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Riassunto completo del libro di Guido Crainz - Storia della Repubblica.
Tipologia: Sintesi del corso
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Fra guerra e guerra civile L’Italia che esce dal fascismo, seconda guerra mondiale e due anni di occupazione è profondamente lacerata. Ad uno sguardo lontano l’Italia devastata del 1945 sembra quasi aver smarrito. Sembra davvero incapace di fare i conti con la catastrofe. Nel 1945 esce il libro “Cristo si è fermato a Eboli”, di Carlo Levi. Il libro contribuisce a diffondere un’ampia sensibilità civile, in cui messo in evidenza la situazione nel Mezzogiorno. Alla Liberazione il Mezzogiorno è allo stremo. Viene quasi totalmente distrutta la poca industria esistente. Gli aiuti degli Alleati sono ridotti al minimo necessario per tenere l’Italia in vita. Aumentano gli atti illegali e le rivolte popolari. In questo universo sconvolto iniziano a ritornare i militari sbandati e i reduci dalla prigionia: portano con sé Frustrazione e disperazione Crollo di ogni senso di disciplina Ostilità nei confronti di uno stato che sta nascendo dalla sconfitta. Lo scenario cambia ancora a Roma, liberata nel giugno del 1944, dove prende avvio un interrogarsi sul fascismo che presto di attenua. Si ha però la consapevolezza che il fascismo non è ancora superato. A diffondere ulteriori umori vi sono poi le incerte vicende dell’”epurazione” dei funzionari pubblici e delle figure più compromesse con il fascismo: alimentano inquietudini, incertezze e nuove delusioni. Lo scontro del 1943-45 non fu solo guerra di Liberazione nazionale ma ebbe anche i connotati di una terribile guerra civile. Di fronte alla ferocia della rsi (Repubblica Sociale Italiana), fu presente una ostilità del popolo italiano. Vi furono percorsi che vennero ad opporsi all’ultimo fascismo e al nazismo, anche con comportamenti non riducibili alla Resistenza armata. Uscire dalla guerra Con la Liberazione inizia la storia di un paese diviso e piegato. Quel paese sa trovare in sé le forze per risollevarsi, per ricostruire non solo le case ma
quella nazionalità che andata perduta. Per dare corpo alla democrazia, si impianta un sistema di partiti al quale si affida con fiducia una società civile intrisa di sofferenze e speranze. Il danno bellico si colloca fra un quinto e un sesto della produzione nazionale. Sono crollate le principali produzioni agricole e industriali. I bombardamenti hanno colpito duramente i grandi centri urbani. Il dilagare della borsa nera e la crescita selvaggia dell’inflazione vengono a inasprire ulteriomente il quadro e a sconvolgere tradizionali gerarchie sociali. Sarà molto lungo il nostro dopoguerra, caratterizzato dalla miseria, in particolare nel Mezzogiorno. Dilagante è la disoccupazione e nel 1951 il 44% degli occupati lavora ancora in agricoltura contro il 29% del settore industriale. I giornali ci riconsegnano la povera cultura dei costumi di allora. Nelle canzoni del tempo ritroviamo i sentimenti del tempo. Non manca la lunga separazione di Trieste dall’Italia, lasciato di una guerra perduta. Non comprenderemmo il paese reale rimuovendo le testimonianze cinematografiche e letterarie, ma una salutare rottura con il passato non è certo assente. Vi è una smania di raccontare, e non è riducibile alla felice stagione del Neorealismo. Troviamo gran parte della migliore cultura italiana. La ripresa delle lotte sociali Prima ancora della fine della guerra si estendono nel Mezzogiorno le occupazioni dei latifondi lasciati incolti, un’ingiustizia sociale stridente in un paese alla fame. Nell’ottobre 1944 viene legalizzato un decreto di Fausto Gullo, che prevede che quelle terre vengano affidate a cooperative contadine. Interi paese sembrano partecipare alle occupazioni, dirigendosi in particolare verso quelle terre che erano state sottratte alle collettività dai grandi proprietari. Queste mobilitazioni sono spesso caratterizzate da aria di festa e vengono considerate come la riparazione di un torto. Analogo carattere hanno le lotte per il lavoro. Carlo Levi segnala il diffondersi di figure nuove. Peserà fortemente quel mancato rinnovamento dello Stato che Levi denunciava, con il diffuso persistere di apparati e uomini forgiati dal fascismo. Eredità arcaiche emergono anche nell’Italia centrale. Nel dicembre del 1945 le città sono spesso invase da gruppi di mezzadri. La guerra ha travolto sudditanze e orizzonti mentali antichi di secoli. Ha lacerato la finzione paternalistica del patto colonico. Gli stessi proprietari terrieri erano assenti nei momenti più tragici e ritornavano al termine del conflitto per riprendersi il loro antico ruolo. Si innestava quella diffusa aspirazione a radicali mutamenti che era alimentata dalla spinta stessa della Resistenza. Residui antichi permanevano anche nelle cascine lombarde. Alla caduta del fascismo quasi metà del compenso dei contadini era ancora in natura.
del Pci prendersi carico degli interessi nazionali che il fascismo ha tradito. Un grande partito di popolo, largamente aperto agli strati intermedi. Ma all’interno dello Statuto del Pci è presente una contraddizione. Il partito è sì aperto a tutti, ma al tempo stesso gli iscritti sono tenuti ad acquisire una sempre maggiore conoscenza dei classici del marxismo- leninismo. Molti soggetti sociali confluiscono in quel Pci, come per esempio i giovani che vengono dall’esperienza partigiana. Alla leva partigiana di intreccia il grande flusso che viene dall’Emilia e dalle aree del socialismo prefascista, attratto dal prestigio acquisito dal Pci nell’opposizione al regime. Nelle lotte per la terra si forgiano momenti di organizzazione collettiva prima sconosciuti. Si diffondono anche nuove forme di consapevolezza democratica, come si vedrà anche nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Moltissimi intellettuali aderirono al Pci. La funzione liberatrice della classe operaia viene assunta spesso come bussola, nella convinzione che la lotta di classe possa rendere più aperta e creativa la società. Il comunismo veniva visto come un liberalismo di emergenza, in opposizione a una gestione del potere profondamente illiberale. Il partito comunista italiano fu un vero e proprio crogiuolo di culture. Le differenti parti del paese iniziarono a comunicare scendendo in piazza ed è difficile negare che in questo i comunisti ebbero una parte decisiva. Essi diedero vita ad un tessuto organizzativo e fecero circolare un blocco di valori grazie ai quali estesi settori della popolazione vennero per la prima volta in contatto. Possiamo quindi dire che il Partito comunista ha avuto un ruolo di disciplinamento di massa, soprattutto nell’abbandono delle tentazioni rivoluzionarie e delle attese insurrezionali. Nella cultura comunista la democrazia sostanziale venne progressivamente a coincidere con la piena applicazione della Carta fondativa della Repubblica. Il permanere del mito e poi della difesa a priori dell’Unione Sovietica rivelarono la grande difficoltà ad accogliere le libertà formali come bene intangibile. E la pedagogia comunista di quegli anni è ben poco intrisa di democrazia. La prassi dell’annullamento e della cancellazione degli oppositori è solo la spia di qualcosa di più profondo: una concezione totalizzante della militanza come scelta di vita. Nella vita dei militari convivono la durezza settaria delle scuole di partito e il nazional popolare delle Feste dell’Unità. Tutto questo alle spalle dell’integrazione sociale perseguita dai partiti socialisti e dell’esperienza fascista. Il Partito socialista è stato quasi del tutto assente nell’attività clandestina durante il Fascismo. Incapace di trarre profitto dalla sua tradizione. Il Psi è stato incapace di dare corpo a una vera rifondazione del riformismo. Scompare subito il Partito d’Azione, che aveva dato un contributo molto significativo alla Resistenza. Il mondo cattolico è stato segnato in profondità dall’esperienza fascista e dal pontificato di Pio XII. VI è la convinzione in Pio XII che spetti alla Chiesa
coprire il vuoto aperto dal crollo del fascismo. La vicenda italiana stessa del 1943- 45 accrescerà a dismisura il ruolo di supplenza della Chiesa. Si consideri anche il bisogno di religiosità che esplode, alimentato dalle angosce della guerra e dagli sbandamenti del dopoguerra. La catastrofe e le macerie della guerra alimentavano l’esigenza di una risposta etica e facevano riemergere rassicuranti valori tradizionali. Esigenze ingigantite dalla incombente minaccia dell’Anticristo d’Oriente. A tutto questo il pontefice contrapponeva un “nuovo ordine cristiano” che aveva come riferimento un mondo destinato alla scomparsa: quel mondo naturale voluto da Dio, basato su laboriosità, semplicità e schiettezza di vita. Di lì a non molto il scomparire di questo tipo di Italia renderà ancora più amaro il declinare del pontificato. De Gasperi è riuscito a far trionfare la Democrazia Cristiana. Ha alle spalle l’esperienza del partito popolare, di cui è stato segretario dopo l’esilio di Don Sturzo. Da un lato questo partito è caratterizzato dal sostegno vaticano, dall’altro c’è la necessità di non dipendere interamente da quel sostegno e di costruire una propria autonomia. Sullo sfondo dell’ispirazione di De Gasperi vi è la necessità di coinvolgere in questo processo le “masse lente”, per conquistarla realmente alla democrazia. La proposta di De Gasperi è connotata prevalentemente in negativo, con il supporto di una dottrina sociale della Chiesa quanto mai ineffabile. E’ capace di interpretare l’ansia di un ritorno alla normalità, di una ricostruzione reale del paese. Per questa via la DC riuscirà a diventare l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti, destinati a contribuire in modo decisivo alla Ricostruzione. Gli italiani avevano attraversato il fascismo senza esserne influenzati, pensando alla famiglia e al sopravvivere, e questo avrebbero continuato a fare. Segnati da un tenace servilismo verso un potere disistimato, da un’assoluta noncuranza dei propri doveri nei confronti dello Stato, da una religiosità superficiale e senza vere implicazioni etiche. Pronta ora a convivere con un altro “regime”. Verso l’assemblea costituente Alla conferenza di pace di Parigi, Alcide De Gasperi è consapevole del fatto che l’Italia è responsabile di aver introdotto il fascismo in Europa. Esito della conferenza: Assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia (solo nel 1954 gli Alleati riconsegneranno Trieste all’Italia). Il 5 marzo 1946 Winston Churchill parla di cortina di ferro: siamo all’inizio della sovietizzazione forzata dell’Europa centro-orientale. Negli Stati Uniti è sempre più debole l’ispirazione progressista che aveva guidato il presidente Roosevelt, e prevale l’indirizzo di Harry Truman: priorità del contenimento della minaccia sovietica con il sostegno economico e militare ai “paesi liberi”. Nel dicembre 1947, Truman dichiara che se verrà minacciata
I partiti impegnati a scrivere la Costituzione erano dominati da uno straordinario senso dello Stato ed erano realmente ispirati dall’esigenza di cercare punti di contatto per rifondare la nazione, ponendo la democrazia come sostanza del nuovo Stato. Alcide De Gasperi con un discorso inaugura la campagna elettorale per la Costituente. Sostiene in maniera molto decisa il bicameralismo e critica quei partiti che vogliono condurre la Repubblica dominata da una sola assemblea, cosa che stava accadendo in Francia. Non fu lineare il percorso che portò al bicameralismo paritario, poi sancito, con differenze marginali nelle modalità d’elezione dei due rami del Parlamento. Nel corso del 1946 una forte ripresa dell’inflazione rendeva sempre più difficile la situazione del paese. Vi contribuiva la politica economica liberalista. Nel diffondersi delle spinte centrifughe diventa prioritario per De Gasperi accreditare la Dc come perno del fronte moderato e interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. De Gasperi, durante un viaggio in America, dipinge la situazione italiana mettendo in evidenza un Pci pronto a spingere l’Italia verso l’orbita sovietica e con una situazione alimentare drammatica che può portare a moti prerivoluzionari. È però un’inflazione senza freni a squassare le incerte fondamenta della Repubblica. I prezzi all’ingrosso sono aumentati di circa 50 volte rispetto al 1938. I piccoli risparmiatori iniziano a ritirare i loro risparmi dalle banche. Discende da qui, nel maggio 1947, l’espulsione di socialisti e comunisti dal governo. Inizia così il tentativo di De Gasperi di imporsi nella politica italiana. Ha un sostegno economico e politico con gli Stati Uniti ma sconta un forte isolamento interno. Per De Gasperi il vero rischio è il fallimento della politica economica. Intanto nel giugno del 1947 il segretario di Stato americano, generale Marshall, annuncia il piano di aiuti ai paesi europei che recherà il suo nome e che sarà fondamentale. Quella politica ridarà fiducia e ricrea le condizioni di stabilità economica. Nel gennaio 1948, anche l’aumento dei salari rispetto al 1938 è superiore al costo della vita. Ma la riduzione dei prestiti bancari incide negativamente sulla produzione industriale e sugli investimenti.
Con lo scorrere dei mesi il pieno dispiegarsi degli aiuti americani contribuiva a rendere più solida l’azione del governo. Nel febbraio 1948 la cortina di ferro si chiude definitivamente: Colpo di Stato di Praga Sovietizzazione della Cecoslovacchia. Con il National Security Council viene affermato che gli Stati Uniti avrebbero fatto ricorso per impedire la caduta dell’Italia sotto il dominio dell’Urss. Vengono aumentati gli aiuti statunitensi nei confronti dell’Italia. Il proseguire degli aiuti è esplicitamente condizionato al risultato elettorale e con l’avvicinarsi del 18 aprile le iniziative si infittiscono. Il quadro è completato dall’intensa mobilitazione del mondo cattolico. È guidata da Pio XII e organizzata dai Comitati civici fondati da Luigi Gedda. Si aggiunga anche l’impegno diretto della Democrazia cristiana. Del tutto inadeguata appare al confronto la propaganda di socialisti e comunisti, uniti nel Fronte democratico popolare. È poco credibile l’appello elettorale, che attribuisce agli Stati Uniti e al governo De Gasperi la minaccia di una guerra. Nel Partito comunista la delusione è cocente e nella base operaia e partigiana affiora una confusa tentazione di rivincita. La reazione del paese è immediata. A Torino gli operai occupano la Fiat. Le dinamiche sono simili a Milano, a Venezia e in molte “cittadelle rosse” dell’Italia centrale. Non mancarono le oscillazioni periferiche, concessioni alle illusioni rivoluzionarie di gruppi di militanti. Larghe parti del paese avevano partecipato alla mobilitazione in forme meno tumultuose, anche se erano presenti zone che erano rimaste totalmente indifferenti. Fra “democrazia protetta” e “democrazia mutilata” Gli anni successivi vedono convivere nell’azione di governo spinte differenti, e diversi impulsi vengono anche dagli Stati Uniti. Alcune scelte del governo italiano limitarono le spinte keynesiane che venivano dall’America. Nella prima fase le imprese utilizzarono la politica deflattiva per liberarsi della manodopera più del necessario. Gli stessi fondi del Piano Marshall permisero al governo di privilegiare alcuni settori, e permisero anche la realizzazione di una politica riformatrice. Non fu lineare l’ingresso dell’Italia nella Nato. De Gasperi dovette superare le resistenze interne e l’atteggiamento non entusiasta degli altri paesi.
Oltre a sanare mali antichi le opere di bonifica e di irrigazione contribuirono anche a un rilevante aumento della produzione agricola, ampliando fortemente la parte fertile del Mezzogiorno. Nella prima fase dell’azione della Cassa rimase eluso il nodo dell’industrializzazione. La riforma agraria ebbe un forte impatto. Ma gli effetti positivi furono rimpiccioliti dai suoi limiti e dal processo in cui venne inserita. Il numero dei beneficiari della riforma fu ampliato anche a scapito dell’efficienza produttiva delle aziende. Negli Enti di riforma si insediò una gran folla di impiegati assunti con criteri ampiamente clientelari. In molte aree questi Enti e la Cassa rappresentano per la prima volta uno Stato tradizionalmente assente. La gestione clientelare che li caratterizza ha effetti negativi che vanno oltre le conseguenze immediate. Si consideri più in generale il fortissimo espandersi degli investimenti in agricoltura. Tra il 1951 e il 1960 essi raddoppiano. Nel 1960 quasi tutte le scelte in campo agricolo devono misurarsi con le politiche del governo. L’intervento dello Stato era passato da un semplice stimolo a vere e proprie erogazioni. Traevano alimento e potere numerosi enti e al loro interno prendeva corpo il dominio della Federazione nazionale dei coltivatori diretti fondata dal 1944 da Paolo Bonomi. Il cuore del progetto Bonomi diventa presto la conquista dei Consorzi agrari provinciali. Si aggiungono presto iniziative in altri campi e si aggiungerà nel 1952 un ruolo di primo piano nella gestione del Piano decennale per l’agricoltura, con una colossale erogazione di mutui e prestiti per l’acquisto di macchine agricole o per la costruzione di edifici rurali. Alla fine degli anni 40 l’organizzazione di Bonomi rappresenta 800 000 famiglie contadine, e nel 1955 giunge a dichiararne il doppio. Piano varato nel 1949 da Fanfani, Ministro del Lavoro, per incrementare l’occupazione operaia. In 12 anni vengono costruiti 350 000 alloggi e il lavoro così creato equivale alla piena occupazione di oltre 40 000 muratori all’anno. Si consideri anche l’ampia rete di architetti coinvolti. Il Piano Ina-Casa ha lasciato il segno in moltissime realtà. Questo piano va collocato in un’Italia in cui i servizi fondamentali erano presenti in meno del 10% delle abitazioni. Più del 50% dei nuclei familiari insediati nelle “case Fanfani” abbandona forme indecenti del vivere.
Altre iniziative di quegli anni sono legate al nome di Ezio Vanoni, ministro delle Finanze. “La Vanoni” sarà per gli italiani la dichiarazione delle tasse, resa obbligatoria con una legge del 1951. La legge porta alla luce disparità profonde. A considerare l’azione di governo nel suo insieme appare evidente l’agire di differenti spinte, con conseguenze immediate nell’assetto stesso della Democrazia cristiana. Una sconfessione della politica di De Gasperi tentata con durezza estrema da parte del Partito popolare e destinata a lasciare profondi strascichi. La stagione di De Gasperi volge al termine e la sua sconfitta è sancita dalle elezioni del 1953. Il 7 giugno la Dc resta d’un soffio sotto il 50% mentre comunisti e socialisti migliorano le loro posizioni. CAPITOLO II UN MIRACOLO NON GOVERNATO La fine dell’Italia del 18 aprile Il 1953 rappresenta uno spartiacque. Le tensioni internazionali cominciano ad attenuarsi con la fine della guerra di Corea e la morte di Stalin. In Urss inizia il disgelo. I moti operai di Berlino est annunciano le prime crepe dell’”Europa sovietica”. Due anni dopo alla Conferenza di Bandung 29 Stati asiatici e africani si impegnavano a sostenere la decolonizzazione, e ad andare oltre l’assetto bipolare della guerra fredda. Nasce così il movimento dei paesi “non allineati”, sancito nel 1961 dalla Conferenza di Belgrado. Non è interamente “allineato” neppure Gronchi, presidente della Repubblica dl 1955. Gronchi cerca un proprio ruolo sul piano internazionale, dalle aperture ai paesi arabi al viaggio in Unione Sovietica. Suscita ostilità in America l’iniziativa di Enrico Mattei. Capace di intuire le potenzialità del metano in pianura padana e capace di imporre la nascita dell’Eni come ente pubblico. Nell’ industria pubblica , viene compiuta la ristrutturazione della siderurgia voluta da Oscar Scalfaro.
È impressionante la documentazione raccolta dalla Commissione parlamenta d’inchiesta sulle condizioni nelle fabbriche (1955), ma non suscita echi particolari dato che la maggior parte dei giornali ha taciuto. Si intrecciano differenti realtà produttive. Nei settori tradizionali della classe operaia cresce la sensazione di isolamento mentre la sinistra denuncia ancora l’arretratezza italiana. Il senso di sconfitta si intreccia a più generali disorientamenti. Appare sempre più intollerabile uno stalinismo che ha avuto un lungo corso. Nel 1956 ci troviamo di fronte a due differenti traumi:
Si è rallentato o arrestato per alcuni settori il corso della nostra ascesa produttiva. Alla fine dell’anno il presidente della Repubblica mette in guardia dai facili ottimismi. In un brevissimo volgere d’anni la società italiana conosce una rottura con il passato sotto vari aspetti. Entra di slancio nella modernità, pur frenata da tenaci resistenze. La fase più intensa e vitale del nostro “miracolo economico” si interrompe già nel corso del 1963 ed era iniziata 5 anni prima. Il 1° gennaio 1958 entrano in vigore i Trattati di Roma che istituiscono la Comunità economica europea. Per la prima volta in quell’anno i lavoratori dell’industria sono più numerosi di quelli nei campi. Sono iniziati i grandi flussi verso i centri urbani. A dicembre è inaugurato il primo tratto dell’Autostrada del Sole. I dati generali sono eloquenti. Dal 1954 al 1964 il reddito nazionale netto quasi si raddoppia e l’aumento del reddito pro capite è di poco minore. La produttività industriale aumenta dell’84%, e il paese si inserisce nel positivo trend internazionale con una forza ancora maggiore. L’emigrazione all’estero aumenta ancora ma è sopravanzata dai colossali flussi delle migrazioni interne. Questi processi iniziano dall’espandersi dell’Italia industriale. Fanno da traino i settori dell’automobile e degli elettrodomestici, della siderurgia, della chimica e della petrolchimica, in un intreccio tra iniziative privata e impresa pubblica. Tra le più importanti aziende troviamo la Fiat e la Olivetti, che lavoravano tra Torino e Milano. A completare il quadro contribuiscono aziende già importanti come la Piaggio e la Necchi, o fabbriche che hanno alle spalle piccole imprese familiari. Avviene l’allargamento del vecchio “triangolo industriale” verso Nord-est e poi verso l’Emilia e la Toscana, o le Marche. Inizia a delinearsi una “terza Italia” basata sulla piccola impresa diffusa ma non mancano interventi “esterni”, pubblici e privati. Si consideri la smobilitazione post-bellica di decine di fabbriche lungo la via Emilia. I licenziamenti colpiscono duramente militanti politici e sindacali e immettono sul mercato del lavoro operai qualificati. Un quadro complesso e articolato che si semplifica drasticamente man mano che ci si addentra nel Mezzogiorno.
Nel 1958 la metà delle case costruite di recente non ha il riscaldamento centrale o autonomi. Mutano orizzonti e contorni del tempo libero, a partire dalle vacanze. Inizia a colmarsi la distanza tra i luoghi più esclusivi. La riviera romagnola ha consentito alle nuove classi il privilegio della villeggiatura. Le spiagge liguri ormai appartengono agli impiegati lombardi e piemontesi. L’estate diventa uno dei tanti momenti in cui l’universo giovanile inizia ad affermarsi come mondo a sé. Il nuovo protagonismo è rappresentato per primo da Marlon Brando de Il selvaggio (1954), o da James Dean in Gioventù bruciata (1955). Il rock ‘n roll si dilaga presto anche in Italia, depurato dalle tensioni degli altri paesi. Viene poco dopo il twist, con l’irrompere dei Beatles. Gli interpreti dei nuovi ritmi sono salutati dai cantatori, in cui la modernità sa tingersi di poesia. Si consideri il colossale trasformarsi delle comunicazioni di massa annunciato nel 1954 dall’avvio delle trasmissioni televisive. Si colga la “pedagogia vera” che il nuovo mezzo viene a svolgere. La televisione arriva anche nei luoghi più sperduti, tra campagne e montagne. Cambia le abitudini dei cittadini. Il nuovo mezzo erode ancora poco il pubblico cinematografico, che tocca il suo culmine nel 1955. Il cinema vive proprio allora una straordinaria stagione e la classifica degli incassi fotografa un salto di qualità. È un vero evento La dolce vita , attaccato dalla stampa conservatrice e dal mondo cattolico. I grandi film d’autore e i prodotti migliori della “commedia all’italiana” quasi si fondono nel parlarci del paese. Diventa ancor più stridente il contrasto tra le nuove sensibilità e una cultura ufficiale segnata dal cattolicesimo più conservatore. Secondo Scalfaro era necessario dare al pubblico film che potessero alleviare la stanchezza dei lavoratori. Umberto Turpini, primo titolare del ministero del Turismo e dello Spettacolo (1959), dichiara che sarà severissimo nella censura. La censura non colpisce solo film ma anche opere teatrali. La radio conquista il pubblico giovanile.
Nel 1965 l’editoria si inoltra nelle praterie dei consumi di massa, con gli Oscar Mondadori, venduti anche in edicola. Primo tra tutti Addio alle armi di Ernest Hemingway. A questo processo iniziano a concorrere i grandi spostamenti di popolazione, il mutare drastico delle attività e dei grandi comporti produttivi, la rivoluzione dei consumi e delle comunicazioni di massa. Il mercato e i media entrano in modo preponderante nella costruzione di identità intervenendo su un terreno che prima era occupato solo da soggetti pubblici o istituzionali. Nuovi fermenti Mutamenti radicali hanno effetti immediati nella ripresa dei conflitti sociali. Nelle fabbriche è presente un grande contrasto: Fortissima crescita della produttività e dei profitti Permanere di salari bassissimi e orari pesanti Una disparità sempre più intollerabile per i giovani operai che vivono al tempo stesso lo sradicamento dal mondo rurale e il duro impatto con i centri urbani. I metalmeccanici sono un settore in grande crescita. La Fiom-Cgil nel 1963 sfiora i 300 mila iscritti. Il superamento delle vecchie divisioni ha qui il suo principale terreno di coltura e i sindacai puntano sul settore elettromeccanico. Gli addetti sono aumentati del 30% in 10 anni. Gli scioperi hanno grande ampiezza e visibilità soprattutto a Milano. Con le prime adesioni agli scioperi di gruppi di impiegati iniziano ad attenuarsi tradizionali divisioni. Il moltiplicarsi degli scioperi e il crescere di un protagonismo sindacale ha il suo culmine nel rinnovo dei contratti dei metalmeccanici nel 1962-63. Lo sciopero è compatto quasi ovunque tranne che alla Fiat. La reazione dell’azienda è durissima e alla vigilia di nuovi scioperi la Uil e il Sida (sindacato padronale), firmano un accordo per chiudere le contestazioni. La protesta è immediata, e presto centinaia di operai si recano in piazza per protestare, scatenando la reazione della polizia. Uno scenario che il ministro dell’Interno e il quotidiano della Fiat attribuiscono all’azione del Partito comunista. A fronte di questi colossali rivolgimenti vi era ancora il “blocco di potere” che aveva segnato la guerra fredda e nel quale si erano consolidati apparati, culture e uomini forgiati durante il fascismo. il centrismo veniva considerato l’unica democrazia possibile e ogni mutamento veniva considerato come una minaccia mortale.
La caduta del governo Tambroni apre la via a un monocolore democristiano guidato da Fanfani e sostenuto da Pri, Psdi e Pli. È iniziata l’incubazione del centrosinistra. Prende corpo il tentativo riformativo dell’Italia repubblicana. Per quanto riguarda la situazione estera: Viene eletto Kennedy alla presidenza americana. È contrastata l’influenza del pontificato di Giovanni. Nel 1961 l’opposizione alle prime giunte di centrosinistra è guidata dal cardinale Siri, ultraconservatore. Occorre attendere il febbraio 1962 per il primo governo di centrosinistra guidato da Fanfani, senza la partecipazione diretta dei socialisti. Le elezioni politiche dell’aprile 1963 vedono un forte arretramento della Dc e una lieve flessione del Psi. La ricostruzione del centrosinistra avverrà solo nel novembre di quell’anno. Nasce così un governo Moro che comprende per la prima volta ministri socialisti e avrà termine nell’elezione del 1964. Ansie riformatrici animano i tre convegni di studio organizzati della Dc tra il 1961 e il 1963. Le trasformazioni sociali stanno consumando il tradizionale elettorato della Dc. Viene messo anche in evidenza l’idea di un intervento dello Stato capace di fare i conti con le storture dello sviluppo. Era presente un contrasto tra l’impetuoso sviluppo di quel periodo e il permanere di ampie aree di arretratezza. La Malfa poneva al centro la necessità di una programmazione economica capace di correggere le distorsioni. Al congresso della Dc del gennaio 1962, Aldo Moro presenta il centrosinistra come scelta ormai obbligata. Non sarà d’aiuto l’elezione a presedente della Repubblica di Antonio Segni, nemico dichiarato dell’apertura ai socialisti. Si prendono avvio leggi minori, come quella della censura, che viene abolita per il teatro ma solo mitigata per il cinema.
In quelle di Palermo tra il 1957 e il 1960 il prefetto smentisce più volte il carattere mafioso di diversi delitti.