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SOCIOLOGIA PROGRAMMA QUINTO ANNO
Tipologia: Appunti
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Il termine globalizzazione è entrato a far parte del linguaggio delle scienze umane a partire dal 1980, e indichiamo con tale termine l’insieme dei processi di varia natura che tendono ad accorciare le distanze e a unificare il mondo attraverso la creazione di sistemi specializzati di portata mondiale( internet, tv, cellulari) L’avvento dello sviluppo della globalizzazione può essere determinato da vari fattori storici: la caduta del muro di Berlino 1989, che oltre ad essere un evento politico che segna la fine della guerra tra il fronte orientale e quello occidentale, è anche un evento simbolico, la caduta di un muro che separa due fronti con concezioni del mondo completamente differenti e quindi riunirsi al fine di scoprire l’altra metà il processo tecnico scientifico e sopratutto l’evoluzione dei trasporti e del settore delle comunicazioni La globalizzazione economica si identifica in particolare modo con l’avvento delle multinazionali le quali hanno dato vita al fenomeno della delocalizzazione, ovvero le piccole imprese producono prodotti in zone e ad aziende economicamente più vantaggiose, dove i costi di produzione sono minori così come la mano d’opera. Nell’attuale panorama mondiale ciò si verifica principalmente per i paesi come Asia e Africa, che è partita da piccolo prodotti fino ad arrivare ad attività più complesse e professionali quali microsoft, apple. La delocalizzazione porta anch’essa aspetti positivi e negativi Essa permette alle imprese di contenere i prezzi di vendita ed essere perciò più competitiva sul mercato, crea opportunità di lavoro nel paese di destinazione contribuendo al suo sviluppo economico. Al rovescio della medaglia però trasferendo un intero settore produttivo in un altro paese fa si che falliscano quelli già esistenti, limitando dunque le occupazione. Tali lavoratori dunque, trovandosi in condizioni di precarietà, accettando contratti da lavori miseri al limite dello sfruttamento. Per quanto riguarda l’aspetto culturale dobbiamo considerare quanto con l’avvento della globalizzazione siano cambiati gli usi e i costumi dei paesi. Innanzitutto ci permette di sentirci più vicini, oggi è possibile vedere una persona che abita al di la del mondo con un semplice click ma soprattutto ci ha permesso di sentirci parte di un unico globo con gli stessi interessi senza sentirci stranieri anche se non ci troviamo nel nostro pese d’origine. Consideriamo come esempio l’Italia, oggi è possibile praticare Yoga o mangiare sushi anche se non ci trovano nel loro luogo di nascita.
Dunque è sbagliato affermare che la cultura globalizzata distrugge le tradizioni locali, pensi le mescola e le integra affinché tutti possiamo appartenere ad un unico sistema: il mondo Ciò viene definito al meglio dal sociologo Robertson che definì tale comportamento con glocalizzazione ( fusione dei termini locale e globale).
La globalizzazione ha fatto si che vi fossero aspetti negativi che si manifestassero sul nostro pianeta, inquinamento ambientale, sfruttamento degli animali. Da ciò emergono numerosi moti di protesta tutti celati dietro al nome no-global. A dare appoggio a queste manifestazione vi sono sociologi che hanno formulato teorie ben risolutive, tra cui la teoria della decrescita di Latouche. La decrescita parte dal presupposto che il concetto di sviluppo su cui si fonda la società industriale sia l’incremento del PIL ( indica la quantità di beni e servizi prodotti in un certo stato), il suo aumento però non è sempre una fonte di benessere. Il modello economico tradizionale pone le basi sullo sfruttamento al solo fine di incrementare il consumo senza pensare al migliorare le condizioni di vita. Lotauche propone un modello economico alternativo, basato principalmente sulla riduzione dei consumi. Dunque per attuare tale progetto occorre l’impegno metodico di tutti cittadini, grazie a comportamenti adeguati attuati nella quotidianità
La globalizzazione ha effetti decisivi anche sul modo in cui le persone vivono e percepiscono la loro vita. Con l’avvento della globalizzazione abbiamo avuto la percezione che il mondo sia diventato più piccolo, che con i mezzi di comunicazione possiamo conoscere avvenimenti che accadono dall’altra parte del mondo in tempo reale. L’uomo è consapevole che ogni evento sarà decisivo sulla vita di tutti, a cui corrisponde un senso di responsabilità collettiva, che non sempre viene maturata e interiorizzata e può portare a un senso di smarrimento e di impotenza, perché l’individuo ha l’impressione di non essere capace di controllare ogni singolo evento. L’uomo globalizzato vive pertanto in una situazione di precarietà e incertezza, in cui l’inadeguatezza di fronte ai continui mutamenti si sposa con l’impossibilità di costruire situazioni stabili. Bauman ha definito ciò con l’espressione modernità liquida: in qualche modo si è passato da una stato solido della civiltà in cui tutto si creavano delle fondamenta sociali che garantivano certezze( famiglia, dato, lavoro), a una situazione in cui esse hanno perso consistenza, si sono sciolte in una dimensione fluida, la quale può prendere forma in ogni luogo e in ogni modo, in constante mutamento.
Come Beck afferma, il rischio stesso si trasforma, in quanto luogo in cui l'ipotesi catastrofica è oggetto di rappresentazione e di simulazione: diviene oggetto di una presentificazione. Lo stesso vale per il rischio del conflitto terroristico mondiale, che ha permesso alla società occidentale di attivare interventi preventivi e di realizzare una politica di controllo sull'immigrazione. Il successo di questo modello di difesa è dovuto in gran parte dall'utilizzo dei mezzi di comunicazione digitale e delle televisioni satellitari. La differenza tra il rischio percepito (come evento anticipato) e quello reale consiste nel superamento del carattere oggettivo attribuito alla situazione di pericolo in cui ci si trova.
Il termine “comunicazione” - dal latino “com”, cioè “con”, e “munire”, cioè “legare” - indica principalmente una serie di fenomeni che comportano il trasferimento di informazioni. Nel suo significato originale, comunicare significa “mettere in comune”, cioè condividere pensieri, opinioni, esperienze, sensazioni e sentimenti con gli altri. Esistono principalmente due tipi di comunicazione in ambito umano: la prima è la cosiddetta comunicazione di massa , mentre la seconda viene solitamente definita comunicazione interpersonale. Oggi vorrei dedicare un approfondimento proprio a quest’ultima, la più importante dal punto di vista relazionale. La comunicazione interpersonale vede come protagonisti due o più individui e si basa su una relazione in cui gli interlocutori si influenzano reciprocamente, pur non rendendosene conto nella maggior parte dei casi. L’atto pratico del comunicare, dunque, si basa sulla certezza che ognuno di noi interagisce all’interno di un sistema di tipo circolare, dove il comportamento di ogni membro influenza l’altro. Scendendo nel dettaglio, è possibile individuare un’ulteriore distinzione tra: 1) COMUNICAZIONE VERBALE , il livello che indica ciò che si dice o, nel caso della comunicazione scritta, ciò che si scrive; riguarda la scelta delle parole e la costruzione logica delle frasi, secondo le strutture grammaticali e sintattiche della lingua alla quale ci si riferisce. La comunicazione verbale (CV) utilizza un codice digitale fatto di segni arbitrari, cioè di simboli utilizzati convenzionalmente per designare una determinata parola. 2) COMUNICAZIONE NON VERBALE , ossia tutto quello che si trasmette attraverso la propria postura e i propri movimenti, ma anche attraverso la posizione che si occupa nello spazio e gli aspetti estetici. Essa riguarda:
mimiche facciali, sguardi, gesti, posture, andature e abbigliamento. La CNV utilizza prevalentemente un codice analogico, riproducendo per immagini ciò a cui fa riferimento. Molti studiosi preferiscono utilizzare il termine Linguaggio del Corpo quando parlando di CNV. 3) COMUNICAZIONE PARAVERBALE , vale a dire il modo in cui qualcosa viene espresso. Essa riguarda la voce (tono, volume, ritmo), ma anche le pause, le risate, il silenzio ed altre espressioni sonore, come ad esempio schiarirsi la voce, tamburellare ed emettere suoni. Nella scrittura possiamo fare riferimento all’uso della punteggiatura, capace di attribuire uno specifico ritmo durante la lettura. Sia il non verbale che il paraverbale inviano messaggi spesso inconsapevoli e di tipo emotivo. Scuola di Palo Alto - I 5 Assiomi della Comunicazione Umana Nell’ormai lontano 1967, il famoso psicologo Paul Watzlawick e altri importanti esponenti della Scuola di Palo Alto pubblicarono l’esito delle loro importanti ricerche in un volume che tuttora rappresenta il principale punto di riferimento nel mondo della comunicazione interpersonale, intitolato per l’appunto “Pragmatica della comunicazione umana”. Da questi fondamentali studi, iniziati molti anni fa, si sono sviluppati innumerevoli revisioni e riformulazioni, alcune interessanti e altre meno, ma tutte con un filo conduttore comune: le interazioni. Comunichiamo tutti i giorni, con qualsiasi persona, più o meno consapevolmente, attraverso parole e gesti, per descrivere fatti ed eventi, per intraprendere relazioni sociali e suscitare emozioni. Ma che cosa sono gli assiomi? Nel linguaggio filosofico e matematico, da cui gli autori hanno attinto il termine, sono delle verità evidenti e indiscutibili alla base di numerose dimostrazioni e teoremi. Watzlawick Paul, Beavin J. H., Jackson D. D. definiscono gli assiomi della comunicazione come proprietà tipiche della comunicazione che hanno essenziali implicazioni relazionali. Ne hanno individuati cinque. Ve li illustro di seguito: Nel suo testo “Pragmatica della comunicazione umana”, Watzlawik enunciò i cinque assiomi della comunicazione, cardini di una teoria tuttora accettata. Eccoli. 1) Non si può non comunicare. Anche il silenzio è comunicazione, anzi, in certe occasioni può dare messaggi molto forti. 2) Ogni messaggio ha un aspetto di contenuto e uno di relazione. Sarebbe come dire che in ogni comunicazione troviamo una informazione (contenuto) e un comando, o un invito, o una preghiera (relazione). 3) Una relazione va letta in funzione della punteggiatura delle sequenze di comunicazione. In una disputa, una delle cose più difficili è stabilire “chi ha cominciato”. In comunicazione, mettere la punteggiatura significa proprio fissare un inizio nello scambio dei messaggi.
Con il termine norme sociali indichiamo l’insieme di quelle regole, scritte e non scritte, che descrivono il comportamento degli individui in un contesto sociale.Esse possono essere classificate in: stateways: sono quelle norme scritte a livello giuridico che devono essere per forza rispettate mores: sono quelle regole che vengono tramandate oralmente che hanno un impatto a livello morale folkways: sono gli usi e i costumi, tramandati oralmente privi dei valori dell’etica Esse possono essere esplicite e implicite. Esplicite ossia norme formulate espressamente nei testi di legge, implicite che non sono formulate legalmente ma appartengono alla tradizione orale
Un istituzione è l’insieme di norme tra loro coordinate che regolano la vita quotidiana attraverso ruoli e modelli di comportamento ( famiglia, matrimonio, religione) All’interno delle istituzioni le persone ricoprono determinate posizione, chiamate status, e svolgono determinato compiti chiamati ruoli.Tali status si dividono in scritti ( che sono posizioni che gli uomini occupano nelle istituzioni al di là della sua volontà Ex ruolo di madre) e acquisite ( sono quelle posizioni che gli uomini occupano nelle istituzioni a livello professionale Ex medico, insegnante) lI tratto comune delle organizzazioni è la struttura burocratica, caratterizzata da personale stipendiato, rigida e gerarchica divisione delle competenze, norme predefinite. Tale struttura garantisce rapidità ed efficienza , ma può aver aspetti negativi come mancanza di flessibilità.
Emile Durkheim, sociologo e antropologo francese, sostiene che la devianza non sia una caratteristica di un certo comportamento, ma dipenda fondamentalmente dal significato e dalla definzione che una comunità dà a questi atti. Quindi un comportamento deviante dipende dal contesto socioculturale in cui questo si manifesta: un atto può essere malvisto all’interno di una società, mentre in un altra può essere addirittura considerato positivamente. Basti pensare come nei paesi islamici la poligamia venga accettata tranquillamente, mentre nei paesi occidentali venga condannata duramente, o a come nell’antica Grecia l’atto omosessuale tra maestro e allievo fosse visto come un passaggio all’età adulta e all’inserimento nella comunità. Possiamo quindi parlare senza
indugio di una concezione relativistica della devianza, che è stata sostenuta dai teorici delle scienze sociali negli ultimi decenni. Gli studiosi si sono a lungo interrogati per comprendere quale fosse il motivo scatenante di un comportamento deviante. Esistono varie teorie e vari punti di vista che gli studiosi hanno fornito. A volte idee diametralmente opposte, o che affrontano alcuni apsetti piuttosto che altri. Il primo sociologo ad esprimersi su questo fenomeno, in una visione un po’ limitata, anche se condivisa da altri pensatori del suo tempo, è stato Cesare Lombroso. Egli considerava la morfologia del fisico, e del viso in particolare, come la principale causa di criminalità. Sosteneva che il deliquente avesse lineamenti simili a quelli dell’uomo primitivo e che questi gli rendessero difficile l’insermiento all’interno della società e di conseguenza lo spingessero a commettere reati, comportamenti devianti. Lombroso fece degli studi sui cadaveri di prostitute, folli e criminali, all’interno del gabinetto di medicina legale di Via Po, Torino. Nel 1859, in occasione della seconda Guerra d’Indipendenza, ebbe l’opportunità di studiare cervelli e crani dei soldati caduti in battaglia. I medesimi studi furono compiuti su deceduti dei manicomi di Pavia e Pesaro. Rober Merton , sociologo statunitense, sosteneva che la devianza fosse provocata da un contrasto fra la struttura sociale e quella culturale. Questo contrasto si verifica nella società americana ad esempio, che prescrive a tutti il raggiungimento del successo economico attraverso il lavoro, l’istruzione e l’onesta. Tuttavia non tutte le persone hanno i mezzi per raggiungere questo obbiettivo, quindi avremo diverse forme di comportamento, più o meno lecite, per poter raggiungere l’obbiettivo preposto dalla società. L’individuo che ha i mezzi , economici e non solo, anche relazionali ad esempio, avrà un percorso più lineare e conforme che lo porterà ad avere il tanto agognato successo economico. Viceversa chi non può permettersi di accedere a determinati servizi, come l’istruzione ad esempio, potrebbe comunque non voler rinunciare all’obbiettivo di arricchirsi e utilizzare altri mezzi, spesso non leciti, come rubare. L’atto deviante viene spiegato secondo Merton dal voler raggiungere a tutti i costi un obbiettivo non personale, ma imposto dal proprio ambiente esterno. La teoria del controllo sociale Partendo dal presupposto che l’uomo è incline per natura a commettere atti devianti, questo filone di studiosi si è domandato perchè la maggior parte delle persone non adottasse questi comportamenti. I controlli sociali svolgono un ruolo chiave in questa concezione, poichè bloccano l’impulso naturale di ogni individuo a commettere reati. Possono essere controlli esterni , ovvero le varie forme di sorveglianza che vengono esercitate dagli altri per scoraggiare comportamenti devianti; vi sono quelli interni, che si manifestano con il senso di vergogna e imbarazzo di chi commette un atto
Le istituzioni penitenziarie rappresentano una delle principali forme di controllo "esteriore" della devianza. Il carcere è un prodotto della modernità: fino alla seconda metà del Settecento era un luogo di passaggio in attesa del supplizio. Quando nasce come strumento di sanzione, diventa sia struttura di espiazione morale delle proprie colpe sia strumento di controllo e disciplina del recluso. Ancora oggi ci interroghiamo sulle funzioni socia del carcere, oscillando tra interpretazioni di tipo retributivo, utilitaristico e riabilitativo. Se accettiamo l'idea della finalità rieducativa della pena, il carcere perde il suo significato meramente punitivo, per diventare uno strumento in grado di promuovere il reinserimento, o comunque la riabilitazione sociale, del soggetto recluso. A questa concezione si ispirano, in effetti, molti dei moderni ordinamenti penitenziari, ed essa è sostenuta, a livello di principio, anche dalla Costituzione italiana: <«Le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato» (art. 27). La lettura in chiave "riabilitativa" dell'istituzione carceraria sembra la più plausibile sotto il profilo razionale e umanitario; tuttavia essa si scontra con una serie di problemi e ambiguità di fondo. Da un punto di vista empirico, la presenza di condotte recidivanti tra i detenuti e in genere le difficoltà di reinserimento sociale delle persone uscite dal carcere sembrerebbero incrinare la convinzione che la prigione possa rieducare i soggetti condannati. Inoltre, da un punto di vista teorico, accentuare l'idea della carcerazione come riabilitazione rischia di assimilare lo status di detenuto a quello di un "malato", portatore di una qualche patologia personale o sociale che è necessario correggere, aprendo così la strada a pericolose derive verso la manipolazione e il controllo degli individui reclusi (si pensi, ad esempio, al ricorso a trattamenti medici o psicologici o sociali da loro non richiesti né desiderati). Oggi i moderni trattamenti carcerari sottolineano la necessità del coinvolgimento a attivo e responsabile del detenuto nel programma di rieducazione: gli stessi benefici premiali (cioè le concessioni che attenuano il rigore del trattamento carcerario, come la semilibertà sono subordinati alla condotta del detenuto e alla sua disponibilità ad accettare il percorso rieducativo
L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la
tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille” ). 2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. 3- La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta. 4- La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento. 5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni
I media tradizionali, come i giornali, la radio, la TV portano un messaggio da una fonte a più recettori, ma questi recettori possono solo riceverlo così com'è, non possono intervenire su di esso. I new media, come Internet, i cellulari di ultima generazione, i videogiochi, i cd interattivi si caratterizzano per il formato digitale, la multimedialità, ma ciò che li contraddistingue è l'interattività. Difficile definirla, perché non tutto ciò che si dice ‘interattivo’ lo è allo stesso modo. L'interattività reale presuppone una comunicazione bidirezionale. I cd che si dicono interattivi, in realtà permettono solo di muoversi all'interno di un ambiente predefinito. Lo stesso accade in un videogioco. È su Internet che troviamo effettivamente un canale di ritorno, che ci permette anche di personalizzare l'informazione per ogni singolo utente, e di invertire la direzione del messaggio dall'utente al gestore. Ed è ad Internet che vorrei particolarmente rivolgere l'attenzione oggi, un new media che ha esistenza non su una singola apparecchiatura ma su una rete di computer che abbraccia il mondo. ultimi anni il mondo della cultura è stato travolto dalla rivoluzione digitale e i new media (computer, tablet, smartphone).Esse hanno creato nuove forme di produzione e fruizione della cultura e nuove modalità di comunicazione di massa: la multimedialità. La rapida circolazione delle informazioni sulla rete rappresenta una grande risorsa ma può creare difficoltà ai soggetti culturalmente meno attrezzati, costretti a rimanere comunque in uno stato di arretratezza.
l’dea che il disagio mentale sia un fenomeno di competenza medica è abbastanza recente, fino all’800 infatti la follia era ritenuta o il segno di una possessione sovrumana, divina o diabolica, o una forma di devianza pericolosa per la società. Nacquero cosi luoghi specifici per contenere tali persone, i manicomi; al loro interno vennero applicate pratica curative disumane , non rispettose della dignità umana del paziente Nel 1960 nacque il primo movimento dell’antipsichiatria, dove in Italia il maggior esponente fù Franco Basaglia, che sostenne con forza l’dea che il
malato mentale internato finisce per perdere la propria dignità di essere umano.Definisce un nuovo ruolo per lo psichiatra il quale deve trattare i suoi pazienti come esseri umani, soggetti a diritti e degne di rispetto. Nel 1978v Basaglia fu il promotore della legge 180 la quale prevedeva la chiusura dei manicomi e l’apertura di strutture che trattassero il paziente come persona avente diritti. Per quanto riguarda poi il reinserimento dei malati nella vita sociale per quanto riguarda i più giovani si crea un percorso di attività il cui obiettivo è il reinserimento nella famiglia d’origine: Invece per i più anziani vengono invece orientati verso strutture di accoglienza dove si cerca di ricreare un’atmosfera di una vita normale simile a quello familiareI il concetto di salute così come adottato dall'OMS nella sua carta fondativa del 1948 (salute definita come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia) pare ormai obsoleto ed è soggetto a sempre più pesanti critiche.onsiderare la SALUTE come uno stato di completo benessere ha prodotto un eccesso di medicalizzazione, volto a un globale benessere fisico, mentale, psicologico, emotivo e sociale. Per chi conosce la realtà medica è questo un traguardo spesso impossibile da raggiungere. Il mondo, però, è molto cambiato dal 1948 a oggi. L’aspettativa di vita delle persone è aumentata. Quindi la popolazione è invecchiata di più di una volta, con conseguente incremento delle malattie croniche, spesso invalidanti. Queste e altre considerazioni hanno fatto sì che nel 2008 la classe medica mondiale si interrogasse su queste problematiche e introducesse un nuovo concetto, forse più attuale, di salute. La nuova definizione presentata nel 2011 definisce la SALUTE come “la capacità di adattamento e di auto gestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive”. Tale definizione pone l’accento sulla capacità dell’uomo/persona di convivere con la malattia nelle sue varie fasi. È chiaro che l’invecchiamento e la cronicità influenzeranno le modalità di misurazione /valutazione dello stato di salute. Tale proposta continua a porre al centro del ragionamento il paziente/ persona, prevedendo, però, che attraverso lo sviluppo di risorse interne, tipiche di ciascun individuo, si possano affrontare con successo anche condizioni di malattia e disabilità.