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Max Weber non nasce come sociologo, ma come giurista. La moglie pubblica nel “Economia e Società”. Weber fa un tentativo di organizzazione sistematica delle principali categorie sociologiche, quindi organizzare in modo sistematico le principali categorie sociologiche voleva dire decidere di costruire una teoria della società. Max Weber si chiede che cosa osserva un sociologo quando osserva la società, e quando osserviamo la società osserviamo l’azione sociale. <<Come faccio a sapere quando è l’azione sociale?>> Il punto di partenza di Weber è il comportamento di qualcuno che si comporta in un certo modo. Il comportamento può essere distinto in un “fare” o in un “tralasciare”. Non basta però per essere azione sociale. Weber si chiede <<Come faccio a distinguere il fare o il tralasciare dall’azione sociale?>>. Weber dice che quello che distingue il fare/tralasciare dall’agire (o azione) è il fatto che il soggetto congiunge a questo suo fare o tralasciare un senso intenzionale (-> che è espressione dell’intenzione del soggetto). Il senso di questa differenza sta nel fatto che si comporta o chi agisce è sempre un soggetto. Per Weber il soggetto non è solo l’individuo, ma soprattutto la coscienza. Quindi quando Weber parla di soggetto intende l’individuo, ma individuo in senso soggettivo cioè un individuo capace di pensare e di percepire la realtà circostante e attribuisce un senso a ciò che accade. Quindi il soggetto attribuisce un senso a quello che fa o a quello che tralascia di fare, allora possiamo dire che il soggetto sta agendo. L’azione diventa sociale quando il soggetto che agisce si orienta allo stesso tempo al comportamento degli altri, quindi c’è un co-orientamento al comportamento degli altri (-> co-orientamento significa tenere conto del comportamento degli altri, però quando parliamo di co-orientamento non intendiamo che prima si congiunge un senso soggettivo e poi ci si orienta al comportamento degli altri, ma le due cose avvengono contemporaneamente. Per Max Weber “sociale” non significa <>, ma tenere conto del comportamento degli altri. Il co-orientamento può essere non solo al comportamento degli altri, ma piò essere anche un co- orientamento al co-orientamento degli altri al nostro comportamento.
Max Weber
Weber fa una distinzione tra orientarsi al comportamento degli altri e orientarsi al comportamento degli oggetti, e dice che quando ci orientiamo al comportamento degli oggetti non possiamo parlare di azione sociale. Quindi il comportamento è sociale quando si co-orienta agli altri, anche quando questi altri non ci sono, perché gli altri sono essenzialmente una proiezione dell’aspettativa del soggetto che agisce (soggetto agente). Quando parliamo di co-orientamento quello a cui noi facciamo riferimento non è un comportamento reale (cioè altri che esistono fuori, perché questi altri potrebbero non esserci), ma stiamo parlando di quelle che sono le aspettative del soggetto agente. Quindi il co-orientamento è un problema di aspettative, quello che potremmo definire le aspettative del soggetto agente; perciò, quando diciamo che l’azione è sociale se c’è un co-orientamento al comportamento degli altri, stiamo dicendo che l’azione è sociale se ci sono aspettative che riguardano il comportamento degli altri, e queste aspettative sono quelle che i sociologi chiamano strutture sociali. Importante è anche il concetto di aspettativa, ovvero quello che si aspetta il soggetto agente sul modo in cui si potrebbero comportare altri conosciuti o sconosciuti. Quindi le nostre aspettative come soggetti agenti è ciò che rende propriamente sociale il nostro agire se questo co-orientamento va assieme al senso che è espressione dell’intenzione del soggetto. L’azione sociale parte dal presupposto che l’agire si distingue dal comportamento, ma <<Come faccio a distinguere il comportamento dall’azione?>>. Alla base dell’azione c’è un fare/tralasciare. Per quanto riguarda il primo elemento discriminante, per Weber è il senso, senso come inteso dal soggetto agente, quindi è un senso intenzionale. Se il soggetto che agisce congiunge a questo suo fare o tralasciare un senso soggettivo/intenzionale, allora si può dire che il suo comportamento è un’azione. Questo senso intenzionale ha a che fare con le motivazioni, <<Per quale motivo il soggetto fa quello che fa o tralascia quello che sta tralasciando?>>. Molto importante, per Weber, per quanto riguarda il co-orientamento, è la dimensione temporale, ovvero che noi ci possiamo orientale al comportamento degli altri nel passato, nel presente e nel futuro (es. la vendetta - > passato, erezione di un muro per protezione - > futuro), quello che accumuna le tre eventualità è l’orientamento al comportamento di altri soggetti che agiscono. Per Max Weber l’oggetto di studio della sociologia è l’azione sociale. Uno dei problemi fondamentali per Weber è l’agente, ovvero colui che è un soggetto, è il soggetto non è semplicemente il corpo dell’individuo, ma soggetto inteso come coscienza. Questo ci permette di fare una distinzione tra l’azione sociale e le forme di agire non propriamente sociali (come l’agire collettivo e l’agire determinato dalla massa). Secondo Weber la sociologia non studia i comportamenti delle masse e i comportamenti collettivi.
Giovane studioso americano, durante il suo dottorato vuole cercare di fare più o meno quello che è stato fatto nella teoria della realtà fisica all’interno della sociologia, ovvero vuole creare una teoria unificata della società, prendendo però il meglio da tutti gli autori che hanno già dato dei contributi e cercare di vedere se c’è un modo per mettere questi contributi insieme. Parsons è weberiano, tanto che lui si reca in Germania, impara il tedesco e quando torna in America traduce Weber, e la sua tesi di dottorato riprende Weber, tesi che viene intitolata “La struttura dell’azione sociale” (1937). Parsons si chiede <<Quali sono i criteri e i requisiti che permettono ad una sociologia di considerarsi scienza, e quindi una teoria della realtà sociale?>>. La prima distinzione analitica che Parsons fa è quella tra teoria e fatto empirico. La teoria, per Parsons, è un corpo di concetti generali che si riferiscono a dei fatti empirici, e che sono tra di loro in relazione logica; questo da un punto di vista epistemologico. Parla di “corpo” perché in un sistema, per definizione, i concetti stanno in una relazione tra di loro e queste relazioni, se il sistema è un sistema teorico, sono relazioni logiche, cioè ci deve essere un senso a questa relazione; quindi, quello che collega i concetti generali sono relazioni logiche, ed essendo queste relazioni logiche relazioni che collegano i concetti generali di cui si compone la teoria, la teoria è un sistema cioè un corpo. Gli elementi di cui si compone questo sistema vengono definiti da Parsons elementi analitici, e questi elementi analitici sono i “concetti generali”. I concetti generali (o elementi analitici) si riferiscono a fatti empirici, che stanno in qualche relazione logica tra di loro. Quando osserviamo fatti empirici la nostra affermazione non è mai neutrale, perché già il fatto che noi possiamo definire qualcosa come un fatto empirico è il risultato di una selezione, e quest’ultima implica che stiamo osservando la realtà “entro” uno schema concettuale di riferimento. Quindi la definizione di fatto empirico è quasi una definizione della scienza, in quanto non possiamo dire che cosa sia per noi un fatto empirico se non diciamo la teoria alla quale stiamo facendo riferimento. Però c’è anche un rapporto reciproco tra teoria e fatto empirico, perché la teoria deve essere verificata dai fatti empirici, cioè non possiamo costruire una teoria e dire che la teoria vale, ma la teoria vale se viene verificata dai fatti empirici. Parsons dice che una teoria deve essere sempre un sistema logicamente chiuso, perché tutto deve essere collegato al tutto, e la teoria in qualche modo ci orienta alla nostra indagine della realtà. Quando parliamo di chiusura logica parliamo di una chiusura autoreferenziale della teoria, cioè un sistema teorico è logicamente chiuso se i concetti possono riferirsi gli uni agli altri e possono contemporaneamente riferirsi alla teoria.
Talcott Parsons
Parsons definisce il fatto empirico proprio come fa la fisica, cioè il fatto empirico è un’affermazione, empiricamente verificabile, riferita ad una realtà concreta e questa affermazione viene sempre svolta all’interno di un particolare contesto di riferimento. Parsons cerca di fare in sociologia quello che è già stato fatto in fisica classica , l’idea è creare una teoria composta da dei concetti generali che assomigliano alle variabili della fisica, da un punto di vista epistemologici, quindi creare questo sistema di concetti generali o elementi analitici e metterli insieme in un reticolo di relazioni logiche che faccia si che queste relazioni logiche costituiscono un corpo organico, ovvero un sistema teorico di riferimento, e questo diventa lo strumento che permette allo scienziato di osservare in maniera selettiva la realtà. I tipi di concetti che servono per formulare dei fatti empirici sono tre: lo schema concettuale di riferimento, unità elementare e infine gli elementi analitici. Lo schema concettuale di riferimento è quello che determina che cosa siamo. Parsons dice che lo schema concettuale di riferimento non è una semplice descrizione di quello che accade, perché la realtà è troppo complessa per essere definita punto per punto. Quindi lo schema concettuale di riferimento è già una forma di selezione, cioè è un ordinamento selettivo dei fenomeni concreti, ovvero che dietro lo schema concettuale di riferimento c’è una decisione. Poi abbiamo le unità elementari, ovvero un’unità che essendo elementare non può essere ulteriormente scomposta. L’unità elementare per un sociologo è l’azione sociale, e non è scomponibile. In fine abbiamo gli elementi analitici, ovvero attributi generali di fenomeni concreti che possiamo riferire alle unità elementari entro uno schema descrittivo di riferimento. Le relazioni logiche tra gli elementi analitici che attribuiamo ad unità elementare all’interno di uno schema concettuale di riferimento costituiscono la struttura logica che ci permette di descrivere l’unità elementare di riferimento all’interno dello schema che abbiamo scelto e che ci permette di vedere come gli elementi analitici stiano in rapporto logico tra loro. Parsons definisce “struttura” i collegamenti logici che esistono tra gli elementi analitici che possiamo attribuire a unità elementari all’interno di uno schema descrittivo di riferimento. Se la nostra unità elementare è l’azione sociale, quello che osserveremo quando osserviamo la realtà quotidiana da un punto di vista sociologico sono atti unitari, che si lascia scomporre solo sul piano analitico. Le variabili con cui possiamo descrivere l’atto unitario sono l’attore, un fine, una situazione (che si distingue a sua volta in mezzi e condizioni), e in fine un orientamento normativo. Parsons ad un certo punto non parla più di attore ma di mind (mente), qui l’attore è colui che agisce però quello che ha in testa quando parla di attore è la mente, quindi è la mente che valuta la situazione, che pone degli scopi, che valuta l’orientamento normativo. Però non possiamo dire che la mente agisce. Parsons definisce il fine/scopo come una differenza, qualcosa posto in avanti nel tempo, tra quello che accadrebbe se l’attore non agisse e quello che accadrebbe se l’attore agisse.
Sociologo tedesco
Una delle prime definizione di sistema sociale che dà Luhmann è che << un sistema
sociale è una connessione di senso tra azioni sociali che si riferiscono gli uni alle altre
e che si delimitano rispetto ad un ambiente di azioni che non appartengono ad un
sistema>>.
Qui quello che interessa a Luhmann è la "connessione di senso", cioè quando noi
vediamo sistemi sociali partiamo dal presupposto che ci sono delle azioni sociali che
si riferiscono gli uni alle altre e creano un limite rispetto al quale si può distinguere
che cosa fa parte del sistema e che cosa fa parte dell'ambiente.
Uno dei problemi della sociologia è arrivare ad una chiara definizione di quello che
dovrebbe essere l'oggetto empirico di riferimento per la teoria sociologica, cioè <<
che cosa osserviamo quando osserviamo la società>>.
Quando parliamo di oggetto empirico della disciplina sociologica parliamo di qualcosa
che è costruito entro un contesto descrittivo di riferimento, quindi l'oggetto empirico
è costruito dalla disciplina teorica (cioè dalla teoria della società).
Nel '900 appare la distinzione tra azione e sistema, però questa distinzione è
scorretta; infatti, siamo in grado di dire che non c'è contrapposizione tra azione e
sistema.
Per capire l'evoluzione della teoria sociologica dal '900 ai giorni d'oggi dobbiamo
osservare il concetto di sistema, per Parsons il sistema è un sistema d'azione e anche
il Luhmann degli anni '60 si rifà un po' ancora a questa idea di sistema d'azione,
perché definisce il sistema come una connessione di senso tra azioni sociali che si
riferiscono gli uni alle altre e che si lasciano delimitare da un ambiente di azioni che
non appartengono al sistema.
Se la connessione di senso è tra azioni sociali che si riferiscono gli uni alle altre,
ebbene questa connessione di senso non può essere un'azione sociale, perché la
connessione di senso è ciò che connette sul piano del senso le azioni sociali che si
riferiscono gli uni alle altre.
Negli anni '80 esce "Sistemi sociali" di N. Luhmann, e qui c'è il cambio di paradigma, il
cambio di paradigma consiste nell'introduzione di nuove idee ma soprattutto nella
piena consapevolezza che ciò che porta il senso è la comunicazione.
Niklas Luhmann
Per Luhmann a partire dagli anni '80 fino alla fine degli anni '90 tutto il lavoro teorico
della sociologia dovrebbe essere una lunga spiegazione dell'affermazione
"Communication and System", la comunicazione è sistema e il sistema sociale è
sempre un sistema di comunicazione.
L'opera "Sistemi sociali" vennero pubblicate nel 1984, quest'opera rappresenta una
svolta per Luhmann, infatti lui qui parla di cambio di paradigma; all'inizio dell'opera
c'è una affermazione, che ha suscitato molti dibattiti, ovvero <<esistono i sistemi
sociali>>, e dire che ci sono i sistemi sociali è un’ovvietà.
All'inizio dell'opera Luhmann fa una classificazione dei sistemi: ci sono i sistemi viventi
(sistemi organici), poi ci sono i sistemi psichici, poi i sistemi sociali e infine le
macchine.
Sistemi viventi --> appunto i sistemi organici (es. il nostro corpo è un sistema vivete);
Sistemi psichici --> ovvero quelli che chiamiamo normalmente coscienze;
Sistemi sociali --> che per Luhmann sono sistemi di comunicazione;
I sistemi sociali, dice Luhmann, a loro volta si possono distinguere in: interazioni,
organizzazioni formali e società. Le interazioni sono sistemi sociali che
presuppongono la presenza fisica dei partecipanti e la loro inclusione nella
comunicazione; i sistemi di organizzazioni formali sono sistemi che riproducono
decisioni, quindi il lato organizzativo del sistema lo vediamo dalle procedure
decisionali; la società è il sistema che include in sé tutto quello che è comunicazione,
allora la società può essere solo una società mondiale.
<< Che cos'è l'ambiente?>>
Tutto quello che non è sistema.
Nel 1948 Shannon pubblica "la teoria matematica della comunicazione"; l'idea di
comunicazione di Shannon ha avuto un enorme successo soprattutto perché si
avvicina molto all'idea di comunicazione che noi abbiamo nel senso comune.
Ma quello che Shannon ha cercato di fare è misurare la quantità di informazioni
presenta nel messaggio, non tutti i messaggi sono uguali perché ci sono messaggi che
non aggiungono niente a quello che già sapevamo prima e ci sono messaggi, invece,
che aggiungono qualcosa rispetto a quello che già sapevamo, e questi ultimi messaggi
hanno un valore di informazione.
Quello che Shannon si chiede è << Posso misurare il contenuto d'informazione di un
messaggio?>>
La risposta è sì.
Luhmann ora si chiede << Dove si collocano Ego e Alter?>>.
L'Ego è colui che comprende, l'Alter colui che agisce in modo comunicativo, ma noi
non siamo solo Ego o Alter, ma entrambi.
Nel momento in cui comprendiamo si apre una biforcazione: tra accettare o rifiutare
l'offerta comunicativa; quando comprendiamo dobbiamo comunicare (anche nel
rifiutare l'offerta comunicativa), ma la comprensione si pone, non come la fine o
l'inizio della comunicazione, ma come un presupposto per collegare alla
comunicazione appena accaduta altra comunicazione; quindi la comprensione è un
presupposto di collegamento tra quello che è appena stato comunicato e una
possibile comunicazione ulteriore, proprio per questo la comprensione è l'inizio di
una sorta di autoriproduzione della comunicazione.
Importante è anche il rapporto tra comunicazione e percezione; la comunicazione
non sarebbe possibile senza percezione, però la percezione non è comunicazione.
La percezione è, come la comunicazione, una forma di elaborazione d'informazioni,
solo che la comunicazione è molto più pretenziosa per l'attribuzione d'intenzioni
perché è molto più improbabile (la comunicazione è una conquista evolutiva tarda);
però la percezione non va confusa con la comunicazione perché gli manca la
possibilità ad attribuire un'intenzione comunicativa.
La comunicazione può essere non verbale, ovvero senza l'uso del linguaggio, quindi
per comunicare usiamo il corpo per segnalare qualcosa e in questo modo
produciamo un evento comunicativo che però non va confuso con la percezione, che
comunque è indispensabile perché se non percepiamo di essere percepiti non ci
sarebbe nessuna possibilità di comunicare in modo non verbale.
Un'altra forma di comunicazione non verbale è l'arte, quando noi osserviamo l'arte si
tratta di comunicazione (l'artista sta cercando di comunicare qualcosa); importante
qui è anche la percezione.
Rapporto tra Azione e Comunicazione
L'unita elementare dei sistemi sociali è l'azione. I sistemi sociali sono composti solo
dalla comunicazione. L'unità dell'azione si costituisce sempre attraverso
un'operazione di imputazione, cioè qualcuno deve imputare quell'atto comunicativo
a qualcuno (ma anche a sé stesso); l'unità dell'atto come risultato di una imputazione
è possibile solo se c'è qualcuno che comprende, e chi comprende può essere o lo
stesso agente (colui che agisce in modo comunicativo) oppure può essere qualcun
altro.
Quindi l'azione non è costitutiva della comunicazione e dei sistemi sociali in generale,
ma l'azione è costitutiva dalla comunicazione e dai sistemi sociali in generale.
<< Perché i sistemi sociali hanno bisogno di puntualizzare dov'è l'atto e qual è l'atto al
quale noi stiamo facendo riferimento?>>; se i sistemi sociali che sono costituiti da
comunicazione non procedessero a queste imputazioni altamente selettive (atti
comunicativi) la complessità con cui si dovrebbero confrontare sarebbe eccessiva.
<<Ma qual è la virtù dell'imputazione?>>, questa virtù è la semplificazione, cioè nei
sistemi sociali si attribuiscono agli altri o a se stessi atti unitari perché questo
semplifica la complessità con la quale, altrimenti, il sistema sociale si dovrebbe
confrontare se dovesse tenere presente tutte le infinite possibilità di connessione che
si danno tutte le volte che si comunica qualcosa, ma se noi possiamo puntualizzare
l'indirizzo della comunicazione ci stiamo semplificando le cose, perché riduciamo la
quantità di connessioni e di collegamenti comunicativi che possiamo aggiungere a
quell'atto unitario.
L'azione permette anche al sistema sociale di distinguere tra ciò che è reversibile e
ciò che è irreversibile; irreversibile è l'atto che viene imputato a qualcuno, reversibile
è la comunicazione.
Nei sistemi sociali la costituzione degli atti produce delle aspettative, ovvero le
strutture; la possibilità di imputare all'altro un atto unitario dipende fortemente dalle
strutture del sistema sociale.
<<Come si costituisce un atto unitario?>>, l'azione si costituisce, come atto unitario,
sempre perché viene in qualche modo imputata [imputazione - > esterna
(esperienza), interna (azione)], e la domanda è <<Chi è che imputa?>>; questa
imputazione è una selezione.
Tutte le volte che noi possiamo attribuire una selezione all'ambiente parliamo di
esperienza; tutte le volte che la selezione viene attribuita al sistema sociale, quindi
attribuzione interna, parliamo di azione.
La differenza tra azione ed esperienza non è una differenza ontologica, questo vuol
dire che esperienzzazioni sono sempre il correlato di imputazioni, quindi sono il
correlato di operazioni di attribuzione; e le operazioni di attribuzione possono essere
flessibili.
Quindi l'azione è un modo con cui i sistemi sociali riducono la propria complessità,
producendo complessità, in questo senso Luhmann parla dell'azione come una
strategia di auto-semplificazione dal sistema sociale.
la descrizione mentre descrive il proprio oggetto descrive anche sé stessa perché è
un'operazione dell'oggetto descritto.
Rapporto tra coscienza e comunicazione
Questo rapporto ci porta di fronte ad uno dei problemi cruciali che la teoria dei
sistemi sociali deve risolvere, difficile da risolvere perché ha la forma di un paradosso
(-> consiste nel fatto che la coscienza sia indispensabile affinché ci sia la
comunicazione, ma è anche allo stesso tempo del tutto superflua); la comunicazione
accade se c'è almeno una coscienza attiva; la coscienza è, quindi, indispensabile e allo
stesso tempo superflua.
Coscienza e comunicazione sono due operazioni distinte, cioè noi possiamo
continuare ad essere coscienti senza dover necessariamente partecipare alla
comunicazione.
Il corpo non è cosciente tant'è che c'è qualcosa nel corpo per fa sì che la coscienza sia
cosciente del fatto che c'è qualcosa nel corpo che non va e deve trovare un
espediente (es. dolore, prurito ecc.), sono espedienti che il nostro corpo ha inventato
per far sì che la coscienza sia cosciente del fatto che nel copro c'è qualcosa che non
va.
Quindi coscienza e comunicazione sono due operazioni realmente distinte, cioè la
coscienza non può comunicare. Il fatto che la coscienza non possa comunicare non è
tanto un problema, piuttosto è una condizione di possibilità perché ci sia
comunicazione, è proprio perché la coscienza non può comunicare che noi dobbiamo
partecipare alla comunicazione.
Quindi le coscienze non possono comunicare, solo la comunicazione può comunicare.
<<Che cosa vuol dire che la coscienza è indispensabile?>>
È indispensabile almeno una coscienza, nonostante non sia la coscienza a
comunicare, ma è indispensabile almeno una coscienza perché ci sia un evento
comunicativo (-> questo lo vediamo nella lettura).
La coscienza nel corso della comunicazione, anche quando la comunicazione è già in
corso, può agganciarsi e sganciarsi dalla comunicazione continuamente.
Non solo la coscienza può essere cosciente di qualcosa che non viene
necessariamente tematizzato sul piano comunicativo, ma la stessa comunicazione
comunica spesso molto di più e molto di meno di quello che c'è nella coscienza di
coloro che partecipano alla coscienza.
Uno dei concetti per risolvere questo problema è quello di accoppiamento strutturale
(deriva da due biologi cileni), infatti si dice che tra coscienza e comunicazione c'è
accoppiamento strutturale; quello che permette l'accoppiamento è la struttura.
Questa struttura è il linguaggio, perché è così improbabile che attira subito
l'attenzione, e attirando l'attenzione crea la condizione perché qualcuno si accorga
che un altro ha cercato di dire qualcosa.
Noi possiamo dire che le coscienze individuali sono intrasparenti, di sicuro lo sono per
gli altri, ma anche alla coscienza stessa; proprio perché le coscienze sono
intrasparenti agli altri e noi non possiamo renderle trasparenti dobbiamo ovviare a
questo problema producendo la comunicazione.
La comunicazione produce un'altra operazione rispetto alle coscienze, ad un livello
superiore, e crea una sorta di relativa trasparenza (crea una finzione) che dà
l'impressione che le persone si possono intendere.
I media della comunicazione
Esistono diversi tipi di media della comunicazione, che svolgono diverse funzioni. Il
criterio di classificazione è l'improbabilità (-> il presupposto per noi è che tutti i media
cercano di risolvere un problema di improbabilità).
I media, però, non trasformano l'improbabilità in qualcosa di probabile, piuttosto
rendono probabile l'improbabilità; in altri termini i media dispiegano un paradosso.
<<Che cos'hanno in comune tutti i media?>>
I media hanno in comune il fatto di rendere operativa una paradossalità (-> consiste
nel rendere probabile l'improbabile).
A seconda del tipo di improbabilità che noi consideriamo possiamo classificare in
modo corrispondente i media della comunicazione.
<<Quali sono le probabilità con le quali abbiamo a che fare quando si tratta di
comunicazione?>>
1. La comprensione;
2. La diffusione (-> ha a che fare con la possibilità di raggiungere dei
destinatari che non sono presenti e non sono noti a colui che agisce
comunicativo);
Media - > plurale Medium - > singolare
Attraverso la scrittura è possibile accedere ad un evento comunicativo. Con la
scrittura si comunica senza sapere chi sia il lettore e non si può sapere come reagire.
Quindi la diffusione implica un'enorme improbabilità.
<< in che senso la scrittura è un medium?>>
La prima cosa è la lettura, quello che vediamo quando leggiamo è la combinazione di
sillabe; quindi, la scrittura traduce in un altro medium (ottico) la possibilità di creare
una particolare combinazione che veicoli, poi, un determinato senso.
Quindi la scrittura simbolizza sul piano ottico quello che è essenzialmente una
combinazione acustica, e attraverso questa riesce a veicolare senso.
Quindi nella scrittura la distinzione di riferimento è lettere/senso, partendo dal
presupposto che le lettere vanno combinate in sillabe, le sillabe in parole, le parole
poi sono quelle particolari forme di combinazione che veicolano un determinato
senso.
Una delle novità fondamentali ha a che fare con il tempo (-> quando noi leggiamo
abbiamo l'impressione di partecipare alla comunicazione in contemporanea, ma tra
scrittore e lettore non c'è contemporaneità).
La scrittura non riesce ad affermarsi subito come medium della comunicazione; la
scrittura muta il modo di comunicare, in una società senza scrittura si comunica in
modo orale, per capire che si sta comunicando in modo orale bisognerebbe avere un
termine di paragone (-> un modo di comunicare NON orale).
Quando si comincia a scrivere appare un termine di paragone, si comincia a capire
che si può produrre informazione e poi comunicarla anche in modo non orale, però
all'inizio la scrittura non fu inventata per comunicare.
La scrittura è stata inventata come una tecnica per elaborare informazioni per
supportare la memoria (inventata come una tecnica di contabilità); una delle ipotesi è
che la scrittura all'inizio nasce per tenere una contabilità pubblica (-> ovvero
riscossione di tasse).
La scrittura piuttosto, questo secondo Luhmann, è un medium di annotazione,
quando annotiamo qualcosa, lo facciamo per non dimenticarci, quindi l'annotazione è
un supporto mnematico; poi nel caso dell'evoluzione la scrittura diventa più astratta
(da un medium di annotazione ad un medium di comunicazione).
La scrittura nel diventare un medium di comunicazione cambia le abitudini
intellettuali e il senso stesso della memoria sociale, anche perché la scrittura ha delle
caratteristiche che vanno contro l'oralità, all'oralità si associa una certa socialità.
Un punto importante della scrittura è che permette di eliminare la regola del turn-
taking (aspettare il turno - > quando si è immersi nella comunicazione orale bisogna
aspettare il proprio turno prima di parlare); il turn-taking presuppone che la
comunicazione sia scorrevole.
Un altro medium di diffusione è la stampa (inventata nei primi anni 50 del 1400),
quello che a noi interessa sono gli effetti della stampa sulla società, interessante è il
modo in cui la società ha reagito all'arrivo della stampa (tra la scrittura e la stampa
passano 2000 anni, periodo in cui le persone comunicavano in modo orale).
La stampa viene paragonata alla civetta (-> un qualcosa di misterioso).
La stampa quando arriva in Europa si collega al sistema economico, ovvero diventa
una vera e propria attività economica.
La stampa appare, nella seconda metà del 1400, come una forma di attività
industriale, ed ha tutte le caratteristiche di un'attività industriale: si serve di una
macchina (il torchio), c'è un personale specializzato, si produce un bene che è
riprodotto in modo tecnico.
L'industria tipografica opera come le industrie, quindi vende un prodotto
standardizzato (il libro a stampa) per il quale si genera un nuovo mercato (-> il
mercato del libro); inoltre è un vero e proprio mercato anche perché c'è una
domanda e un'offerta. Il libro circola nel mercato come un bene di consumo.
La stampa non elimina, però, la scrittura; quando si impara a stampare non si smette
di scrivere a mano, questo vuol dire che l'evoluzione delle tecnologie comunicative
non può essere considerata come uno sviluppo lineare dove una novità sostituisce
quella precedente, perché l'oralità non è stata sostituita dalla scrittura, piuttosto
dovremmo dire che la scrittura si è sovrapposta all'oralità. La stampa non sostituisce
la scrittura e l'oralità, ma si sovrappone alla scrittura e all'oralità.
La scrittura non ha eliminato l'oralità, anzi al contrario, la scrittura è rimasta
secondaria rispetto all'oralità; la scrittura serve paradossalmente per migliorare
l'oralità, cioè si impara a scrivere o a leggere perché con la scrittura si può capire
meglio quali sono le peculiarità della comunicazione orale, quindi la scrittura è a
servizio dell'oralità, e non viceversa.
Quindi i media del successo risolvono il problema dell'accettazione condizionando la
comunicazione, si tratta di accettare le selezioni dell'altro e fare di queste selezioni
un punto di partenza per produrre selezioni ulteriori; le selezioni si lasciano accettare
se sono condizionate da un medium di comunicazione per cui la selettività circolare
riesce a funzionare, quindi si riesce a superare una sorta di improbabilità (-> che le
selezioni dell'altro vengano accettate).
Per classificare i media del successo dobbiamo introdurre due distinzioni: la prima è
quella tra Ego e Alter (identificano la doppia contingenza), la seconda è la differenza
tra esperienza e azione, questi due concetti indicano modi di imputare eventi; gli
eventi possono essere imputati in due modi: un evento può essere imputato al
sistema o all'ambiente; se il problema viene attribuito al sistema parliamo di azione,
mentre, se viene attribuito all'ambiente parliamo di esperienza, tutto dipende dal
tipo di attribuzione.
Nella classificazione dei media del successo abbiamo: il medium della verità
scientifica (-> il modo di costruire la realtà da parte della scienza, quindi il nostro
modo di costruire un'esperienza che ha più probabilità di essere accettata come
modo di esprimere la realtà naturale), poi abbiamo il medium dell'amore (-> un modo
di mediare simbolicamente la comunicazione, qui Alter esperisce la realtà in maniera
stravagante ed Ego orienta il suo agire all'esperienza di Alter, quindi possiamo dire
che l'amore è il medium con cui si costruisce il mondo a partire dagli occhi dell'altro),
abbiamo poi il medium del diritto e del potere (-> per quanto riguarda il potere, Alter
agisce e Ego orienta le proprie azioni alle azioni dell'Alter, il potere può essere usato
in modo legittimo e illegittimo; e da qui vi è l'introduzione del medium del diritto - > il
diritto definisce fino a che punto l'uso del potere sia legittimo, quindi codifica in
maniera secondaria il potere); inoltre abbiamo il medium del denaro (-> Alter agisce
per avere qualcosa, e Ego sta a guardare, esperisce quindi; il denaro codifica in
maniera secondaria la proprietà, il denaro è una conquista evolutiva come la
proprietà perché il denaro ha risolto quello che sarebbe stato probabilmente l'unica
alternativa se non ci fosse stato questo medium, in una situazione in cui Ego e Alter
sono interessati ad avere lo stesso bene ma il bene è uno solo si sarebbe ricorsi alla
forza fisica), l'ultimo è il medium dell'arte (-> Alter agisce ed Ego esperisce, cioè
contempla l'opera d'arte).
Evoluzione sociale
L'unica teoria che propone una sua prospettiva sull'evoluzione sociale sia proprio la
teoria dei sistemi sociali.
In realtà l'incontro tra la teoria sociologica e la teoria dell'evoluzione risale ai primi
sviluppi della teoria dell'evoluzione; la teoria dell'evoluzione, in senso biologico, si è
servita di concetti sociologici; Darwin usò il concetto di lotta per la sopravvivenza del
più adatto rifacendosi a delle teorie sociali che riguardano l'ipotesi che ci sia una
legge che regola il mantenimento della popolazione globale entro dei limiti che sono
per la popolazione stessa sostenibili, quindi teorie relative alla possibilità che la
popolazione possa non eccedere un numero che renderebbe impossibile sostenere
tutti e quindi porterebbe alla distruzione della popolazione stessa.
Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 la teoria sociologica, a sua volta, cercò di trarre
ispirazione dalla teoria biologica dell'evoluzione (Spencer); quindi la teoria sociale ha
ispirato la teoria biologica dell'evoluzione di Darwin, questa poi è stata fonte di
ispirazione per una concezione evoluzionistica delle trasformazioni sociali (Spencer),
negli anni successivi, però, la teoria sociologica ha perso contatto con la teoria
dell'evoluzione fino al momento in cui negli anni '60/70 si fece riferimento al fatto
che nelle scienze sociali, ormai, il termine evoluzione fosse diventato quasi una
parola sporca che non si usa più.
Nella seconda metà del '900 la teoria sociologica non ha più svolto alcun tipo di
ricerca di carattere evoluzionistico tranne un'eccezione, ovvero la teoria dei sistemi
sociali.
Sul piano semantico l'aspetto che colpisce di più è che la stessa idea di evoluzione
parla di sé stessa; l'idea di evoluzione è il risultato dell'evoluzione delle idee (ovvero è
un’idea autologica).
<<A quale teoria dell'evoluzione fa riferimento la teoria dei sistemi sociali di
Luhmann?>>, la risposta è alla teoria neodarwiniana, cioè una teoria che non rinnega
Darwin ma introduce delle correzioni, delle rettifiche, delle integrazioni importanti
alla teoria Darwiniana originalmente sviluppata da Darwin.
<<Perché la teoria dell'evoluzione è così importante per la teoria sociologica?>>, per
Luhmann si tratta di tempo, nel senso che sappiamo che nel corso del tempo la
società non rimane uguale ma ci sono dei mutamenti strutturali, una possibile
spiegazione dei mutamenti strutturali è la teoria dialettica.
La teoria dell'evoluzione non è una teoria finalistica non creazionistica e neanche
teleologica, è proprio un altro modo di concepire il divenire strutturale della realtà.
L'evoluzione dovrebbe spiegare la probabilità dell'improbabile, una cosa che per la
statistica, dice Luhmann, è quasi una ovvietà, perché la statistica ci dice sempre
quello che accade è estremamente improbabile, che questa improbabilità nelle