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Storia della privacy, Appunti di Diritto

Il libro descrive la storia della privacy

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 06/01/2020

fabrizio-corona
fabrizio-corona 🇮🇹

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Scarica Storia della privacy e più Appunti in PDF di Diritto solo su Docsity!

Michele Iaselli

Stefano Gorla

LEX

ARS

ET

STORIA

DELLA

PRIVACY

“Storia della Privacy” a cura di Michele Iaselli e Stefano Gorla

ISBN 978-88-941061-5-

Questo eBook è rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione - Non com- merciale - Non opere derivate versione 4.0. Il testo integrale della licenza è disponibile all’indirizzo https://creativecommons.org/licenses/by-nc- nd/4.0/legalcode.

È consentito scaricare l’opera e condividerla ad altri fino a che sia dato il giusto credito, ma non è consentito cambiarla in nessun modo od utilizzarla commercial- mente.

Copyright Edizione Lex Et Ars - Editoria Professionale Via Pietro Bembo, 86 - 00168 - ROMA Tel. +39.06.9295. Fax +39.06.9933. web site: http://www.lexetars.com email: [email protected]

Prima Versione - Giugno 2015

Sommario

  • ALEXETRS
  • Introduzione
  • Capitolo 1 - Le origini del concetto di privacy
  • Capitolo 2 - L’evoluzione della privacy negli Stati Uniti
  • Capitolo 3 - Primi passi verso la riservatezza nei paesi europei
  • Capitolo 4 - La privacy in Italia e l’impulso comunitario
  • Capitolo 5 - Verso una nuova evoluzione della riservatezza
  • Autori

ALEXETRS^7

Introduzione

L’e-book si pone l’obiettivo di analizzare le origini del concetto di riserva- tezza (o privacy) approfondendo la relativa evoluzione di carattere storico e nello stesso tempo anche concettuale. Come è noto la privacy è un termine inglese traducibile all’incirca con ri- servatezza, è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata: the right to be let alone (lett. “il diritto di essere lasciati in pace”), secondo la formulazione del giurista statunitense Louis Brandeis che fu probabilmente il primo al mondo a formulare una legge sulla riser- vatezza.

In realtà comunemente per privacy si intende il diritto della persona di impedire che le informazioni che la riguardano vengano trattate da altri, a meno che il soggetto non abbia volontariamente prestato il proprio con- senso.

Con l’introduzione dei primi strumenti tecnologici gli studiosi si sono posti il problema della necessità o meno di una specifica tutela avuto riguardo al rapporto tra “riservatezza-computer”; l’impiego dell’elaboratore elettroni- co, infatti, consente di impadronirsi ed archiviare informazioni che riguar- dano l’individuo, comprese quelle della sua vita privata sottoponendolo, così, ad una nuova forma di dominio, che si potrebbe chiamare “il potere informatico”.

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Il “right to privacy” ha quindi acquistato un nuovo significato ed una nuova ampiezza, che non poteva avere secoli fa: questo ora consiste nel diritto, riconosciuto al cittadino, di esercitare anche un controllo sull’uso dei propri dati personali inseriti in un archivio elettronico.

Il diritto alla riservatezza, per effetto della nuova dimensione acquisita, non viene, infatti, più inteso in un senso puramente negativo, come facoltà di ripulsa delle intromissioni di estranei nella vita privata, o di rifiutare il consenso alla diffusione di informazioni sul proprio conto, di rinuncia alla partecipazione nella vita sociale; ma in senso positivo, come affermazione della libertà e dignità della persona, e come potere di limitare il potere informatico, controllandone i mezzi ed i fini.

Si è concepita così una nuova dimensione della privacy grazie allo sviluppo del progresso tecnologico e delle comunicazioni elettroniche. Naturalmen- te questa evoluzione si è ottenuta lentamente nel tempo ed attraverso la presente opera si cerca di tracciare e documentare l’iter evolutivo della riservatezza passando attraverso i secoli e le aree geografiche senza di- menticare ovviamente il nostro paese.

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La storia ci insegna che l’evoluzione dell’uomo non si arresta e con lei an- che tutti i concetti e parametri che ci circondano. Infatti, se all’inizio l’uomo non era consapevole della sua persona come “essenza”, con la sua evolu- zione ha sempre preso più coscienza che il suo io era una sfera nella quale confluivano molteplici aspetti compreso quello delle relazioni e della riser- vatezza. Allora la riservatezza incominciava ad assumere una rilevanza particolare tale da separare la vita pubblica da quella privata.

Per gli antichi greci era un dovere, che i cittadini maschi partecipassero alla vita pubblica, ma riconoscevano anche la necessità di una vita privata in ambito strettamente limitato ai propri bisogni e necessità. Era fonte di di- sprezzo il fatto di non poter o voler partecipare alla vita pubblica (vedi schiavi o estranei). Aristotele faceva distinzione tra la sfera pubblica (annessa all’attività politi- ca) e la sfera privata (annessa alla attività familiare).

In effetti, secondo il pensiero greco, la capacità degli uomini di organizzar- si in modo politico è strutturalmente differente – e in netto contrasto – con i rapporti naturali che hanno il loro centro nell’oikia, nella casa e nella fami- glia che vi risiede. Il sorgere della polis, la città-stato, come scrive la Aren- dt,“significò per l’uomo ricevere una sorta di seconda vita, il suo bios poli- tikos. [3]^ Ora ogni cittadino appartiene a due ordini di esistenza; e c’è una netta distinzione nella sua vita tra ciò che è suo proprio (idion) e ciò che è in comune (koinon). Di tutte le attività necessarie e presenti nelle comunità umane, solo due erano stimate politiche e costitutive di quello che Aristo- tele chiamò il bios politikos, cioè l’azione (praxis) e il discorso (lexis), da cui trae origine il dominio degli affari umani. Si stabilivano, quindi, due ordini di esistenza, uno definito naturale, frutto della necessità, separato, nel mondo classico, dalla polis in senso proprio e

[3] H. arendt, Vita Activa, Milano, 2000

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che restava saldamente confinato, come mera vita riproduttiva, nell’ambito dell’oikos. L’altro, invece, quello della polis, era legato ad uno specifico della politica, il linguaggio, e aveva a che fare con la libertà. La distinzione tra sfera domestica privata e sfera politica pubblica è importante per le conseguenze, oltre che per il tipo di rapporti che si instaurano tra i membri che vi appartengono. La polis, infatti, si distingueva dalla sfera domestica perché si basava sull’u- guaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era basata sul totale dominio del capofamiglia (despotes), soggetta alla disuguaglianza di ruoli. Solo quando il capofamiglia lasciava la casa e accedeva alla sfera pubblica era considerato libero.

Questa paradigmatica distinzione di ruoli e di qualità di relazioni, tuttavia, decade con ‘l’avvento della sfera del sociale, allorché l’amministrazione do- mestica, delle sue attività peculiari (economia viene da oikos, casa), dei suoi problemi e dei suoi strumenti specifici fuoriesce “dall’oscura interiorità del- la casa alla luce della sfera pubblica”; ciò ha “non solo confuso l’antica de- marcazione tra il privato e il politico ma ha anche modificato, fino a render- lo irriconoscibile, il significato dei due termini e la loro importanza per la vita dell’individuo e del cittadino.” [4] La posizione arendtiana ci offre la possibilità di fare uno spostamento late- rale rispetto alla usuale concezione della privacy, vista come semplice se- parazione dalla sfera degli affari collettivi. In realtà essa vi appartiene inti- mamente, poiché il suo luogo di provenienza è lo spazio domestico, il quale, come abbiamo visto, è all’origine delle attività economiche.

Così la Arendt: “Nella sensibilità antica, l’aspetto di deprivazione della privacy, indicato nella paro- la stessa, era considerato predominante; significava letteralmente uno stato di pri- vazione che poteva toccare facoltà più alte e più umane. (…) Noi non pensiamo più

[4] H. arendt, Vita cit.

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Oppure ricordiamo la scacchiera di Polibio, sistema crittografico dal famo- so storico greco verso il 150 a.C., descritto nelle sue Storie [6]^ che si basava sul frazionamento dei caratteri del messaggio in chiaro così che potessero essere rappresentati utilizzando un più piccolo insieme di simboli. A quei tempi i divertimenti erano veramente pochi, la gente oltre a recarsi nelle arene o nelle piazze parlava. Parlava al mercato, per le strade e nei luoghi di ritrovo, nasceva così il pettegolezzo. Il Gossip. Si parlava e si sparlava delle persone raccontando aneddoti che, per la leg- ge dl telefono senza fili, alla fine avevano ben poca attinenza con la realtà. Le persone venivano etichettate e non di rado quando qualcuno passeg- giava per le strade la gente incominciava a sussurrare al vicino qualche aneddoto.

La lettura e la scrittura non erano ancora diffuse ma si può affermare che il primo grande scrittore di gossip della storia sia stato Gaio Svetonio Tran- quillo, che nei suoi libri ha tramandato le storie segrete di dodici imperato- ri romani, raccontando, ad esempio: del rapporto incestuoso di Caligola con la sorella Drusilla; delle strategie d’amore della regina Cleopatra, dalla voce suadente e dall’aspetto seducente, amante di Giulio Cesare e di Mar- co Antonio; delle avventure notturne di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, che appena poteva scappava verso le periferie della città e, sotto il nome d’arte di Licisca, si prostituiva con marinai e gladiatori. E se si volesse tracciare una breve storia del gossip, bisognerebbe partire da molto lontano. Il primo pettegolezzo di cui si ha notizia risale infatti al 3.500 a.C.: si tratta di una tavoletta incisa a caratteri cuneiformi, rinvenuta in Mesopotamia, che parla, anzi sparla, di un uomo potente e della sua relazione con una donna sposata. Più recentemente, se si può dire così, nel 102 a. D., troviamo gli epigrammi di Marziale, brevi poemetti satirici che sbeffeggiano, tra gli altri, l’impera- tore Traiano, e ancora, nel primo secolo d.C., i Carmina Triumphalia, una

[6] Storie, libro X, cap. 7, parr. 45.6 e segg.

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sorta di “maldicenza poetica”, canti di lode e insieme di scherno, a cui i militari romani, accampati attorno a un fuoco dopo la battaglia, sottopone- vano il loro vittorioso comandante, per celebrarlo e allo stesso tempo im- pedirgli di montarsi troppo la testa. Non mancavano allusioni a rapporti sessuali con schiavi e sottoposti.

Bisogna percorrere molta strada prima che l’uomo prenda conoscenza del suo io e di quello degli altri, considerando se stesso, le sue cose, le sue at- tività, i suoi affetti, il suo pensiero, il suo credo, la sua salute come propri e non solo come un qualcosa che gravita intorno a lui ma che ne è separata. Proseguendo nel cammino del tempo arriviamo al medioevo dove i mes- saggi segreti (militari e non) proliferavano e dove il termine privato diven- ne sinonimo di familiare; infatti la vita privata era basata sulla fiducia reci- proca che univa i membri del gruppo dando luogo ad una vita familiare intesa in senso conviviale, dove non vi era spazio per l’individuo. Il disgre- garsi della società feudale configura la privacy come un bisogno tipico del- la nuova classe borghese emergente, bisogno che si contestualizza princi- palmente nelle trasformazioni socio-economiche legate alla rivoluzione industriale. [7]

Ecco che allora inizia a prendere forma la necessità di appartarsi, di avere intimità in tutti i campi (religioso, sociale di pensiero) di vivere a stretto contatto con i familiari e gli amici più cari. Inizia a nascere il concetto di riservatezza che si avvicina a quello dei giorni nostri. L’individuo riscopre se stesso come entità singola, riscopre i valori portati dalla famiglia e dall’intimità del focolare domestico. Nel medioevo, in effetti, il concetto di Privacy era abbastanza aleatorio. Le persone vivevano praticamente in comunità, queste potevano essere le

[7] "Every man's home is his castle" William Pitt, 1 st^ Earl of Catham, da un

discorso alla Camera dei Lord

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marchiati a fuoco sulle guance, i bestemmiatori erano frustati e trascinati per la città con una tenaglia alla lingua, gli omicidi erano trascinati legati alla coda di un mulo o di un cavallo e infine impiccati e così i traditori e i turbatori della pace pubblica (dati giudiziari?).

Anche un funerale poteva diventare una sorta di spettacolo pubblico cre- ando così un diversivo alla monotonia quotidiano e un’occasione per par- lare ed incontrarsi.

C’era poi il controllo sul sesso, anzi il controllo dell’efficienza sessuale rien- trava nei rituali del vivere comunitario sui quali il vicinato aveva un ruolo di primo piano. Di conseguenza i singoli erano chiaramente condizionati negli atteggia- menti erotici o sessuali, ma anche e soprattutto nei comportamenti econo- mici, religiosi e sociali (dati sensibili?). Il concetto di riservatezza anche famigliare veniva meno, infatti le case era- no legate tra loro. Spesso non esistevano porte (ma dei tendaggi), una fila di corridoi univa i vari edifici uno dentro l’altro, con gabinetti in comune nei cortili; i borghi medievali per la loro costruzione costituivano un continuum non scomponibile col metro dell’intimità quale siamo abituati oggigiorno.

Le persone dormivano nello stesso letto e condividevano con molti sia i pasti che la casa. Le famiglie erano numerose anche perché venivano inte- grati nel nucleo individui, parenti, amici, che non riuscivano a provvedere da soli al loro sostentamento (orfani e vedove di guerra, inabili a lavorare per qualche ferita, etc). Immaginatevi come poteva essere difficile avere un po’ di riservatezza in questa bolgia. Pensate alla ricerca di momenti di tran- quillità, riflessione oppure solo ad incontrare, magari in segreto, il proprio innamorato. Per non parlare dei dati sensibili. Non esisteva confine tra tuo e mio, la vita affettiva, lavorativa, l’ozio e il piacere si intrecciavano, il chiacchierare e il parlare si intersecavano coin- volgendo tutti quanti gli appartenenti alla comunità senza scampo. Scom-

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parivano persino i nomi, i cognomi, ognuno veniva indicato dal sopranno- me, in genere dall’attività o dal mestiere che esercitava. Spesso i nomignoli avevano attinenza con una malformazione o un difetto fisico, noto a tutti.

In un villaggio della Romagna occidentale (vedi La miniera del mondo, di Piero Camporesi - Edizioni Il Saggiatore) c’era chi aveva per soprannome “Tot usel” (tuttouccello) ed era un iposessuale o un impotente. Un lavora- tore del vescovo di Cesena era stato ribattezzato - lui e i suoi eredi - “trivo- glioni”. Rientravano nel leggendario paesano incredibili episodi di irrefre- nabile bestialità sessuale, come riferiscono certe cronache: “M. Agnollo Dal Buschio, citadino de Cesena, questo anno, usando con una sua comare, s’atachorono insieme commo li cani, visto da ognomo”... oppure: “France- sco de Jseppo... uxando più ch’al dovere con la Bricida sua femina, si sfilò e morì...”: (dalle Cronache e storie di Giuliano Fantaguzzi nel suo Caos).

Durante il Medioevo il pettegolezzo trovava terreno fertile: giravano so- vente storie sui potenti del tempo facendoli sentire molto più vicini alla gente comune. Secondo alcune cronache si viene a sapere che papa Gio- vanni XII rifiutò l’estrema unzione perchè riteneva fosse posseduto dal dia- volo. La morte lo colse nel 964 a causa di un infarto mentre si trovava insie- me ad una donna sposata. A riferire la notizia è il celebre giornale Liutprando da Cremona. La rivista era focalizzata sui comportamenti dei papi libertini e dei sovrani. Anche se a leggere e a scrivere erano in pochi a saperlo fare, la narrazione di questi eventi aveva attecchito presso un pub- blico molto vasto grazie anche ai giullari e menestrelli che raccontavano episodi di vita privata dei potenti.

Come sempre i pettegolezzi potevano creare gravi problemi. Se vi era una donna che curava con le erbe medicinali poteva essere fatta passare come strega e quindi finire al rogo.

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d’un tratto ma è il risultato di una lunga evoluzione.

Il modo con cui si formarono questi nomi di famiglia è peraltro unico; al nome individuale venne ad aggiungersi un predicato che valesse e distin- guere la persona dei suoi omonimi, e questo predicato fu poi ereditato dai suoi discendenti. Quest’appendice al nome di battesimo venne tratta o dal nome del padre (per lo più al genitivo, talora preceduto della parola «fi- glio») o per i forestieri della loro origine; ovvero, come spesso accadde nelle città, il nome con cui veniva indicata una abitazione si trasferì al suo proprietario.

Fonti ulteriori dei cognomi furono le caratteristiche personali dei singoli individui, dapprima le loro qualità fisiche, poi anche le qualità d’indole in- tellettuale e morale (identificazione?); più spesso ancora valsero alle for- mazione dei cognomi le professioni, gli uffici pubblici e le industrie da cia- scuno esercitate, e finalmente un notevole contributo vi arrecarono i nomignoli attribuiti agli individui per celie o per dileggio (il gobbo, il man- gione, lo smilzo, il basso, il biondo, il nero, etc.).

Particolare attenzione in questo periodo rivestono i messaggi riservati mi- litari. L’utilizzo di tecniche crittografiche però non era così evoluto anche perché pochi sapevano leggere e scrivere e veniva usata (come nel caso del cifrario di Cesare) solo per celare i nomi propri, con la sostituzione di una lettera con quella successiva dell’alfabeto regolare (A con B, B con C ecc.). Oppure sono usati nelle missioni diplomatiche tra i vari piccoli stati euro- pei, particolarmente da parte delle repubbliche marinare e dalla corte pa- pale di Roma e a partire dal XIV secolo.

Si usavano le cosiddette nomenclature, ossia liste di parole chiave del ger- go diplomatico abbreviate con un solo segno; ne troviamo molti esempi tra i secoli XIVº e XVIIIº. Un altro sistema è quello usato dall’Arcivescovo di Napoli, Pietro di Grazia, tra il 1363 e il 1365 in cui le vocali sono sostituite

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da semplici segni e le vocali scritte in chiaro funzionano da nulle; nelle ulti- me lettere il procedimento è applicato anche alle consonanti più frequenti, che a volte erano cifrate anche con altre lettere alfabetiche.

Nel 1378, dopo lo scisma di Avignone, l’antipapa Clemente VII decise di unificare i sistemi di cifrature dell’Italia Settentrionale ed affidò tale compi- to a Gabriele Lavinde; in Vaticano è conservato un suo manuale del 1379. Molti artisti celavano nelle loro opere messaggi criptati per lasciare una propria impronta personale o per dar un significato recondito all’opera (vedasi ad esempio Andrea Mantegna nel suo San Sebastiano, dipinto nel 1460, conservato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna).

Anche la magia ha svolto un ruolo predominate con le sue formule magi- che (diremmo ora parole criptate) ed i suoi riti. I messaggi amorosi, erano rari, era più facile inviare un fiore od un disegno data la scarsa capacità di lettura e scrittura dell’epoca ed erano più mes- saggi per fissare incontri che vere lettere. Caso mai ci si affidava a cantasto- rie, passa parola o musicisti.

Durante il periodo compreso tra il XIV ed il XVI secolo, le città europee ed italiane mutarono radicalmente. Se, prima del XV secolo, solo Parigi e Na- poli potevano essere considerate delle città (con una popolazione di circa 100.000 abitanti), durante il Rinascimento (È stato il Vasari a parlare per primo di Rinascimento come idea di trovarsi all’inizio di una epoca di rige- nerazione dell’umanità proprio perché vedeva, all’inizio del XV secolo, una grande fioritura di vita culturale e di manifestazioni artistico letterarie) , i maggiori centri europei salirono a dodici, di cui sei erano italiani.

Il grande spostamento di masse dalle campagne alle città, dove commer- cianti in erba confluivano in cerca di fortuna, portò alla necessità, per i più facoltosi, di ostentare la propria ricchezza, che si concentrò sempre più nelle mani di pochi. In questo processo, la casa assunse una funzione fon-