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La traduzione in italiano di Edipo Re, una tragedia greca di Sofocle. Pubblicata nel 1843, questa versione è stata curata da Felice Bellotti. Il testo include scene e dialoghi tra personaggi come Edipo, Creonte, Tiresia e altri. La tragedia racconta la storia di Edipo, re di Tebe, e le tragiche conseguenze delle sue azioni.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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da rappresentarsi NEL
la sera del 15 settembre 1847
Piazza avanti la reggia in Tebe.
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EDIPO RE
Sacerdoti, garzoni e fanciulli seduti.
EDIPO
O figli, o prole del vetusto Cadmo, A che mai qui sedete, in man recando Supplici rami nelle bende avvolti? E tutta intanto la città d’incensi, E di peani, e di sospiri è piena.
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Alzar l'è dato dal gorgo profondo Di morte. In seno al fior nascente i germi Del corrotto terren, de’ buoi le torme, Anco nel ventre delle madri i figli, Tutto perisce. Incalza, preme, piomba Su la città la divampante dea, Crudelissima Peste; e già si vuota Questa casa di Cadmo; il negro Dite Di gemiti e di pianto tesoreggia. — Non io, nè questi alle tue soglie innanzi Stiam, come innanzi ad un iddio: ma il primo De’ mortali bensì negli ardui casi Te reputando, e nel trattar co’ numi: Te che a Tebe venuto, incontanente Ne sciogliesti dal fio che alla funesta Porgevam cantatrice. E consigliato Da noi, nè scorto in tanto affar non eri, Tal che ogni uom crede, e va dicendo ogni uomo Averne tu d’un dio coll’opra a vita.
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Rilevati da morte. O sovra tutti Sommo capo d’Edipo, or tutti umili Ti scongiuriam: deh se rimedio alcuno Apprendesti da’ numi oppur da qualche Mortal (chè darne anco buon frutto io veggo Degli esperti i consigli), a noi l’arreca! Su via, soccorri, ottimo re, solleva La giacente città. Pel favor prisco Suo salvator te questa terra appella; Ma rammentar l'alto principio tuo Mal potrem noi, se dal tuo braccio eretti, Nuovamente cademmo. Ah rassecura Questa città: con lieti auspicj a noi Già lo stato rendevi; or deh non farti Di te minor! Se dominar vuoi Tebe, Ben più bello ti fia di popol piena Dominarla che vuota. E rocche e navi, Se di genti van prive, un nulla sono.
EDIPO
Noto, o miseri figli, appien m’è noto
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Ecco, il dicesti all’uopo Additarmi vegg’io che vien Creonte.
EDIPO
Deh venga, o Febo, apportator di scampo. Com’ei sereno è nell’aspetto!
SACERDOTE E lieto Sembra; se no, non ne venia di molta Fronda di lauro inghirlandato il capo.
EDIPO
Or di certo il saprem: presso è già tanto Che udir ne puote.
co’ supplicanti.
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EDIPO O di Meneceo figlio Congiunto mio, qual rechi a noi del nume Oracolo?
CREONTE Propizio. In lieti eventi
Volgeranno gli avversi, ove guidati Sien rettamente.
EDIPO E che vuoi dir? Nè tema Da tali accenti, nè fidanza io traggo.
CREONTE
Se in presenza di questi udir tu brami, Io parlerò; se quinci entrar....
EDIPO
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Di chi sparso fu il sangue?
CREONTE In questa terra Lajo, o signor, tenea di re possanza Pria che tu l’assumessi.
EDIPO Udii nomarlo, Mai non lo vidi.
CREONTE Ucciso ei fu. Gli autori Di quella strage or chiaramente Apollo Punir ne impone.
EDIPO Ove son essi? e dove Rintracciar l’orme della colpa antica?
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CREONTE
In questo suol, dicea. Ciò che l’uom cerca, Lieve è trovar; ciò ch’ei non cura, il fugge.
EDIPO
Ma Lajo in casa, o fuor ne’ campi cadde, O in peregrina terra?
CREONTE Uscì di Tebe (Com’ei ne disse) a consultar gli dei, Nè mai più fe’ ritorno.
EDIPO E allor nè messo Alcun vi fu, nè del cammin compagno, Che l’evento narrasse?
CREONTE Uno fra tutti
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EDIPO Così caduto Il vostro re, di rintracciarne il fatto Che v’impedia?
CREONTE Badar ne fece a noi La buja Sfinge; e non curar del resto.
EDIPO
Tutto dal fonte io chiarirò; chè Febo (E tu con lui) del morto re vendetta Degnamente promove. Or, com’è dritto, Me di Tebe vedrete, e insiem del nume La causa sostener. Nè in pro d’altrui Più che in mio pro, dell’esecrando fatto Perseguironne il reo: chè qual di Lajo Fu l’uccisor, forse che me vorrebbe Con quella stessa mano uccider anco;
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Sì che lui vendicando, a me proveggo. — Su su; dai seggi or vi levate, o figli:
Via que’ supplici rami. A parlamento Qui si raguni il popolo di Cadmo. Tentar vo’ tutto. O tornerem felici Col favor di quel nume, o cadrem tutti.
SACERDOTE
Figli, sorgiamo. I nostri voti Edipo Ne promette esaudir. — Febo, che tali Mandò responsi, apportatore a noi Di salute e di pace alfin deh venga!
CORO
Voce sacra di Giove, or qual dall’are Di Delfo insigne all’inclita Tebe venisti! Io sento Tutta, o Delio, o Peane, o Salutare,
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D’arte soccorso, o d’intelletto acume. Frutto niegan le zolle, e al duol non regge Più ne’ parti la donna. Come denso Nugol d’augei, l’immenso Popolo ratto più che lampo miri Scendere al lido dell’inferno nume; E già carca è la terra orribilmente D’illacrimata gente. Spose, e madri canute Presso all’are qua e là pianto e sospiri, Supplicando salute, Spargono all’aura, ed un concorde senti Echeggiar di peani e di lamenti. — Aurea figlia di Giove, ah tu soccorso In tant’uopo ne invia; E questo Marte struggitor, che nudo Pur di brando e di scudo, Mi rugghia intorno e mi divampa, il dorso Fa che alla patria mia Volga fuggendo; e caccia il maledetto D’Anfitrite nel letto,
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O dell’onda profonda Del Tracio mare alla deserta sponda. Ciò che notte non compie, il dì novello Tutto consuma. — O tu che il mondo affreni
Con gl’igniti baleni, Giove padre, su quello Scaglia il fulmine tuo. Dall’aurea cocca, Nume Liceo, tu scocca, Certo rimedio ai mali, Gl’infallibili strali. Vibri Cintia le faci, Con che i gioghi Licei va discorrendo: Ed Evio insiem che d’oro orna la chioma, E da Tebe si noma, Fra lo stuol delle Menadi seguaci, Teda ardente scotendo, Insegua e strugga il rio Fra gli dei tutti abbominato dio.