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Appunti più che sufficienti per superare l'esame di Storia dell'impresa. Ho riportato parola per parola ciò che la Professoressa ha spiegato a lezione. Gli appunti sono relativi all'anno 2024 e sono i più aggiornati.
Tipologia: Appunti
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Lezione 1 (19 febbraio ’24) Dalla fabbrica alla grande impresa multifunzionale e multinazionale Se guardiamo i paesi che si sono sviluppati nel corso degli ultimi secoli e i paesi che hanno iniziato il loro processo di sviluppo, vediamo che la condizione perché questo sviluppo avvenga è l’affermazione del settore industriale, cioè il passaggio da una società agricola a una società industriale e poi a una società terziarizzata, com’è la nostra attualmente. È indispensabile che progressivamente si riduca l’importanza, sia per numero di addetti sia per reddito prodotto, del settore agricolo a vantaggio dell’industria e del settore dei servizi. In questo sistema fondato sull’industria, inoltre, l’impresa è il fulcro, la cellula indispensabile per organizzare i fattori umani e tecnici della produzione e questo vale sia che si parli di grandi imprese (come per gli Stati Uniti, dove domina il business-to-business), sia di piccole-medie imprese (caso tipicamente italiano). L’impresa ha subito enormi trasformazioni attraverso 3 passaggi a cui possiamo aggiungerne un altro:
Invenzione → può essere dovuta al singolo, al genio, oppure ad uno staff che fa ricerca. Essa non è immediatamente introducibile nel sistema economico, ma passa del tempo. Rappresenta la creazione di un oggetto, di un processo. Molte volte un’invenzione ha bisogno di una serie di innovazioni prima di diventare economicamente conveniente e accettabile. Il cotone è un comparto del settore tessile, ma non è l’unico settore investito da questi processi di invenzione e innovazione: ci sono anche il settore metallico e il settore metallurgico. Questi 3 settori insieme realizzano analoghi miglioramenti e si rafforzano a vicenda e in questo modo si sposta in avanti la frontiera tecnologica. Le invenzioni e le innovazioni sono talmente tante che è impossibile farne un elenco, ma è possibile ridurle a 3 principi :
Le corporazioni avevano anche nomi diversi nei diversi paesi (ad es. in Inghilterra si hanno le “ Guilds ” (gilde), in Toscana spesso sono chiamate anche “ Arti ”). Le corporazioni erano associazioni di mestieri, cioè, mettevano insieme, dal proprietario della bottega a quello che spazzava, tutti quelli che svolgevano lo stesso lavoro. C’erano corporazioni maggiori, settori trainanti per l’economia del tempo (lana e seta), che hanno lasciato a noi grandi opere d’arte proprio perché investire nelle opere voleva far vedere quanto erano forti economicamente e potenti. E poi c’erano le corporazioni minori per tutto il resto dei mestieri. Le corporazioni nascono nel XII secolo, tra il 1100 e il 1200, nei centri urbani e sono legate al sorgere dei Comuni, che nascono tra la metà dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo (tra la metà del 1000 e l’inizio del 1100). L’Italia è il paese delle “100 città” e dunque si verifica una ricchezza diffusa. Questi centri urbani sono stati importantissimi per disgregare il mondo e la società feudale. Dal concetto di città nasce il concetto di cittadino, e anche quello di cittadinanza. È nelle città che si costruisce la libertà dai signori feudali che stanno nella campagna ad amministrare il feudo. In città si conquistano i diritti e questo è anche il luogo del confronto, del cambiamento, dell’emancipazione. Infatti, gli storici sostengono che i Comuni sono stati importantissimi come fattori di disgregazione del mondo feudale e quindi anche le corporazioni. La produzione organizzata in corporazioni e il commercio erano importantissimi in questo sistema produttivo. Le corporazioni erano così importanti perché chiunque ne facesse parte veniva liberato dagli obblighi feudali e potevano partecipare al governo della città. Quindi le corporazioni sono qualcosa di positivo e dinamico e svolgono una serie di attività che favoriscono le dinamiche economiche e sociali perché:
aveva. Inoltre, ciò valeva anche nella proto-industria dove gli uomini lavoravano dopo aver finito nei campi e le donne e i bambini lavoravano con i tempi che sceglievano loro (certo, dovevano rispettar i tempi di consegna, ma poi si organizzavano come volevano). Adesso non c’è più questa libertà ma il lavoro si svolge nella fabbrica ad un ritmo stabilito da un congegno estraneo all’uomo, che è infaticabile e impone dei ritmi pesanti, e non lavora da sola, ma insieme ad un’altra schiera di operai salariati e tutti devono sottostare a quanto stabilito dai sorveglianti. Inoltre, i sorveglianti usavano metodi coercitivi molto pesanti, anche mezzi fisici. Uno studioso britannico di grandissima fama, David Landes , scrisse il “ Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell’Europa occidentale dal 1750 ai giorni nostri ”. Fu uno studioso liberale, non un marxista, e scrisse che “la fabbrica era il nuovo genere di prigione e l’orologio un nuovo genere di carceriere”. Il passaggio tuttavia avviene gradualmente. Inizialmente l’industria a domicilio sopravvive anche perché alcune macchine potevano benissimo stare nelle case di campagna, nelle cantine dei contadini, e quindi questo passaggio subisce un’accelerazione quando la tecnologia diventa più complessa, i congegni sono grandi e sono azionati soprattutto da energia meccanica: a questo punto trionfa assolutamente la fabbrica. Anche perché sarebbe stato impossibile portare tutti questi congegni nelle case di campagna: si compra un solo macchinario, lo si usa nella fabbrica e si porta la gente in fabbrica. È la saldatura tra carbone e vapore che segna definitivamente la morte dell’industria a domicilio nelle campagne. Le nuove macchine sono più grandi, più potenti, più rapide e azionate da energia inanimata → cioè energia meramente fisica (dovuta al vento, all’acqua...) o che deriva dal bruciare i combustibili fossili. Quest’ultima energia relativa ai combustibili fossili diventa incompatibile con la produzione dispersa nelle campagne. Il vapore ha qualcosa di più rispetto alle altre forme che l’uomo conosceva e usava prima: il vento o l’acqua possono esserci o no in base alle condizioni climatiche e uno sviluppo moderno non può basarsi su un sistema così incerto che l’uomo aveva imparato a sfruttare (i mulini a vento o ad acqua erano già conosciuti e molto diffusi nel medioevo). La macchina a vapore rispetto al vento e all’acqua è a disposizione in ogni stagione e in ogni momento della giornata, ma l’aspetto negativo è che questo sistema è più costoso sia per l’acquisto che per la gestione. Le tecnologie si evolvono grazie allo sforzo continuo di accrescere l’efficienza (ossia la quantità di lavoro compiuto per unità di lavoro assorbito), migliorando sempre, riducendo la dimensione e soprattutto i costi, e lo stesso succede ora. Quindi si susseguirono piccoli cambiamenti e grandi innovazioni fino a raggiungere l’applicazione commerciale del vapore su scala crescente e renderlo sempre più incorporabile dal sistema economico e sempre più diffuso. Problema : all’inizio le macchine erano rudimentali e costavano abbastanza poco, ma comunque il sistema richiedeva sempre più capitali. E dove trovavano i capitali gli “imprenditori” nella 1 a Rivoluzione industriale? All’inizio bastavano le risorse di ognuno magari utilizzando la dote della moglie o si creava un’associazione con parenti e amici. Era una cosa ancora molto semplice. Questo, come spiega sempre Landes , era molto più diffuso in Inghilterra che in Francia perché in Francia sono chiusi agli estranei, mentre gli inglesi sono più disponibili e soprattutto pragmatici. Poi
successivamente, gli Inglesi ricorreranno alle Country banks , le banche di campagna sparse nelle varie aree (Ayrshire è la zona del cotone, West reading era zona della lana...). Quando si parla di industrializzazione, non riguarda tutta l’Inghilterra ma avviene a macchia di leopardo (come poi avverrà anche in Italia), si può dire a distretti. Ad esempio, a Londra non ci sono le ciminiere fumanti ma ci sono le produzioni dei beni di consumo (ad esempio si produce la birra), qui si fanno servizi finanziari e transazioni commerciali, non si estrae il carbone! Poi dipende anche dai giacimenti che si trovano nelle varie aree; quindi, non si produce tutto ovunque. In Inghilterra c’è un altro problema: nel 1720 fino al 1825, è vietata la costituzione di società anonime (di capitali, per azioni) e per chi deve reperire capitali questo è un problema. Questo perché nel 1720, un finanziere scozzese John Law fece una serie di speculazioni e provocò il fallimento di tutta una serie di compagnie di navigazione (come la South Sea Company ), quindi intervenne il Parlamento ed approvò il Bubble Act , che proibiva la costituzione di società anonime senza l’autorizzazione del Parlamento, il quale lo concedeva molto raramente. Ad esempio, il Parlamento darà questa autorizzazione intorno al 1750 a quelle società che volevano costruire i canali, perché c’era un interesse pubblico dietro ad essi (la cd. “ età dei canali in Inghilterra ”). Il Bubble Act venne abrogato nel 1825 ma rimasero a lungo tutta una serie di limitazioni e solo dagli anni 50/60 poterono costituirsi società anonime con la semplice registrazione (la costituzione di società anonime continuò a richiedere una speciale autorizzazione fino al 1844. Il diritto alla responsabilità limitata mediante semplice registrazione fu riconosciuto in Inghilterra nel 1856 e il provvedimento fu generalizzato con legge del 1862). Altre forme di restrizioni all’istituzione di società per azioni (che è la forma di impresa indispensabile in economie povere di capitale e costrette a creare larga parte della propria struttura industriale ex novo) si ebbero anche in altri paesi come in Francia e negli Stati tedeschi (non c’era ancora la Germania unita, che si unificò nel settembre del 1870). Quindi ci sono problemi a reperire capitali più cospicui: gli storici si sono chiesti se queste limitazioni hanno costituito dei limiti per lo sviluppo, l’affermazione della rivoluzione industriale. Sicuramente, in ogni caso non si trattò di un vincolo decisivo, in quanto la rivoluzione può esser stata ritardata ma non l’ha ostacolata, visto che la rivoluzione c’è stata. Ricapitolando 1 ª rivoluzione industriale:
tecnologia e industria. E quindi si creò una continua interazione tra 3 figure: lo scienziato , l’ ingegnere e l’ imprenditore. Emerse una cosa molto importante → se ci sono la scienza e gli ingegneri è chiaro che l’istruzione viene facilitata. (e questo fa crescere il PIL, e se ciò valeva nell’800, a maggior ragione vale con la terza rivoluzione industriale e ancora di più oggi). Noi oggi sappiamo quanto l’innalzamento dei livelli di istruzione sia fondamentale per la crescita economica (il premio Nobel, Joseph Stiglitz , professore alla Columbia University, ha scritto un’opera tradotta in italiano da Einaudi che è intitolata “ Creare una società dell’apprendimento. Un nuovo approccio alla crescita, allo sviluppo e al progresso sociale ”, un titolo che tiene conto dei cambiamenti). Le caratteristiche di questo nuovo modo di produzione sono:
Uno storico inglese, Toni Judt , raccontò la sua infanzia e i suoi ricordi nel 1960- 1970 , nel secondo dopoguerra →“ La Londra postbellica, dove sono cresciuto, era un mondo alimentato dal carbone e azionato dal vapore, nel quale i venditori ambulanti usavano ancora i cavalli, le automobili erano rare e i supermercati (e gran parte di ciò che vendono) sconosciuti. Per la sua geografia sociale, il clima e l’ambiente, le relazioni di classe e gli allineamenti politici, le attività industriali e l’abitudine alla deferenza sociale, nel 1950 Londra sarebbe stata immediatamente riconoscibile a un osservatore di mezzo secolo prima ”. L’Italia negli stessi anni non era già più così. → L’Inghilterra perse non solo il primato dell’industria del ferro e dell’acciaio ma diventò addirittura un paese importatore di prodotti siderurgici quando scoppiò la 1 a^ GM. Attenzione : l’Inghilterra fu una grandissima potenza che ha perso la leadership in alcuni settori di punta ma comunque resta una grande nazione che vinse due guerre mondiali. L’importanza delle conoscenze tecniche, scientifiche, dell’addestramento professionale e dell’istruzione si vedono nel paese opposto, cioè la Germania che investì da subito nelle scuole. Inoltre, mentre l’Inghilterra ha un sistema scolastico privato e non obbligatorio, la Germania ha un sistema di istruzione pubblico e obbligatorio. Ha laboratori di ricerca, scuole tecniche, università, politecnici. Lo stato finanzia tutte queste istituzioni e da questi vari livelli di istruzione escono tecnici, meccanici, ingegneri che conoscono i nuovi processi produttivi. In questo sistema, sempre più dominato dai successi della scienza e dal ruolo crescente della ricerca di base e applicata, la piccola impresa non scompare affatto: supporta la grande impresa per tutta una serie di forniture, fa spesso da battistrada nei processi innovativi più rischiosi, mentre è insostituibile per particolari segmenti di mercato. Inoltre, non tutti i settori furono toccati dalla 2 a^ rivoluzione industriale: molte produzioni tradizionali restarono ad alta intensità di lavoro, con modeste opportunità per economie di scala e diversificazione. Ne sono un esempio i comparti: tessile, dell’abbigliamento, la fabbricazione dei mobili, il cuoio, il legno. In questi settori la piccola impresa (spesso inserita con una moltitudine di altre imprese simili in una struttura che si avvale di una sapiente e coordinata divisione del lavoro (distretti industriali) e spesso utilizza conoscenze, tradizioni e abilità sedimentate nel tempo) è più che mai vivace e competitiva. Allo stesso tempo, la grande impresa rimase al centro dei settori di punta e nessun paese di quelli più avanzati poté fare a meno delle produzioni della seconda e poi della terza rivoluzione industriale. L’Italia non è un’eccezione perché la nostra classe dirigente volle fare come gli altri paesi e adottò una serie di misure e di provvedimenti per portare il nostro paese sulla via dell’industrializzazione. Accanto ai settori fortemente innovativi rimasero i settori tradizionali, dunque un mix di prima e seconda rivoluzione industriale e un mix di grandi e piccole imprese. All’inizio del ‘900 l’Italia possedeva un apparato produttivo che contava la presenza dell’industria elettrica, siderurgica, di parte della chimica, della meccanica pesante e di assemblaggio veloce. Ma accanto al “big business” resistevano i settori tradizionali e le piccole imprese, che furono all’origine dei distretti industriali, ai quali si deve gran parte del successo a livello mondiale del “made in Italy”. Per affrontare le sfide poste dalla frontiera tecnologica della seconda rivoluzione industriale, e colmare il divario con gli altri Paesi, non possono essere sufficienti le semplici risorse imprenditoriali.
Questo indicatore è stato messo appunto da statistici italiani e dal 2016 è entrato a far parte del processo di programmazione economica. Non c’è solo il PIL ma ci sono anche molti altri indicatori, in modo tale che chi governa abbia a disposizione in modo evidente i punti di forza e le difficoltà del paese, per poter intervenire e migliorare sia l’economia sia la qualità della vita dei cittadini. Economia civile → fondata dagli economisti per i cittadini, cercando di studiare un’economia a misura di persona. Come ha fatto l’Italia da paese marginale a diventare un paese centrale 1861 → L’Italia unita fu il risultato di un processo politico, ma non un risultato di aggregazione economica, la quale lo sarà molto dopo. Quando nacque il regno di Italia fra le varie regioni si formarono differenze di tipo:
comuni, si affermarono le corporazioni, si svilupparono le città (che sono fulcri di disgregazione del mondo medievale, sono poli produttivi) e cominciarono a nascere le manifatture. Questi prodotti iniziarono ad essere esportati verso il sud, producendo soprattutto i panni di lana e dominando il sud anche da un punto di vista finanziario e bancario. A sud, nel 1130 i Normanni invasero la penisola, soprattutto l’Italia meridionale, e vi crearono uno stato accentrato, basato sul sistema feudale e questo proprio mentre al nord il feudalesimo entrava in crisi e nascevano i comuni e le città mercantili. Quindi, l’arrivo della monarchia accentratrice eliminò le autonomie cittadine che stavano nascendo e creò una struttura baronale basata sul potere di pochi e grossi proprietari terrieri. Ecco come il sud diventò un’area suddivisa tra: baroni da una parte e poveri contadini dall’altra, dove non c’era spazio per un ceto intermedio, per una borghesia cittadina, degli affari come invece accadde al nord, dove la società era più articolata, esistevano più fasce sociali (piccoli e grossi imprenditori, artigiani, banchieri, mercanti, professionisti), dunque un mondo dedito ad una pluralità di attività. Parallelamente, soprattutto nel XIII secolo, sempre di più al sud arrivarono i mercanti, specie da città come Pisa, Firenze, Genova che portarono al sud i prodotti del nord soprattutto i panni lana e contemporaneamente acquistavano le materie prime del sud (olio, grano, lana grezza, seta grezza, fibre tessili grezze). Iniziò in questo modo la dipendenza dell’economia meridionale da quella dell’Italia settentrionale e il sud diventò un punto importantissimo di approvvigionamento. Si vennero a creare due Italie e tra loro si creò una sorta di divisione del lavoro, un’integrazione economica che non si sarebbe più modificata: un sud statico, produttore di beni alimentari e materie prime e un nord in grado di esportare non solo servizi finanziari, bancari e mercantili ma anche veri e propri manufatti. Nel giro di due secoli si invertì completamente il rapporto tra il nord e il sud e si venne a creare al sud una situazione economica di minorità che ancora oggi non è stata risolta, dato che il divario nord- sud persiste. Il nord, dunque, sfruttava il sud per potenziare le attività mercantili, l’artigianato l’industria, i commerci; al sud i feudatari e i piccoli-medi proprietari puntavano sulla ricchezza creata dall’agricoltura rivolta al consumo esterno oppure a soddisfare la domanda delle altre aree d’Italia o internazionale per tutta una serie di beni. Comunque, sia il nord che il sud erano basati sull’agricoltura, che sarà a lungo il perno dell’attività economica. Quindi, l’agricoltura è il fulcro di entrambe le economie ma in maniera molto diversa. Al nord sono notevoli gli stimoli provocati dalla seta e, insieme ai primi nuclei di classe lavoratrice, si va creando, nel giro di qualche decennio, un ceto imprenditoriale che sa mettere insieme discrete fortune e che finanzia altre attività in campo produttivo, finanziario e commerciale. Alcune figure importanti sono : All’inizio dell’800 abbiamo i GAVAZZI di Lecco (in Lombardia) e le attività sono diverse. Pietro, il fondatore, fa l’esattore delle imposte, mestiere molto antico e molto redditizio. Insieme a ciò fa il commerciante al dettaglio. Questi soldi li investe acquistando alcune piccole filande per lavorare la seta e con questi opifici estende il proprio raggio d’azione e aumenta anche la sua ricchezza personale. Queste filande le dota di impianti all’avanguardia, acquistando telai meccanici.
A metà dell’800 comincia anche a investire in attività bancarie e creditizie e poi mette in atto un’accorta strategia matrimoniale → Una figlia di Pietro viene data in sposa a Giuseppe Baroni , un ragioniere che ha compiuto già un viaggio d’istruzione all’estero ed è uno dei principali protagonisti della meccanica e della siderurgia in Lombardia. Baroni grazie alla dote e alla ricchezza della famiglia della moglie impianta una serie di impianti avanzati per produrre ferro nel lecchese. Gavazzi è un esempio di capitalismo precoce e illuminato perché per esempio crea asili aziendali, dà alle lavoratrici che diventano madri dei permessi, una mensa, una mutua, distribuisce viveri. Le risorse che provengono dal commercio della seta servono a finanziare la produzione siderurgica anche in altri casi: siamo a Como con la società Scalini e Rubini che hanno una delle più importanti ferriere del nord. Un punto che univa l’Italia e le sue due realtà al resto dell’Europa è dato dagli imprenditori stranieri che sono molto importanti per l’avvio dei primi nuclei produttivi. Questi imprenditori esteri si insediano sia al nord sia al sud, molti di essi erano di religione differente da quella cattolica. Questa fa parte di una serie di scostamenti che si ebbero in Europa già prima della riforma. Si pensi alla regina Isabella (quella che finanziò Colombo) che nel frattempo scacciò gi ebrei e i musulmani. Si pensi agli arabi che avevano grossissime competenze idrauliche o agli ebrei che svolgevano tutta una serie di attività non consentite ai cristiani. Le minoranze si scostano e molte volte portano cose nuove. Così, a nord arrivarono abbastanza svizzeri e tedeschi specialmente nel ramo del cotone, mentre nella lavorazione dei metalli tra tutti spiccarono i Falck. Essi provenivano da uno dei poli della siderurgia europea, l’ Alsazia , e arrivarono in Italia chiamati da Scalini e Rubini come consulenti perché avevano tecniche più avanzate e poi i Falck decisero di mettere su una propria attività. A sud , soprattutto nella zona di Salerno, arrivarono imprenditori che provenivano soprattutto dalla Svizzera e che erano attivi nel ramo del cotone, gli Egg di Zurigo, che furono attratti dalle politiche protezionistiche del Regno delle due Sicilie e dagli incentivi pubblici. Altri esempi di imprenditori stranieri al sud si hanno nella meccanica e nella siderurgia e si concentrarono soprattutto a Napoli, capitale di quel regno, in cui c’erano cantieri e arsenali pubblici (così come a Torino c’era l’arsenale del Regno delle due Sardegne). In questi arsenali si formarono delle competenze non solo militari, ma anche tecnologiche, scientifiche e produttive. Proprio a Napoli si insediò un’impresa → Guppy che fabbricava vagoni ferroviari, strutture di ferro e che al momento dell’unità aveva 600 dipendenti. Tuttavia, tra gli imprenditori che andarono al nord e quelli che si insediarono al sud c’è una differenza. Gli imprenditori che si insediarono al nord avevano dietro di loro un retroterra economico vivace, al sud avevano solamente la copertura dello Stato. Quindi, al nord questi imprenditori stranieri si trovavano in un’economia in cui c’erano anche gli imprenditori locali che si muovevano. Al sud invece non c’era niente di tutto questo, l’iniziativa privata del posto era molto limitata e soprattutto si avvantaggiava degli aiuti dati dallo Stato. Il sud produceva anche beni tradizionali: per esempio c’erano i pastifici, la pasta di grano duro, la produzione di guanti di pelle, la pesca e la lavorazione del corallo. Queste imprese erano concentrate soprattutto nella zona di Napoli, mentre i pastifici e dunque anche i mulini per la macinazione erano nella zona di Torre Annunziata e di Gragnano.
vicentino è uno dei distretti della lana, come anche Biella è un altro centro industriale laniero e Lecco è un polo meccanico. Anche nel biellese domina la lana e anche i piccolissimi proprietari terrieri lavoravano a domicilio per conto di un mercante imprenditore (che magari oltre alla manifattura domestica aveva fabbriche vere e proprie). Biella attualmente è il distretto di Zegna e di Loro Piana , lane e cashmere. Inoltre, un’impresa in un paesino delle Prealpi biellesi , il più antico lanificio d’Italia , la Vitale Barberis Canonico , fa produzioni di altissima qualità ed è specializzata soprattutto nei tessuti da uomo, ha 350 anni di vita, sono stati i primi ad andare in Cina e sono alla tredicesima generazione. Questo è un tempio del made in Italy e che produce per le grandi griffe, da Armani a Dior (Agnelli, Bush volevano solo i loro tessuti). Nei 2016 faceva 9 milioni di metri di produzione ogni anno e aveva 137 milioni di euro di fatturato. Nella zona di Lecco, Bergamo e Brescia c’è da secoli la lavorazione del ferro che vuol dire di tutto, dal filo di ferro alle armi. Brescia da secoli faceva cannoni. La val Trompia è specializzata nella produzione di armi, e lì c’è la Beretta , uno dei primi produttori mondiali, il fornitore di pistole per l’esercito americano. A Como invece si fondano le basi di un altro distretto industriale, quello della seta, e tuttora la seta di Como è famosissima, anche che se oggi subiamo la massiccia concorrenza degli orientali. →Questi sono alcuni esempi di poli e distretti; ovviamente poi la produzione c’è anche in altre parti e ci sono tantissimi distretti industriali (per esempio, un altro polo della lana si ha a Prato, le concerie a Santa Croce, l’alabastro di Volterra, il marmo delle Apuane). Quindi, si vengono a creare veri e propri poli che sono oggi alla base dei distretti industriali. In Brianza , per esempio, il lavoro dei campi veniva integrato con la produzione artigianale dei mobili e tuttora la Brianza è un distretto industriale del mobilio. A queste attività disseminate sulle colline si aggiungevano anche quelle delle grandi città, come Genova, Milano e Torino e in queste tre grandi città c’erano forti nuclei di industria meccanica, sia leggera che pensante, e qui ci sono sia piccole imprese che fanno riparazioni (per esempio nel ramo della carrozzeria) sia imprese più grandi come l’ Elvetica , che nasce nel 1846, e che poi si trasformerà in Breda nel 1886. Si chiamava Elvetica perché era in un’area della città di Milano in cui c’era un gruppo di missionari che venivano dalla Svizzera. Essa produceva caldaie a vapore, turbine, vagoni ferroviari e anche componentistica per le industrie tessili. Si ha un nord abbastanza ben integrato nei circuiti economici, culturali, civili, della società capitalistico-liberale, mentre al sud non c’è nulla, se non dei casi x. Ancora oggi il 99% dei distretti si trova al centro-nord. Il divario tra nord e sud è comunque poca cosa rispetto al divario dell’Italia verso gli altri paesi sviluppati: il reddito dell’Italia è ¼ di quello dell’Inghilterra e 1/3 di quello della Francia, l’urbanizzazione è molto bassa e il sistema infrastrutturale è carente. Nel ramo manifatturiero, nonostante questi esempi, non si può reggere il confronto con quanto avviene in Inghilterra nei tre settori trainanti la prima rivoluzione industriale dove è maggiore la produzione, la produttività e la concentrazione delle produzioni (da noi erano ancora disperse).
L’Italia quindi, quando si unifica, è un paese povero e periferico in un’Europa che si sta velocemente sviluppando. Però l’Italia può contare su alcune consolidate tradizioni e produzioni che vengono dal passato. Nelle campagne emergono isole di produzione manifatturiera, come anche nelle città, in cui erano in continuità con quelle produzioni che erano state tipiche delle corporazioni e dell’artigianato. Questi prodotti, inoltre, in molti casi erano altamente specializzati e quindi erano in grado di competere sui mercati internazionali e anche innovativi nei settori tradizionali (come il vetro, la ceramica, i tessuti, la lavorazione della pelle, la meccanica leggera). Oltre a queste manifatture tradizionali e all’artigianato, il nord ha anche altre risorse perché i privai e i comuni promuovono una serie di scuole professionali e tecniche destinate a formare il capitale umano. Nelle grandi città erano già sorte e continuavano a sorgere accademie, associazioni, società (e questo è un portato dell’Illuminismo) e, come avveniva anche all’estero, anche in Italia questi sono importanti centri di diffusione di conoscenze e innovazioni dove si riunivano i notabili del posto. Oltre alle scuole tecniche, l’Italia non resta indietro e così a Milano e a Torino nascono i due politecnici. Il politecnico di Milano viene fondato da Giuseppe Colombo, un ingegnere, che oltre a questo fonda la Edison , la principale impresa elettrica italiana ed anche la prima centrale europea. Dal politecnico che lui fonda nasceranno una serie di ingegneri che contribuiranno a far nascere la grande industria italiana e alla formazione professionale e alla modernizzazione del paese. Ecco perché poi ci sarà un mix tra prima e seconda rivoluzione industriale. Ci sono settori tradizionali ma l’Italia riesce anche a collocarsi sulla frontiera delle nuove tecnologie, vedi siderurgia ed elettricità. (per la meccanica si avrà poi Agnelli a Torino, che era la capitale, il Piemonte era indipendente, aveva l’arsenale e doveva destreggiarsi tra Austria e Francia ed armarsi bene. Inoltre, Torino era importante per la produzione delle carrozze e quindi da queste all’automobile il passo fu più facile). Lezione 5 (4 marzo ’24) La realizzazione dell’Italia unità si rivelò importantissima da un punto di vista economico e politico- sociale. Come si sono mossi gli stati preunitari di fronte all’intervento? L’unico stato che intervenne in modo massiccio fu lo Stato sabaudo nel decennio cavouriano , o decennio di preparazione , gli altri stati preunitari erano scarsamente presenti nella vita economica. Il regno di Italia che nasce si trova immediatamente a dover essere molto interventista e ad essere il principale operatore finanziario, per porre un freno alla gravissima situazione finanziaria, la quale era un lascito dei vari stati. Il regno nacque segnato da debiti e disavanzi e quindi dovette risanare la situazione disastrosa delle finanze Perché lo stato si trovava in queste situazioni disastrose? Perché gli stati preunitari, o avevano partecipato alle guerre di indipendenza (spesa militare molto elevata), oppure erano legate alla repressione dei moti risorgimentali. Oltre a questo, lo stato doveva darsi una struttura e costruire il sistema amministrativo su tutto il territorio, basarsi su un sistema infrastrutturale adeguato e completare il processo di unificazione (mancava il Veneto, che si unirà con la 3 guerra di indipendenza e anche Trento e Trieste, che arriveranno con la grande guerra del 1918). Quali sono le misure che lo stato adottò?