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Storia romana, Valerio, mobilità orizzontale
Tipologia: Dispense
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Mobilità orizzontale nell’Italia centrale tirrenica in età arcaica dopo Tarquinio Prisco e Servio Tullio Il passaggio dalla Sabina a Roma di Appio Claudio nel 504 a.C. Livio II 16, 1- 6 : Consules M. Valerius P. Postumius. Eo anno bene pugnatum cum Sabinis; consules triumpharunt. Maiore inde mole Sabini bellum parabant. Adversus eos et ne quid simul ab Tusculo, unde etsi non apertum, suspectum tamen bellum erat, repentini periculi oreretur, P. Valerius quartum T. Lucretius iterum consules facti. Seditio inter belli pacisque auctores orta in Sabinis aliquantum inde virium transtulit ad Romanos. Namque Attius Clausus, cui postea Appio Claudio fuit Romae nomen, cum pacis ipse auctor a turbatoribus belli premeretur nec par factioni esset, ab Inregillo, magna clientium comitatus manu, Romam transfugit. His civitas data agerque trans Anienem; Vetus Claudia tribus—additis postea novis tribulibus—qui ex eo venirent agro appellati. Appius inter patres lectus, haud ita multo post in principum dignationem pervenit. Consules infesto exercitu in agrum Sabinum profecti cum ita vastatione, dein proelio adflixissent opes hostium ut diu nihil inde rebellionis timeri posset, triumphantes Romam redierunt. Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. In quell’anno si combatté vittoriosamente contro i Sabini; i consoli riportarono il trionfo. I sabini si preparavano quindi con maggiore impegno alla guerra. Contro di loro, anche per evitare che sorgesse contemporaneamente qualche minaccia dalla parte di Tusculo, donde, benché non ve ne fossero chiari indizi, era pur sempre prevedibile una guerra, furono eletti consoli Publio Valerio per la quarta volta e Tito Lucrezio per la seconda. Essendo sorto in seno ai Sabini un contrasto tra i fautori della guerra e i fautori della pace, una discreta parte delle loro forze passò ai Romani. Infatti Attio Clauso, che ebbe poi a Roma il nome di Appio Claudio, vedendosi pressato come fautore della pace da coloro che fomentavano la guerra, e non essendo in grado di tener fronte alla loro fazione, passò da Irregillo a Roma con un largo seguito di clienti. A costoro fu concessa la cittadinanza e il territorio di là dall’Aniene; dopo che ad essi si furono aggiunti nuovi compagni, fu dato il nome di tribù Claudia vecchia a coloro che provenivano da quel territorio. Appio, nominato senatore, raggiunse in breve tempo una posizione di preminenza. I consoli, partiti con l’esercito all’attacco del territorio sabino, dopo aver inflitto al nemico, prima con le devastazioni e poi in combattimento, perdite così gravi che per un pezzo non si sarebbe dovuta temere una ripresa delle ostilità da quella parte, rientrarono a Roma in trionfo. La minaccia alla libertas repubblicana recata da Publio Valerio Publicola Livio II 7, 5 – 8, 3: Consuli deinde qui superfuerat, ut sunt mutabiles volgi animi, ex favore non invidia modo sed suspicio etiam cum atroci crimine orta. Regnum eum adfectare fama ferebat, quia nec collegam subrogaverat in locum Bruti et aedificabat in summa Velia: ibi alto atque munito loco arcem inexpugnabilem fieri. Haec dicta volgo creditaque cum indignitate angerent consulis animum, vocato ad concilium populo submissis fascibus in contionem escendit. Gratum multitudini spectaculum fuit, submissa sibi esse imperii insignia confessionemque factam populi quam consulis maiestatem vimque maiorem esse. Ibi audire iussis consul laudare fortunam collegae, quod liberata patria, in summo honore, pro re publica dimicans, matura gloria necdum se vertente in invidiam, mortem occubuisset: se superstitem gloriae suae ad crimen atque invidiam superesse; ex liberatore patriae ad Aquilios se Vitelliosque recidisse. "Nunquamne ergo" inquit, "ulla adeo vobis spectata virtus erit, ut suspicione violari nequeat? Ego me, illum acerrimum regum hostem, ipsum cupiditatis regni crimen subiturum timerem? Ego si in ipsa arce Capitolioque habitarem, metui me crederem posse a civibus meis? Tam levi momento mea apud vos fama pendet? Adeone est fundata leviter fides ut ubi sim quam qui sim magis referat? Non obstabunt Publi Valeri aedes libertati vestrae, Quirites; tuta erit vobis Velia; deferam non in planum modo aedes sed colli etiam subiciam, ut vos supra suspectum me civem habitetis; in Velia aedificent quibus melius quam P. Valerio creditur libertas." Delata confestim materia omnis infra Veliam et, ubi nunc Vicae Potae est, domus in infimo clivo aedificata. [8] Latae deinde leges, non solum quae regni suspicione consulem absoluerent, sed quae adeo in contrarium verterent ut popularem etiam facerent; inde cognomen factum Publicolae est. Ante omnes de provocatione adversus magistratus ad populum sacrandoque cum bonis capite eius qui regni occupandi consilia inisset gratae in volgus leges fuere. In séguito, il console sopravvissuto alla battaglia, vittima della volubilità del volgo, vide crollare la propria popolarità nell'avversione e fu oggetto di sospetti e accuse abominevoli. Si vociferava che aspirasse a diventare re perché non aveva sostituito Bruto con un nuovo collega e perché si stava facendo costruire una casa in cima alla Velia, una collina naturalmente fortificata che, così si diceva, sarebbe diventata per lui una rocca inespugnabile. Queste calunnie del popolino, cui si dava credito nonostante fossero infondate, esacerbarono il console che, convocata un'assemblea generale, salì sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i fasci. Per la gente fu uno spettacolo graditissimo vedere abbassati davanti a lei i simboli del potere, a indicare esplicitamente che la maestà e l'autorità del popolo erano superiori a quelle del console. Quindi, dopo aver richiesto l'attenzione dell'uditorio, il console lodò la buona sorte del collega che, dopo aver liberato la patria ed esserne assurto ai sommi onori, era morto in battaglia per la repubblica, nel pieno della gloria e prima che questa potesse degenerare in impopolarità. Lui, sopravvivendo alla sua stessa gloria, adesso passava da una calunnia all'altra e da liberatore della patria era stato declassato al rango degli Aquili e dei Vitelli. «Sarà dunque mai possibile che con voi la virtù non finisca nel fango dell'oltraggio? Dovrei temere di essere accusato di aspirare al trono io, il nemico più acerrimo della monarchia? Anche se andassi ad abitare addirittura sulla rocca del Campidoglio, dovrei credere di incutere timore nei miei concittadini? Possibile che una banalità del genere riesca a rovinare la mia reputazione presso di voi? La vostra fiducia poggia su fondamenti così fragili che la collocazione della mia casa conta di più della mia persona? E sia: la casa di Publio Valerio non sarà una minaccia alla vostra libertà, o Quiriti: non abbiate paura per la Velia. Mi sposterò in
pianura, anzi no, ai piedi di un colle in modo di abitare sotto di voi visto che sono un cittadino sospetto. Sulla Velia ci costruisca chi può dare maggiore affidamento per la libertà di quanto non ne offra Publio Valerio.» Fece subito spostare tutti i materiali tra la Velia e il punto dove oggi sorge il tempio di Vica Pota e lì, ai piedi del pendio, venne costruita la casa. 8 In séguito furono presentate delle leggi che non solo affrancarono il console dal sospetto di voler restaurare la monarchia, ma che al contrario ebbero anche un effetto tale da renderlo addirittura popolare e da meritargli il soprannome di Publicola. Tra tutte le proposte, quella che permetteva di appellarsi contro un magistrato in presenza del popolo e quella che autorizzava l'anatema contro la persona e i beni di chiunque avesse nutrito aspirazioni monarchiche ebbero un'accoglienza particolarmente calorosa da parte del volgo. Il lapis Satricanus