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L'evoluzione dell'educazione speciale: dall'esclusione all'inclusione, Schemi e mappe concettuali di Storia

Storia dei processi formativi modulo 2

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

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Dall' esclusione all'inclusione
In passato la condizion ai sistemi di formazione dei bambini con disabilità è stato un
processo lungo, nell’800 c’era un’esclusione totale, successivamente c’è stata una
fase di separazione, si prevede un diritto all’istruzione ma che sia separata, in Italia
inizia un’altra fase ancora che è quella dell’inserimento delle persone con disabilità
nelle scuole comuni però nelle classi differenziali, con la riforma Gentile del 23. La
grande svolta si ha negli anni 70 con la legge 118 del 71, gli studenti con lievi
disabilità vennero inseriti nelle classi comuni, però senza una didattica speciale
quindi l'allievo doveva adeguarsi al modello trasmissivo e quindi standard per tutti.
Una commissione speciale guidata da Franca Falcucci nel ’75 elabora la relazione
Falcucci che affermava che la frequenza delle classi comuni non dovesse
necessariamente implicare il perseguimento di mete comuni, quindi indicava che
l'educazione fosse proiettata sulle esigenze del bambino con lieve disabilità, e veniva
immesso nella classe comune percorsi costruiti sulla persona. Con la legge 517 del
‘77 la scuola italiana accoglieva il modello dell’integrazione scolastica su cui si
sarebbero sviluppate tutte le normative future, che consentì di superare sia le
logiche dell'esclusione sia quelle dell'educazione separata. I punti fondamentali:
Un’insegnante con competenze specifiche nella didattica dell’integrazione; Il
superamento delle scuole speciali e la chiusura delle classi differenziali: Le attività
scolastiche integrative sono considerate fondamentali, sono a carattere
interdisciplinare con interventi in piccoli gruppi oppure individualizzati, non c’è
nessuna separazione con il gruppo tra pari; Il servizio socio-psicopedagogico che
insieme all’insegnante specializzato garantiscono il diritto allo studio quindi ci sono
ci si focalizza sull’aspetto formativo, pedagogico, l’aspetto sociale e psicologico, etc.
Le classi che accolgono gli alunni con disabilità non devono avere più di 20 alunni,
quindi chi è affetto da disabilità grave può scegliere anche la scuola normale. Il
processo dell'applicazione della legge del 517 è più lento per la secondaria di
secondo grado, si dovrà aspettare la circolare ministeriale 262 dell’ 88 che
garantisce la frequenza scolastica per gli alunni disabili anche nella secondaria di
secondo grado. Con questa nuova cultura cresce una riflessione su modelli didattici
flessibili e integrativi, che si svolgono con attività organizzate in gruppi di alunni e
affidate agli insegnanti specializzati. L’Italia fu la prima ad emanare queste norme
che si diffusero poi in tutta Europa, e qualche anno dopo nel ‘92 abbiamo la legge
104, si basa sull’assistenza, l’integrazione sociale, etc. tutela i diritti in generale delle
persone con disabilità e si focalizza anche sul diritto all’istruzione, poiché è un
diritto che non può mancare neanche di fronte a disabilità gravi, e si realizza con
l'integrazione scolastica, e si prevede un progetto educativo, il PEI, di tipo
individualizzato sotto il profilo psicologico-sociale. Questa legge sottolinea il fatto
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Dall' esclusione all'inclusione

In passato la condizion ai sistemi di formazione dei bambini con disabilità è stato un processo lungo, nell’800 c’era un’esclusione totale, successivamente c’è stata una fase di separazione, si prevede un diritto all’istruzione ma che sia separata, in Italia inizia un’altra fase ancora che è quella dell’inserimento delle persone con disabilità nelle scuole comuni però nelle classi differenziali, con la riforma Gentile del 23. La grande svolta si ha negli anni 70 con la legge 118 del 71, gli studenti con lievi disabilità vennero inseriti nelle classi comuni, però senza una didattica speciale quindi l'allievo doveva adeguarsi al modello trasmissivo e quindi standard per tutti. Una commissione speciale guidata da Franca Falcucci nel ’75 elabora la relazione Falcucci che affermava che la frequenza delle classi comuni non dovesse necessariamente implicare il perseguimento di mete comuni, quindi indicava che l'educazione fosse proiettata sulle esigenze del bambino con lieve disabilità, e veniva immesso nella classe comune percorsi costruiti sulla persona. Con la legge 517 del ‘77 la scuola italiana accoglieva il modello dell’integrazione scolastica su cui si sarebbero sviluppate tutte le normative future, che consentì di superare sia le logiche dell'esclusione sia quelle dell'educazione separata. I punti fondamentali: Un’insegnante con competenze specifiche nella didattica dell’integrazione; Il superamento delle scuole speciali e la chiusura delle classi differenziali: Le attività scolastiche integrative sono considerate fondamentali, sono a carattere interdisciplinare con interventi in piccoli gruppi oppure individualizzati, non c’è nessuna separazione con il gruppo tra pari; Il servizio socio-psicopedagogico che insieme all’insegnante specializzato garantiscono il diritto allo studio quindi ci sono ci si focalizza sull’aspetto formativo, pedagogico, l’aspetto sociale e psicologico, etc. Le classi che accolgono gli alunni con disabilità non devono avere più di 20 alunni, quindi chi è affetto da disabilità grave può scegliere anche la scuola normale. Il processo dell'applicazione della legge del 517 è più lento per la secondaria di secondo grado, si dovrà aspettare la circolare ministeriale 262 dell’ 88 che garantisce la frequenza scolastica per gli alunni disabili anche nella secondaria di secondo grado. Con questa nuova cultura cresce una riflessione su modelli didattici flessibili e integrativi, che si svolgono con attività organizzate in gruppi di alunni e affidate agli insegnanti specializzati. L’Italia fu la prima ad emanare queste norme che si diffusero poi in tutta Europa, e qualche anno dopo nel ‘92 abbiamo la legge 104, si basa sull’assistenza, l’integrazione sociale, etc. tutela i diritti in generale delle persone con disabilità e si focalizza anche sul diritto all’istruzione, poiché è un diritto che non può mancare neanche di fronte a disabilità gravi, e si realizza con l'integrazione scolastica, e si prevede un progetto educativo, il PEI, di tipo individualizzato sotto il profilo psicologico-sociale. Questa legge sottolinea il fatto

che la disabilità è estremamente complessa, bisogna valutare caso per caso, poiché la stessa disabilità potrebbe variare se il soggetto vive dei contesti diversi, che possono essere culturali, territoriali, familiari, etc. Le linee guida dell'integrazione scolastica del 2009 che riguarda l’inclusione, il modello di riferimento ha un approccio alla disabilità che non riguarda il soggetto con disabilità, ma riguarda tutti gli elementi contestuali che possono amplificare una situazione di disabilità oppure crearne i presupposti per delle facilitazioni.

La scuola prima della legge 517 del 1977 Parte I

Abbiamo n lungo silenzio normativo in Italia per tutto l’800 e un regime di esclusione delle persone con disabilità, questo anche nel periodo post unitario, che nonostante si applica la legge Casati a tutto lo stato italiano, le persone con disabilità sono definite ancora ineducabili. Progressivamente si ha l’idea di un regime di istruzione separata, questo processo è graduale, e man mano che i progressi scientifici vanno avanti questi soggetti spariscono dalla categoria degli ineducabili. Quindi la legge Casati non includeva il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità, ma sul finire del XIX ci sono dei nuovi orientamenti da parte della comunità scientifica verso un approccio metodologico che sia teso ad un ampliamento delle possibilità di integrazione sociale degli alunni con disabilità. Nel 1899 nascono degli istituti per l’accoglienza degli ineducabili, sono istituti che hanno sì il carattere pedagogico formativo e sia un carattere di aspetti medico sanitari, e in questo tipo di istituti che si forma Maria Montessori. In precedenza due scienziati francesi, Itard e Segun svolgono uno studio sul ragazzo selvaggio dell’Aveyron, nel 1798 alcuni contadini catturano in Francia nei boschi un ragazzo che ha un’età apparente di circa 11 anni che era stato abbandonato dai suoi genitori, non nell'aspetto quasi per niente di umano, si esprime solo con dei versi, avuta la notizia del ritrovamento i due scienziati riescono a farsi affidare questo ragazzo, se ne prendono cura e riescono a renderlo educarlo. Il loro principio fondamentale è che prima vengono le potenzialità del soggetto e poi viene la patologia, quindi sconfessano che gli ineducabili non possono divenire educabili. In Italia la rivista “l’educazione dei sordomuti” contribuì a diffondere tra gli anni 50 e gli anni 70 dell’800 un quadro teorico che rafforzasse molto gli studi nel settore dell’educazione speciale. Solamente le istituzioni religiose erano rivolte all'educazione degli alunni con disabilità e non c’è nessuna soluzione al problema per quanto riguarda la scuola di Stato, altri due problemi erano la formazione dei docenti e il divario tra nord e sud. Il contributo di Maria Montessori è fondamentale, poiché vengono avviate, per l’educazione, la cura e la riabilitazione dei bambini con deficit psicofisici. Maria Montessori si rende conto che la formazione docente è importante anche per i

possibilità di presentarsi agli esami di Stato insieme ai bambini normali delle scuole pubbliche e superarne prova. All'inizio del XX sec. nelle scuole italiane cominciano ad inaugurarsi delle esperienze di sperimentazione in cui si tenta l'accoglienza degli alunni ritardati in classi differenziali o in scuole speciali. Tutto questo movimento italiano si espanse in un contesto europeo, quindi l’Italia in questo periodo è in linea con l’evoluzione del sistema formativo. Nel 1904 viene istituito un corso di perfezionamento per i licenziati nella scuola normale, detto scuola pedagogica, il relatore Luigi Credaro, che poi sarà anche ministro dell’Istruzione, si comincia così con la formazione dei docenti. Con l’opera di due giovani ciechi, Augusto Romagnoli e Aurelio Nicolodi portarono, nel 1923, all’emanazione di due importanti decreti che determinarono il pieno riconoscimento giuridico del cieco come persona e soggetto educabile. Romagnoli espresse le necessità di un intervento educativo e scolastico a favore dei ciechi finalizzato a promuovere la didattica più efficace per lo sviluppo delle potenzialità, scrive un libro questo libro chiamato “ragazzi ciechi” e narra la sua esperienza come educatore di fanciulle nell’ospizio Margherita a Roma. Qui era riuscito a mettere in pratica tutte le convinzioni pedagogiche per un'educazione nuova, fondata sull'esperienza fisica che inducesse a un orientamento esplorativo e al gioco, e sono tutti elementi che occorrono per costruire delle capacità nello studente con disabilità. A livello normativo questa impostazione permette la nascita della riforma Gentile del 1923, da lì in poi lo stato si assume la responsabilità di disciplinare tutto ciò che aveva a che vedere con l’educazione speciale. La norma sancisce l’obbligo scolastico fino ai 14 anni anche gli alunni ciechi e sordomuti, purché in assenza di altre patologie più gravi. Nel 1928 un testo unico sull’istruzione elementare contenuto nel decreto del numero 577, sancisce l’apertura da parte dello Stato di classi differenziali per gli studenti con lievi ritardi, quindi ciechi e sordomuti non affetti da altre patologie, per i casi più gravi c’erano gli istituti speciali inoltre le classi differenziali erano riservate anche agli alunni con problemi di condotta o disagio sociale o familiare. Il modello dell’educazione separata e delle classi differenziali troviamo anche molti studenti che provengono dal ceto povero del paese affetti semplicemente da disturbi dell’apprendimento, alle mancate conoscenze linguistiche, e la loro ghettizzazione nelle scuole speciali era legata a problemi di socializzazione, disagi socio-economico familiari.

Attivismo pedagogico: il lavoro di teorizzazione. Maria

Montessori

Il movimento delle ‘scuole nuove’ fu sostenuto da un intenso lavoro di teorizzazione, Il lavoro dei tecnici andò a formare un progetto coerente di educazione attiva. Il movimento attivistico collegava la pedagogia alle scienze umane e indicava

contemporaneamente le implicazioni in senso politico e antropologiche, dirette a formare un uomo più libero e felice, più intelligente e creativo. I grandi temi della pedagogia attivistica possono essere così riassunti: Puerocentrismo, ovvero il riconoscimento del ruolo essenziale del fanciullo nel processo educativo. Valorizzazione del fare nell’apprendimento infantile, che tendeva a porre al centro del lavoro scolastico le attività manuali, il gioco e il lavoro. Motivazione secondo cui ogni apprendimento reale e organico deve essere collegato ad un interesse del fanciullo e quindi sollecitato dai suoi bisogni emotivi. Centralità dello studio dell’ambiente, perché da qui il fanciullo riceve stimoli all’apprendimento. Socializzazione vista come bisogno primario del fanciullo. Anti-autoritarismo contro la scuola tradizionale, che, invece, muoveva sempre dalla supremazia dell’adulto, dalla sua volontà e dai suoi fini. Anti-intellettualismo che conduceva a valorizzare un’organizzazione più libera delle conoscenze, meno vincolata ai programmi culturali e oggettivamente determinati. Tra i grandi maestri teorici dell’attivismo ricordiamo Maria Montessori, nata a Chiaravalle nel 1870, si formò a Roma, dove studiò medicina. Quando fondò la prima ‘Casa dei Bambini’ nel 1907 a San Lorenzo in Roma era già nota in Italia per essere stata una delle prime donne laureate in medicina in Italia, per le sue lotte femministe, grande clamore suscitò in Europa il suo intervento al Congresso femminile di Berlino, nel 1896, e per il suo impegno sociale e scientifico a favore dei bambini handicappati. ” Il metodo della pedagogia scientifica fu tradotto e accolto in tutto il mondo con grande entusiasmo, per la prima volta veniva presentata una immagine diversa e positiva del bambino, indicato il metodo più adatto al suo sviluppo spontaneo e dimostrata la sua ricca disponibilità all’apprendimento culturale, i cui possibili risultati non erano stati mai immaginati e verificati. Un altro fenomeno che interessò l’opinione pubblica di tutto il mondo fu quello di poter osservare un gruppo di bambini al lavoro liberamente scelto da ciascuno di essi in un clima di tranquilla collaborazione. Questo successo determinò un profondo cambiamento nella vita di Maria Montessori che iniziò il suo pellegrinaggio scientifico in ogni parte del mondo, ove nascevano e si sviluppavano le sue scuole e dove altrettanto grande era l’esigenza di una nuova preparazione degli insegnanti. Maria Montessori visitò ripetutamente gli Stati Uniti, la Spagna, l’Olanda e tanti altri paesi per approdare in India ove restò molti anni anche a causa del secondo conflitto mondiale. In Italia tornò nel 1947 insieme a suo figlio Mario e a dimettersi dall’Opera Nazionale Montessori che ella aveva fondato nel 1924. Ciò avvenne a causa del tentativo del regime fascista di orientare il pensiero in una direzione

sensi (per sviluppare le energie); al materiale didattico (rivolto non a dare cultura, ma a orientare lo sviluppo spontaneo della personalità del bambino).