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Il Miracolo Economico Italiano degli Anni '60: Contesto Politico, Sociale ed Economico, Appunti di Storia Contemporanea

Riassunto Storia del miracolo italiano di Guido Crainz

Tipologia: Appunti

2016/2017
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Caricato il 29/04/2017

Giadabertolini
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In "Storia del miracolo italiano" viene presentato il quadro politico sociale ed economico
dell' Italia degli anni '60, gli anni del boom economico, della nascita delle industrie, della fioritura
dell'economia e dei nuovi partiti politici che prendono piede e potere.
Il tipo di stato nel corso degli anni '50 Il primo essenziale passo da fare è comprendere il tipo di
Stato che si consolida nel corso degli anni Cinquanta; il tipo di stato, dunque, che giunge alla
prova degli anni del boom e dell'apertura a sinistra. È evidente la continuità dello stato nel
passaggio dal fascismo al post – fascismo, o più analiticamente, delle caratteristiche dell'apparato
statale che si riconferma nel nostro paese, a larghi e sostanziali tratti, dopo la rottura del 1943 –
1945. Questo apparato, con la temperie culturale che lo permea, trova nel clima della guerra
fredda ulteriore cemento e al tempo stesso nuove articolazioni e umori in una nuova e più ampia
polarizzazione.
Molti documenti americani dell'epoca offrono conferme e squarci illuminanti sulle modalità
dell'azione anticomunista degli anni '50, fino alla famosa riunione del 1961 in cui Vernon Walters
avanza addirittura l'ipotesi di un intervento armato degli USA per impedire l'ingresso dei socialisti
al governo.
C'è uno stretto rapporto fra le pressioni americane e l'iniziativa autonoma anticomunista dei
differenti governi italiani, che ebbero come conseguenze la determinazione, all'interno del corpo
dello stato, di un duplice e intrecciato ordine di comportamenti, fatto da una parte di normalità e
diritto, e dall'altra dalla potenziale o sotterranea esclusione di un'ampia fascia di cittadini dalla
pienezza di quel diritto.
Non a caso Franco De Felice ha parlato di doppio Stato fondato sulle discriminazioni fatte di
dichiarazioni atte a definire gli oppositori ostili o estranei allo stato e alla nazione.
La discriminazione verso il comunismo (1950) OCCORRE MODIFICARE LA MENTALITÀ. Gli
esempi concreti sono più efficaci delle riflessioni generali. Parecchie sono le discussioni che si
svolgono nel Consiglio dei ministri sulle misure da assumere nei confronti dei comunisti, spesso
terminate con comunicati ufficiali che annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare
nei confronti dei funzionari dello stato che non diano garanzie di fedeltà al regime democratico.
Scelba nel 1954 sbotta dicendo che i comunisti agiscono fuori dalla Costituzione, e auspica
addirittura controlli e spionaggi senza alcuna richiesta necessaria alla Magistratura.
Frequenti furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni
prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra; immediatamente operative divennero le
estromissioni delle organizzazioni di sinistra da edifici pubblici o da locali dell'ex partito fascista;
innumerevoli le discriminazioni nei confronti dei film di sinistra, colpiti in sede di concessione dei
crediti, ancora prima di arrivare ai comitati di censura.
Le proposte ben presto strabordarono: Scelba tuonava dicendo che gli impiegati di stato non
avevano libertà di critica manco fuori dal lavoro, come da legge del 1908, precedente al fascismo
e dunque valida; arrivò a chiedere l'espulsione dei comunisti, ove possibile, dalle commissioni dei
concorsi universitari a cattedra.
Il quadro fin ora descritto, però, più che frutto di iniziativa italiana fu la pedissequa applicazione di
indicazioni americane elaborate sin dal 1951.
La discriminazione di interi settori di cittadini (Cpc) LE AREE DEL NON DIRITTO. È
naturalmente necessario chiedersi che effetto hanno decisioni di questo tipo, e sembra
insufficiente osservare che esse hanno avuto una portata prevalentemente psicologica e
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In " Storia del miracolo italiano " viene presentato il quadro politico sociale ed economico

dell' Italia degli anni '60, gli anni del boom economico, della nascita delle industrie, della fioritura dell'economia e dei nuovi partiti politici che prendono piede e potere.

Il tipo di stato nel corso degli anni '50 Il primo essenziale passo da fare è comprendere il tipo di Stato che si consolida nel corso degli anni Cinquanta; il tipo di stato, dunque, che giunge alla prova degli anni del boom e dell'apertura a sinistra. È evidente la continuità dello stato nel passaggio dal fascismo al post – fascismo, o più analiticamente, delle caratteristiche dell'apparato statale che si riconferma nel nostro paese, a larghi e sostanziali tratti, dopo la rottura del 1943 –

  1. Questo apparato, con la temperie culturale che lo permea, trova nel clima della guerra fredda ulteriore cemento e al tempo stesso nuove articolazioni e umori in una nuova e più ampia polarizzazione.

Molti documenti americani dell'epoca offrono conferme e squarci illuminanti sulle modalità dell'azione anticomunista degli anni '50, fino alla famosa riunione del 1961 in cui Vernon Walters avanza addirittura l'ipotesi di un intervento armato degli USA per impedire l'ingresso dei socialisti al governo.

C'è uno stretto rapporto fra le pressioni americane e l'iniziativa autonoma anticomunista dei differenti governi italiani, che ebbero come conseguenze la determinazione, all'interno del corpo dello stato, di un duplice e intrecciato ordine di comportamenti, fatto da una parte di normalità e diritto, e dall'altra dalla potenziale o sotterranea esclusione di un'ampia fascia di cittadini dalla pienezza di quel diritto.

Non a caso Franco De Felice ha parlato di doppio Stato fondato sulle discriminazioni fatte di dichiarazioni atte a definire gli oppositori ostili o estranei allo stato e alla nazione.

La discriminazione verso il comunismo (1950) OCCORRE MODIFICARE LA MENTALITÀ. Gli esempi concreti sono più efficaci delle riflessioni generali. Parecchie sono le discussioni che si svolgono nel Consiglio dei ministri sulle misure da assumere nei confronti dei comunisti, spesso terminate con comunicati ufficiali che annunciano vaste iniziative e discriminazioni, in particolare nei confronti dei funzionari dello stato che non diano garanzie di fedeltà al regime democratico. Scelba nel 1954 sbotta dicendo che i comunisti agiscono fuori dalla Costituzione, e auspica addirittura controlli e spionaggi senza alcuna richiesta necessaria alla Magistratura.

Frequenti furono le ondate di perquisizioni poliziesche, di scioglimenti autoritari e di ispezioni prefettizie nei confronti delle cooperative di sinistra; immediatamente operative divennero le estromissioni delle organizzazioni di sinistra da edifici pubblici o da locali dell'ex partito fascista; innumerevoli le discriminazioni nei confronti dei film di sinistra, colpiti in sede di concessione dei crediti, ancora prima di arrivare ai comitati di censura.

Le proposte ben presto strabordarono: Scelba tuonava dicendo che gli impiegati di stato non avevano libertà di critica manco fuori dal lavoro, come da legge del 1908, precedente al fascismo e dunque valida; arrivò a chiedere l'espulsione dei comunisti, ove possibile, dalle commissioni dei concorsi universitari a cattedra.

Il quadro fin ora descritto, però, più che frutto di iniziativa italiana fu la pedissequa applicazione di indicazioni americane elaborate sin dal 1951.

La discriminazione di interi settori di cittadini (Cpc) LE AREE DEL NON DIRITTO. È naturalmente necessario chiedersi che effetto hanno decisioni di questo tipo, e sembra insufficiente osservare che esse hanno avuto una portata prevalentemente psicologica e

propagandistica. Se è vero che le decisioni di quei Consigli non furono tradotti in costante pratica esecutiva, è comunque importante capire che cosa fu attuato e come agì questo aspetto psicologico e propagandistico. È soprattutto importante cogliere come agirono questi elementi in due direzioni ben precise: il funzionamento concreto dello stato e la formazione di un sentire comune diffuso in strati e settori ampi della società italiana, nel consolidamento cioè di una cultura del non diritto.

L'elemento psicologico indotto da comunicati ufficiali del governo volti a discriminare interi settori di cittadini non agisce solo nella parte politica che si intende combattere, ma ancor più in quella che si intende attivare, ed è l'elemento da considerare meglio. Per quel che riguarda l'applicazione delle direttive nei confronti dei dipendenti dello stato si legga, ad esempio, la relazione del prefetto di Bologna sul trimestre nov. 1954 – gen. 1955, che Scelba considera addirittura esemplare, per le azioni prefettizie mirate ad epurare tutti gli elementi di dubbia tendenza politica, a individuare nel personale delle scuole elementi considerabili infidi, a ridurre gradualmente la possibilità di uso delle pubbliche piazze e a intensificare la sorveglianza di circoli ricreativi socialcomunisti.

La situazione è meglio comprensibile se si analizzano le attività, in chiave quasi esclusivamente antisocialista e anticomunista, del Casellario Politico Centrale e le iniziative promosse nei confronti di professori e insegnanti socialisti e comunisti. Il CPC era nato nel 1894 per iniziativa di Crispi e ufficialmente esso scomparve con la caduta del fascismo; in realtà non fu così. Lo ammise Vincenzo Parisi, capo della polizia, in una uscita resa pubblica solo post mortem. Il CPC già negli anni '50 era articolato in quattro livelli di sorveglianza – discreta, normale, attenta e continua – e ancora nel 1961 vigilava quasi 14.000 persone, di cui quasi 13.000 erano classificati come estremisti di sinistra, e nemmeno un migliaio come estremisti di destra.

I fascicoli dedicati all'attività politica dei funzionari dello stato sono poi parecchio ricchi di riferimenti a insegnanti, controllati di solito su iniziativa del questore, che agiva sulla base di una qualsiasi informazione fiduciaria. Dal questore poi la nota passava al prefetto, poi all'Interno e da lì all'Istruzione che provvedeva a smistare l'ordine di ispezione e controllo al provveditore e da lui al preside. Una precisione non equivalente quando si trattava di estremisti di destra, spesso dal passato ingiustificabile ma ugualmente cancellati dagli archivi del CPC.

I fascicoli del CPC (1959) CULTURE DI GOVERNO. Diamo ora un rapido sguardo all'insieme di fascicoli del CPC intitolato Fanfani on.le Amintore. Attività politica. L'anno è il 1959, quando Fanfani non è più segretario della DC né capo del governo e si sta battendo a Firenze, in vista del congresso democristiano, per l'apertura a sinistra. Antonio Segni è presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, e in questa veste segue con attenzione le mosse di Fanfani. Così aveva fatto tra il 1957 e il 1958 anche Tambroni, allora ministro dell'Interno, che fece un uso più ampio e deformato, nonché deformante, dei prefetti, invitando a redarre le risposte personalmente e a dare segnalazione di ricevimento solo tramite numero cifrato della circolare in questione.

I rapporti dei diligenti prefetti lasciano emergere soprattutto, al di là delle sorveglianze politiche, un grande affresco generale dell'Italia di quegli anni, mostrandosi i funzionari dettagliati nel manifestare le mancanze a cui ovviare nelle rispettive città per aumentare il paniere de voti; sono relazioni ciniche e calcolate, che chiedono interventi palliativi e di rattoppo e solo nelle zone dove è più probabile raccogliere voti. Tambroni dal canto suo raccoglie le segnalazioni prefettizie e le spedisce ai ministeri di competenza e alla Cassa per il Mezzogiorno, operando con criteri di breve e brevissimo termine ed elargendo finanziamenti discriminati clientelarmente e non sulla base di logiche di necessità oggettiva. Persino una discussione sui contributi unificati in agricoltura per l'assistenza ai braccianti e ai mezzadri viene vista male perché concedere loro una mutua significa dar vita ad una organizzazione potentissima che verrà usata contro la democrazia.

Lo spartiacque regolatore che segna l'inizio di questo cambio di rotta è possibile fissarlo alla metà degli anni Cinquanta, quando accaddero due eventi traumatici e carichi di significato: la pesantissima sconfitta della CGIL alla Fiat durante l'elezione delle commissioni interne (1955) e la pluralità di accadimenti del 1956 noti come l'indimenticabile '56: in quell'anno si tiene il XX congresso del PCUS che sancisce la linea della coesistenza pacifica e la critica allo stalinismo, si rivelano le atrocità staliniste col rapporto Kruscev, si succedono l'insurrezione polacca e quella ungherese, la prima risoltasi nell'accettazione da parte dell'URSS dei risultati delle libere elezioni e la seconda conclusasi con l'invasione e la conseguente repressione sovietica.

Nel considerare l'impatto in Italia di quel 1956 si nota immediatamente la contraddizione tra la violenza immediata del trauma – un vero shock per il PCI – e il carattere parecchio limitato del rinnovamento politico del partito di Togliatti, che ben presto rimosse quell'anno assieme al cumulo di implicazioni e sottintesi che recava con sé.

Questo non vuol dire, però, che la crisi del mito sovietico non portò alla luce una serie di forti crisi e di eventi che, agendo assieme a più sotterranei e radicali processi, finiranno per cambiare nel profondo gli assetti sociali e le culture del paese, frantumando quelle subculture – cattolica, comunista e laico – liberale – che avevano costituito l'ossatura del primo decennio dell'Italia repubblicana.

Si badi bene, la crisi del mito sovietico, dunque, non mette in crisi solo l'impostazione e la cultura del partito togliattiano, ma unita ad altri processi riduce drasticamente i soggetti essenziali su cui sino ad ora il PCI aveva costruito la sua identità e costruisce modalità nuove nello sviluppo della cultura di massa, nuovi modi di essere italiani. Le aree bracciantili e mezzadrili, ad esempio, per molto tempo avevano disegnato ampi contorni della geografia rossa italiana, sia prefascista sia repubblicana; adesso vanno svuotandosi. La stessa classe operaia va lentamente frammezzandosi.

I metodi della Fiat negli anni '50 LA CLASSE. Nel 1954 ancora la FIOM teneva saldamente, nelle commissioni Fiat, il 63% dei voti; nel 1955, solo un anno dopo, precipita al 36%. Il giorno dopo i risultati inizia il XXXI congresso del PSI durante il quale Pietro Nenni denuncia i metodi intimidatori della Fiat; nelle sue parole non c'è alcuna esagerazione e a sostegno una enorme mole di documenti: meccanismi messi in atto allora dalla Fiat sembrano appartenere ad un altro mondo: tribunali di fabbrica con verbali di udienza, reparti – confino, corpi di sorveglianza e reti di informatori, un efficace sistema di intimidazioni e pressioni cui gli altri sindacati non mancano spesso di contribuire. Non stupisce, dato il clima, la caduta a precipizio delle percentuali FIOM.

La sinistra cercò di non limitarsi a quello che fu definito il fascismo Fiat e avviò una riflessione sui suoi errori: da un lato criticò l'eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali e dall'altro il verticismo contrattuale, che aveva fatto perdere la centralità delle condizioni di fabbrica. Erano certamente autocritiche e osservazioni fondate ma la realtà di quegli anni ci è interamente consegnata da una massa eloquente di più di 200.000 schede relative a dipendenti della Fiat compilate tra il 1949 e il 1966. Le schede sono venute alla luce per iniziativa di un pretore: redatte dall'Ufficio Servizi Generali della Fiat grazie alla collaborazione interessata di polizia, carabinieri e funzionari del Sid, che potevano accedere liberamente ad informazioni di norma private, servivano agli alti vertici sia per controllare chi già lavorava in fabbrica sia per verificare se chi faceva domanda d'assunzione era rispondente alle sue necessità. Un quadro quasi incredibile, ma vero, e di cui la Fiat è solo una tra le tante fabbriche, la regola, non l'eccezione. Solo la Olivetti diverge da questo fosco quadro di libertà congelata.

È un periodo complesso questo, dove ondate di licenziamenti, connesse alla smobilitazione e alla riconversione di alcuni settori industriali, si equilibrano con ondate di assunzioni frutto dei processi di riorganizzazione di fabbrica che preannunciano quello che sarà da lì a poco il boom economico. Il PCI non fu in grado di cogliere in tempo la portata di tali trasformazioni e la sua cieca lettura catastrofista del capitalismo non farà altro che marcare maggiormente la sua arretratezza rispetto alle dinamiche che si stagliavano all'orizzonte. Le ideologie si sfaldano, si fanno liquide, mentre il PCI si ostina a versare l'amido di una base culturale che ormai sta scomparendo.

Il dibattito culturale del '56 IL '56 E IL DIBATTITO CULTURALE. Pur concentrando la nostra attenzione sulla cultura di sinistra, va precisato comunque che alcuni limiti in essa presenti erano comuni anche ad altre aree culturali. Possiamo fare l'esempio, già citato, della concezione comunista del capitalismo come incapace di produrre sviluppo (visione staliniana e non marxista) che ha un corrispettivo rovesciato nel medesimo catastrofismo di PIO XII nei confronti dello sviluppo e della modernizzazione. Non che mancassero, nel mondo cattolico, visioni più moderate e aperte (IRI, SVIMEZ, CENSIS) testimioniate dalla rivista Il Mulino – un ponte tra cattolici, socialisti moderati e liberal progressisti – o da pochi imprenditori come Bassetti e soprattutto Adriano Olivetti.

In questo quadro si collocano anche i connotati della cultura di sinistra, impasto di stalinismo (e zdanovismo sul piano culturale) e italo – marxismo (la famosa linea De Sanctis – Labriola – Croce

  • Gramsci) che segna ampiamente la vulgata culturale fino alla metà degli anni '50. A essere messa progressivamente in discussione è la subalternità dell'intellettuale al politico, che per più di un decennio aveva tenuto i giovani marxisti lontano dalle nuove temperie culturali venute da fuori. Un altro tema dolente, meno avvertito fino al XX Congresso del PCUS, riguarda la realtà dei paesi socialisti, l'assenza di riflessione sui loro aspetti, la mancanza di osservazione specifica e ravvicinata delle caratteristiche di quei regimi, in sostanza la volontaria rimozione di processi che già nel 1953 lanciavano segnali premonitori (la rottura con Tito e la rivolta operaia di Berlino Est). Nel 1954 solo Franco Fortini osservava e gridava a gran voce cosa stava accadendo; nel 1956, invece, il clima di riforma andava allargandosi: Spinella critica le chiusure nei confronti di studi come quelli di Friedman e Adorno; Geymonat polemizza contro l'eccessivo idealismo; Fortini e Strada sottolineano l'esigenza di riconsiderare i postulati teorici del marxismo e di costruire quel marxismo teorico che oggi in Italia non c'è.

Sarà Carlo Cassola a toccare il nervo scoperto del XX Congresso del PCUS, pubblicando un intervento da lì a poco seguito dal rapporto Kruscev: ricordando una discussione del 1944 con alcuni partigiani che stavano aderendo al PCI, lo scrittore afferma che molti elementi di giudizio erano a portata di mano già allora e non era quindi possibile, adesso, fare finta di cadere dalle nuvole. L'intervento di Cassola suscitò un vespaio e le reazioni furono tra le più disparate, dall'atto di fede di Salinari alla scomunica di Pintor passando per il mezzo pentimento della Rossanda.

La posizione di Palmiro Togliatti nel PCI Non mancheranno, comunque, gli interventi rassicuranti e ortodossi, volti a minimizzare gli elementi di autocritica e a ribadire la validità del gramscismo e della via italiana, macchiati solo in maniera contingente da qualche stortura. La posizione ufficiale del PCI è scandita da due articoli famosi di Palmiro Togliatti: il primo risale a luglio ed è relativo ai moti operai in Polonia; il secondo, incentrato sugli eventi in Ungheria, schierandosi contro gli insorti e in difesa dell'invasione sovietica. A stupire maggiormente, però, non è tanto il permanere di larga parte degli intellettuali di sinistra in un PCI che muta solo parzialmente – molto parzialmente – il suo giudizio sul socialismo realizzato, quanto la rimozione

  • per non dire la scomparsa – per lunghi anni della riflessione su questi temi. La famosa intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti non sarà certo un punto di partenza, quanto un punto di arrivo, oltre il quale nessuno, per molto tempo, si spingerà. Perché? In parte per la volontà di non indebolire il

Stato e Chiesa, e le sentenze del vescovo di Pistoia e Prato, condite dalle opinioni poco concilianti dei prefetti, stavano lì a dimostrarlo. Già Fanfani aveva inserito nel suo programma di governo, oltre alla canonica difesa dal comunismo, una più chiara regolamentazione dell'autonomia tra Stato e Chiesa e la morte di Pacelli nel 1958 sarà il colpo finale.

La morte di Pacelli è anche il primo grande evento consapevolmente definibile come mediatico, così come l'elezione di Roncalli, il cui pontificato, pur concertato come di transizione, porterà notevoli ammodernamenti tra le mure vaticane, rispolverando la natura e i compiti pastorali del pontefiche e la sua vicinanza alla gente.

Le lotte e i sindacati di fabbrica negli anni '50 LE FABBRICHE. Nel marzo 1958, alla vigilia delle elezioni di commissione interna alla Fiat, viene diffuso un opuscolo anonimo non molto diverso da quelli distribuiti o inviati alle famiglie dall'azienda negli anni precedenti: Presentarsi candidato o scrutatore per la FIOM significa mettersi in lista di licenziamento. Questa volta la CISL non ci sta e si schiera apertamente con la CGIL affermando che non si presenterà alle elezioni se non fossero cessate le interferenze padronali. È questa la rottura con una parte consistente della CISL torinese, che aveva a capo Edoardo Arrighi, cresciuta negli ultimi anni proprio grazie alla politica intimidatoria della Fiat. Sarà scissione: il gruppo di Arrighi fonderà un sindacato esplicitamente filo – padronale che alle elezioni prendera il 25%, quanto la FIOM, mentre la FIM prenderà il 13%. Nonostante la bassa percentuale la CISL conferma la direzione e il gruppo aziendale sconfessa i membri di commissione interna – filopadronali – e al congresso provinciale della FIM – CISL sconfigge i moderati.

Avanzava un processo che, anche tra arretramenti e sconfitte, stravolgerà comunque il quadro che alla metà degli anni '50 sembrava consolidarsi. Tra ricatti delle commesse voluti dagli USA per bocca di Clare Boothe Luce e sconfitte della CGIL, i mutamenti furono comunque numerosi: la FIOM entrò in alcune fabbriche dove le assunzioni era stata condotta all'insegna del totale anticomunismo e le colossali sperequazioni tra guadagni delle industrie e scatto salariale spinse anche i più moderati alla protesta.

BARLETTA – ITALIA? Segnali diversi, e a loro volta contraddittori, arrivano da altre realtà. Nel medesimo tempo delle lotte e dei sindacati di fabbrica, i rapporti dei prefetti sugli scioperi agricoli del Polesine e del Ferrarese sembrano riproporre scene di inizio secolo: le agitazioni sono accompagnate da incendi dei fienili e danneggiamenti ai raccolti, e sono fronteggiate mediante l'impiego di lavoratori provenienti da fuori provincia che sono affluiti in virtù della costante protezione delle forze di polizia.

Intanto per la prima volta, nel 1958, le mondine che lavorano nelle insalubri risaie sono meno di quelle necessarie; si compenserà con l'afflusso di lavoratrici dal Meridione. Gli scontri sono all'ordine del giorno: a Brindisi la relazione del questore sul soffocamento di una rivolta insurrezionale, confermata da Tambroni, viene smentita non solo da giornali di sinistra ma anche da giornali centristi come Il Giorno; presto cade anche la tesi della rivolta comunista, avendo la donna vittima della sparatoria della polizia la tessera della DC. Alla base di questa e altre rivolte pugliesi la crisi viticola e la generale diminuzione dei prezzi agricoli.

L'episodio più drammatico a Barletta, dove la polizia uccide due braccianti che chiedevano una più equa distribuzione dei pacchi – viveri della Pontificia Opera di Assistenza e del Soccorso Invernale. Sempre a Barletta, tre anni dopo, 58 persone muoiono nel crollo di una palazzina costruita su cinque piani e fondata su un instabile garage: una delle tante case sorte in maniera selvaggia.

La cultura degli anni 50 /60 ROCK AROUND THE CLOCK. Pantaloni di tela blu, camiciotti a scacchi, scarpe da tennis, giubbotti da pallacanestro con la scritta dietro, motocicletta e concerti rock. È la generazione dei giovanissimi tra i '50 e i '60. I flipper diventano oggetto del demonio e banditi, i jeans sono un segno di ribellione e appartenenza. Nasce il fenomeno del teppismo, con percentuali comunque infinitamente inferiori che nel resto d'Europa. Sono gli anni dell'esordio di Celentano e Mina, del successo inaspettato di Modugno e del trionfo di Bruno Dossena. Sono gli anni del rock and roll come sfida ai rispettabili valori degli adutlti e come veicolo del rispettabile mito dell'America e del mondo libero.

Il boom economico in Italia (1954-1964) ALCUNE CIFRE E ALCUNE DOMANDE. A indicare alcuni tratti essenziali del miracolo economico le cifre possono essere prese a caso, o quasi. Il reddito nazionale netto aumenta quasi del 50% dal 1954 al 1964; gli occupati in agricoltura scendono da 8 a 5 milioni; nel settore industriale gli occupati passano dal 32% al 40% e nei servizi dal 28% al 35% mentre la produttività delle industrie aumenta dell'84%. L'Italia supera in produttività Svizzera, Olanda e Belgio e colma in parte lo storico divario con Inghilterra, Francia e Germania. Si producono enormi quantità di auto e motoveicoli, frigoriferi e televisori.

Nonostante il miracolo economico, l'emigrazione all'estero aumenta: all'emigrazione transoceanica si sostituisce quella europea, ove la Germania soppianta la Svizera come meta principale. È però la migrazione interna quella più imponente, fatta anzitutto di spostamenti dalle campagne povere dell'Italia settentrionale e centrale e poi del Mezzogiorno.

Intanto al Sud Danilo Dolci intitolava Spreco un volume che proponeva alcune indagini da lui promosse in Sicilia, sottolineando non solo e non tanto il grandissimo quadro di miseria che quelle pagine mettevano crudelmente in luce quanto qualcosa di più profondo: su 100 proprietari terrieri sul cui capo incombono pericoli di frane ben 92 non conoscono le leggi per la bonifica montana e 20 sono convintissimi che le frane possano essere evitate solo per intercessione divina o magica. In questo spaventoso contesto gli Enti pubblici operanti al sud, come l'Ente di riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, pur rappresentando teoricamente la presenza dello stato, non riesce per la maggior parte ad offrire altro che una gestione clientelare e una diffusa corruttela che hanno effetti devastanti e a lungo termine.

Con quali messaggi questi diversificati mondi vengono a contatto in questa fase di convulsa e rapidissima trasformazione? In che modo nuovo bisogni e nuovi modelli culturali vengono a interagire con i precedenti orizzonti mentali, in un mondo segnato contemporaneamente dall'affermazione della scolarizzazione e della comunicazione di massa? Quali sono i segnali che vengono dallo stato, dalle istituzioni pubbliche in uno scorcio di anni che vede l'agonia definitiva del centrismo e l'avvio del centrosinistra?

Lo spopolamento delle campagne negli anni del boom MONDI RURALI. Nelle campagne, come si è detto, vi sono 3 milioni di occupati in meno tra il 1954 e il 1964, destinati a diventare quattro se si considera il periodo tra il 1951 e il 1965. iniziando dalle aree più povere della collina e della montagna i flussi coinvolgono rapidamente anche le aree dell'agricoltura avanzata, segnando la fine dei diversi mondi rurali che compongono il paese. Non si tratta di una formula riassumibile in campagne senza agricoltura ma in agricoltura senza campagne.

Una diminuzione così rapida del peso dell'agricoltura avvicina semplicemente l'Italia ad altri paesi europei ma l'inserzione progressiva della nostra agricoltura in un processo di modernizzazione sostanzialmente comune a tutta l'Europa ha comunque conseguenze di rilievo.

Va anzitutto segnalata l'impossibilità di continuare a vedere l'agricoltura italiana come mossa esclusivamente da caratteri tradizionali e originari. C'è un mutato rapporto fra intervento statale e

per la presenza di nuove industrie. In Emilia e Romagna le antiche tradizioni solidaristiche frenano in parte i guasti, come a Ravenna, e il tessuto connettivo maturato in una lunga storia, rafforzato da un socialismo municipale attento ai bisogni collettivi, costituì una risorsa reale.

In Italia centrale l'esodo compare un po' più tardivamente ma con grande rapidità. Se tra il 1951 e il 1964 i mezzadri si dimezzano, vent'anni dopo il sistema mezzadrile sarà completamente scomparso in tutta Italia. Pesa in particolare, nelle aree mezzadrili, un elemento che abbiamo già visto nel Mantovano: lo svuotamento dei poderi e l'abbandono conseguente, specialmente nelle zone dove mancano le più elementari necessità per vivere (acqua, luce, strade, medico) che sono ancora la maggioranza assoluta del territorio rurale. Ovunque, non solo qui, sono i giovani i primi a partire, ma nelle aree mezzadrili l'evento ha un effetto particolare che rende rapidissimo il processo di esodo: rompendosi l'equilibrio familiare sulla base del quale la mezzadria funzionava, si avviavano processi irreversibili; bastava l'emigrazione di uno o due figli per rompere un intero nucleo.

Nel Mezzogiorno la situazione era stata ben descritta già da Danilo Dolci, ma per chi considerasse tale relazione come partigiana, è disponibile pure la relazione del 1961 che Fanfani tenne dopo un viaggio in Calabria per tracciare un bilancio degli investimenti compiuti grazie alla Cassa per il Mezzogiorno e alle legge speciale per la regione: lo sforzo dello Stato è stato enorme ma bisogna domandarsi se i risultati sono adeguati; segnalando poi la mancanza di coordinamento delle iniziative, anche per effetto di pressioni locali e segnalando, pur con notevole faccia tosta, la lentezza esasperante dell'applicazione della legge speciale.

Gli spostamenti interni italiani fra il 1955 e il 1970 MOBILITÀ. Fra il 1955 e il 1970 gli spostamenti da un comune all'altro sono quasi 25 milioni mentre quelli che portano al di fuori della regione di partenza 10 milioni. Fra il 1958 e il 1963 i meridionali che si trasferiscono al Centro – Nord sono poco meno di un milione. A svuotarsi sono in primo luogo le aree di montagna e di collina, le case isolate, le frazioni e i nuclei abitativi sparsi. Considerando i saldi migratori, solo 19 province su 72 (in primis Milano, Roma, Torino, Genova, Firenze e Bologna) hanno un saldo positivo.

Nelle sei città citate si concentrava l'87% del saldo migratorio. Le grandi linee degli spostamenti sono spesso risultante ultima di movimenti complessi. Si considerino le migrazioni rurali: talvolta segnano lo spostamento definitivo da aree agricole povere ad altre più ricche, talora hanno il più provvisorio carattere di avvicinamento a centri urbani. A volte possono avere lo scopo di acquistare poderi toscani o emiliani abbandonati dai precedenti coloni, oppure il lavoro nella floricoltura ligure. Circa il 60% dell'emigrazione umbra, per fare un esempio, non trova sbocco fuori dalla regione stessa ma al suo interno. Anche nel Mezzogiorno gli spostamenti non sono sempre connessi in modo diretto alla creazione di posti di lavoro.

Ci sono poi gli spostamenti pendolari e quotidiani, tipici dei centri come Milano e Torino, dai centri limitrofi e anche meno limitrofi; Sette ore di lavoro, sette ore in treno si intitolava una inchiesta sull'argomento di Kino Marzullo sull'Unità.

Quali furono i segnali che vennero – o non vennero – dai poteri pubblici? Come già s'è detto, questi flussi colossali coesistettero sino al 1961 con la legislazione fascista, volta a impedire l'urbanesimo, e non è sufficiente prendere atto che essa, di conseguenza, non fu realmente applicata. Essa valse a trasformare una parte cospicua degli immigrati in fuorilegge, in una sorta di clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria. Su questi strani clandestini prosperano forme di appalto e subappalto della manodopera abolite solo nel 1961. In questo quadro, gruppi consistenti di immigrati sono portati a trarre anche i possibili vantaggi dall'illegalità e dalla

precarietà: di qui l'aumento della estraneità e della diffidenza verso le strutture pubbliche e il rafforzamento di quelle reti di relazioni che innervavano il sistema extra – legale di reperimento del lavoro.

Si può aggiungere che governo e prefetti pongono una qualche attenzione alle migrazioni interne solo quando i risultati elettorali sembrano indicare che la crescita delle sinistre nelle grandi città del nord è dovuta appunto al voto degli immigrati. Che i cittadini abbiano bisogno in primo luogo di norme, di tutela legislativa e giuridica, è elemento che sembra sfuggiure alla sensibilità di ministri e prefetti.

Aggiungiamo qualche riga sulle modalità con cui vengono a interagire culture tradizionali e processi di modernizzazione e sulle forme e gli esiti molteplici di questa reciproca influenza. Non va sottovalutato, in particolare, un elemento di grande importanza: la ripresa di vecchi conflitti sociali che attraversano le concentrazioni operaie, vecchie e nuove, a partire dalla fine degli anni cinquanta. Gli immigrati di origine rurale aderiscono all'ideologia che hanno trovato dominante a livello operaio, nelle grandi città del nord, e partecipano alle lotte sindacali e politiche non soltanto perché ciò corrispondeva ai loro interessi economici immediati ma perché permetteva loro di identificarsi con il nuovo ambiente urbano – industriale. La ripresa delle lotte operaie è il terreno specifico di tale discorso e diventerà ben presto un recipiente di idee e di azioni a cui attingere in seguito.

Anche il tempo libero rimodella il paese e la mobilità e la costruzione dell'Autostrada del Sole ne è l'esempio più lampante.

L'industria italiana degli anni '60 GEOGRAFIE INDUSTRIALI. Al 1963, ha scritto Eugenio Scalfari, l'Italia industriale non era più un triangolo, era diventata una cometa: un centro sempre localizzato tra Piemonte e Lombardia ma con una lunga coda che investiva tutta la valle padana, fino a Porto Marghera e Bologna e Ravenna. A distanza d'anni, l'intelaiatura che allora iniziò a delinearsi appare molto più complessa, con articolazioni diversamente significative nell'Italia centrale e meridionale.

A voler scegliere una data d'avvio dei processi che portano al miracolo si potrebbe scegliere il 1953, isolando quattro eventi di fondamentale importanza:

  • la ristrutturazione da parte di Sinigaglia della Finsider, che sostanzialmente rifonda la siderurgia nazionale offrendo acciaio a prezzi competitivi all'industria meccanica
  • la nascita dell'ENI da parte di Mattei, cui è affidato lo sfruttamento dei giacimenti di metano nel Polesine
  • l'investimento di trecento miliardi della Fiat per la costruzione dello stabilimento di Mirafiori, dalle cui catene uscirà nel 1955 la Seicento
  • l'approvazione della legge per lo sviluppo del credito industriale nell'Italia meridionale e insulare, primo passo verso quella del 1957 che preciserà meglio gli incentivi e gli obiettivi di industrializzazione del Mezzogiorno.

I settori trainanti sono subito quelli dell'automobile, della chimica e della petrolchiimica. A Ravenna si impianta lo stabilimento Anic, che dà un impulso decisivo alla fabbricazione italiana di gomma sintetica e fertilizzanti, così che l'ENI possa fissare un prezzo nazionale dei fertilizzanti inferiore del 15% sferrando un duro colpo alla Montecatini. La Montecatini, intanto, opera a Ferrara, producendo un nuovo tipo di plastica dura creata con le ricerche del premio Nobel Giulio Natta ; il Moplen contribuirà non poco a mutare arredi e abitudini domestiche.

La Roma di questi anni è ben raccontata da Pasolini in passi di Una vita violenta e a questa Roma delle borgate e della speculazione edilizia molti intellettuali hanno destinato pagine d'inchiostro. È la Roma dello stravolgimento urbano per le Olimpiadi del 1960, della discussa costruzione di Fiumicino, all'insegna di così tante irregolarità da creare una commissione d'indagine parlamentare ad hoc, imputando Pacciardi, Togni e Andreotti; quest'ultimo dichiarerà che la commissione ha ruolo esclusivamente inquirente e che il potere di giudicare spetta solo alla Camera, chiedendo che il governo si adoperi in tale sede per un giudizio assolutorio.

Nel 1963 trovano brusco epilogo i tentativi di definire elementari regole per lo sviluppo edilizio, con il massacro della tentata riforma del democristiano Fiorentino Sullo, che già prima, dopo innumerevoli fatiche, aveva fatto varare la legge 167 sull'acquisizione di aree fabbricabili per l'edilizia popolare. Una legge la 167 che trovò applicazioni diametralmente opposte tra Milano, Torino e altre da una parte e da Bologna e altre città emiliane e ad amministrazione di sinistra dall'altra. Le prime usarono territori piccoli e periferici, mentre le seconde vincolarono aree più grandi e centrali, soprattutto grazie agli sforzi del movimento cooperativo; non furono rare le opposizioni alle amministrazioni comunali da parte del governo e dei privati.

Il grande e peggiore evento fu comunque l'affondamento della generale riforma urbanistica di Sullo, bersagliato da campagne diffamatorie e poi affondato dalla stessa DC del governo Moro: fu questo un grosso evento di quello che fu il primo governo italiano di centro – sinistra, a vocazione riformista. Un riformismo zoppo, come si vede, che di lì a poco troverà ben peggiori derive. Intanto il boom turistico permetterà scempi di ogni genere in uno Stato che il piano regolatore urbano non sapeva manco cosa fosse.

L'assetto politico degli anni '60 in Italia UNA CESURA DECISIVA. L'assetto politico che si era definito fra anni quaranta e anni cinquanta viveva una crisi evidente. Lo scontro diventava aperto nel 1960, determinato – e per più versi provocato – dal governo Tambroni, sostenuto dai voti determinanti dei neofascisti: la protesta generale del luglio di quell'anno contro il congressi indetto a genova dal MSI sanciva la fine definitiva del centrismo.

Questa ripresa, questa riassunzione diffusa del paradigma antifascista costituiva di per sé una cesura forte con il periodo precedente. La lunga distrazione era terminata. Non si trattava, del resto, di una semplice ripresa: era in corso una vera e propria riformulazione, una ridefinizione in senso forte del paradigma antifascista.

Il rifiuto del neofascismo, nel momento in cui essi sembrava porre ipoteche determinanti sul governo del paese, si intrecciava alla più generale ripulsa del pesante clima degli anni '50. Nel clima della guerra fredda, inoltre, il paradigma antifascista era stato largamente sostituito da quello anticomunista nell'ideoloogia della classe di governo, che escludeva poi oratori comunisti e socialisti dalle poche celebrazioni ufficiali della Resistenza che il calendario fissava, almeno fino al 1958, quando per la prima volta il governo acconsentì ad una manifestazione ufficiale a Roma con la presenza di tutte le associazioni partigiane.

La crisi del centrismo politico italiano (1960) GENESI E DIMENSIONE DI UNA CRISI. I sommovimenti indotti dalla crisi del centrismo si colgono meglio ove si ponga attenzione a due aspetti essenziali ad esso connessi: la politica USA nei confronti dell'Italia e l'atteggiamento della Chiesa. In entrambi i casi siamo di fronte ad evoluzioni non lineari, segnate da forti tensioni interne.

I documenti americani ora disponibili mostrano con chiarezza il lungo protrarsi dell'opposizione degli USA all'ingresso dei socialisti nel governo. Mostrano, anche, i limiti d'azione

dell'amministrazione Kennedy (1960) e l'accentuarsi della discrepanza fra azione ufficiale del governo americano e l'azione concreta del Dipartimento di stato e degli apparati.

Si consideri poi l'evoluzione della Chiesa di Giovanni XXIII. Uno degli aspetti qualificanti di essa era proprio il distacco dalla politica italiana, e ciò comportò una maggior autonomia della CEI: ma proprio essa, presieduta dal cardinale Siri, era fortemente impegnata nell'opporsi all'apertura a sinistra.

Ce n'era insomma abbastanza per frenare le già caute aperture del Consiglio generale DC, tenutosi a Vallombrosa nel 1957. Trovavano, invece, punti di riferimento crescenti nell'evoluzione dei partiti socialisti e dello schieramento laico in generale, scandito in vari momenti, dall'incontro di Pralognan tra Saragat e Nenni del 1957 sino al 1959, quando Nenni e gli autonomisti ottengono una significativa maggioranza.

La crisi della politica centrista e al tempo stesso le difficoltà del suo superamento sono sancite dalle politiche del 1958, che vedono da una parte l'affermazione socialista e dall'altra la crescita DC, anche se aiutata dal sostegno di partiti di destra. A uscire dalle secche non aiuta il governo presieduto da Fanfani, il cui autoritarismo e la cui compresenza di ruolo di presidente del Consiglio e di segretario DC non va giù a molti democristiani, specie dopo l'annuncio di apertura a sinistra. Così, pochi giorni prima del Consiglio generale DC del 1959, nasce il raggruppamento doroteo, che farà eleggere Moro, il giorno dopo, segretario del partito.

Sono sotterranei e profondi i movimenti e le tensioni che si agitano sullo sfondo della travagliata esperienza dei brevi governi Segni → Tambroni → Fanfani III e Fanfani IV ed è durante i mesi di governo Tambroni (aprile – luglio 1960) che vengono più apertamente alla luce. La fibrillazione coinvolge in primo luogo il partito di maggioranza e gli apparati dello stato, e i documenti d'archivio fanno intravedere la significativa punta di un iceberg. Vediamo.

Nel 1959 Segni è capo del governo e ministro dell'Interno: dispone l'apertura di un fascicolo sull'attività politica di Fanfani e ai discorsi di Fanfani si riferiscono ampiamente le relazioni mensili del capo della polizia e dei prefetti. Segnali più inquietanti vengono da un rapporto riservatissimo al ministro dell'Interno redatto dal capo della polizia ai primi di marzo del 1960 che in sostanza denuncia pericolosi movimenti da parte del corpo militare.

Il governo Tambroni, 1960 TAMBRONI E IL LUGLIO 1960. L'immagine, talora sostenuta, di un Tambroni uomo di sinistra, costretto quasi suo malgrado a svoglere un ruolo diverso, appare del tutto priva di fondamento ove si scorrano gli atti parlamentari e i verbali del Consiglio dei ministri. Se il suo intervento al congresso DC di Firenze nel 1959 è indubbiamente favorevole all'apertura a sinistra, la sua azione ha tratti completamente diversi: tratti, va aggiunto, maggiormente in sintonia con l'azione concreta svolta da lui come ministro dell'Interno nei quattro anni precedenti.

Il governo varato da Tamboni il 21 marzo ottenne la fiducia della Camera, per soli tre voti di scarto (300 sì e 297 no), con il determinante appoggio dei deputati missini. La circostanza causò l'abbandono dei ministri appartenenti alla sinistra della DC Bo, Pastore e Sullo. L'11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il governo rassegnò le dimissioni che furono respinte dal presidente Giovanni Gronchi, anzi ricevendo l'invito a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l'appoggio dei missinini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.

Il governo si presenta come prevalentemente amministrativo, di transizione, giusto perché vadano avanti le Olimpiadi di Roma e si approvi il Bilancio. Eppure, in esso riecheggiano sin dalla prima riunione toni poco distesi, machisti, per non dire fascisti. L'azione del governo è nettamente

Reticenze e censure continuano a pesare, dunque, ma accanto ad essi si fa progressivamente strada un'altra via. Più esattamente, nel corso di pochissimi anni (1961 – 1965) attraverso i programmi televisivi è possibile cogliere un processo più generale: un passaggio dalla rimozione ad una ufficializzazione della Resistenza che ne banalizza contenuti e ragioni, contraddizioni e lacerazioni. Si passa cioè dall'oblio alla costruzione di una memoria pubblica, astrattamente apologetica, che si sovrappone alle molteplici e differenti memorie private senza riuscire a risolverle, in sé, senza aiutarle a riconoscersi come parte di un processo.

L'insistenza unilaterla e retorica sui temi del riscatto nazionale e del sacrificio tendeva a tradursi in sermoni pedagogici e di scarsa efficacia e veniva spesso a negare altri elementi: la drammaticità di uno scontro che fu anche guerra civile, le aspirazioni a trasformazioni radicali del paese, eccetera.

Inoltre, lasciava ai margini nodi e problemi relativi a una questione cruciale: l'identità nazionale, o meglio: i differenti modelli di identità nazionale che allora vennero a scontrarsi. In queste concessioni ebbe largo ruolo anche la sinistra, che sembrò essere paga del semplice ritorno alla trattazione di temi che per anni erano stati quasi tabù. Alcuni più lungimiranti, come Secchia, indicavano la necessità di liberare l'essenza rivoluzionaria di quel momento storico dalle pastoie di un antifascismo indifferenziato. Si vedono in nuce, poi, gli scontri tra resistenza rossa e resistenza tricolore, la prima indirizzata alla valorizzazione dei contenuti di classe, la seconda alla sottolineatura dell'evento come miccia dell'esplosione unitaria.

Il conflitto sociale nelle fabbriche Italiane (1960-1963) IL CONFLITTO SOCIALE NELLE FABBRICHE. Anche nelle fabbriche si svolgono segnali di cambiamento. Seguiremo il loro svolgersi sino al 1963, considerando cioè la fase segnata, tra il 1960 e il 1963, da due governi Fanfani molto diversi tra loro: il primo monocolore e il secondo che è di fatto il primo governo di centro – sinistra della storia della repubblica italiana.

La realtà del 1959 è ancora contraddittoria, fatta da un lato di riprese significative delle lotte operaie e di segni nuovi di unità d'azione fra i sindacati, e dall'altro costellata dal permanere di molte divisioni. Una di queste divisioni, ad esempio, si rivela durante lo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto: l'accordo è firmato da CISL e UIL e non dalla CGIL. La mancanza di unità è tangibile nei singoli scioperi, che non manifestano la portata massima della loro forza: a Milano i cortei, pur avendo acquisito una visibilità perduta da anni, sono costellati da interventi parecchio duri della polizia, anche se d'altro canto iniziano ad affacciarsi iniziative di alleanza e sostegno agli operai da parte degli studenti. A Torino la ritrovata unità d'azione sindacale non riesce comunque a rompere il pesante clima creato dalla Fiat, e a farne le spese non è solo la CGIL ma anche la CISL, che vede farsi sequestrare un automezzo munito di altoparlanti.

Nel 1959 sono ancora forti le pressioni e gli allarmismi degli ambienti più conservatori, sempre pronti a trasmettere l'idea dello sciopero non come manifestazione di un disagio economico e sociale ma come atto politico, sovversivo e rivoluzionario. Stavolta però gli allarmismi sono accolti con minore entusiasmo e parecchi sono gli interventi che smentiscono le campagne diffamatorie anti operai. Affiorano problemi e sperequazioni ingiustificabili in un periodo economicamente florido, all'insegna di una forte tecnologizzazione e di razionalizzazioni, e della nuova importanza concessa al tempo libero: orari di lavoro intollerabili, disparità tra sessi, gerarchie.

Un mutamento importante assume la CGIL, che durante il V congresso assume pienamente la contrattazione di tipo articolato, a livello d'azienda o gruppo, come elemento portante della sua strategia, superando il centralismo del decennio precedente che l'aveva danneggiata. Le richieste

sindacali riguardano il salario e l'orario ma il nodo vero è il principio stesso della contrattazione integrativa, che il padronato respinge. Il cuore della vertenza è a Milano, dove la lotta diventa immediatamente visibile, soprattutto per l'articolazione enorme degli scioperi e delle manifestazioni.

L'intervento dell'Intersind (1960 ) Una prima novità di rilievo è l'intervento dell'Intersind, che raggruppa le aziende statali e parastatali. Il sindacato si allea con gli altri e sigla un accordo che sostanzialmente la allontana definitivamente dal sindacato di Confindustria. Lo stesso ministro Sullo giudica legittime le richieste dato l'aumento dei profitti dei datori.

Il panorama del 1961 rimane molto variegato. Talora i conflitti hanno caratteristiche aspre e gli inteventi delle forze dell'ordine sono di notevole durezza ma ora a protestare contro le violenze poliziesche è anche la CISL, che chiede formalmente l'impiego di reparti di polizia privi di armi da fuoco durante i conflitti sindacali. Addirittura viene portato un disegno legge del PSI su questo ma viene messo al veto dal ministro dell'Interno Taviani.

Nel 1962 inizia quasi ovunque un crescendo di agitazioni che hanno il loro punto di maggior tensione negli scontri di Piazza Statuto, a Torino, in luglio, unite alle quali troviamo quelle per la pace, organizzate dalla sinistra nel momento più acuto della crisi di Cuba. Ovunque è un focolaio di scontri. Alla base della radicalità di quelle agitazioni abbiamo trovato ragioni ricorrenti: condizioni lavorative, discriminazioni, assenza di diritti, sproporzione tra arricchimento dirigenziale e salario operaio. Insomma, abbiamo trovato sia il permanere di rapporti di lavoro arretratissimi sia una grande contraddizione: la produzione di ricchezza e le possibilità stesse offerte dal boom da una parte, e le condizioni reali di settori ampi di lavoratori e i costi da essi pagati al miracolo. C'è dunque dietro quelle proteste un profondo sentimento di giustizia offesa: il rifiuto dell'etica del sacrificio si intreccia al rifiuto di forme tradizionali di subalternità e alla ripulsa di distinzioni gerarchiche e sociali anacronistiche: di qui l'accumularsi di speranze e valori collettivi, e di domande, esigenti, al sistema politico.

Capitolo 6 – Il riformismo perduto

Le tendenze e le controtendenze politiche degli anni '60 in Italia LA POSTA E IL GIOCO. Ogni analisi del centro – sinistra tende inevitabilmente a trasformarsi nella discussione su di una grande occasione mancata e a porre al centro una sfasatura rilevante. La sostanziale pochezza della politica concreta dei governi di centro – sinistra è infatti in contrasto stridente con le riflessioni di notevole respiro che ne avevano accompagnato la nascita, e al tempo stesso con le attese e le aspirazioni che si erano diffuse in una società profondamente trasformata.

Una prima ragione del fallimento sta indubbiamente nella corposa presenza di resistenze e opposizioni efficaci, in parte implicite e in parte esplicite. Esse accomunano ampi settori del corpo sociale come degli apparati dello stato, nascono da interessi consolidati di gruppi e ceti e al tempo stesso da culture e orizzonti mentali radicati.

Veti e vincoli esterni – Vaticano e USA in primis – non sono irrilevanti e non cessano automaticamente né con Roncalli né con Kennedy. Per capire appieno l'efficacia e la lunga durata delle resistenze è necessario però ricordare in primo luogo gli elementi che abbiamo evocato sommariamente in altre parti di questo libro: la natura e i connotati del blocco sociale che si era consolidato e definito negli anni del centrismo attorno alla DC, i collanti materiali e ideologici di quel blocco.

Solo così si può comprendere il grande ritardo con cui l'esperienza riformatrice ha avvio, e poi l'immediato innesco di controtendenze che rapidamente portano al suo svuotamento. Diamo allora

consapevolezza, sempre più diffusa, degli squilibri del paese e della necessità di interventi tempestivi in questa direzione. Questi temi saranno al centro delle relazioni di Achille Ardigò (sociologo cattolico e vicino a Dossetti) e di Pasquale Saraceno (economista di area cattolica ed esperto di meridionalismo) durante il convegno di studi organizzato dalla stessa DC nel settembre 1961 a San Pellegrino, i quali spingeranno per un allargamento verso il nuovo.

A forte sostegno delle tesi dei due professori stava la Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del paese che il ministro repubblicano del Bilancio, Ugo La Malfa, presentò nel 1962.

Il programma di La Malfa è importante perché caratterizzerà il primo governo orientato (ma non organicamente inserito) di centro – sinistra: il governo Fanfani IV. La Malfa segnalava l'evidente contrasto tra l'impetuoso sviluppo di questi anni e il permanere (quando non l'aggravarsi) di situazioni settoriali, regionali e sociali di arretratezza e ritardo economico. Squilibri territoriali tradizionali, soprattutto quelli tra nord e sud, sono aumentati; molte situazioni di sottosviluppo non sono state sanate; gli investimenti nei settori del consumo pubblico (scuola, trasporti, sanità) sono bassissimi. Follia, sottintende La Malfa, in un momento di congiuntura economica così favorevole, che renderebbe possibili tali riforme senza incontrare costi troppo elevati.

Per realizzare una politica di questo tipo sarebbe stata necessaria una forte volontà innovatrice. In altre parole, la DC avrebbe dovuto invertire le tendenze precedenti, rimuovere i blocchi di interesse ormai consolidati nel corso degli anni '50, e costruire modelli culturali diversi rispetto a quelli cementati dall'anticomunismo.

Non sarà così. Anzi, segni completamente differenti giungevano da molte relazioni di esponenti della DC ai convegni di San Pellegrino e di Napoli, e soprattutto dalla mastodontica relazione di Moro che dava sì il via libera al primo governo di centro – sinistra, ma alle sue condizioni! Il pilastro a cui si attaccarono Moro e gli altri per ostacolare le aperture proposte dalla sinistra democristiana fu quello della continuità e della centralità. Perché mettere a rischio ciò che è stato costruito? Perché rischiare di minare la base del consenso elettorale? Perché mettersi l'inferno in casa da soli?Questa impostazione ben presto renderà marginali quei settori della DC e del mondo cattolico che alla sinistra guardavano in maniera collaborativa.

La sinistra, comunque, ebbe la sua parte di colpe in questo processo. L'iniziale pragmatismo di Nenni andò stemperandosi man mano che il rischio della rottura col governo si faceva concreta, portando il PSI ad accettare via via tutti i condizionamenti e i vincoli che la DC proponeva. Un progressivo scolorimento di contenuti e tratti del partito che portò il PSI a perdere non una battaglia ma tutta la guerra. Al confronto con l'attendismo nenniano, forse le proposte di Riccardo Lombardi, per quanto a volte scarsamente lungimiranti, non erano poi così utopistiche, anche se alla lunga contribuirono non poco alla non realizzabilità di riforme condivise.

L'elezione di Segni a presidente della Repubblica I MESI DELLE RIFORME. L'elezione di Segni a presidente della Repubblica, nel maggio 1962, sembra già un colpo di freno al governo appena nato. Eppure a quel governo, presieduto da Fanfani, si debbono le principali misure del centro – sinistra, più limitate di quelle promesse ma pur sempre reali.

Alcune misure iniziano ad eliminare sperequazioni arcaiche: la legge che sancisce il diritto alla donna di accedere a tutte le professioni e gli impieghi pubblici, ivi compresa la magistratura; una nuova legge sulla censura meno dura che mette in risalto l'attendismo del PSI che dalle fiamme della completa abolizione censoria passarono ad una astensione calcolata per non rompere l'equilibrio di governo, a cui il PSI forniva, lo ricordiamo, appoggio esterno proprio tramite l'uso dell'astensione.

Le leggi cardine del periodo furono però altre:

  • Legge sull'estensione dell'obbligo scolastico ai 14 anni, con la scuola media unica che rompeva quello che il Giorno aveva chiamato il marchio dei poveri al bivio dei dieci anni: il dover scegliere tra scuola media e avviamento professionale al termine della scuola elementare.
  • Legge sulla nazionalizzazione dell'energia elettrica. La nazionalizzazione dell'industria elettrica vide un iter lungo e difficile. Cinque erano i monopoli coinvolti (SADE, EDISON, SIP, CENTRALE e SME) che non avrebbero certo mollato in cambio di nulla. I motivi per la nazionalizzazione c'erano tutti: la possibilità per il governo di controllare i prezzi, di programmare gli interventi e gli investimenti su scala nazionale e di indebolire lo strapotere oppositivo di Confindustria. Il vero scontro fu sulla natura dell'indennizzo da concedere ai monopolisti. Si scontrò la visione continuativa di Guido Carli, governatore della Banca d'Italia, e quella abolizionistica di Riccardo Lombardi. Il primo voleva che si pagassero direttamente le vecchie aziende, che avrebbero continuato ad esistere come società finanziarie; il secondo voleva che i trust fossero aboliti e che gli indennizzi fossero versati a scaglioni a tutti gli azionisti. Vinse la posizione di Carli, che minacciò di dimettersi, ma la neonata Enel, pur cominciando un programma di investimenti massicci, non riuscì a ridurre il costo dell'elettricità per i consumatori. In termini puramente economici la battaglia di Carli fu poi un fallimento e l'influenza dei baroni, naturalmente, rimase.
  • Il governo accennò un timido passo in avanti verso la sorveglianza sulle attività di borsa, applicando una ritenuta sulle cedole azionarie che rendeva pubblici i nomi degli azionisti, combatteva l'evasione fiscale e aumentava il capitale di investimento delle riforme. Prevedibilmente, invece, ciò che si manifestò fu un incremento del fenomeno della fuga dei capitali all'estero.

La botta d'arresto della riforma Fanfani Fu allora che la riforma Fanfani subì una pesante botta d'arresto. Togliatti fece una lunga opposizione di disturbo, la CGIL non fu molto partecipativa e i riformisti si sentirono alla lunga isolati. Era poi intervenuta una difficile situazione economica che aveva dato luogo ad una pesante ondata di panico. Per la prima volta la domanda di lavoro superava l'offerta, i salari aumentavano progressivamente e, soprattutto le piccole industrie, per rifarsi aumentavano il prezzo dei manufatti, che del resto non rispondevano sufficientemente alla domanda. Per la prima volta dagli anni '40 l'inflazione era uno spettro minaccioso. La DC decise allora di tirare il freno delle riforme di Fanfani, soprattuto in vista delle imminenti elezioni del 1963, e lo fece per mano di Moro, congelando due importantissime riforme imminenti in Parlamento:

  • L'istituzione delle regioni. Avversata e bloccata perché il decentramento avrebbe concesso enormi poteri alle regioni rosse dell'Italia centrale.
  • La pianificazione urbanistica. Uno dei capitoli più ignominiosi della politica italiana. La lungimirante riforma del ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano riformista Fiorentino Sullo, era (e sarà) l'unico serio tentativo di fare i conti con la speculazione fondiaria e col caotico sviluppo urbano. Prevedeva la concessione agli enti licali del diritto di esproprio preventivo di tutte le aree fabbricabili incluse nei rispettivi piani regolatori. Gli stessi enti locali avrebbero provveduto poi a realizzare le necessarie opere di urbanizzazione e avrebbero poi rivenduto i terreni attrezzati ai privati, ad un prezzo più alto ma controllato. Fine della selvaggia speculazione dei suoli edificabili dunque. In aggiunta, i nuovi proprietari sarebbero entrati in possesso dell'edificio ma non del terreno, in maniera tale da rendere lo Stato capace di esercitare un controllo reale sul piano regolatore. Una lungimirante proposta che scatenò accuse di bolscevismo e spinse Moro a dichiarare in televisione – senza che Sullo ne fosse al corrente – che la proposta del ministro era sua e solo sua e mai sarebbe stata realizzata.