011, p.419). Questo particolare tipo di dipendenza, di cui oggi si è maggiormente coscienti, è stata oggetto di riflessioni da parte di diversi studiosi già dal 1995, data in cui lo psichiatra americano Goldberg ha definito il concetto di di- pendenza da internet individuandone i sintomi che la caratterizzano:
L’adolescenza viene definita una fase di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, nella quale l’individuo è chiamato ad affrontare cambiamenti importanti nei vari ambiti relativi alla sfera personale e sociale che riguardano l’immagine di sé, il rapporto con gli adulti di riferimento, le rappresentazioni legate al genere e all’identità sessuale (Pattaro, 2006). Occorre porre pertanto, l’accento su questa particolare fase di transizione degli individui, i quali, nativi digitali, si mostrano i principali fruitori delle nuove tecnologie. I giovani adulti utilizzano le nuove tecnologie in modo disinvolto, navigando nel web come fosse un ambiente parallelo, in un tessuto in cui l’iperconnessione è fortemente radicata. Biso- gna anche considerare che “in età adolescenziale, la vulnerabilità è maggiore proprio perché è ancora in fase di formazione il corredo delle risorse simboliche e di personalità che potrebbero favorire un uso consapevole delle nuove tecnologie e il ricorso eccessivo ad esse può così apparire un riparo dalle frustrazioni quotidiane” (Mauceri & Di Censi, 2020, p.22). L’internet addiction , che al giorno d’oggi si sta allargando a macchia d’olio, porta a gravi disagi psicosociali aumentando i fallimenti scolastici e lavorativi di chi ne è affetto determinando talvolta anche disturbi depressivi e ansia. Gli adolescenti affetti da tale dipendenza, modificano la propria vita e le proprie relazioni, arrivando in molti casi
al completo isolamento, influenzando negativamente le proprie competenze emotive, re- lazionali e affettive (Russo et al., 2020). Stando ai dati, in Italia, sono circa 300 mila i ragazzi tra i 12 e i 15 anni a presentare una dipendenza da internet legata principalmente, ai settori del gaming (gioco online) o quello relativo ai social network. Diversi studiosi si sono occupati di indagare il fenomeno di dipendenza da internet, tra i quali Davis, che ne ha individuato due tipologie di uso patologico: una specifica e una generalizzata (Davis, 2001). La prima comprende le dipendenze sviluppate da specifiche attività online che però esistono e vengono praticate anche nella vita reale, ne sono un esempio il materiale pornografico o il gioco d’azzardo. La seconda tipologia, la generalizzata, comprende un uso patologico della Rete sia con fini sociali, come nel caso di utilizzo di app di messag- gistica, mail ecc., sia senza un vero e proprio scopo. L’autore inoltre, sostiene l’impor- tanza dei fattori cognitivi per quanto riguarda lo sviluppo della I.A.D., ritenendo che le credenze disfunzionali ne fungano da cause causando conseguenze sia sul piano affettivo che comportamentale. Tali credenze, porterebbero il soggetto ad utilizzare la ruminazione per interrogarsi circa le modalità di utilizzo di internet, non permettendogli di utilizzare strategie efficaci, portandolo a ricordare episodi che ne rinforzerebbero l’uso. Il processo della ruminazione inoltre, secondo Davis, porta il soggetto ad avere un basso livello di autostima e a mettere in dubbio sé stesso, vedendo in internet un’alternativa alla realtà. È stato messo in evidenza come un buon funzionamento familiare e un buono stile di pa- renting siano fattori indispensabili per uno sviluppo positivo dei figli, soprattutto in età adolescenziale. Con il termine parenting si intendono, in generale, le funzioni genitoriali in termini di relazione, cura e accudimento che mediano e determinano la relazione tra genitori e figli, fornendo le basi per lo sviluppo sociale ed emotivo del ragazzo. In parti- colar modo, secondo Davis, una bassa funzionalità familiare comporterebbe l’insorgere di disturbi patologici nei figli, tra i quali abuso di sostanze, disturbo della condotta e I.A.D. Più precisamente, “per bassa funzionalità familiare si intende una serie di com- portamenti dannosi come la scarsa condivisione delle decisioni genitoriali, la mancanza di sostegno, le relazioni carenti di cura, di stima e amore, la ridotta dedizione di tempo agli altri membri della famiglia che hanno un impatto importante sullo sviluppo dei com- portamenti devianti” (Davis, 2001, cit. in Russo et al. 2020, p.70). Un’ampia letteratura si è occupata di studiare gli stili di parenting , dimostrando come, stili genitoriali autori-