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Storia del Turismo: Evoluzione e Impatto Economico - Prof. Viale, Appunti di Turismo

Una panoramica sulla storia del turismo, analizzando l'evoluzione del settore e il suo impatto economico. Esplora le origini del turismo moderno, i fattori che ne hanno favorito la nascita, come l'aumento del reddito e del tempo libero, e le trasformazioni che hanno portato al turismo di massa e postmoderno. Vengono esaminati anche i casi di studio di diverse località turistiche, come rimini e il lido di venezia, evidenziando le strategie di adattamento e sviluppo nel corso del tempo. Una visione completa e dettagliata dell'evoluzione del turismo e del suo ruolo nello sviluppo economico.

Tipologia: Appunti

2024/2025

In vendita dal 21/11/2025

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STORIA DEL TURISMO
TURISMO E SVILUPPO ECONOMICO: UN PROBLEMA APERTO
ALLA BASE DEL TURISMO: AUMENTO DEL REDDITO E DEL TEMPO LIBERO
La nascita del turismo (e dell’industria turistica) è stata favorita, in primo luogo, dall’aumento dei redditi.
Guardando alla composizione del paniere di consumi di una famiglia media di età preindustriale, possiamo
vedere che la maggior parte del reddito viene speso in cibo, abbigliamento, e alloggio (=affitto). Poco o nulla
restava infatti per i consumi superflui, tra cui le spese per lo svago e il tempo libero.
Tutto cambia con la Rivoluzione Industriale: i redditi non solo aumentano, ma aumentano per una porzione
sempre crescente della popolazione. Questo «sblocca» la capacità di aumentare (e migliorare, e diversificare)
i consumi.
Per meglio capire il meccanismo che permette lo sblocco dei nuovi consumi, introduciamo la legge di Engels.
Questa afferma che minore il reddito di una famiglia, maggiore sarà la spesa in beni alimentari e di necessità.
Una volta che il reddito aumenta, la spesa in cibo e in altri beni primari può aumentare solamente di poco.
Questo «libera» risorse economiche che possono essere spese in beni e servizi (sino ad allora considerati)
superflui e di lusso.
Ed è esattamente quello che vediamo succedere prima in Inghilterra e poi nel resto d’Europa nel corso
dell’Ottocento. Le famiglie vedono aumentare il proprio reddito grazie all’industrializzazione e cominciano a
consumare un numero sempre crescente di beni e servizi, tra cui il turismo.
Si passa dunque da un turismo prettamente nobiliare, come quello della villeggiatura di epoca moderna ad un
turismo borghese e popolare.
Con la diffusione del turismo come consumo accessibile a molti, si sviluppa un'offerta più diversificata di
prodotti turistici. Se in precedenza il turismo nobiliare era piuttosto uniforme, dall’Ottocento l’offerta si amplia
per rispondere alle esigenze di diverse fasce di reddito e segmenti sociali.
E i prezzi? Hanno contribuito in qualche maniera alla nascita del turismo?
In effetti, negli ultimi 30-40 anni, sono diventati un fattore determinante nell’influenzare le destinazioni
turistiche. Tuttavia, prima del turismo di massa, erano più un indicatore di mercato segmentato che uno
strumento competitivo per promuovere i servizi.
La nascita del turismo e dell’industria turistica è poi stata favorita dalla «conquista del diritto al tempo libero»
da parte della classe media e di quella operaia.
Nell’antichità, l’otium era prerogativa della classe senatoria. Solo ai nobili, impegnati nella gestione della vita
pubblica, era riconosciuto il diritto al riposo, inteso come un’occasione per ritrovare stessi attraverso la
letteratura, l’esercizio fisico e le arti.
Nell'Alto Medioevo, l'otium venne spesso considerato negativamente, soprattutto in ambito monastico e
religioso. La cultura cristiana medievale, influenzata dalla Regola di San Benedetto (ora et labora), vedeva il
lavoro come un dovere morale e un mezzo per avvicinarsi a Dio, mentre l’ozio era percepito come pericoloso
perché poteva portare al vizio e al peccato. Questo portò ad un progressivo abbandono di molte attività sociali
e ricreative, fatta eccezione quelle a carattere religioso.
Dopo l'anno Mille, con la crescita delle città, l'aumento dei commerci e il rafforzamento di una borghesia
emergente, si sviluppano nuove concezioni del tempo e del lavoro. Si diffondono nuove forme di svago e
socialità, come le festività cittadine, le giostre, le fiere e le attività ludiche.
Anche la cultura cortese e cavalleresca contribuisce a una diversa percezione del tempo libero, valorizzando
l’otium aristocratico legato alla poesia, alla musica e alla pratica della cavalleria.
Questa evoluzione è legata anche a una trasformazione della società, in cui il rigido controllo ecclesiastico
sul tempo e sul lavoro si allenta parzialmente, lasciando spazio a una gestione più laica e articolata del tempo
libero.
Nonostante tutto, un certo ostracismo verso gli svaghi dei poveri restò ben diffuso fino alla Rivoluzione
Industriale. Ancora nel tardo Settecento, allo svago dei ricchi era riconosciuto un valore sociale, mentre quello
delle classi subalterne era visto come il regno della dissolutezza e dell’immoralità.
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STORIA DEL TURISMO

TURISMO E SVILUPPO ECONOMICO: UN PROBLEMA APERTO

ALLA BASE DEL TURISMO: AUMENTO DEL REDDITO E DEL TEMPO LIBERO

La nascita del turismo (e dell’industria turistica) è stata favorita, in primo luogo, dall’ aumento dei redditi. Guardando alla composizione del paniere di consumi di una famiglia media di età preindustriale, possiamo vedere che la maggior parte del reddito viene speso in cibo , abbigliamento , e alloggio (=affitto). Poco o nulla restava infatti per i consumi superflui, tra cui le spese per lo svago e il tempo libero. Tutto cambia con la Rivoluzione Industriale : i redditi non solo aumentano, ma aumentano per una porzione sempre crescente della popolazione. Questo «sblocca» la capacità di aumentare (e migliorare, e diversificare) i consumi.

Per meglio capire il meccanismo che permette lo sblocco dei nuovi consumi, introduciamo la legge di Engels. Questa afferma che minore il reddito di una famiglia, maggiore sarà la spesa in beni alimentari e di necessità. Una volta che il reddito aumenta, la spesa in cibo e in altri beni primari può aumentare solamente di poco. Questo «libera» risorse economiche che possono essere spese in beni e servizi (sino ad allora considerati) superflui e di lusso. Ed è esattamente quello che vediamo succedere prima in Inghilterra e poi nel resto d’Europa nel corso dell’ Ottocento. Le famiglie vedono aumentare il proprio reddito grazie all’industrializzazione e cominciano a consumare un numero sempre crescente di beni e servizi, tra cui il turismo. Si passa dunque da un turismo prettamente nobiliare, come quello della villeggiatura di epoca moderna ad un turismo borghese e popolare.

Con la diffusione del turismo come consumo accessibile a molti, si sviluppa un'offerta più diversificata di prodotti turistici. Se in precedenza il turismo nobiliare era piuttosto uniforme, dall’Ottocento l’offerta si amplia per rispondere alle esigenze di diverse fasce di reddito e segmenti sociali. E i prezzi? Hanno contribuito in qualche maniera alla nascita del turismo? In effetti, negli ultimi 30-40 anni, sono diventati un fattore determinante nell’influenzare le destinazioni turistiche. Tuttavia, prima del turismo di massa, erano più un indicatore di mercato segmentato che uno strumento competitivo per promuovere i servizi.

La nascita del turismo e dell’industria turistica è poi stata favorita dalla «conquista del diritto al tempo libero» da parte della classe media e di quella operaia. Nell’antichità, l’ otium era prerogativa della classe senatoria. Solo ai nobili , impegnati nella gestione della vita pubblica, era riconosciuto il diritto al riposo, inteso come un’occasione per ritrovare sé stessi attraverso la letteratura, l’esercizio fisico e le arti. Nell'Alto Medioevo, l' otium venne spesso considerato negativamente , soprattutto in ambito monastico e religioso. La cultura cristiana medievale, influenzata dalla Regola di San Benedetto ( ora et labora ), vedeva il lavoro come un dovere morale e un mezzo per avvicinarsi a Dio, mentre l’ozio era percepito come pericoloso perché poteva portare al vizio e al peccato. Questo portò ad un progressivo abbandono di molte attività sociali e ricreative, fatta eccezione quelle a carattere religioso. Dopo l'anno Mille, con la crescita delle città, l'aumento dei commerci e il rafforzamento di una borghesia emergente, si sviluppano nuove concezioni del tempo e del lavoro. Si diffondono nuove forme di svago e socialità , come le festività cittadine, le giostre, le fiere e le attività ludiche. Anche la cultura cortese e cavalleresca contribuisce a una diversa percezione del tempo libero, valorizzando l’ otium aristocratico legato alla poesia, alla musica e alla pratica della cavalleria. Questa evoluzione è legata anche a una trasformazione della società , in cui il rigido controllo ecclesiastico sul tempo e sul lavoro si allenta parzialmente, lasciando spazio a una gestione più laica e articolata del tempo libero.

Nonostante tutto, un certo ostracismo verso gli svaghi dei poveri restò ben diffuso fino alla Rivoluzione Industriale. Ancora nel tardo Settecento, allo svago dei ricchi era riconosciuto un valore sociale, mentre quello delle classi subalterne era visto come il regno della dissolutezza e dell’immoralità.

Sapere quanto fosse il tempo libero a disposizione della popolazione in epoca preindustriale è quasi impossibile: non esistono statistiche e bisogna dunque avvalersi di fonti alternative (e create per tutt’altri scopi). Realisticamente, la giornata di lavoro era più corta di quella post-industrializzazione, ma assai più sensibile al variare delle stagioni. Quello che sappiamo per certo, è che nella fase iniziale della Rivoluzione Industriale, il tempo libero era assai poco. Nelle fabbriche si lavorava 12 ore al giorno per 300 giorni l’anno, il che significa che, tolto il tempo per mangiare e dormire, per riposare e svagarsi restavano meno di un paio di ore al giorno.

Le cose, per i lavoratori, migliorano nella seconda metà dell’Ottocento. Si diffondono i sindacati e la diffusione sempre maggiore del suffragio universale comincia a cambiare la fisionomia dei parlamenti. I diritti dei lavoratori (compreso quello al riposo e a turni di lavoro più leggeri) vengono ascoltati e vengono promulgate leggi per difenderli.

Il processo di riduzione dell’orario di lavoro subì una ulteriore accelerazione tra le due guerre: fu innanzitutto fondato l’ ILO (International Labour Organization) che sin da subito lottò per portare la giornata lavorativa a 8 ore. Inoltre, dopo la crisi del 1929, sia in Europa che negli USA, si cercò di ridurre il malcontento causato dalla forte ondata di disoccupazione accorciando la giornata lavorativa. Nello stesso tempo, andò diffondendosi il riconoscimento alle ferie retribuite ai lavoratori (normato per legge in Europa, ma non negli USA). Si tratta di cambiamenti importanti: si concede ai lavoratori del tempo libero (remunerato) in cui è possibile dedicarsi agli svaghi e alle proprie passioni. Si gettano dunque le basi per il turismo di massa.

LA PROMOZIONE DEL TURISMO: LE AMMINISTRAZIONI, LO STATO E LE ASSOCIAZIONI Quando si acquista o si vende una vacanza, si tratta di un pacchetto complesso che include diversi servizi: pernottamento, mobilità, ristorazione e attività ricreative. L’offerta turistica è quindi il risultato della sinergia tra più attori, che collaborano per fornire i servizi necessari. Come i diversi servizi arrivano a trasformarsi in servizio turistico?

  • Community model  Attori del territorio e istituzioni locali
  • State and community model  Attori del territorio, istituzioni locali e stato centrale
  • Corporate model  Aziende private

Tra Sette e Ottocento, in Europa domina il community model. Il ruolo dello Stato diventa più rilevante solo all’inizio del Novecento , quando nei governi centrali si diffonde la consapevolezza dell'importanza del settore turistico. Di conseguenza, molti Stati iniziano a creare propri enti di promozione turistica. Scopo di questi enti era pubblicizzare l’offerta turistica nazionale all’estero, creare guide e itinerari programmati, creare agenzie di viaggio, creare scuole alberghiere, sviluppare l’industria ricettiva.

In Francia , dal secondo dopoguerra, lo Stato centrale assume un ruolo più articolato. Non si limita a promuovere il prodotto turistico esistente, ma si impegna anche a crearne di nuovi , adottando una vera e propria programmazione economica incentrata sul turismo. Si passa così allo state and community model. A tal fine, lo Stato francese istituisce una Missione Interministeriale con l'obiettivo di individuare aree con potenziale turistico, ma ancora poco sviluppate o addirittura in difficoltà economica, e creare le condizioni per il loro sviluppo. Lo Stato pianifica le aree di crescita, realizza le infrastrutture e sviluppa le vie di comunicazione, mentre affida ai privati la creazione dell’offerta turistica.

Più di recente, qualcosa di simile, ma su scala molto più ampia, sta accadendo nelle economie del Golfo. Questi Paesi si sono arricchiti nel XX secolo grazie al petrolio; tuttavia, la consapevolezza della sua natura non infinita, il cambiamento climatico e la crescita della green economy ne hanno ridimensionato significativamente il ruolo nell’economia globale. Di conseguenza, gli Stati del Golfo hanno scelto di puntare sul turismo come settore trainante delle loro economie e fonte di sostegno alla ricchezza nazionale.

IL CONTRIBUTO DEL TURISMO ALLO SVILUPPO ECONOMICO

La terziarizzazione dell’economia ha portato molti studiosi a interrogarsi sul ruolo del settore dei servizi nella crescita economica, con particolare attenzione al turismo. A differenza dell’industria, il turismo non richiede tecnologie specifiche, risorse naturali particolari o competenze tecniche avanzate. È quindi un mezzo relativamente economico per attirare capitali sul territorio nazionale e riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Questo fenomeno era già evidente in Italia prima della Grande Guerra, in Spagna nel secondo dopoguerra e, più recentemente, nelle economie emergenti di Africa e Asia.

Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica: l’investimento nel turismo e la corsa ad attirare visitatori non sono sempre vantaggiosi per l’economia.

  • Dipendenza dalle importazioni Per soddisfare la domanda straniera, le economie in via di sviluppo devono spesso importare grandi quantità di beni, riducendo significativamente i guadagni derivanti dal turismo.
  • Squilibrio tra domanda e offerta La domanda internazionale può precedere lo sviluppo dell’offerta locale. Questo porta all’ingresso di intermediari esteri, costringendo gli operatori locali ad accettare contratti non sempre vantaggiosi e spesso instabili.
  • Impatto sociale e ambientale Il turismo internazionale può avere conseguenze profonde sulle comunità locali, talvolta percepite come una forma di neocolonialismo, oltre a generare un impatto ambientale significativo.

Possiamo dunque considerare il turismo un motore di crescita economica? Senza dubbio, al pari di molti settori industriali, può essere un elemento chiave nel processo di modernizzazione. Tuttavia, poiché nessuna economia, salvo rarissime eccezioni, può sostenersi su un solo settore, il turismo non può essere l’unico strumento per trasformare un paese da arretrato a sviluppato.

I PRIMORDI DEL TURISMO

L’EPOCA ANTICA

Viaggi e villeggiatura Possiamo distinguere due grandi categorie di domanda turistica, cui corrisponde un diverso insieme di servizi turistici che si sono consolidati nel tempo:

  • Viaggi , intesi come uno spostamento attraverso luoghi o paesi diversi dal proprio, con soste e permanenze più o meno lunghe, allo scopo di conoscere, istruirsi, sviluppare o consolidare rapporti e divertirsi.
  • Villeggiatura , intesa come permanenza in una certa località (di campagna, balneare, di montagna) per un certo periodo di tempo a scopo di riposo o di svago.

I primi viaggi Entrambe le forme di viaggio erano già presenti in epoca antica. Per quanto riguarda i viaggi a scopo religioso (pellegrinaggi), le evidenze archeologiche dimostrano che tali pratiche erano ampiamente diffuse già in epoca preistorica.

Nelle grandi civiltà dell’ epoca pre-classica (Sumeri, Assiro-Babilonesi, Egizi, Ittiti), le città principali attiravano un gran numero di pellegrini che visitavano i luoghi sacri e i centri del potere, poiché l’autorità religiosa e quella politica erano strettamente intrecciate. In epoca classica , numerosi viaggi erano motivati da ragioni religiose. Già dal VI secolo AC, le processioni sacre erano diventate eventi formalizzati, con manifestazioni sia pubbliche, organizzate dallo Stato, sia private, promosse dalle élite culturali e politiche.

La villeggiatura romana Per quanto riguarda la villeggiatura, essa sembra sconosciuta in epoca greca, mentre risulta una tradizione ben radicata in epoca romana. È importante sottolineare, tuttavia, che questo tipo di turismo rimaneva un fenomeno riservato alle famiglie aristocratiche , le uniche in grado di permettersi lunghi soggiorni in campagna o in località balneari (e alle quali, come mostrato in precedenza, tali attività erano considerate moralmente accettabili). I concetti di villeggiatura e di ferie erano già ben definiti secondo le due mete principali delle vacanze: il feriari , ossia l’essere in ferie (solitamente) al mare, e i rusticari , ossia il trasferirsi per qualche tempo in campagna. Le due mete (mare e campagna) corrispondevano a due diversi modi di concepire l’ otium.

La vacanza in campagna rappresentava, nell’immaginario collettivo, l’occasione per scappare dalla frenesia della vita cittadina (Roma, nel I secolo DC, conta una popolazione di circa un milione di abitanti). La villeggiatura in campagna era (e questo aspetto aveva una certa rilevanza) in sintonia con le due principali dottrine filosofiche dell'epoca: lo stoicismo e l’ epicureismo. Secondo lo stoicismo, la virtù rappresentava l’unica vera fonte di libertà per l’uomo, raggiungibile solo attraverso il distacco dai desideri mondani e conducendo una vita appartata e morigerata. L’epicureismo, invece, sosteneva che, in un mondo privo di scopo e governato dal caso, l'uomo dovesse perseguire il piacere (dell’anima) come unico fine, cercando di sfuggire al dolore. L’isolamento in campagna, sia per evitare le tentazioni della mondanità sia per dedicarsi alle arti e all’esercizio fisico, diveniva quindi una via privilegiata per seguire entrambe le correnti filosofiche.

Se la villeggiatura in campagna aveva lo scopo di rinvigorire corpo e spirito (ed era infatti il tipo di turismo preferito dalle persone più mature) la vacanza al mare puntava invece al divertimento più sfrenato. Nel I secolo AC, la costa campana divenne il centro mondano di villeggiatura più rinomato: località come Baia, Pozzuoli, Bauli e Miseno attiravano l’aristocrazia romana, che trascorreva il tempo libero nelle loro lussuose ville tra otium , gite in mare e momenti di relax alle terme.

I periodi di villeggiatura si svolgevano prevalentemente presso ville di proprietà. Inizialmente costruite per ospitare gli schiavi impegnati nelle attività agricole e per permettere ai patrizi di visitare le loro terre, queste residenze si trasformarono, a partire dal I secolo AC, in veri e propri luoghi destinati ai soggiorni di piacere. Lo sviluppo turistico lungo la costa napoletana stimolò un'intensa attività edilizia (speso al limite dell'abuso, cosa che suscitò anche le prime preoccupazioni per i danni ambientali), e favorì la crescita di una fiorente industria alimentare , in particolare ittica, destinata a rifornire le ville aristocratiche di pesce fresco e ostriche.

Occorre dunque sottolineare che, sebbene si parli ancora di una fase di ‘proto-turismo’, vi erano località in cui il fenomeno aveva un forte impatto economico , ambientale e sociale. Ne è un esempio Baia, che divenne presto famosa per la libertà dei costumi e il lusso ostentato. Tuttavia, è importante evidenziare l’unicità di casi come quello di Baia: la località beneficiava della vicinanza a Roma, che all’epoca rappresentava praticamente l’unico centro capace di generare una domanda turistica tale da esercitare un impatto economico significativo su un territorio circostante.

I soggiorni di formazione e istruzione Campagna e mare non furono le uniche mete dei viaggiatori romani. Verso la fine del II secolo AC, iniziò a svilupparsi un turismo di tipo culturale verso le regioni del Mediterraneo orientale e, in particolare, la Grecia , meta prediletta da letterati, artisti e uomini politici. In questo contesto, le città monumentali come Alessandria d’Egitto, Efeso e Rodi, insieme alle celebri scuole di Alessandria, della Grecia e dell’Asia Minore, divennero destinazioni privilegiate per la formazione dei giovani aristocratici romani, che vi si recavano per arricchire il proprio bagaglio culturale e perfezionare l’educazione.

Gerusalemme divenne meta di pellegrinaggio solo con la fine delle persecuzioni e la trasformazione del cristianesimo nella religione ufficiale degli imperatori, nel IV secolo DC. Inizialmente, i pellegrini erano uomini di profonda spiritualità e fede, che cercavano un contatto diretto con Dio ripercorrendo i luoghi di Gesù. In seguito, anche aristocratici e semplici fedeli iniziarono a intraprendere il cammino verso Gerusalemme, unendo allo scopo penitenziale un certo spirito di avventura. Nell’XI secolo, con l’inizio delle crociate, la figura del pellegrino cambiò radicalmente: i crociati, infatti, erano uomini che partivano per la guerra , spesso accompagnando il loro viaggio con saccheggi e violenze. Ciò rese questi luoghi estremamente pericolosi per i pellegrini europei, tanto che questi ripresero a viaggiare in sicurezza verso Gerusalemme solo nell’Ottocento.

Anche Roma, città del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, divenne ben presto un luogo centrale del cristianesimo. Secondo la tradizione, la Basilica di San Pietro fu costruita sul sito della tomba di Pietro, luogo che divenne, sotto l’imperatore Costantino, simbolo dell’identificazione del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero. Inizialmente concepiti come viaggi di devozione popolare, i pellegrinaggi a Roma acquisirono nuovi significati con l’affermarsi della supremazia della Chiesa romana sulle altre. Papi e imperatori iniziarono a organizzare spazi dedicati, come chiese e infrastrutture, oltre a un calendario specifico delle festività, con l’obiettivo di disciplinare l’afflusso dei pellegrini. Nel secolo successivo, le infrastrutture si ampliarono per includere strutture destinate ad accogliere e ospitare i pellegrini. Se inizialmente a recarsi a Roma erano per lo più ecclesiastici e cittadini romani, in seguito vi giunsero anche principi, personaggi di spicco e imperatori, oltre a peccatori in cerca di espiazione. La fama di Roma si consolidò soprattutto con l’istituzione dell’ Anno Santo , a partire dal 1300.

Santiago di Compostela divenne una meta di pellegrinaggio a partire dal X secolo DC, attirando fedeli per il culto di San Giacomo Maggiore, patrono della Spagna e simbolo della lotta contro i Mori. Si ritiene che in questo luogo sia stato ritrovato il sepolcro dell’apostolo, e il papato volle promuovere Santiago come centro del primato della Spagna cristiana e della Reconquista. Il periodo d’oro della città fu il XII secolo, come dimostrano la diffusione di numerose guide per i pellegrini e la crescente eterogeneità dei viaggiatori. Tuttavia, il suo primato come meta religiosa iniziò a declinare a favore di altri luoghi di culto in Spagna, sia per la presenza di nuove reliquie di santi sia, soprattutto, per la ‘perdita’ delle reliquie di San Giacomo nel Cinquecento.

Molte altre mete di pellegrinaggio sorsero nel mondo cristiano occidentale grazie al trasferimento delle reliquie , avvenuto per metterle in salvo durante il periodo iconoclasta agli inizi del VII secolo d.C. Nuovi centri di pellegrinaggio nacquero anche a seguito dello spostamento delle reliquie da una chiesa all’altra, reso necessario dalle ripetute invasioni e razzie barbariche in Europa occidentale. Talvolta, il possesso di reliquie rispondeva anche a scopi politici , dando origine a una vera e propria "caccia alle reliquie" da parte di diverse città e comunità.

L’età d’oro dei pellegrinaggi I secoli XII e XIII rappresentano l’apogeo del pellegrinaggio cristiano, poiché coinvolsero un numero crescente di fedeli e divennero anche un mezzo per acquisire prestigio sociale. Durante il Medioevo, la religione assunse un ruolo centrale in tutti gli aspetti della vita sociale e politica, poiché il fine ultimo dell’esistenza era la salvezza nell’aldilà. In questo contesto di primato della Chiesa, il pellegrinaggio divenne una vera e propria istituzione , regolata da norme e rituali specifici da rispettare.

Il pellegrinaggio come penitenza Nel Medioevo, il pellegrinaggio divenne una delle pene inflitte dai tribunali civili, soprattutto nei confronti di chi aveva commesso reati contro la Chiesa. Tuttavia, era possibile evitarlo pagando una somma di denaro, stabilita secondo i tariffari penitenziali in vigore. A partire dal XIII secolo, il pellegrinaggio, in particolare verso la Terra Santa, divenne anche una delle pene accessorie imposte dai tribunali dell’Inquisizione.

Considerato un viaggio penitenziale, chi lo intraprendeva lo faceva per espiare i propri peccati e ottenere la salvezza eterna. Il suo successo fu legato sia al sistema delle indulgenze sia all’introduzione del concetto di Purgatorio , che la Chiesa iniziò a definire dopo l’anno Mille. Il pellegrinaggio penitenziale si basava su tavole penitenziali, in cui a ogni peccato corrispondeva una determinata punizione, tra cui anche il pellegrinaggio.

La grande epoca dei pellegrinaggi penitenziali privati si concluse nel XIV secolo, quando questi cessarono di essere imposti per sentenza. Parallelamente, il pellegrinaggio cominciò a evolversi, assumendo anche motivazioni culturali e di piacere , aprendo la strada a una nuova concezione del viaggio religioso.

L’ospitalità L’aumento costante di fedeli nei luoghi di pellegrinaggio rese necessari interventi urbanistici e architettonici per accoglierli adeguatamente. Parallelamente, si svilupparono le prime strutture ricettive , spesso gestite da religiosi e monaci. Nel Medioevo si affermò una forma di ospitalità gratuita di carattere religioso, offerta nei monasteri, ospedali e ospizi (come l’Albergo dei Poveri a Genova). Queste strutture, destinate all’accoglienza dei pellegrini, venivano costruite accanto a chiese e monasteri, finanziate da vescovi o fedeli facoltosi e gestite dal clero. L’ospitalitàrimase, in ogni caso, sempre gratuita.

I Giubilei Tra i viaggi a scopo religioso, uno assunse un significato particolare a partire dal XIV secolo: il pellegrinaggio a Roma in occasione dell’Anno Santo. Il Giubileo può essere definito come l’anno della remissione dei peccati, della riconciliazione, della conversione e della penitenza sacramentale. Il termine deriva dal giubileo ebraico e, più precisamente, dalla parola ebraica Jobel , che indica il corno di montone utilizzato nelle cerimonie sacre. Il primo Anno Giubilare fu proclamato nel 1300 da Papa Bonifacio VIII, attirando a Roma circa 200.000 fedeli. L’evento fu preceduto da una significativa riorganizzazione urbana, finalizzata ad accogliere i pellegrini e a migliorare la rete viaria di accesso alla città.

In questo, come nei giubilei successivi, persistettero notevoli problemi organizzativi , soprattutto per garantire vitto e alloggio alle migliaia di pellegrini che giungevano da ogni parte d’Europa. L’attività ricettiva fu affidata a una rete di enti assistenziali , che conobbe un notevole sviluppo a partire dal Cinquecento. Un ruolo di particolare rilievo a Roma fu svolto dall’Arciconfraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini, istituzione religiosa fondata da San Filippo Neri e attiva dal 1550. Accanto a questa forma di ospitalità, che potremmo definire ‘pubblica’, esisteva anche un’ospitalità privata , gestita da mercanti, banchieri e aristocratici. Questi, infatti, erano soliti offrire nei loro palazzi lauti banchetti a gruppi di numerosi viandanti.

Inizialmente, la periodicità degli Anni Giubilari fu fissata a cento anni (sebbene, in alcuni casi, l’intervallo fosse inferiore). Con il tempo, tuttavia, l’intervallo venne progressivamente ridotto fino ad arrivare agli attuali venticinque anni. A questi si aggiungono i giubilei straordinari (il primo fu nel Quattrocento, mentre l’ultimo si tenne tra 2015 e 2016). Tra Trecento e Quattrocento, i Giubilei attirarono a Roma un gran numero di pellegrini. Tuttavia, nel Cinquecento, risentirono profondamente delle trasformazioni in atto in Europa, in particolare con la nascita della Riforma protestante , che attaccava duramente il sistema delle indulgenze. Di conseguenza, i giubilei della prima metà del secolo registrarono un afflusso di pellegrini relativamente esiguo. La crisi, tuttavia, fu relativamente breve: tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, i Giubilei rifiorirono. Questo periodo coincise con l’epoca della Controriforma , durante la quale la Chiesa cattolica si impegnò a riaffermare il proprio sistema di valori e il suo potere.

Il Grand Tour e l’Italia Nonostante il passare del tempo e l’evoluzione dei percorsi del Grand Tour, l’Italia continuò sempre a occupare un posto centrale in questi viaggi. Se gli itinerari dei giovani aristocratici inglesi e di quelli dell’Europa continentale differivano anche in maniera consistente, l’Italia rimase una tappa imprescindibile. Fino al tardo Settecento, infatti, la penisola era considerata una civiltà urbana avanzata e creativa , un modello di riferimento per l’arte, l’architettura e la cultura. Il suo primato culturale si basava sulla convinzione che qui fosse possibile trovare ovunque opere d’arte, manifatture raffinate, libri di pregio, monete antiche, e le opere dei migliori artisti del mondo conosciuto. Tra tutte, Roma esercitava il fascino maggiore su questi giovani viaggiatori. Considerata il ‘centro del mondo’, era il simbolo della grandezza dell’Antichità, della spiritualità cristiana e della magnificenza barocca, rendendola una destinazione imprescindibile per chiunque desiderasse completare la propria formazione.

Sebbene il Grand Tour prevedesse sempre almeno una tappa in Italia, fino alla seconda metà del Settecento il percorso si limitava alla parte della penisola con Napoli (o Pompei, a partire dal Settecento) come confine meridionale. Le città solitamente visitate includevano Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, per poi risalire verso Pisa, Genova, le città dell’Emilia, Venezia, Padova, Verona, per poi prendere il Brennero.

La scoperta del Sud avvenne in modo graduale e non uniforme, poiché regioni come Puglia, Calabria e Sicilia erano ancora percepite come terre remote e torride, più vicine all’Africa che all’Europa, nonostante il fascino che esercitavano sui viaggiatori.

L’interesse per il Mezzogiorno crebbe con l’emergere di tre nuove ideali di viaggio, tipicamente romantici:

  • L’amore per il paesaggio, con la ricerca di scenari incontaminati e suggestivi
  • L’interesse antropologico, volto a scoprire le tradizioni e il carattere delle popolazioni locali
  • La passione per l’archeologia e le città morte, che suscitava grande curiosità tra gli intellettuali

In particolare, la Sicilia, con i suoi templi greci, divenne una tappa piuttosto battuta. Tanto che, a metà Ottocento, si riteneva che non si potesse conoscere veramente l’Italia senza aver visitato la Sicilia, come affermava Goethe.

L’evoluzione del Grand Tour Il Grand Tour subì profonde trasformazioni nel corso dei secoli, modificandosi sotto diversi aspetti:

  • Durata del viaggio Da periodi molto lunghi (fino a 3-4 anni) si passò a soggiorni più brevi, della durata di pochi mesi.
  • Fascia d’età dei viaggiatori Inizialmente riservato ai giovani aristocratici, divenne sempre più appannaggio di uomini maturi.
  • Status sociale dei viaggiatori Se in origine era prerogativa esclusiva della nobiltà e dell’alta borghesia, nel tempo si aprì anche a artisti, scrittori, filosofi e membri della classe media.
  • Itinerari Se inizialmente l’Italia era una tappa obbligata, nel corso del Settecento il Paese iniziò a essere percepito come arretrato rispetto allo sviluppo civile ed economico del resto d’Europa.

Con il tempo, il Grand Tour si espanse oltre i confini europei , spingendo i viaggiatori alla ricerca di tracce del glorioso passato non solo della civiltà classica, ma anche di altre culture del mondo. Questa espansione degli itinerari portò a un crescente interesse per le testimonianze archeologiche di antiche civiltà , arricchendo il viaggio di una connotazione culturale ancora più ampia. Ne sono un esempio gli inglesi che, tra Settecento e Ottocento, esplorarono regioni come l’Asia, il Sudafrica, la Nuova Zelanda, l’Australia e l’Egitto, documentando i resti delle grandi culture di quei territori.

Le strutture ricettive nell’epoca del Grand Tour Quando, nel Cinquecento, iniziò a diffondersi la moda del viaggio d’istruzione , le locande erano ormai una presenza consolidata in tutte le principali città europee.

Tuttavia, i diari di viaggio raccontano che, rispetto all’epoca medievale, le strutture ricettive avevano fatto pochi progressi , pur con significative differenze a livello geografico. Le locande tedesche erano considerate le più pulite, mentre quelle inglesi tra le migliori al mondo. I giudizi erano spesso critici nei confronti di quelle di Francia e Italia. Faceva eccezione Roma, dove la presenza della gerarchia ecclesiastica e l’afflusso costante di pellegrini di ogni estrazione sociale avevano favorito lo sviluppo di un sistema ricettivo più organizzato. La qualità dell’offerta ricettiva risultava molto disomogenea. Nei centri minori e lungo le principali vie di comunicazione, il livello delle strutture era generalmente piuttosto basso. Al contrario, nelle grandi città come Verona, Ferrara, Bologna e Venezia, l’ospitalità era di livello più alto, con alberghi di buona qualità, sebbene spesso accessibili solo a chi poteva permettersi costi più elevati.

Nel Seicento, accanto agli alberghi e alle locande di livello intermedio, iniziarono a comparire le prime strutture destinate a ospiti facoltosi.

Un esempio significativo fu Genova , dove si verificarono due dinamiche differenti:

  • Da un lato, molte abitazioni monofamiliari si trasformarono in locande, nelle quali i proprietari cercavano di ricavare il maggior numero possibile di alloggi (spesso sacrificando la qualità del servizio)
  • Dall’altro lato, venne inaugurato il primo albergo ‘di lusso’, il Santa Maria, progettato per offrire maggiore comfort e dotato di spazi adeguati per ospitare ospiti illustri (con servizi particolari, come l’alloggiamento per carrozze di grandi dimensioni)

Questo segnò l’inizio dello spostamento della clientela più prestigiosa verso strutture professionali specializzate , determinando l’abbandono progressivo delle residenze nobiliari come luogo di soggiorno per i viaggiatori più ricchi.

Fino ad allora, gli ospiti più abbienti erano accolti in case private , secondo un sistema regolato dal governo di Genova, che assegnava l’ospitalità ai palazzi più prestigiosi della città. I Rolli di Genova, originariamente chiamati Rolli degli alloggiamenti pubblici , erano le liste delle splendide dimore appartenenti alle più nobili famiglie genovesi, selezionate per ospitare le alte personalità in transito nella città in occasione delle visite di Stato nella Repubblica di Genova. Ancora oggi, i Rolli rappresentano il meglio dell’architettura aristocratica del centro storico genovese, tanto da essere stati riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Genova si arricchì di magnifiche facciate decorate in stucco, marmo o pittura, con atri grandiosi, splendidi giardini con fontane e ninfei. Gli interni erano impreziositi da grandi saloni affrescati, sontuosi arredi, pregiate collezioni e ricche quadrerie. Queste lussuose dimore attirarono l’attenzione di artisti raffinati, tra cui il grande pittore fiammingo Pieter Paul Rubens, che agli inizi del Seicento raccolse i disegni dei palazzi genovesi in un volume, proponendoli come modello abitativo per la nobiltà di tutta Europa. Lo splendore e il numero dei palazzi portarono alla nascita di un sistema di ospitalità pubblica unico nel suo genere, regolato da un Decreto del Senato del 1576. Con questo provvedimento, venne istituito un elenco ufficiale dei palazzi di pregio, i cui proprietari erano obbligati a ospitare, a turno, le visite di Stato. L’assegnazione del palazzo avveniva in base al rango dell’ospite: più elevato era il suo grado di nobiltà, più sontuosa doveva essere la dimora e più prestigiosa la famiglia incaricata di accoglierlo.

Tra il Cinquecento e il Settecento, nonostante la presenza di numerose locande e alberghi, molti viaggiatori preferivano continuare ad alloggiare in case private , una soluzione più economica e confortevole, soprattutto per le lunghe permanenze. In epoca più recente, l’offerta ricettiva si trasformò con l’affermazione dell’ hotellerie di lusso. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, sorsero i primi grandi alberghi, caratterizzati da architetture sontuose, innovazioni tecnologiche e consumi di lusso.

La presenza dell’ alta nobiltà inglese favorì:

  • La nascita di piccoli stabilimenti attorno alle fonti, affinché l’acqua potesse essere consumata in un ambiente piacevole
  • La realizzazione di strutture ricettive dedicate ai visitatori
  • Lo sviluppo di vari tipi di locali per il tempo libero

Gradualmente, l’attenzione si spostò dalla cura al divertimento. In questo nuovo contesto, nel corso del Settecento, Bath si avviò verso il suo periodo d’oro.

Il potenziamento delle infrastrutture viarie e l’aumento degli investimenti privati trasformarono Bath in un moderno centro turistico , una delle tante città del loisir. Le città del loisir erano luoghi specializzati nell’ accoglienza e nell’ intrattenimento di turisti e residenti, dotati di strutture ricreative progettate appositamente per lo svago e l’ospitalità delle famiglie in villeggiatura. Queste città si distinguevano per la presenza di intere aree dedicate al tempo libero e alla vita sociale , offrendo un’ampia gamma di attività.

Nel corso del Settecento , Bath perse sempre più la sua connotazione di città termale, trasformandosi in una città del loisir e diventando una delle più rinomate località turistiche inglesi, al pari delle capitali europee più vivaci. Tuttavia, la sua parabola si spense nel giro di un secolo. Il declino di Bath fu inevitabile , determinato dal mutare delle mode, così come accadde a molte altre città termali, come Harrogate e Tunbridge Wells, progressivamente soppiantate dalla villeggiatura balneare, che si affermò all’inizio dell’Ottocento. Le località termali rimasero una destinazione per una minoranza di ospiti, per lo più anziani e facoltosi, alla ricerca di una vacanza all’insegna della tranquillità.

Analogamente a quanto avvenne in Gran Bretagna, verso la fine del Settecento anche molte città dell’ Europa continentale seguirono lo stesso percorso di sviluppo, trasformandosi da centri termali a città del divertimento. Un esempio emblematico è Spa, in Belgio. In alcuni casi, le città termali del continente superarono Bath in splendore, attirando un turismo ancora più esclusivo , rivolto a principi e sovrani. Tuttavia, la maggior parte di questi centri mantenne una dimensione regionale , senza la capacità di attrarre una clientela cosmopolita paragonabile a quella di Bath.

Per delineare un percorso comune nello sviluppo dei centri termali mitteleuropei, si possono individuare quattro fasi principali:

  1. Fase iniziale Segnata dalla promozione delle proprietà curative delle acque da parte dei medici locali e dalla presenza di un testimonial di rango, che fungeva da influencer per accrescere il prestigio della località.
  2. Fase degli investimenti Caratterizzata dall’intervento degli operatori economici locali, che favorirono lo sviluppo delle infrastrutture.
  3. Fase del decollo Durante la quale il centro termale si affermava come nuova città del loisir , attirando un numero crescente di visitatori.
  4. Fase dello sviluppo In cui il consolidamento della località dipendeva in larga misura dall’afflusso di capitali regionali o nazionali, determinandone l’espansione e la stabilità economica.

Il fascino dei mari freddi Tra il 1755 e il 1780, al declino delle località termali si affiancò lo sviluppo di una nuova forma di turismo : quello balneare. Nelle città balneari inglesi, la vita turistica ruotava attorno al Kursaal (in tedesco «sala per le cure»), un edificio progettato secondo gli stessi criteri degli stabilimenti termali, ma adattato alle nuove esigenze del turismo costiero.

La consapevolezza dei benefici legati al tempo libero trascorso in spiaggia nacque in Gran Bretagna tra la fine del Settecento e l’inizio dell’ Ottocento , in gran parte grazie alle prescrizioni mediche dell’epoca. Inizialmente, la scelta della villeggiatura balneare nei mari del Nord fu infatti guidata da indicazioni mediche , secondo cui l’acqua fredda e l’aria salmastra apportavano benefici a numerosi disturbi, incluse le affezioni legate al cosiddetto spleen , una presunta condizione dovuta a un eccesso di bile nera, responsabile di introversione, depressione, sospettosità e umore instabile.

L’idea delle vacanze in spiaggia divenne popolare in Gran Bretagna nel Settecento e, seguendo il modello di Bath, si diffuse progressivamente in tutto il mondo. Come già accaduto a Bath, furono le famiglie aristocratiche a decretare il successo delle località balneari, trasformandole in mete alla moda. I turisti inglesi prediligevano il mare del Nord , caratterizzato da acque gelide in cui immergersi per pochi minuti, seguendo le prescrizioni mediche. La spiaggia, invece, non era destinata alla balneazione, ma frequentata soprattutto per lunghe passeggiate e per ammirare il paesaggio.

La storia turistica di Brighton conobbe il suo massimo sviluppo con il declino di Bath , quando i villeggianti iniziarono a preferire la villeggiatura estiva balneare a quella termale. Tuttavia, fu l’avvento della ferrovia , a partire dal 1840, a consolidarne la frequentazione, favorendo anche la nascita di numerosi centri balneari minori. Questi ultimi, a differenza di Brighton, non erano più esclusivamente destinati all’élite, ma attiravano un turismo emergente , composto da famiglie del nascente ceto medio , tra cui mercanti, bancari, impiegati e commercianti.

Queste località turistiche si svilupparono in modo prevalentemente locale e discontinuo , sostenute da investimenti limitati. Solo dopo il 1870 si registrarono investimenti di maggiore entità , stimolati dal successo delle prime iniziative di albergatori, locandieri, commercianti e professionisti locali. Tuttavia, questi investimenti si concentrarono principalmente lungo le coste meridionali dell’Inghilterra , dove sorsero importanti infrastrutture ricreative, tra cui giardini d’inverno, acquari e grandi teatri.

Nel primo dopoguerra, il turismo balneare riprese, ma seguendo nuove direttrici. L’abitudine alle vacanze si diffuse anche tra i ceti sociali intermedi e popolari , favorendo l’emergere di piccoli centri costieri. Nel secondo dopoguerra, tuttavia, le città balneari inglesi conobbero un progressivo declino, poiché il turismo si spostò verso nuove destinazioni. Le coste del Mediterraneo divennero la meta privilegiata, grazie ai benefici del sole e dell’aria marina, segnando l’affermazione di un nuovo modello di villeggiatura.

DAL MEDITERRANEO ALLE ALPI La passione per i mari freddi oltre l’Inghilterra Tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento, gli stessi principi medici che avevano favorito la nascita delle prime località balneari sui freddi mari inglesi portarono allo sviluppo di centri simili lungo le coste del Mar Baltico e del Mare del Nord. A differenza delle località balneari inglesi, queste nuove destinazioni nacquero da una pianificazione precisa , con un’organizzazione studiata e una localizzazione strategica. Pur riproducendo fedelmente il modello di Brighton e riscuotendo un certo successo tra i turisti inglesi, queste località non raggiunsero mai la stessa capacità attrattiva, mantenendo un carattere prevalentemente locale o regionale.

Il loro successo limitato è attribuibile a due fattori principali:

  • Le diverse abitudini dell’aristocrazia dell’Europa centrale, meno incline al turismo balneare rispetto a quella britannica
  • La concorrenza delle città termali , che si svilupparono parallelamente e continuarono ad attrarre un’ampia clientela.

Solo all’inizio dell’Ottocento la Francia iniziò a mostrare interesse per le coste settentrionali. Un esempio significativo fu Dieppe, dove lo stabilimento balneare comprendeva una lunga galleria affacciata sul mare, con strutture dedicate al divertimento, un casinò, una terrazza panoramica e un ristorante.

L’affermazione delle località mediterranee come mete turistiche fu favorita da diversi elementi:

  • La moda Il turismo d’élite rese il Mediterraneo una destinazione ambita.
  • I turisti stessi Il movimento romantico trasformò l’immagine del Mediterraneo, valorizzando le abitudini locali e il piacere dei bagni nelle acque calde d’estate.
  • Il miglioramento delle condizioni sanitarie In particolare l’eliminazione del rischio di malaria.
  • L’emergere della “cultura del sole” nei primi decenni del Novecento L’abbronzatura, un tempo associata al lavoro nei campi e alla povertà, divenne uno status symbol della società moderna.

Il turismo montano Anche il turismo montano ha subito profonde trasformazioni nel corso del tempo. Le sue origini risalgono alla fine del XVIII secolo, parallelamente alle prime ascensioni sulle cime alpine, che portarono alla nascita dell’alpinismo. Questo fenomeno si sviluppò in un contesto culturale influenzato dall’ Illuminismo , che rivalutò la natura in contrapposizione alla civilizzazione. La montagna , a lungo considerata un luogo ostile e popolato da genti barbare, fu progressivamente riscoperta e rivalutata, grazie a una nuova immagine che la trasformò in una meta turistica ambita.

La frequentazione della montagna è stata storicamente discontinua. In epoca antica, le aree montane erano attraversate principalmente per motivi commerciali , ma con la crisi seguita alla caduta dell'Impero Romano e il conseguente calo demografico, queste zone divennero sempre meno frequentate. Dopo l’anno 1000, con la ripresa degli scambi commerciali, emerse la necessità di disporre di strutture per i viandanti. A tale scopo vennero utilizzati gli ospizi monastici , all’epoca le uniche strutture disponibili. Tuttavia, fino al Seicento, la montagna continuò a essere percepita con diffidenza , mantenendo un’immagine negativa. Fu solo nel Settecento che la cultura europea subì una trasformazione profonda, portando alla rivalutazione della montagna e alla sua progressiva scoperta come luogo di interesse e fascino.

La montagna divenne infine una meta turistica grazie a una serie di trasformazioni culturali e scientifiche che modificarono la percezione di questo ambiente:

  • La crisi dell’estetica classica nel Settecento L’ordine e l’armonia del classicismo cedettero il passo a un nuovo interesse per il caotico e l’informe, rendendo la montagna una meta suggestiva e affascinante.
  • Il progresso scientifico La montagna divenne un luogo privilegiato per l’osservazione e lo studio della natura.
  • Il mito del buon selvaggio di Jean-Jacques Rousseau Si diffuse l’idea che gli abitanti della montagna, lontani dalla corruzione della società urbana, conservassero una purezza originaria, rafforzando così la loro immagine positiva.
  • Lo sviluppo dell’alpinismo Nato inizialmente con scopi scientifici, si trasformò progressivamente in un’attività ludica e sportiva.

Tra il 1760 e il 1865, centinaia di appassionati, soprattutto inglesi, iniziarono a scalare le vette alpine, mossi dal desiderio di sfidare la natura, gli altri e se stessi. L’interesse britannico per la montagna aveva motivazioni prevalentemente sportive , radicate nello spirito d’avventura e nell’amore per il rischio, valori diffusi in un ceto sociale che, grazie alla ricchezza, non era costretto ad affrontare sfide quotidiane di altra natura. Uno degli episodi più emblematici fu la conquista del Cervino , fino ad allora ritenuto inespugnabile e avvolto da leggende su spiriti maligni e demoni di montagna. Dopo vari tentativi falliti, la vetta fu raggiunta nel 1865 dal britannico Edward Whymper (nel corso di una spedizione invero particolarmente tragica).

Un ruolo chiave nella diffusione dell’alpinismo fu svolto dall’ associazionismo , con la nascita di club alpini nazionali nella seconda metà dell’Ottocento, tra cui il Club Alpino Italiano (CAI), fondato nel 1863. L’alpinismo contribuì a cambiare l’immagine della montagna, rendendola una meta ambita , ma non ancora la sua struttura economica, per due motivi principali:

  1. Rimase un fenomeno d’ élite , incapace di generare investimenti significativi per lo sviluppo delle località montane
  2. I flussi turistici non erano costanti , poiché gli alpinisti si spostavano continuamente alla ricerca di nuove vette da conquistare

Nonostante l’affluenza turistica fosse ancora limitata, i villaggi ai piedi delle Alpi svizzere seppero imporsi già nell’Ottocento come le destinazioni più importanti per il turismo montano internazionale.

Il vero successo della montagna non fu decretato dall’alpinismo, ma da un turismo più vario e meno sportivo, alla ricerca di quiete, relax e aria pura in un ambiente rurale, alternativo alle città balneari. Nel corso dell’Ottocento, la montagna d’estate divenne una meta privilegiata per chi cercava un rifugio dal caldo estivo, così come le coste meridionali lo erano d’inverno per chi desiderava sfuggire al freddo. Inizialmente, l’ospitalità era gestita dalla popolazione locale, con stanze per forestieri nelle abitazioni e piccole locande a conduzione familiare. Solo in seguito nacquero i grandi alberghi di prestigio , destinati a una clientela internazionale, in gran parte inglese.

Il primo periodo di grande sviluppo del turismo montano in Svizzera si concluse nel 1873, a causa di due fattori principali:

  1. La depressione economica internazionale , che ridusse la capacità di spesa dei viaggiatori
  2. La concorrenza delle località balneari francesi , che attrassero una parte della clientela

Questi elementi portarono a un rallentamento dei flussi turistici, segnando una battuta d’arresto nel settore.

La crisi del 1873 impose una riorganizzazione del turismo montano svizzero, che avvenne attraverso tre strategie principali:

  1. Riduzione dei prezzi Furono applicate forti riduzioni tariffarie per ampliare la domanda e attrarre una clientela più vasta.
  2. Miglioramento dell’offerta ricreativa Si potenziarono i cosiddetti ‘divertimenti artificiali’, con la creazione di biblioteche, attrezzature per lo sport e la musica, giardini e gallerie coperte per le passeggiate.
  3. Introduzione dello sport Per soddisfare i turisti inglesi, si costruirono strutture dedicate a nuoto, canottaggio, bocce e tennis, trasformando la montagna in una meta più dinamica e attrattiva.

Queste innovazioni permisero di superare la crisi e di consolidarsi come settore strategico dell’economia locale.

Accanto al turismo climatico, nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò il turismo montano invernale , strettamente legato agli sport sulla neve. A partire dagli anni 1860-1870, gli albergatori promossero la montagna anche d’inverno, sostenendo i benefici del clima asciutto delle alte quote e l’idea di svernare al sole tra le lucenti nevi. Tuttavia, il vero problema era organizzare il tempo dei villeggianti e superare il rischio della noia. La soluzione fu trovata nell’abbinamento tra sport e neve.

La ricostruzione economica fu molto più rapida e meglio pianificata, tanto che il periodo compreso tra gli anni Cinquanta e Settanta è noto come i ‘ trenta gloriosi ’, caratterizzati da una crescita straordinaria e dai cosiddetti ‘miracoli economici’. In questi decenni, le economie europee, insieme al Giappone, non solo riuscirono a raggiungere gli Stati Uniti in termini di ricchezza (e talvolta ad insidiarne il primato). Alla crescita economica corrispose una quasi contemporanea (e caratterizzata da una intensità del tutto simile) crescita del turismo nazionale e internazionale.

Il grande aumento dei flussi turistici è alla base di quel fenomeno noto come turismo di massa , che ha determinato profonde trasformazioni nel modo di concepire e praticare il turismo. Ma come si può definire il turismo di massa? Nel corso degli anni, sono state proposte definizioni sempre più articolate, che ne evidenziano sia le modalità di fruizione delle vacanze, sia le dinamiche di produzione dei servizi turistici. Il turismo è stato innanzitutto interpretato dai sociologi come un potente strumento di integrazione sociale. Secondo alcuni studiosi, nella seconda metà del Novecento il turismo è diventato uno dei riti centrali della società occidentale, contribuendo a definirne valori e modelli di riferimento.

Alcuni sociologi lo hanno poi descritto come un segnale della decadenza della società occidentale, sottolineando il desiderio di fuga dalla civiltà. Tuttavia, questa fuga non era motivata da un autentico spirito di avventura, ma piuttosto dalla volontà di evitare i rischi e ricreare, ovunque nel mondo, ambienti simili a quelli abituali. L’allontanamento dalla quotidianità implicava una temporanea sospensione delle norme sociali , portando talvolta a una riorganizzazione del ritmo di vita. Protagoniste di questa tendenza furono le famiglie della classe media , che imitavano le tradizioni aristocratiche del viaggio, ma in modo semplificato, adattandole alle proprie risorse economiche e culturali. Questa trasformazione spinse i produttori di servizi turistici a ridurre i costi, favorendo la standardizzazione e la produzione in serie del turismo, elementi caratteristici del turismo di massa.

Gli economisti si concentrarono sulle caratteristiche del processo produttivo del turismo. Secondo il loro approccio, il turismo diventava di massa quando i servizi turistici venivano standardizzati , poche grandi imprese controllavano il mercato e lo sviluppo di nuove destinazioni dipendeva più dalle strategie dei produttori che dalle scelte dei consumatori. In sostanza, si trattava di un’applicazione del fordismo al turismo. Il passaggio dal turismo d’élite al turismo di massa portò alla nascita di grandi operatori del settore, come tour operator, compagnie di voli charter, catene alberghiere e gestori di parchi divertimenti. Grazie alle economie di scala, queste aziende riuscirono a offrire pacchetti turistici a prezzi accessibili, rendendo il turismo alla portata della classe media. Questa visione del turismo di massa riconosceva anche che il fenomeno si sviluppò in modi diversi nei vari paesi , senza necessariamente portare a un’uniformità nei servizi e nelle esperienze di viaggio.

L’adozione di una definizione piuttosto che un’altra non è neutrale ai fini della ricostruzione storica del fenomeno. Seguendo l’approccio dei sociologi , la nascita del turismo di massa va collocata negli Stati Uniti e in Europa tra le due guerre mondiali. Se invece si adotta la definizione degli economisti , l’origine del turismo di massa va posticipata agli anni Cinquanta, perché è proprio in questo periodo che si assiste alla definitiva ascesa e affermazione di un’industria turistica caratterizzata dalla standardizzazione dei servizi, dalla produzione in serie delle vacanze e dal controllo del mercato da parte di grandi imprese.

Vacanze di tutti, trasporto per tutti La diffusione del turismo di massa fu fortemente influenzata dalla trasformazione dei trasporti. Se nell’Ottocento il treno aveva rivoluzionato l’industria turistica, nel Novecento furono l’ automobile e l’ aereo a segnare un cambiamento decisivo. La diffusione internazionale del turismo di massa sarebbe stata impossibile senza il calo significativo dei costi di viaggio e l’aumento della velocità degli spostamenti.

L’automobile fu determinante per lo sviluppo del turismo nazionale , sia in Europa che negli Stati Uniti, permettendo una maggiore libertà di movimento. L’aereo, invece, rese accessibili destinazioni più lontane , favorendo la scoperta delle coste dell’Africa settentrionale e delle isole tropicali da parte del turismo di massa.

Il successo del trasporto aereo fu fortemente influenzato dal progresso tecnologico , in particolare dall’invenzione dei motori a reazione e degli aerei di grandi dimensioni, ma anche dall’affermarsi di un nuovo modello di viaggio: i voli charter. Questi voli nacquero quasi contemporaneamente ai servizi di linea, negli anni Venti, ma conobbero un’espansione straordinaria nel secondo dopoguerra. I voli charter sono organizzati da società che noleggiano un aereo con l’obiettivo di massimizzare il numero di passeggeri, così da garantire tariffe competitive e, al tempo stesso, massimizzare i profitti.

Il successo dei voli charter si basava su due fattori principali:

  • Mentre le compagnie aeree tradizionali erano soggette a rigide normative per l’emissione dei biglietti, le compagnie charter godevano di una maggiore flessibilità , anche se in seguito vennero introdotte alcune restrizioni per limitare la concorrenza
  • La crescente diffusione dei pacchetti vacanza , che includevano sia il soggiorno che il volo, rese estremamente conveniente per i tour operator adottare questa modalità di trasporto

Negli anni Settanta , le principali compagnie charter erano britanniche, danesi, tedesche e spagnole. Non a caso, si trattava di paesi (con l’eccezione della Spagna) che costituivano le principali aree di origine dei flussi turistici diretti verso le destinazioni mediterranee.

Il turismo postmoderno Gli ultimi decenni del Novecento sono stati caratterizzati da profondi cambiamenti nella composizione del prodotto turistico e nel rapporto tra turismo e destinazione, al punto da far parlare di turismo postmoderno.

Due grandi trasformazioni hanno segnato il passaggio dal turismo di massa al turismo postmoderno:

  • Il superamento dell’idea di vacanza come semplice evasione dalla routine quotidiana, a favore di una concezione in cui l’esperienza turistica diventa un’opportunità di approfondimento e arricchimento personale
  • L’affermarsi di una visione più complessa del turista, che ne riconosce la diversità culturale, sociale e relazionale, con un conseguente aumento della varietà di esperienze richieste durante la vacanza

La prima trasformazione è legata all’evoluzione dei contesti urbani e al rapporto tra i residenti e le città, un cambiamento iniziato a partire dagli anni Sessanta. In questo periodo, il crescente benessere economico e una diversa concezione della qualità della vita portarono alla necessità di riqualificare le città industriali. Successivamente, il processo di deindustrializzazione rese indispensabile la riconversione delle attività economiche urbane, spingendo le città a ripensare il proprio ruolo. In questo nuovo scenario, non era più possibile distinguere tra città caratterizzate dall’attrattività turistica (le città del loisir ) e città fondate esclusivamente sull’efficienza produttiva (le città industriali). Tutte le città, comprese quelle a vocazione industriale, dovevano diventare luoghi attrattivi , capaci di offrire servizi, cultura e spazi di svago per migliorare la qualità della vita e la loro competitività. Questo processo portò le città (post)industriali a sviluppare una propria vocazione turistica , trasformandosi progressivamente in luoghi capaci di attrarre visitatori e investimenti legati al tempo libero. Allo stesso tempo, molte attività un tempo esclusive delle località turistiche divennero parte integrante della vita quotidiana. Strutture per la cura del corpo, offerte culturali e persino parchi tematici iniziarono a diffondersi anche nei centri urbani , riducendo la distinzione tra luoghi di vacanza e spazi della vita quotidiana.

La seconda trasformazione è legata a quella che è stata definita la ‘riscoperta della soggettività’, un cambiamento culturale che pone al centro l’esigenza individuale di vivere esperienze turistiche personalizzate.