













Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto dei capitoli di storia dell'arte dell'india richiesti per l'esame.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 21
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!














In offerta
Capitolo 1 1.1 Sultani , principi e imperatori Le manifestazioni culturali dell’India dei secoli sono in buona misura il risultato diretto o indiretto dell’interazione con genti che calano per conquistare, portando idee, concezioni, competenze diverse; fenomeno non nuovo, di fatto l’arte dell’India antica aveva cominciato plasmarsi (secoli precedenti e successivi all’era volgare) mentre nel subcontinente giungevano una serie di invasori, dai greci ai centro-asiatici Kushana, inoltre ora si modifica la prospettiva con cui si guarda l’arte indiana per via della quantità conservata e tipologie sempre più ampi di opere, determinata dalla maggiore prossimità cronologica, e quindi anche maggiore precisione storica. La prima svolta epocale è la data dell’avvento dell’Islam: a 100 anni dalla morte di Maometto (570-632) le iniziali spinte spansionistiche hanno esteso il mondo musulmano dalla Spagna fino ai margini del subcontinente indiano, ma gli insediamenti musulmani in india si realizzano compiutamente solo intorno al 1200 , ad opera di invasori turco - afgani di conversione più recente. Il loro orientamento è sunnita, come è da tempo quello dei domini persiani dai quali essi si staccano politicamente, ma restandone nell’orbita culturale. Le popolazioni musulmane ovunque hanno sviluppato una grande arte in armonia coni dettami dell’Islam, inoltre i nuovi sovrani dell’India possono fare riferimento a un linguaggio artistico che si è formato fuori dal subcontinente indiano, a cui si rivolgeranno anche in seguito per nuove inspirazioni. La seconda svolta che porta con la massima potenza nel subcontinente modelli elaborati altrove è data dal dominio coloniale britannico (18 secolo), che si conclude nel 1947 con l’indipendenza e con la costituzione della repubblica dell’India, e la nascita a del Pakistan occidentale e orientale, aree dell’India storica abitata da popolazione musulmana, il secondo successivamente è diventato autonomo no 1971 come Bangladesh. Nonostante tutti lunghi apporti dall’esterno i risultanti artistici emergono come marcatamente indiani. 1.2 L’avvento dell’Islam e del sultanato I contati fra l’India e genti islamiche sono molto antiche, iniziate con i rapporti commerciali, mentre conquiste territori arabiche-musulmane avvengono nel Sind all’inizio del 8 sec. di cui rimane ben poco, la tradizione vuole che prima moschea dell’India sia costruita da un convertito del Kerala nell’estremo sud, Ma gli eventi che conducono al dominio islamico sull’India settentrionale si innestano in quello che è l’attuale Afganistan, abitata da genti centro-asiatica che di stirpe turca e di origine schiava; con la dinastia degli ABBASIDI dal 750 Bagdad è diventata la capitale del califfato, e durante il 9 sec inaugurano l’usanza di alimentare gli eserciti con l’acquisto di schiavi turchi, e la pratica si diffonde per tutto l’impero; i turchi sono originari dell’Asia centrale, in origine sono nomadi e gradualmente islamizzate, e vengono addestrati appositamente per formare un élite combattente, e presto fra quelli di alto rango cominciano ad emergere grandi personalità, che cercano la propria fetta di potere, portandoli a determinare gli assetti del mondo islamico dal Mediterraneo all’India. In India le incursioni islamiche avvengono per opera di Mahmud di Ghazni (attuale Afganistan) fra il 1000-1026, a solo scopo di bottino, e la conquista di territori si limita solo ai territori dell’estremo nord, i tempi settentrionali più celebri, centri di ricchezza accumulata nei secoli grazie alla devozione, al patrocinio dei re e dall’avidità dei sacerdoti, conoscono in questi anni la rovina definitiva (distruzioni a Mathura, Kanauj, Gujarat). Le immagini antropomorfe degli dei che ricoprivano le pareti dei templi suscitavano orrore e giustificavano eticamente la razzia ai devoti di Allah nell’ottica di una guerra santa contro popoli di infedeli. Mahmud di Ghazni ha segnato la storia perché ha creato un vasto impero che comprendeva parte dell’Iran, Punjab, a nord fino alla regione del fiume Oxus, e
fu un generoso patrono delle arti, (poeta Firdusi). La dinastia dei GHAZNAVIDI aveva come il punto di riferimento culturale la Persia, e il suo massimo centro artistico e intellettuale era la città di LAHORE (attuale Pakistan), con loro la cultura persiano-islamica si affaccia per la prima volta in India. Le autentiche e definitive conquiste da parte di invasori musulmani avvengono per opera di una nuova dinastia, che soppianta quella dei Ghaznavidi, sempre di origine turca che prende il nome dalla regione di Ghur (Afganistan centrale), l’espansione è avviata da Muhammad di Ghur, che nel 1191 prese la citta di Taraori, all’incirca 150 KM da Delhi, perché fermato da una confederazione di Rajput, che vengono sconfitti l’anno successivo; la campagna di conquista viene continuata dal suo generale Aibak, che devasta dal Rajastan al Varanasi. Alla morte di Muhammad di Ghur Aibak si proclama suo erede, e l’india settentrionale che è sotto il suo dominio viene chiamata Hundustan (“paese degli indiani”), e il suo successore sposterà la capitale da Lahore a Delhi, creando il primo regno autenticamente indo-islamico, e la dinastia che inaugura è quella dei Re schiavi (1206-1290). Altre quattro dinastie si succederanno sul treno di Delhi, per una durata di 320 anni: i Khalji (1290-320); TUGLAQ (1320-413); SAYYID (1414-51) e i LODI (1451-26). Durante questi secoli i territori controllati dal sultanato varieranno di continuo, sotto la minaccia di razziatori centro-asiatici dal nord, l’impossibilità di mantenere a lungo l’espansione verso meridione. Nel 1336 perdono il controllo dei territori meridionali e viene fondato il regno hindu di VIJAYANAGARA, che governerà per più di due secoli, area che rimane comunque immune al dominio islamico, e l’architettura templare avrà una continuità coerente fino a oggi. Diverso per il Deccan, dove il dominio islamico si traduce in formazioni statali con regnanti musulmani. Il sultanato di Delhi cadrà nel 1526 , ad opera di nuovi invasori islamici provenienti dall’Asia centrale, fondando la grande dinastia dei Mughal, e che sarà la potenza dominate fino al 1707 , dopo di che altri regnanti lotteranno per il controllo dell’india, che stava cominciando a cade nelle mani coloniali. La popolazione che i Mughal si trova a governare è per la maggiorate di fede hindu e in misura minore jaina, non impongo conversioni forzate ma solo il testatico ai sudditi indiani, trattandoli di fatto come popoli del libro (cioè cime gli ebrei e i cristiani), ma una buona parte della popolazione indiana si converte, soprattutto chi appartiene alle caste più basse, che nella società hindu erano oppressi ed esclusi dal potere, quindi una religione egualitaria come l’islam rappresentava una opportunità di riscatto, anche se in genere rimaranno di rango inferiore rispetto ai musulmani di ordine iranica/centro-asiatica. Il punto di contatto è rappresentato dai mistici musulmani appartenenti ai vari confraternite di SUFI, con le loro profonde conoscenze hindu; pattinavano una vita ascetica, tecniche di preghiera e di meditazione, ricerca dell’unione con Dio mediante un’estasi amorosa, ruolo di guida spirituale —> tutti fattori che avvicinano i Sufi ai SADHU, i rinuncianti dell’induismo, e bisogna presumere che per il popolo non facesse molta differenza, inoltre in quest’epoca l’induismo non guarda a se stessa come a una religione unitaria e coesa, e in opposizione all’altro. Il primo maestro sufi giunge in india nel nel 9 sec., e si dice che conventi il raja hindu di Ajmer, dove la tomba di questo sufi è diventata una meta di pellegrinaggio dagli imperatori Mughal e popolare ancora oggi. Ma durante i secoli del sultanato e dei primi Mughal emergono alcuni personaggi che si fanno portatori di messaggi decisivi nella religiosità dell’india del nord, dove restano vivi fino ad oggi. Nelle regioni sotto il governo islamico, il patrocinio è destinato ai monumenti caratteristici dell’Islam e delle sue istituzioni, Aibak come segno della conquista del potere fece costruire a Delhi una grande moschea, che per la fretta e la mancanza di maestranza utilizzo una grande quantità di materiale di spoglio, ricavati dai saccheggi e dallo smantellamento dei tempi locali, la moschea è chiamata la gloria dell’Islam (quwwat al-
da un apposita nicchia ( mihrab ) o da più nicchie in gerarchia, nelle mosche di maggiore rilievo alla destra di quella centrale è prevista la presenza di un pulpito per la predicazione, e zone separate per la preghiera delle donne, definite architettonicamente con chiarezza, uno o più minareti (minar) da dove il sacerdote chiama alla devozione. -> elementi imprescindibili che si evolveranno e che si declinano per formare monumenti poderosi, oltre che soggetti ai vari influssi locali. rispetto all'india la Mecca si trova ad occidente, ed è su questo lato che è costruita la sala della preghiera, in una primissima fase edificatrice vede i vari siti il reimpiego per il culto islamico di edifici hindu, che sono di norma orientati secondo i punti cardinali, ma nelle moschee costruisce ex novo c’è la tendenza di ruotare la sala delle preghiere di qualche grado, queste sale ospitano diverse nicchie-mihrab in numero rigorosamente dispari, più prominente e decorata quella centrale, lo spazio interno è diviso in navate da arcate o colonnati che segue la gerarchia degli archi d’ingresso, un caratteristica delle moschee indiane è che i mihrab sono rimarcati da proiezione esterne sul muro esterno occidentale. Gli archi di ingresso e nicchie possono in generale essere definiti cuspidati, i gradi del pulpito sono sempre dispari, per le abluzioni, momento fondamentale del culto islamico, una vasca si trova tipicamente nel cortile, per donne sono spesso previste gallerie schermate. Alcuni elementi di ordine persiane diventano prominenti con i Mughal, nelle moschee come nelle altre costruzioni importanti, come l’Iwan , una sorta di atrio voltato, aperto in un grande arco, a sua volta incorniciato da muro rettangolare, chiamato pishtaq. Guldasta alla lettera mazzo di fiori, si tratta di un piccolo pinnacolo ornamentale che si eleva sopra i profili dei muri. Invece i minareti oltre ad essere funzionali possono anche essere decorativi, hanno una diffusione limitata in india, e lo possiamo trovare di frequente solo tra i Mughal. D’abitudine nelle città si trova una moschea maggiore comunemente detta Jama/Jamil Majid (moschea di raccolta ovvero moschea del venerdì, il giorno della settimana islamica dedicata alla preghiera). L’intenzione di Aibak fu subito di costruire una moschea nei territori conquistati, che sono di un tipo minore, di cui l’india ha conservato vari esemplari notevoli, idgah , connesso con la celebrazione delle due festività più importanti del calendario islamico. Agli antipodi del mistero che il tempio hindu cela nelle sue sale buie e involute, difficile da abbracciare con lo sguardo e da misurare con l’intelletto, invece le strutture e gli spazi della moschea appaio come emblema della luminosità, di chiarezza e di razionalità, e il punto fondamentale è l’aniconismo che non ha mai forma per i musulmani, la moschea annuncia l’unicità di dio e del suo messaggio, e la sola vera strada da percorre, inoltre la simmetria meticolosa, gli spazi, la linearità, l’impressione di semplicità e di facilità di comprensione offerta dall’architettura indo-islamica. —> concetto arabo di qarina, necessita di simmetria, di rispecchiamento e controparti armoniose. Ma ciò non significa che non risenta di influssi locali, ciò avverrà soprattutto per i Mughal, che fecero una sintesi dell’india, della Persia e di personalità individuali. Fra gli elementi architettonici caratteristici hindu che diventano parte dei monumenti islamici dell’ansia ci sono le chhattri = piccoli chiostri colonnati che abbelliscono la sommità delle costruzioni, chhajja = uno sporto di gronda molto aggettante che creano un ombra profonda intorno agli edifici e che da tempo è documentata dall’architettura templare, e i jharokha = balconcini ornamentali che sporgono dalle pareti. Tra i gli artisti che lavorano per i Mughal ci sono quelli di fede hindu o jaina, perché tutta la tradizione indiana non prevede che fra committenti e gli artisti e gli artigiani impiegati vi sia la stessa religione. Le altre principali tipologie di edifici religiosi islamici in india sono le scuole coraniche, e i mausolei (tombe monumentali) che sono una categoria architettonica del tutto nuovo per l’india, dove c’è l’usanza di cremare i morti e disperdendo le ceneri, ed erano inalzati in onore di regnanti e nobili. La struttura di base della mausoleo prevedono una sala centrale
nella quale è collocata la sepoltura, sovrastata da un cenotafio di pietra a forma si sarcofago; la pianta dell’edifico è quadrata o di forma ottagonale, e la copertura è a cupola, può essere integrata con un mihrab nei muri o in un edificio sussidiario. In seguito su i modelli persiani, gli imperatori Mughal costruiranno per i propri membri della dinastia mausolei immensi e di grandiosa complessità, a questa categoria appartiene il monumento dell’arte indo-islamica più straordinaria il Taj Mahal di Agra. Dal punto di vista dell’ortodossia islamica i mausolei di sovrani e di nobili, soprattutto quelli Mughal sembrano puntare in una direzione di culto dei loro destinatari, pratica che in certi casi è attestata. 1.4 L’epoca dei grandi Mughal Il nome Mughal suona molto simile alla parola mongolo, ma i Mughal non erano di ordine mongola, bensì turca chaghatai, sebbene il loro fondatore Babur (tigre) potesse vantare una discendenza di quinta generazione da Tamerlano, il grande conquistare di etnia turca e di fede islamica, e per parte di madre discendente di Gengis Khan. L’impero di Babur inizio nel 1484 quando ereditò dal padre il piccolo regno di Ferghana, una frammento di quello che era stato l’immenso regno di Tamerlano e dei suoi discendenti, da qui inizia una serie di conquiste, che lo portarono a sconfiggere l’ultimo sultano Lodi e a insediarsi a Delhi nel 1526. I successori di Babur sono passati alla storia con il nome di:
Le loro massime capitali furono Delhi e Agra, e Lahore (attuale Pakistan). Accanto alle relazioni politiche, le relazioni con la Persia consistono nella migrazione di intellettuali, dignitari e artisti, e abbandonato il turco di Barbur, il persiano diventa presto la lingua di corte, quindi lingua dell’amministrazione e della letteratura. Dalla conquista islamica in poi e con i Mughal la storia dell’india diventa via via più conosciuta nel dettaglio per vari motivi:
precisione la storia intesa come una serie di eventi e biografia, e cominciano ed essere conosciuti i nomi di diversi artisti, in maniera misura per gli architetti, gli imperatori Mughal amano apporre idealmente la propria firma ai monumenti patrocinati; altri nomi sono registrati di loro pugno o di testimonianze indirette I Mughal saranno attivi produttori di diari e di autobiografie, e commissionano poderose cronache agli storici di corte; a tutto ciò si aggiunge la presenza sempre più massiccia di europei : viaggiatori, gesuiti, diplomatici e mercanti perché è proprio durante l’epoca Mughal che vede l’arrivo dei portoghesi, olandesi e degli inglesi, inizialmente a solo scopo di commercio, e i contatti con loro offriranno all’arte vari spunti e idee nuove, soprattutto nel caso della miniatura, inspirata in parte alla Persia, alla tradizione indiana e per molti versi alle stampe contemporanee proveniente dal’Europa. Nell’architettura la tecnica fiorentina della pietra dura, certe forme di colonne e certi motivi ornamentali europei saranno integrati nell’architettura, orafi e artigiani emigrati dall’Europa diventeranno figure apprezzate dalla corte. L’impero Mughal si estende ben oltre i confini odierni dell’india, verso il Pakistan, in Afganistan e in Asia centrale, la prima grande espansione avviene con Akbar, con la sua politica di guerra e di alleanze con i principi hindu giunge a dominare tutta l’india
C’è un notevole numero di insediamenti questo tipo, che si rivelano effimere perché verranno abitate solo per pochi tempo, come nel caso più clamoroso di Fatehpur Sikri (1571-85), perché frutto di un operatore visionario e dalle risorse immense; ma in genere le iniziative urbanistiche di questi secoli parlano di investimenti enormi e di una manodopera all’apparenza illimitata, che in pochi anni realizzano imprese architettoniche grandiose. Non esistono trattati indo-islamici sull’architettura, mentre la tradizione indiana ha un ampio repertorio di opere sanscrite sull’argomento, che sembra non aver catturato l’attenzione dei nuovi imperatori. 1.6 L’accampamento e il paradiso Con gli imperatori Mughal al concetto di capitale vengono intrecciati aspetti per certi versi nomadi, legati alla tradizione e alla necessità della dinastia, perché il territorio sotto il loro governo è immenso e per controllarlo è decisivo non risiedere permanentemente in un luogo, e quindi bisogna disporre di varie capitali o centri d’appoggio, situazione ricorrente nella storia indiana ogni volta che formano vasti imperi. Il viaggio è profondamente integrato nella mentalità islamica che almeno una volta nella vita deve compiere quello verso la Mecca, e i Mughal sono eredi dei popoli delle steppe centro-asiatiche, nomadi che risiedono nelle tende, e gli imperatori vivono molto del loro tempo in maestosi accampamenti, autentiche città, per spostamenti, spedizioni belliche o di controllo, per pellegrinaggi, o per svago; e proprio in questi accampamenti è stata identificata la matrice dei grandi forti Mughal a Agra e a Delhi, con la loro planimetria a padiglione, nonché l’ordine urbanistica della città di Akbar, Fatehpur Skri. Alla base della loro pianificazione architettonica ci sono i moduli quadrangolari, che rappresenta una declinazione dell’ordine e della simmetria dell’architettura islamica, che può essere inteso come un riflesso della razionalità dell’accampamento, ma in essa si intravede anche la moltiplicazione della forma della moschea con il suo cortile. Come ogni architettura dell’india le esigenze determinate dal clima sono un fattore di primaria importanza da tenere in conto per comprendere l’architettura del tempo, la pianura settentrionale in cui sorgono agra e Delhi e buona parte del Deccan hanno un clima estremante arido e rovente da marzo a giugno, e durante i successi mesi sono caratterizzati dal monsone e clima diventa poco meno caldo ma estremante umido e stagnate, e un ombrosa protezione può essere ottenuto con muri spessi e con piccole aperture, che sembrano la scelta prediletta per l’architettura hindu, o può essere ottenuta da padiglioni aperti, dai bagni e dai giardini dotati di vasche, canali e fontana. I giardini ornati da padiglioni, è una tradizione molto antica in India, ampiamente documentati dalla lettura sanscrita, ma è una tradizione antica anche in Persia, che diventa una splendida forma d’arte, lo stesso Timur, avo dei Mughal, è un grande costruttore di tale elemento architettonico a Samarcanda. Babur appena arrivato a Agra, si dedica crea un girino, accompagnato da un grande pozzo e da strutture per i bagni, secondo il modello del suo luogo d’origine e dei suoi antenati, nel suo progetto c’è il desiderio di geometrica armonia ed l’esplicito interprete fra il mondo regolare islamico e le proliferanti impostazioni indiane. L’idea che la governa è quella del giardino come immagine del paradiso , filo conduttore e una delle chiavi di lettura di tutta l’architettura Mughal. Il concetto di paradiso concepito come giardino è un fatto diffuso in molte religioni e culture, nel paradiso islamico scorrono 4 grandi fiumi, e il fedele si abbevera all’acqua dell’abbondanza, e i giardini persiani le tradizioni più antiche del giardino si intrecciano con tale concezione, e il Mughal diffondono questo modello in India. Il prototipo persiano : pianta divisa in 4 parti da un incrocio centrale sembra risalire al giardino di Ciro il grande a Pasargadae (6 sec a.c), che consiste in un giardino quadruplice, e tale è lo schema di base al giardino Mughal. —> prende due canali
principali d’acqua che si incrociano al centro, riproducendo i 4 fiumi del paradiso, all’incrocio dei canali si colloca una vasca, un padiglione o anche un edificio importante, i 4 riquadri possono essere divisi a loro volta in riquadri minori. Gli alberi in larga misura erano da frutto, ricca varietà di piante indigeni o tipicamente persiani come le rose, permettendo di creare infiniti giochi di colore, intorno c’era una cinta quadrangolare di muri, che garantiva la riservatezza e la protezione dal vento. —> questo impianto di base può essere modificato in diverse maniere e circostanze. La massima declinazione della simbologia del paradiso e dei suoi giardini si realizza nei grandi mausolei. Nella concezione islamica del paradiso ricorre il numero 8, esso infatti è concepito a 8 (o a 7) livelli, e il corano parla delle sue otto porte, ricorre nella forma ottagonale, che si diffonde nei mausolei durante il sultano e che ha la sua matrice nel primo edificio islamico, la cupola della roccia di Gerusalemme, il legame fra architettura e paradisi si fa esplicito, in una planimetria che deriva a sua volta da una lunga tradizione islamica, e che in persiano è chiamato otto paradisi, e i Mughal lo adottano come pianta per padiglioni e che la portano al culmine nei mausolei. Lo schema hasht bihisht consiste in una sala a volta centrale circondata da otto altri ambienti cioè paradisi, di cui 4 a centro di ogni lato, e le altre 4 agli angoli, questi ambienti possono essere collegati da passaggi ortogonali, mentre la disposizione diventa radiale, formando una X. La pianta è continuata nell’evoluzione con gli Iwan, con ricche sovrapposte sugli elementi d’angolo. Il mausoleo di Humayun a delhi e in seguito il Taj Mahal, derivano le loro forme da una moltiplicazione radiale di questo schema [SCHEDA 3-12, MAPPE 4 E 7] Ad una declinazione paradisiaca non si sottrae nel mondo Mughal nemmeno l’architettura palaziale. I mughal vogliono collocare le proprie figure vivente e attive in questo mondo su un livello assai più alto rispetto a quello umano. 1.7 i Rajput James Tod dopo la carriera militare nella British east india company, era stato nominato agente politico nel Rajasthan per 4 anni, nei suoi annals riassumono esperienze personali, ricostruzioni storiche, notizie e competenze accuratamente raccolte; i rajput sono delle stirpe principesche che regnano nell’india settentrionale, le vicende dei regni rajput sopravvissuti si intrecciano con quelle dei sovrani islamici del sultanato di Delhi e poi dei Mughal, continuando a regnare nel territorio che grosso modo coincide con lo stato del Rajasthan e nelle aree vicine all’attuale Madhya Pradesh, appartengono alla classe sociale degli kshatriya, i guerrieri, le loro dinastie si proclamano discenti dal sole, dalla luna e da altre divinità, i loro nomi hanno regolarmente l’epiteto Singh (leone); governano come capi feudali, in rapporti di reciproca lealtà con signorotti locali che tipicamente appartengono allo stesso clan; è Akbar che riesce controllare questi sovrani con politiche di alleanze matrimoniali e il conferimento di incarichi, ma anche con azioni di guerra contro chi non accetta la supremazia Mughal, il punto di svolta è la conquista di Chittor nel 1568 , dopo un lungo assedio guidato dallo stesso imperatore. Segue ciò che può essere definito come pax Mughal, dove ai re del Rajasthan è permesso di mantenere il loro territorio, perché restino fedeli alleati e non intraprendere azioni aggressive, quando la dinastia dei Mughal declina questi sovrani riconquistano l’autonomia, e molte di queste dinastie sopravvivono al periodo coloniale. Fin dall’epoca preislamica le dinastie rajput regnano anche sulle montagne dell’ansia settentrionale, nelle aree dell’attuale Jammu e Kashmir, dell’Himachal Pradesh e dell’Uttarakhand, l’isolamento di monti e valli cosante lunghe stagioni di autonomia. Per diverse famiglie Rajput in seguito alla perdita degli antichi valori cavallereschi, ozio e lusso, con la condiscendenza del potere britannico con il quale hanno dovuto negoziare la loro indipendenza, fino ad alcuni ultimi eri nell’india attuale di oggi, si tradurrà nella ricerca di ruoli politici attivi.
il capo di grazia alle ultime grandi istituzioni buddhiste; sono pothi su foglie di palma che riproducono testi celebri del buddismo dell’epoca, databili 11 e 12 secoli, non è difficile scorgervi la lontana erede di Ajanta, uno stile molto diverso, lineare e nervosi, è quello che presto appare documento nell’india nord-occidentale, le immagini compaiano a partire da manoscritti del 12 secolo, tradizione destinata a lunga vita. Una serie di manoscritti provenienti dall’India settentrionale e centrale dei secoli del Sultanato di Delhi documentano tendenze diverse, sono testi della tradizione hindu in sanscrito sono illustrati in uno stile essenziale e brillante, dai colori saturi e vivaci, immune qualunque influsso della tradizione islamica-persona; altre opere riflettono precisamente la conoscenza del libro persiano, nell’insieme come nelle illustrazioni, colori più modulati, le linee curve delle figure, una costruzione spaziale maggiormente articolata. Su questi basi si innesta il grandioso capitolo della miniatura Mughal, essenzialmente creazione di Akbar, fondato un podere laboratorio di pittura o di arte del libro, una produzione molto abbondante di manoscritti illustrati della tipologia più varia. L’imperatore affida la direzione dei pittori a maestri persiani, ma gli artisti sono in larga misura indiani, creando cosi una sintesi stilistica di india e di Persia, e anche di influssi europei, attraverso stampe e dipinti portati a corte, cosi gli imperatori Mughal incontrarono la prospettiva, il paesaggio e inedite soluzioni composite. Le illustrazioni di norma sono realizzate solo all’accompagnamento di testi religiosi e poetici, ma di illustrare eventi biografici e occasioni storiche vere, invece con i Mughal grazie l’approccio storico e cronatistico fa emergere le categorie del ritratto con intenti naturalistici e psicologici, mutamenti radicali che si inseriscono nel quadro della profonda consapevolezza storica dei nuovi imperatori, gli artisti cominciano ad emergere dall’anonimato caratteristico della tradizione indiana. L’evoluzione artistica è dettata dalle predilezioni dei singoli imperatori, grazie all’apporto Mughal e complice il generale amore islamico per l’oggetto-libro, il patrocinato dei libri illustrati diventa un vanto anche per i nobili, produzione definita sub-imperiale, dove confluiscono pittori addestrati nel laboratorio di corte, di bravura minore e perciò meno richiesti, e propensi a produzioni più vicine al gusto hindu. Il calo dell’interesse imperiale per la pittura appare drastico con Aurangzeb, nemico delle arti, in questo processo l’influsso della pittura imperiale entra in varia misura anche in quello che soprattutto nei secoli 7 e 8 secolo rappresenta l’altro grande ramo della miniatura indiana, cioè la produzione dei regni Rajput, i cui sovrani e nobili sono entrati in contatto con la corte imperiale e ne hanno appreso le mode. La professione dei pittori era normalmente eredita. Fra il mondo dei Mughal e quello dei rajput resta comunque un discrimine forte, che ancora una volta riflette la diversità delle attitudini islamiche e hindu; la miniatura Mughal di base è storica, naturalistica e oggettiva, di ciò le miniature rajput assorbe solo alcuni aspetti: adottando inquadrature ampie e articolate, assimilando la categoria del ritratto, che raffigura il soggetto con i suo tratti somatici, ma piuttosto sull’assenza del personaggio, secondo l’impostazione che connota tutta la traduzione artistica indiana delle epoche precedenti; i testi illustrati sono religiosi o poetici-simbolici, esprimono sentimenti devozionali ed estetici condivisi dalla comunità. L’illustrazione rifiorisce con sintesi personalissime anche nelle corti islamiche del Deccan, che avrà un ulteriore riorientamento quando la committenza sarà costituita dalla nuova classe dominante coloniale. L’arte del libro a ogni fase le stesse opere letterarie sono state copiate e ricopiate e nei vari periodi e contesti sono di regola testimonianti diversi esemplari illustrati, come è avvenuto a tutta la produzione indiana di libri, si sono spesso conservati soltanto in forma lacunosa.
Capitolo 3 l’arte indo-islamica Molta parte dell’India settentrionale e centrale sono oggi caratterizzati da una forte impronta islamica, ciò è il risultato delle vicende politiche-culturali che in vaste zone hanno condannato le opere dei secoli precedenti a essere distrutte o neglette, sostituendole con forme architettoniche meno splendide e in generale artistiche legate alle convenzioni e ai modi delle nuove classi dominanti; i centri del potere sono Delhi diventa ora e per sempre una grande capitale, e di Agra e dintorni dove i Mughal riversarono il loro straordinario genio creativo, e anche altri luoghi. 3.1. le molte Delhi Delhi (dilli in hindi) è oggi un’immensa metropoli ufficialmente nota come National Capital Territory of Delhi (NCT), o con le sue aree suburbane come National Territory of Region (NCR) , non è capitale dell’insita perché la vera e propria capitale sta dento all’area di Delhi, nota come New Delhi, è solo l’ultima dal punto di vista cronologico delle diverse Delhi fondate ed edificate in questo ampio territorio. Nel corso dei secoli in vari luoghi dell’area occupata dalla Delhi di oggi sono infatti sorti da diversi inserimenti e cittadelle, che sono via via agglutinati fino a formare una sostanziale continuità. Si parla spesso delle sette citta di Delhi, ma in verità il numero non farebbe fatica a raddoppiarsi, elemento degli insediamenti più significativi:
nel frattempo si era abbattuto un terribile periodo di siccità e carestia. Questo spettacolare costruzione è del tutto scomparsa. Due moschee di grande fascino si trovano in questa zona di Delhi un po più tardo le cosiddette Begampuri e Khirki Masjid (SCHEDA 3). Delhi deve molte nuove costruzioni al successore di Muhamad, Firuz Shah, il quale rinuncia l’espansione versione il sud, nel 1354 fonda l’insedimaneto noto come Firuzabad o Firuz Shah Kotla, dove la parola kotla significa cittadella, il sito prescelto è molto più a nord rispetto ai precedenti e affacciato sulla Yamuna. Le rovine della cittadella esprimono con efficacia l’aspetto austero e funzionale dell’architettura Tughlaq, ma parlano anche di un periodo di declino, i materiali e la decorazione sono infatti diventati più poveri e rozzi. Il sito oggi è un parco archeologico. Al patrocino di Firuz Shah Tugglaq si deve anche lo sviluppo di un complesso di edifici a Delhi. la fortezza di Ala-ad-din Khalji, sovrano che fece scavare il lago artificiale che da il nome al sito, la vasca reale, come parte del suo progetto urbanistico. Gli ultimi rappresentati dei Tughlaq sono deboli e inetti, i governatori delle province si sono man mano dichiarati indipendenti. Il colpo di grazia alla dinastia viene da un nuovo razziatore di stirpe turca, nel 1398 Tamerlano il signore di Samarcanda mette Delhi a ferro e fuoco massacrando la popolazione, Timur salva solo gli artigiani (architetti e costruttori) perché vuole impiegarli nell’edificazione della propria grande mosche a Samarcanda. Le successive dinastie di sultani che regnano a Delhi nel XV secolo e l’inizio del XVI, quelle dei Sayyid e dei Lodi, questi ultimi di rogne afgana, non sono più in grado di intraprendere grandi progetti, riflettendo lo spirito pessimistico che alleggia sulla nuova epoca di contrazione del potere, in larga misura nella costruzione di monumenti funeraria, dei sultani, di nobili, di cittadini importanti. Alcuni importanti funebri Sayyd e Lodi si concentrano in quello che oggi è un vasto parco in una zona centrale di Delhi, Lodi Gardens, dove i mausolei sono accompagnati da una piccola moschea dalla decorazione squisita ( SCHEDA 5) , il mausoleo è pianta ottagonale sovrastata da una cupola, che ha come modello il primo edificio islamico, la Cupola Della Roccia Di Gerusalemme; gli otto lati ricordano gli 8 livelli del Paradiso islamico, il portico che in questi monumenti corre intorno alla camera funeraria centrale permette in un certo senso di attraversati, in una circumanbulazione rituale come quella che si svolge alla Mecca, una pratica comune anche nel mondo hindu, ma che si svolge in senso orario, in ambito islamico invece è il senso opposto. Diversi altri luoghi della Delhi odierna celano costruzioni di varia importanza risalenti all’epoca del Sultanato. 3.3. Babur, Humayun e Sher Shah Suri. Babur il primo imperatore Mughal regna per pochi anni, dai quali resta traccia in qualche moschea, e una convinzione diffusa vuole che per erigere la moschea fosse stato abbattuto il tempio di Rama, e che sia il luogo esatto della nascita dio-eroe avatara di Vishnu sulla terra, la Babri Masjid è stata distrutta nel 1992 da fondamentalisti hindu. Invece appena arrivato ad Agra si dedicò alla grande tradizione dei giardini. A fondare un’altra nuova Delhi a partire dal 1533 è il figlio Humayun, chiamata Dinpanah, rifugio della fede, oggi luogo nono forte vecchio, che si sovrappone all’antica Indraprastha, la capitale del Mahabharata, le imponenti mura, interrotte da tre porte fortificate cingono una vasta area che contiene lo Sher Mandal, un torre ottagonale e la mosche Qila-i Kuhna (del forte del vecchio), un edificio elegante come pochi altri all’interno dell’architettura indo- islamica; la moschea è stata spesso attribuita all’usurpatore afgano Sher Sha Suri, che scalza dal tono Humayun, che per 15 anni resterà lontano da Delhi, trovando rifugio in Persia, dopo di che i discepoli di Sher Shah sono scomparsi o sconfitti e Humayun ritorna a Delhi ma pochi mesi trova la morte.
Sher Sha fece costruire ambiziosi mausolei con l’evidente intento di glorificare la propria dinastia di bassa origine; la sua tomba sorge in mezzo a un laghetto artificiale, evocatore dell’acqua del Paradiso ed il mausoleo più sontuoso finora edificato in India, questa tipologia ottagonale sembra in qualche modo diventata associata con i traditori dei mughal e perciò passò di moda (SCHEDA 9). Gli ultimi di esempi di questa tipologia nel complesso del Taj Mahal ad Agra, saranno riservati a personaggi femminili. (9) Il mausoleo di Humayun è voluto dalla sua prima moglie, la corruzione avviene sotto il regno del figlio e successore, Akbar, la matrice di questo monumento è la Persia, terra di esilio di Humayun, e persiano furono gli architetti, frutto di un disegno geometrico estremamente complesso ma che offre una straordinaria illusione di semplicità, collocato al centro di un grande giardino formale, vertici assoluti dell’architettura indo-islamica, uno schema architettonico e nell’ambizione rappresenta il prototipo per capolavori a venire fra i quali il Taj Mahal. 3.4. Akbar il Grande. Jalal-ad-Din Muhammad Akbar il terzo imperatore Mughal figlio di Humayun è passato alla storia come Akbar il “grande”, che è un appellativo di Allah. Con una serie di battaglie e strategie, Akbar allargo l’impero Mughal ai massimi confini raggiunti fino ad allora, i quali si estendevano dal Kashmir al Deccan, dal Gujarat al Bengala, soggiogo i bellicosi rajput dell’odierna Rajasthan stringendo cin molti di loro alleanze matrimoniali; seppe aprire agli hindu di valore le porte più alte dell’amministrazione, si tratta del sistema del cosiddetto mansabdar (possessori del mansab) che durerà fino alle riforme inglesi sulla proprietà terriera, il rango di ciascuno nobile era computato in base a una cifra che ne stabiliva gli obblighi verso l’imperatore, militari e non solo, e l’ammontare del suo salario, più tardi questo fu costituito dall’assegnazione di terra. Le iniziative politiche che miravano a una amalgama fra sudditi musulmani e hindu furono una componente decisiva nel regno di Akbar, che è esaltato dagli storici per l’atteggiamento di tolleranza; amava conversare e scambiare opinioni metafisiche e di ogni genere con i rappresentati dell’induismo, del jainismo, con i missionari cristiani e della religione di Zoastro, religione fondata da lui nel 1579, religione monoteista e sincretica, che chiamo fede divina, dove si riconoscono elementi di tutte queste regioni, esso resto solo una faccenda di corte e non gli sopravvisse, si assiste a un processo di trasformazione, mal conciliabile con l’ortodossia islamica, dell’imperatore stesso in una sorta di divinità, rappresentando il sole del mondo, già inaugura con Humayun ma che con Akbar diventa un concetto centrale nella sovranità Mughal. Il sincretismo, gli ampi interessi intellettuali e spirituali e l’esaltazione della propria figura costituiscono elementi fondamentali per comprendere l’architettura commissionata, in particolare la sua città nuovo di Fatehpur Sikri. I Mughal in generale furono una stirpe di grandi amanti dei libri, sempre in ottica universale di volontà e di pensiero, il sovrano patrocino fra l’altro la traduzione in persiano, che con lui diventa definitivamente la lingua di corte; ma ad Akbar la cultura giungeva soltanto attraverso la voce altrui, perché unico fra gli Mughal ad essere analfabeta per tutta la sua vita. Le fonti di Akbar comprendono resoconti di padri gesuiti, ma la grande miniera di notizie è rappresentata dall’opera del suo storico ufficiale e grande amico, che scrisse l’imponente Akbarnama (libro di Akbar) in 3 volumi: nel 1 è tracciata la storia della casata, nel 2 racconta in dettaglio gli eventi di quasi 47 anni di regno dell’imperatore, e il terzo noto con titolo i modi governare di Akbar sono ogni genere di informazione sulla corte, sulla personalità del sovrano, sulla sua vita quotidiana e etc. Le grandi imprese architettoniche patrocinate da Akbar mostrano una comune denominatore che rientra appunto nel quadro generale della sua personalità, fedele al suo
Accanto agli edifici ufficiali, di esso facevano parte anche ville o case meno lussuose per ospitare tutto il popoloso apparato della vita di corte, che sono in buona misura cancellate per via della loro architettura più modesta. Di diversi edifici di grande ambizione e perfino alcuni dei più improntati è molto incerto quale fosse la destinazione autentica, sembra ragionevole pesante che almeno alcuni possano essere stati destinati a funzioni mutevoli, secondo un uso fluido dello spazio abilitativo che tuttora è osservabile nell’india tradizionale. Fontane e giardini fioriti abbellivano tutta la citta, in quello che doveva essere un affascinante contrato di colori con il rosso della pietra. Il modulo di base con cui è edificato la citta è rigorosamente quadrangolare, una caratteristica ricorrente; un popolare ingresso si trovava a nord-est per la cosiddetta porta di Agra, le cui vie si incrociavano in un recinto grossomodo quadrato nel cui portale era il luogo dal quale i musicisti di corte annunciavano l’apparizione del sovrano in un gran fragore di tamburi. Procedendo lungo la stessa direttrice una vasta struttura quadrangolare a un solo piano con al centro un ampio cortile è un luogo di grande interesse, si tratta presumibilmente del laboratorio degli artisti e artigiani di Akbar, e potrebbe essere stati realizzati qui una parte dei capolavori di arte del libero di questo periodo. Il vero cuore della città è l’area dei pazzi residenza del sovrano e scenario delle sue attività quotidiane, private o ufficiali, è pianificata in modo che gli edifici si dispongano lungo i punti cardinali, a dare l’orientamento è in verità la grande Moschea, che si trova poco oltre, la cui sala delle preghiere deve per necessità guardare verso la Mecca. Secondo Petruccioli in origine alla città si accedeva salendo dalle sponde del lago ed entrando nella mura per la porta degli elefanti, per via di due statue di elefanti che affiancano la porta, che poi sono state sfigurate da per volere di Aurangzeb, la porta che è riprodotta su diverse miniature, prima della porta c’era una torre decorata dalla riproduzione in pietra di zanne di elefante (fig. 2) Il tragitto per giungere al sovrano si snodava in un labirinto di pazzi, sento un perso cerimoniale che mirava a rallentare e ad abbagliare con lo sfarzo gli ospiti in visita. Tra gli edifici più importanti c’è la sala delle pubbliche udienze (diwan-i Amm) con il vasto cortile colonnato, sembra concepito in modo non funzionale a quello scopo per cui è chiamata, al suo interno troneggia quello che l’oggetto più celebre e discusso di tutta la citta, un elaborata colonna dal grande capitello che forma un balconcino tondo collegato da ponticelli al resto dell’edificio, il che fa presumere che qui sopra Akbar usasse sedere, in questa colonna è stato visto un simbolo del pilastro comizio, il sostegno unico al mondo, materializzazione della centralità fisica e spirituale dell’imperatore (s. 11). Nel punto più elevato dell’altura Akbar fece costruire la grande moschea, all’epoca la più grande del subcontinente, in marmo bianco che contestata con l’arenaria rossa, risultato di rielaborazione successive, l’ingresso nel cortile del lato sud fru presto modificato con l’aggiunta di un spettacolare portale, l’alta porta, aprendosi verso l’esterno con un grande Iwan. (S.10) Ancora più a sud-ovest si trova la cosiddetta moschea degli scalpellini, uno dei primi edifici costruiti nella citta. Tra le opere idrauliche c’è la vasca dell’Anup Talao ( s.12), la presenza dell’acqua si combina con l’architettura aperta degli padiglioni nel generare frescura, inoltre rendono possibile la presenza di giardini, che è di fondamentale importanza nel clima rovente per molti mesi all’anno. La citta è intestata di pozzi, canali, bacini di raccolta, e di un notevole numero di hammam, bagni con diversi locali e vasche, i più importanti sono i cosiddetti Bagni reali. 3.6 Akbar e le miniature. L’illustrazione di manoscritti era una traduzione da tempo gloriosa in presai, la dinastia di tamerlano da cui Babur proviene ne sono fino al 17 secolo grandi patroni, la miniatura
Mughal affianca a prosegue questa tradizione. gli artisti chiamati alla corte Mughal erano chiamati direttamente dai laboratori persiani, ma anche l’abilita degli artisti indiani, eredi di quella tradizione locale del manoscritto illustrato si possono ricostruire nei secoli precedenti certi, e che subirà influssi dalla miniatura Mughal. Una fondamentale componente l’aggiunta dell’apporto occidentale, che avviene attraverso con i contatti con mercanti, funzionari e religiosi, portando cosi l’introduzione di concezioni e tecniche innovative. Sebbene una parte della produzione consisterà di album, una tendenza che andrà ad accentuarsi con i successori, con Akbar questa miniatura accompagna in massima misura opere letterarie, illustrandone gli episodi. Secondo il modello persiano prende una grande cura nell’illuminazione, di massima importanza è la calligrafia, la grande arte islamica per eccellenza, e per la redazione di testi era prediletta la scrittura Nastaliq , e raffinate tecniche che riguardano la preparazione e confezione della pagina. Il formato del libro Mughal è rettangolare, il materiale di supporto è la carta che viene inizialmente importata dalla Persia per la mancanza di qualità adeguata in India. Le copie dei sovrani erano particolarmente sontuosi, ma lo erano anche quelle destinate alle persone della corte. Non di rado i libri e gli album sono stati rielaborati o rimaneggiati. La miniatura Mughal conservata è abbondante. Sulla realizzazione dei libri e delle loro illustrazioni le molte annotazioni dei bibliotecari offrono informazioni importanti, e le stesse miniature includono raffigurazioni di laboratori e pittori. (2 fase) successivamente alla redazione del testo la pagina passava ai pittori, le parti illuminate comprendono bordi e pagine iniziali, di quest’ultimi erano soliti a contenere disegni a medaglioni chiamati shamsa (sole) e il frontespizio a doppia pagina detta unwan, un pannello centrale di calligrafia circondato da bordature. La tecnica utilizzata è di solito definita come acquarello opaco, i pigmenti utilizzati comprendevano minerali, lacca, piante. La doratura e il disegno in ora trovano largo impiego nei frontespizi e nei bordi, cove possono essere dipinti animali reali o mitici, piante o figure umane. I diversi compiti erano distribuiti normalmente fra vari esecutori, a seconda della loro bravura e preparazione. Molte miniature Mughal sono contrassegnate dal nome degli artisti, e certi pittori emergono con le loro individualità predilezioni, ed è possibile in qualche misura delinearne la personalità. Agli esordi della dinastia, Babur vive gli anni del suo regno in costante movimento, il che certo non gioca a favore di una grande biblioteca, l’iniziativa fondamentale è del figlio Humayun, tornando dall’esilio porto con se due pittori persiani, grazie ai quali Akbar organizzo il suo laboratorio, e gli artisti al suo servizio raggiungeranno un centinaio, segue personalmente il lavoro. La miniatura del suo lavoro può definirsi come il risultato di un profondo processo di integrazione fra trazioni islamiche e persiane; le creazione più favolose in termini di arte del libro e di pittura si possono dividere in classici persiani, opere storiche-biografiche, traduzione di letteratura indiana, testi di diretta ispirazione islamica, nonché cristiana. La prima grande opera commissionata è la più monumentale in assoluto, ed è la redazione del libro di Hanza, che è uno zio di Maometto, attorno al quale si è cristallizzata la lunga, avventurosa epica orale (s.16); la realizzazione è eccezionale anche per la dimensione delle pagine, dipinto su stoffa, e guardando l’opera il termine miniatura sembra fuori luogo, ma che può essere utilizzato perché i dipinti Mughal, come quello del rajput, resta legata alla minuzia al dettaglio. I generi di libri più illustrati sono sono favole, racconti, traduzione di classici della tradizione hindu per via delle implicazioni di integrazione con i sudditi, poemi epici, quindi una varietà straordinari di soggetti e di composizioni. A tutto ciò vanno aggiunti i dipinti non legati ad opere letterarie, che sono raccolti in album, insieme a fogli di calligrafia, una pratica che si afferma negli ultimi anni di Akbar e che dilaga con i successori. Fra gli dipinti
memorie, dove sono riportati 19 anni di regno; sono particolarmente ricche e appassionate le descrizioni di flora, fauna e paesaggi, ordina di ritrarre animali strani che gli sono statati portati con altre curiosità da Goa (s.19). La pittura l’arte maggiormente amata da Jahangir, che continua a patrocinare il laboratorio fondato da suo padre, sebbene molti pittori possono collaborare alla realizzazione delle opere, le personalità dei singoli artisti riescono a emergere con chiarezza, l’adozione di uno stile individuale e la predilezione per particolari soggetti appare incoraggiata. Fra i modelli che inspirano formalmente le raffigurazioni floreali prodotte dal laboratorio ci sono gli importanti erbari che in questo periodo vengono stampati in Europa. I libri commissionati direttamente dall’imperatore sono un numero limitato, come gli album (varietà dei soggetti e delle tipologie è mollo vasta), i ritratti (nella raffigurazione imperiale sono volentieri integrati importanti elementi simbolici ( fig10). L’interessa per la natura assume in Jahangir aspetti quasi inquietanti quando egli commissiona ai suoi pittori il ritratto di un nobile morente, e non avendo mai visto spiega l’imperatore nelle proprie memorie, un simile modello da cui trarre ispirazione per raffigurare la devastazione fisica; ed è uno dei ritratti più celebri di tutta la pittura Mughal ( fig.11). Jahagir manifesto il proprio amore per le piante e fiori anche con la creazione di magnifici giardini. Akbar forse già alcuni anni prima della sua morte aveva progettato per se vicino ad Agra la costruzione di un solenne monumento funebre, ma gran parte dell’opera fu curata da Jahangir, mausoleo peculiare per alcune caratteristiche indigene, in armonia con il carattere di akbar (s.20). Nur Jahan anni dopo decise di costruire un mausoleo per i propri genitori ad Agra, un piccolo mausoleo realizzato in marmo bianco, con intarsi di pietra dura e i dipinti all’interno dell’edificio lo coprono interamente con decorazioni vegetali e geometrici —> l’arte di formare disegni con pietre di colore diverso è una lunga tradizione islamica già valorizzata in india, ma ora quest’arte si rinnova su influsso occidentale, specificamente italiana. 3.8. Shah Jahan, Agra e la vecchia (nuova) Delhi, Aurangzeb. Nel 1628 sale al trono il principe Khurram, il prediletto dia del padre e del nonno Akbar, dal padre aveva già ricevuto il titolo di Shah Jahan signore del mondo, e il suo regno sarà relativamente stabile e ben amministrato, sebbene inizia a manifestare segni di contrazione, e diversi tentativi di conquista contro la Persia, e per le immense spese della corte. Shan Jahan porta i Mughal ai massimi fasti di lusso e di grandiosità, e come committente di opere d’arte, si rivela fra i più appassionati e visionati dell’intera storia umana. Nella tradizione Mughal Shah Jahan fu un sovrano di cultura immensa, nutriva un grande amore per la musica, tanto che si circondo di artisti proveniente da tutta l’Asia, aveva un minore interesse verso la pittura che con il suo patrocinio diventa più formale, ripetitiva e più strettamente islamica nello stile e meno abbondante: occorre a questo punto pensare a un’effettiva diaspora degli artisti imperiali verso altre corti o committenti. Tendenza a concentrarsi sugli album con il loro repertorio di ritratti, natura e calligrafia. I fogli di questi album oggi note come Minto Album la cui porzione principale si trova al Metropolitan e il Wantage Album al Victoria e Albert M. Quanto ai libri illustrati l’unico grande patrocinio di Shah Jahan si riverso in varie copie del Padshahnama (libro dell’imperatore), cioè della propria biografia, che sembra concentrato sull’autocelebrazione, visto che è l’arte più vistosa e durevole per proclamare al mondo se stessi, la propria visione delle cose e dei sentimenti, ed esaltare in modo efficace la ricchezza e il potere smisurato. Shah Jahan fu il grande imperatore architetto, la cui opera più famosa è il Taj Mahal, che ha influito la visione dell’ansia anche nell’immaginario comune.
Akbar aveva dimostrato una grande attenzione per gli elementi indigeni, invece Shah Jagir cambia direttiva, perché nella sua architettura gli elementi indiani sfumano, sono integrati in una personale e dominate mondo islamico-persiano, e il tratto che lo distingue è il materiale utilizzato, per gli edifici più preziosi predilige il marmo bianco, e sul marmo vengono anche realizzate intarsi di pietre dure che formavano una vario pinta trina ( s.20), il candore del marmo poteva essere altrimenti riprodotto dallo stucco.
serie di archetti minori, che conferiscono un movimento suggestivo agli scorci.
quadruplicate, eliminando la mensola, assumono un aspetto europeo, certamente inspirato dalla stampe e dai dipinti giunti a corte, inoltre si diffonde una versione delle foglie d’acanto.
Shah Jahan per assecondare le proprie inclinazioni fra il 628-37 fece demolire molti edifici costruiti da Akbar nel forte rosso di Agra, e li sostituiti con le sue creazioni. (s.18) Nei ritratti Shah Jahan viene sempre raffigurato con un’aureola intorno al capo, i sovrani Mughal a partire da Akbar assumono sempre più caratteristiche divine, sono il sole, la luce del mondo, come vogliono i loro epiteti. nell’architettura di Shah Jahan la divinizzazione luminosa del sovrano è il filo conduttore. La fondazione dei giardini di Agra era stata un’iniziativa di Babur, e la città con il suo fronte orientale domina la riva destra del fiume Yamuna, e all’epoca era proprio il cuore della città, l’abitato era poco esteso e piuttosto caotico, ma su entrambe le sponde c’erano giardini con padiglioni, che erano racchiusi da una cinta quadrangolare con torrette agli angoli, e verso la Yamuna i muri bordavano la sponda. Alcuni giardini furono il risultato dell’iniziativa di Jahangir e Nur Jahan, ciascuno in ordine completo dal centro del proprio giardino formale, sorgono il mausoleo di Itimad ud-daula e quello chiamo comunemente il Mausoleo cinese, per via delle mattonelle colorate. Ma il monumento più celebre di questo lungofiume è Taj Mahal che si affaccia sulla sponda destra della Yamuna, all’estremità un straordinario complesso formato dia edifici accessori, come parte integrante del progetto da una grande giardino ( planimetria 7). Il nome è traducibile in Palazzo Corona o Corona Palazzo, fu fatto erigere dall’imperatore come edificio funebre per la propria sposa Arjumand Banu Begam, che era soprannominata Mumtaz Mahal, il gioiello, la prescelta del palazzo, e il nome del monumento è spesso considerato un equivalente abbreviato di questo suo epiteto. I due si amavano profondamente e la consorte era morta di parto, causando un dolore profondo all’imperatore, che osservo il lutto per 2 anni. Alimentata dalle fonti coeve la vicenda dell’imperatore affranto che erige il mausoleo per la propria amata perduta è stata amplificata dalla tradizione; il Taj Mahal è una delle mete turistiche più importanti dell’india ed è uno dei monumenti più famosi al mondo. Fin dall’epoca di costruzione, da una storia di ammirazione e incanto, espressi da una lunga serie di illustri testimoni occidentali, ma una conoscenza dettagliata del Taj Mahal e del suo programma architettonico è di acquisizione recente. (s. 22) Il mausoleo è inserito in un grande e articolato complesso, formato da costruzioni in arenaria rossa e da una grande giardino, scandito da canali d’acqua, apogeo della grande architettura funeraria Mughal, inaugurata in india con il mausoleo di Humayun. La scelta del materiale è stato fondamentale perché il marmo bianco possiede la capacità di assorbire le diverse luci del giorno e della stagioni, e allo stesso tempo le linee architettoniche, facendolo apparire in continua trasformazione, come un’entità quasi illusoria.