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teologia 2 con prof lia
Tipologia: Tesine universitarie
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La Fede che dà forma. CAP. I : Man mano che cresciamo e diventiamo adulti, ci si interroga sulla propria identità facendo ricorso alla propria coscienza che si affina e diventa più saggia col passare del tempo. A tal proposito si collega la riflessione cristiana che con i suoi interrogativi si domanda che cosa sia la fede. L'identità cristiana non è altro che questione di "forma" (vedi epistolario Paolino). Con la 'Lettera agli Efesini', Paolo canta la sua visione teologica dell’identità dell’uomo, partendo dall'idea di origine fine ad arrivare al compimento, il tutto voluto dalla volontà del Padre che risulta essere un progetto di rilevazione in quanto noi siamo stati scelti da Dio come figli adottivi per essere confermati dal Figlio medesimo. La rivelazione del Figlio altro non è che il progetto originario di Dio da cui consegue il compimento escatologico del Figlio. Per concludere la rivelazione del Figlio corrisponde alla rivelazione della volontà del Padre e alla forma a cui l'uomo è destinato. Anche nella 'Lettera ai Romani', Paolo fa riferimento alla "caparra", poiché in quanto figli siamo titolari dell'eredità del Padre. Infine, Dio vuole che assomigliamo all'immagine del Figlio affinché egli stesso sia il primogenito tra i molti fratelli. Dunque il tema della "forma", che ci fa riflettere, ci permette di considerare la rivelazione di Dio in Gesù Cristo. L'identità cristiana non chiede altro che di essere compresa non intellettualisticamente ma piuttosto dal momento della rivelata identità del figlio di Dio. Non bisogna pensare che il credente si riduca solo a ciò in cui crede (riducendo la fede così a un atto intellettuale) ma al contrario la vita che il cristiano vive nella fede del Figlio di Dio è quella che egli sperimenta nella propria carne. In conclusione è naturale che il credente cristiano si soffermi sul concetto di "forma" e facendo ciò il sapere stesso della fede si realizza nella sua piena maturità.
Rapsodia lessicale. CAP. II : L'identità cristiana si definisce a partire dalla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Con Paolo e Giovanni infatti il termine rivelazione o meglio la rivelazione cristiana si collega alla idea di forma per eccellenza. Tuttavia il termine "forma" nella Scrittura non assume alcun particolare rilievo, anzi. Dunque è necessario definire con esattezza cos'è la forma: nel lessico corrente è sinonimo negativo di esteriorità oppure nel senso di rigido; per esempio formoso si riferisce alle belle forme fisiche; formalmente invece significa secondo la norma e così via. Il termine forma arriva dal pensiero greco che afferma che la forma è l'apparire. Nella Bibbia invece il termine forma è poco usato e se lo è viene indicato "come" una cosa appare, ma essa non è priva di un ‘principium individuationis’. Infatti ciascun atto di creazione è preceduto da un'intenzione che lo qualifica; lo Spirito che risiede in Adamo è principio di una relazione personale. Dunque nelle Scritture il ‘principium individuationis’ è costituito dall'intenzione di Dio di dare forma alle cose al fine di costituire nell'uomo l'identità personale. Dio viene identificato con la manifestazione della sua volontà e la sua forma è indivisibile dall'opera che egli compie a favore dell'uomo. Risulta che per la Sacra Scrittura un individuo è tale nel momento in cui
Dio gli fornisce la sua forma singolare, tutto ciò corrisponde se non altro all'intenzione del libero volere di Dio. Riassumendo, l'identità dell'uomo è data dall'intenzione di Dio. Ciò consegue che la forma che Dio da all'uomo può essere intaccata dal peccato.
In greco la forma corrisponde al termine "morfe"; nelle opere di Omero esso corrisponde a bellezza,splendore,come opera di un Dio ma riferito alla parole, non è altro che la manifestazione di grazia e di verità. In ebraico: ciò che ferma lo sguardo. In latino : senso della bellezza come visione. Risulta che forma e verità siano sinonimi in quanto si riferiscono a ciò che noi conosciamo secondo la propria originaria intenzione e che può essere intesa solo grazie a sensi che permettono di scoprire l'origine. Forma è intesa come ciò che si mostra perché destinato a un compimento ovvero a quello che si compie nell'intenzione del compimento. Emerge che la radice deve essere conosciuta, non deve rimanere assolutamente un mistero perché al contrario è una verità che si manifesta; la verità dell’esistere è per l’appunto questo manifestarsi. Per questo più semplicemente la verità dell'esistere è la forma (da qui gli uomini capirono é guardarono alla vita con occhi diversi). Dunque interrogarsi sulla forma significa chiedersi che cosa determini tale profilo. La
forma si manifesta a quella visione di verità che altro non è la fede cristiana. Succede quando l'uomo intende che la forma cristiana è la rivelazione della verità di Dio. In conclusione solo il credente cristiano è in condizione di porsi tale domanda ma soprattutto deve porsela perché solo in questo modo è in grado di capire e giustificare le azioni di Gesù Cristo in particolari momenti storici.
Il tema della forma cristiana nel colloquio con Nicodemo. CAP. III : I) Il tema della forma cristiana é presente nel colloquio tra Nicodemo e Gesù. Nicodemo viene presentato da Giovanni come 'maestro in Israele' che si interroga sui misteri di Dio; infatti esce dall'ombra della notte per dirigersi verso la luce che Gesù irradia. Una luce di verità, che illumina e che permette la rinascita dall'alto solo se viene accolta perché altrimenti colui che non accoglie la rivelazione verrà inghiottito dalle tenebre. Accettare di rinascere nella luce significa convertirsi radicalmente col fine unico di vedere ciò che nei segni trafigge la notte del mondo. Al contrario chi si limita a un apprezzamento dei segni e si ritiene soddisfatto allora fallisce l'obbiettivo poiché la fede risulta essere illusoria. L'insegnamento che si vuole dare dalla descrizione dell'incontro tra Nicodemo e Gesù é per l'appunto questo: Nicodemo, uomo di sapienza e intelligenza, non potrà vedere il regno di Dio solo nel momento in cui non accetterà una riformazione dall'alto.
Il Dio trinitario e la carne dell’uomo. II) Il testo si presenta con una struttura trinitaria, vale a dire: l'amore del Padre, l'opera salvifica del Figlio e la mediazione dello Spirito. Ossia colui che si rigenera dallo Spirito é in grado di conoscere la verità della manifestazione del Padre, ma più precisamente solo colui che entra nel fascio trinitario vede illuminarsi i volti del Padre e del Figlio e nello Spirito partecipa al medesimo fulgore. Ciò altro non é che l'esperienza della salvezza, in quanto o si accoglie la luce o si viene inghiottiti dalle tenebre. Parallelamente si ha un'altra struttura definita antropologica ma di tipo binario: generazione e rigenerazione vs opera redenzione. La domanda che sorge spontanea dal racconto é la seguente: che ne sappiamo noi dello Spirito se da sempre noi siamo non altro che carne?
volere del Signore, che l’identità più propria del figlio si definisce solo in relazione a una carne spirituale. Dunque il padre riconsegna il figlio a Dio stesso, è il compiersi della promessa. Nicodemo che dovrebbe essere maestro di Israele dovrebbe sapere queste cose. Ossia che l’opera di una nuova generazione si compie nel momento in cui il Padre consegna il Figlio unigenito (croce) e dunque dà la possibilità a chi viene rigenerato con la fede quella salvezza che altro non è che la vita eterna. Al contrario fuori da questa vita c’è solo la morte.
Rinascita ovvero trasformazione nella luce. IV.II) Il discorso di Gesù termina sul tema della luce. Chi crede vede la luce e quindi Dio e attinge alla fonte rigenerante della vita e si salva; al contrario chi non crede rimane nelle tenebre. Siamo dunque indirizzati verso quella luce, verso il Figlio splendente e quindi verso il Padre fonte di ogni luce. Il tema della forma coincide con il tema della vita; la sola forma cui appartiene la vita è la forma stessa di Dio. Questa forma risplende nelle tenebre e si annuncia nel momento del compimento. La forma propria dei figli dell’uomo si risolve nel momento in cui viene liberamente accolta. Dunque chi viene generato da Dio conosce Dio, comprende la sua Parola, vive della sua vita e in questa vita risplende. Coloro che credono di essere stati rigenerati, la loro carne risplenderà di verità e di grazia.
La conoscenza del bene e del male. CAP. IV : Per quale motivo l’uomo, generato sull’archetipo del Figlio di Dio, necessita di essere rigenerato? Tutto si ricollega al peccato originale originante (Adamo ed Eva).
La discendenza di Adamo. I) E’ sbagliato considerare il peccato originale come una trasgressione di un comando. Per quanto riguarda Adamo ed Eva, sostanzialmente il peccato si realizza come sospetto nei confronti dell’altro. Infatti il sospetto si instaura nella coscienza dell’uomo durante l’incontro tra Adamo ed Eva e il serpente. Per la prima volta l’uomo viene spinto da un nuovo sentimento che è la diffidenza, che fa si che l’uomo metta in dubbio la parola di Dio. (“è vero che Dio vi ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”) L’uomo dimentica per un istante che tutto ciò possiede gli è stato offerto gratuitamente e immagina che ci sia dell’altro inteso nel senso di qualcosa di segreto, celato, che il Signore difende con la supremazia e il potere. La scelta di mangiare dall’albero non è il peccato originale, anzi mangiare il frutto è solo la conseguenza di tutto ciò che oramai è accaduto; ossia, il male vero, il peccato radicale, viene determinato nel momento in cui la forma originaria (Dio) viene fraintesa e giudicata inaffidabile, lasciando così spazio al sospetto. Lo scopo del serpente era quello di far rinnegare all’uomo la sua forma originaria senza potergliene offrire un’altra. Dio avverte Adamo ed Eva sul fatto che i frutti di quell’albero sono mortali; al contrario il serpente afferma che non sono affatto mortali. Da qui si può intendere lo scopo del serpente, che non è affatto la trasgressione del
comando, ma piuttosto l’aver indotto nell’uomo la diffidenza, il sospetto della parola di Dio. Questo è il male. L’albero dal quale Adamo ed Eva non devono mangiare alcun frutto è l’albero della conoscenza del bene e del male. Le domande sorgono spontanee: Come mai era mortale per l’uomo? E per quale motivo l’uomo non può conoscere tutto? Il vero punto è che all’uomo era stato dato tutto, soprattutto conosceva il Bene; non conosceva né il male
né la morte perché il male non c’era e si configurava come negazione. All’uomo tutto era dato, nulla gli era negato, non esistevano antagonisti e lui stesso era frutto di pura e libera gratuità. Egli non era destinato alla morte perché Dio non si era riservato nulla per sé, anzi aveva elargito all’uomo la propria eterna vita. Il male si introduce nella coscienza dell’uomo con l’assunzione del proprio ‘principium individuationis’. Il serpente dice all’uomo che se dovesse mangiare i frutti di quell’albero proibito non morirebbe affatto, anzi sarebbe come Dio. Il serpente insinua nell’uomo che esista un diritto, una proprietà che Dio si è riservato e che quindi se ce ne si appropria diverremo come lui (mangiando il frutto). Passaggio : Dall'essere CON Dio all'essere COME Dio. La proprietà è così l'abbaglio dell'identità. Allora perchè Dio ha posto quell'albero in mezzo al giardino? È l'albero della conoscenza del bene e del male. Satana (serpente) suggerisce ad Adamo e ad Eva che con quell'albero Dio conosce qualcosa che loro non devono sapere. Ma ciò non è vero perchè Dio non conosce il male, non conosce altra vita che questa ed è proprio questa conoscenza che consegna all’uomo avvertendolo a proposito dell’albero. Il male è l'unica alternativa possibile al bene. Il segreto dell'albero della vita è che nel momento in cui ci metti sopra le mani finisce tutto. Dunque quell’albero piantato in mezzo al giardino rappresenta la possibilità dell’esercizio incondizionato di quella libertà che consente di vivere secondo la forma teologica in cui è stato creato. Ma Dio riguardo a ciò ha avvertito l’uomo. Dio ponendo l'albero ha dato all’uomo la possibilità di scelta, ovvero l’ha messo in condizione di essere uomo. O libero o niente. Adamo ed Eva in quanto esseri (umani) avevano la possibilità di scegliere e quindi decidere chi essere con la conseguenza di ubbidire o meno al volere di Dio. Come si pone effettivamente la questione della libertà , l'uomo si fa fregare. Il fatto di essere liberi non si traduce necessariamente nella conoscenza. Noi di fatto siamo condotti a inseguire l'ultimo istante di cui siamo schiavi. La questione della libertà è la questione determinante. Non è il serpente ad avere la colpa, ma Tu, la responsabilità è solamente tua. La conseguenza è che ogni figlio che nascerà si presenterà sulla scena del mondo come un Altro, l’Altro che contende la vita; il sospetto gli sarà insegnato con l’addestramento alla vita. Da questo momento in avanti ogni figlio avrà bisogno di tuniche per coprirsi (infatti Adamo ed Eva in seguito si nascondono e si vergognano della propria nudità). Nell’Eden Adamo ed Eva percepiscono che qualcosa incombe su di loro, vedono Dio come un’antagonista perché sanno di aver sbagliato e credono che Dio li punirà. Ma Dio non infierisce anzi tesse per loro due tuniche con cui coprirsi; Dio è responsabile del proprio essere e non deve tener conto a nessuno. Così in altre parole il mondo diviene ostile e le parole pronunciate potranno essere utilizzate per una reciproca accusa. La parola che prima era la cura e l’affetto per l’altro, ora invece è la salvaguardia del “proprio”. La parola è espressione della consapevolezza di sé ed ecco che nella tutela del “proprio” si realizza il principio di conservazione di ciò che garantisce l’identità individuale. La parola sacra è ormai parola di diritto risultando cosi che il prezzo della vita dell’altro merita di essere pagato a salvaguardia della propria vita. Il diritto è ciò che tutela la propria vita, si configura come culmine della conoscenza del bene e del male. Una conoscenza che nasce dal sospetto che il bene non sia il tutto della vita e quindi ce ne sia dell’altro. Altro che in realtà deve essere inteso come nulla ma che viene eletto come proprio bene. In fin dei conti è tutto un’assurdità perché ogni cosa ci viene offerta e consegnata. Solo la morte, nel suo nulla essere, appartiene in proprio alla volontà del trattenimento del “proprio”. La fede si apre alla relazione con l’uomo, si configura come credito all’affidabilità di Dio, si consegna all’uomo senza riserve e condizioni.
di Dio stesso: gli fa intendere che il compimento della vera esistenza sia un possesso da conquistare, un diritto da far velare, celato dal creatore. Il serpente continua a insinuare che l’esistere non consiste nel compimento libero della relazione che configura la vita dell’uomo, ma piuttosto “diventare altro”. Dunque ESSERE COME DIO e non più CON DIO. Il serpente introduce così il sospetto nei confronti della relazione nota, offrendo un nuovo tipo di relazione che non sarà più caratterizzata dalla presenza gratuita dell’Altro, ma dalla condivisione di uno sguardo segnato dal sospetto. Una nuova origine. Un sospetto sull’origine che fraintende l’origine stessa. Il serpente non crea perché è Dio che lo fa. Però il nuovo corso non si baserà più sulla confidenza nei confronti della relazione che lo origina, sarà invece segnato dal sospetto e dall’inganno. Infatti la stessa relazione con il serpente non è caratterizzata da una nuova confidenza, ma piuttosto su quello che si instaurerà come sospetto. Il serpente non vuole nessuna relazione, il suo scopo è appunto distruggere il rapporto di confidenza che esiste tra uomo e Dio e per farlo devo condurre l’uomo sulla sua causa il quale per primo e inconsapevolmente inizia a rapportarsi con il serpente proprio con la diffidenza. Dunque lo scopo
del serpente è finalmente raggiunto. Risulta evidente che se la relazione è motivo di sospetto allora la relazione non può essere considerata come forma della verità dell’esistere. Il significato della verità dell’esistere verrà così mal interpretato in quanto si considererà l’essere COME Dio quale suo massimo diritto. Il lavoro stesso dell’uomo nel mondo si riduce a un drammatico tentativo di procurarsi un possesso da difendere gelosamente. Se la relazione viene riconosciuta come forma dell’esistere allora la coscienza intende che è la consegna della vita alla forma della relazione. L’altro si configura come causa suprema dell’esistere e la dedicazione all’altro quale forma propria dell’esistere nella sua verità. Questo non comporta un annullamento di sé, al contrario la relazione nella sua verità vive di entrambe le singolarità. Da questo punto di vista non abbiamo la capacità di come si potrebbe configurare la morte. Certo la morte avrebbe potuto indicare quell’evento in cui la libertà avrebbe chiuso con un atto di radicale riconsegna un’esistenza che esattamente nella nascita aveva avuto principio. Con l’introduzione del sospetto nella relazione si ha una nuova percezione di essa: assume i tratti della conservazione e della salvaguardia, di un’espropriazione di ciò che mi appartiene ovvero del mio tempo,spazio e persino la vita stessa, del mio diritto di guardare il mondo come mio. L’Altro si configura come antagonista ed ecco che all’orizzonte si prefigura la morte. Sono proprio diffidenza e difesa che generano la figura della morte. Punto focale della coscienza diviene dunque lo “stato”; si va a pensare che il tempo e lo spazio consumino i figli; si va a pensare che si comincia a morire dal primo atto del vivere. La morte si prefigura all’orizzonte, come una sentenza inevitabile, a cui non ci si può sottrarre, che sottrae all’uomo i suoi diritti per poi essere restituito a Dio. Così Dio viene visto come antagonista, come colui che annienta. E’ bene pensare che la figura della morte non è centrale nell’inversione satanica ma è piuttosto un fraintendimento della verità del vivere. Dunque la dedicazione della libertà si tradurrà inevitabilmente in una continua battaglia contro gli eventi che conducono all’approssimarsi inesorabile della morte. Importante è il tema del respiro. La vita comincia con il primo grido e termina con l’ultimo respiro. Gli uomini credono che il principio sia legato al dono del respiro e che la morte sia una sorta di riconsegna dello spirito vitale. L’uomo si mantiene in vita respirando e quindi espira e inspira lo spirito e ne è grato di ciò. La vita si genera, si
rigenera e si compie. Dare l’ultimo respiro è atto estremo del compimento dell’intera esistenza.
Rivelazione di Dio e riscatto dell’uomo. I) Bisogna precisare che Dio non si rivela all’uomo come salvatore e liberatore dei suoi mali; mostra la sua bellezza, lo splendore della verità ed è proprio attraverso ciò che proietta una luce nuova sulla morte. La morte prende tutti coloro che si dedicano alla conservazione spasmodica dello “stato”. E Gesù si presenta come colui che riscatterà per l’appunto l’uomo dall’assorbimento dello “stato”. Gesù consegna la propria vita all’opera che il Padre gli ha assegnato, mostrando che proprio nella consegna vi è nascosto il segreto della vita di Dio. La consegna di sé alla morte fa si che essa venga destituita delle sue prerogative di parola ultima. Viene a confermarsi l’idea che il Risorto è il Crocifisso e che proprio e solo i tratti della sua morte consentono di riconoscerlo. Non conosciamo altro Dio salvatore se non quello che s’identifica con il Cristo risorto in quanto crocifisso. La causa di Dio si manifesta nella causa di Gesù che si consegna alla morte. La buona notizia è che agli uomini viene offerto gratuitamente di vivere tra di loro una vita a misura della familiarità del Padre, del Figlio e dello Spirito. La vita trinitaria è infinita dedicazione della libertà all’altro in quanto diverso da sé. Questa vita è offerta nell’atto della generazione originaria, si ripresenta agli uomini allorché Dio stesso si rivela mostrando di non riversi diritto alcuno. Un Dio che è uomo tra gli uomini. La sua rivelazione si offre come riscatto. Redenzione, ossia viene offerta una relazione nuova entro la quale l’umana libertà conosca e voglia il suo compimento più proprio. Relazione perché è relazione uomo- donna a immagine di Dio; relazione perché l’origine è relazione di questi uomini con Dio e con il cosmo. Relazione intesa come salvezza e liberamente accolta come salute. Salute rispetto a tutto ciò che ha trasformato in sospetto. A questa causa della nostra redenzione si dedica il Figlio di Dio perché la forma stessa della relazione comporta la dedicazione alla causa dell’altro. La dedicazione all’altro lo conferma come luogo personale offrendo alla libertà un orizzonte costituito dalla libertà “altra”.
Tale orizzonte della libertà personale contempla l’infinito possibile del reciproco riconoscimento. La libertà viene riscattata dall’indefinita dedicazione alla cause del proprio “stato”; la dedicazione a esso significa dedicarsi alla cura di una tomba ovvero alla morte. Combattere con la morte significa che essa farà della vita stessa uno “stato” definitivo. In realtà lo “stato” sono io che vivo nello sguardo rivolto al futuro della relazione e diventa tomba solo nel momento in cui io mi dedico alla carne passata. La morte non è che proiezione dei tratti della vita stessa dedita al “sé”. Non è la morte ad avere l’ultima parola, ma è la vita deforme. La vita, dopo essersi dedicata alla causa dello “stato” per tutta la durata dell’esistere fa si che la libertà sia costretta ad annullarsi in suo favore. Risulta che lo “stato” non basta per vivere e che l’opera della sua conservazione è una “passione inutile”. La relazione con l’altro è la verità della vita di Dio e così la morte non è più la parola che compie l’esistere.
Rivelazione di Dio e senso del peccato. CAP. VI : Coordinate. I) Gli uomini hanno idee ben fondate sul pensiero del peccato. Peccato che viene istintivamente associato alla trasgressione della legge, al danno materiale o morale, al senso di colpa, ma è assolutamente sbagliato definire i suoi connotati a partire da questi ambiti. Il cristiano deve essere in grado
peccato cristiano non può essere esportato sul piano sociale. La visone della qualità dell'uomo su cui basa la propria libertà è determinante per affermare il percorso della sua vita. La definizione cristiana di peccato è assolutamente singolare. Il peccato per il cristiano si rivela solo a partire dal Vangelo. Qual è la rivelazione dell'uomo e di Dio che gli viene rivelata? Nel Vangelo ci accorgiamo che Gesù va a pescare l'umanità nel profondo di ogni uomo e grazie a questo gesto/lettura che il cristiano va a capire cos'è il peccato. Il Dio del Vangelo è un Dio molto sensibile all'umano che ti permette di capire la visione sull'uomo,della sua bellezza che tu non hai o non riesci a capire. La scommessa sull'umano è la grande scommessa sulla quale ognuno è disposto a scommetterci sopra.
Il corpo dato quando eravamo peccatori. II) Collegare la redenzione del peccato con la Croce del Signore Gesù comporta la consapevolezza teologica che solo un’opera di Dio è capace di tale riscatto. Opera intesa a ristabilire tra gli uomini una vita conforme alla vita stessa di Dio. La remissione dei peccati diventa non cristiana nel momento in cui l’uomo confessa i suoi peccati e in cambio ottiene il perdono che gli spetta. Tutto ciò è radicalmente non cristiano e fraintende la verità della rivelazione. Inoltre ritenere di dover essere puri come condizione per godere del Corpo Dato e del Sangue Sparso è ancora una contraddizione nel determinare la rivelazione evangelica. Essendo il peccato condizione irrimediabile da parte dell’uomo, il Corpo Dato non prevede alcuna condizione o qualifica per essere esattamente ciò che è. La rivelazione dell’identità di Dio nel Corpo Dato afferma che la vita di Dio è ontologicamente superiore a quella perversione dell’esistere che è il male dell’uomo, che è l’umana incapacità di consegnarsi e di stare in relazione con Dio. Significa che mentre l’uomo vive del suo peccato salvaguardando i suoi diritti, Dio vive senza diritti da rivendicare e nel suo Corpo Dato costituisce una relazione con l’uomo di cui si fa personalmente carico. Essere degni dell’Eucarestia significa essere disposti a lasciarsi raccogliere da questo dono, ovvero la rivelazione di Gesù che è la vita stessa di Dio che ce la consegna affinché noi la possiamo vivere. Al contrario chi non è degno dell’Eucarestia è colui che ritiene di doversi accostare a essa come si compie un atto di provata devozione. Dunque il peccato si configura come la perversione della coscienza che si manifesta entro la Chiesa stessa come fraintendimento dei sacramenti della salvezza.
Nella fede del Figlio di Dio. III) Il peccato, essendo deformazione della coscienza, quindi dell’umana capacità di vedere, può essere conosciuto solo da colui che vede e riconosce in Gesù lo splendore della forma autentica di Dio e dell’uomo creato a sua immagine. Quindi solo chi vede, riconosce Dio, può comprendere il peccato. Però il credente che incrocia lo sguardo con quello del Dio crocifisso è consapevole della propria irrimediabile condizione di peccato che lo affligge, la cui conseguenza è quella di sentirsi inadeguato di fronte a Gesù. Nonostante l’uomo di fronte a ciò venga considerato radicalmente inaffidabile viene comunque accolto. Questo evidenzia il fatto che l’uomo è consapevole della propria identità che è quella di essere un redento. Chi conosce la propria identità come connotata dalla redenzione può conoscersi come un “chiamato”, ossia riscatta tutto ciò che perverte alla radice l’umana nominazione. Questo “darsi voce” comporta una sorta di ricreazione di sé e dell’altro nella relazione con Dio.
La salvezza cristiana. CAP VII: La salvezza cristiana dell’uomo creato a sua immagine. I) La verità del compimento della vita dell’uomo deve avere i caratteri della
conformazione all’immagine del Figlio di Dio. Il compimento di tale verità si realizza come la salvezza, come accoglienza della luce che libera dalle tenebre. La salvezza dal punto di vista
cristiano viene correlata all’intenzione di espropriazione, al contrario nella prospettiva umana viene intesa come un’intenzione di appropriazione. Nel modo comune di pensare il termine salvezza si riferisce alla liberazione da tutti i limiti e ostacoli che si frappongono al raggiungimento dei nostri obiettivi, bisogni e desideri. Risulta che la salvezza è di natura soggettiva con un’affermazione dei propri diritti ed eliminazione dell’altro, il tutto comporta all’affermazione di sé dove Dio viene inteso come quella forza che opera dove l’uomo non riesce ad arrivare. Però questo dio non corrisponde ad alcuna identità rivelata,è invece un dio che istituisce norme e prescrizioni. Di conseguenza la vita eterna viene intesa come il desiderio umano di una vita liberata da ogni genere di limite e sofferenza. Bisogna ricordare che però Gesù non è la risposta alle domande e ai desideri dell’uomo, la salvezza non corrisponde al desiderio di una vita libera, Dio non procura la salvezza. Al contrario la salvezza permette di riscattare la propria coscienza dall’ottusità circostante. La redenzione è l’atto gratuito attraverso il quale l’uomo ha la possibilità di riformarsi. La salvezza discende dalla redenzione e con essa l’uomo approva la propria forma. La rivelazione cristiana attraverso la salvezza rinnega la forma secondo il pensiero “del mondo” in favore di una sua riforma a immagine della forma rivelata. La salvezza non è altro che la conformazione a Cristo. L’uomo non si rivolge a Dio solo col fine di piegare la sua volontà per soddisfare i propri desideri, ma uno che si riconosce obbediente alla forma rivelata. E’ obbediente al Logos, la Parola di Dio che si è fatta carne. Attraverso la fede cristiana l’uomo non solo riconosce e accoglie il Signore ma acconsente anche alla forma cristologica di cui ha bisogno per vivere. La fede cristiana è l’atto della libertà che nell’obbedienza realizza la salvezza. La relazione con l’Altro è dono per la vita dell’uomo, il quale riconosce che l’amore è comandamento e essere rispettati dagli uomini diventa essenziale per conoscere il Regno dei cieli. La salvezza si completa nell’uomo nel momento in cui egli scopre che il Signore Gesù è il salvatore in quanto verità dell’uomo e della sua vita. La salvezza cristiana quindi non è il conseguimento di una vita eterna dedita a sé e ai propri bisogni, ma la stessa vita vissuta nella comunione che si istituisce nel nome di Dio, ossia scoperta e accoglienza dell’Altro.
La forma formante: la relazione che è l’origine che è dio. La testimonianza dell’origine. Prologo di giovanni come testimonianza dell’origine, consente al lettore dei vangeli di matteo e luce di immaginarsi in ascolto di un testimone oculare. Giovanni testimonia l’origine assoluta, l’unico testimone è dio stesso. In principio era il verbo
Lo spirito dunque, proprio quanto persona dell’alterità trinitaria, è colu che rende attuale la relazione di tutti coloro che vivono nella comunione trinitaria garantendo che la loro identità, oer quanto totalmente dalla vita di dio, sia insolubilmente qualificata come alterità rispetto al dio stesso. Insomma gli uomini per quanto suoi non sono di sua proprieta. Sono figli assolutamente non riappropriabili a dio che li ha generati. Lo spirot partecipa ai suo che hanno accolto il figlio in una familiarità che non ha nulla a che fare con quella della carne e del sangue, una familiarità trinitaria. Lo spirito quindi mette in relazione gli uomini vincendo le tenebre. Questo è quello che nella tradizione della fede cristiana viene chiamata SALVEZZA.
Una cosa sola come noi L’ora e il suo luogo. Riflessione sulla croce del signore gesu. È compimento della sua vicenda, atto supremo di comunione obbediente al padre. Analizziamo l’ultima cena dove gesu è consapevole dell’ora decisiva. Cominciando dai discepoli che hanno accolto il logos notiamo che loro non vedono gesu andare incontro alla croce dall’esterno, ma la vedono dal centro. Vertice dell’intere rivelazione di gesu, il cuore della testimoninza di quella comunione di quella relazione di assoluta intimita che fu storica rivelazione di dio in gesu di nazaret. Giovanni non fa mai cenni emotivi quando racconta la croce, il credente non si commuove per le sofferenze di gesu ma è uno che è ammesso al mistero della croce da una prospettiva che è la stessa della divinità. Il mistero dell’ora si mostra nel dialogo tra gesu e il padre. Consegnandoci questa pagina giovanni testimonia la presenza muta dei discepoli dei “suoi” a questo momento. Tale presenza è cosi essa elemento costitutivo del compimento dell’opera della rivelazione. Chi accoglie la testimonianza di giovanni se si pome come chi accoglie la luce che brilla dalle tenebre si addentra in questa notte per essere ammesso a sua volta alla pienezza del tempo. Al cuore stesso dell’intimità del padre e del figlio I suoi vivono una singolare condizione spirituale si trovano ad essere contemporanei dell’evento originario della luce che splende nelle tenebre dall’atto tesso in cui essi l’accolgono e contemporanei della comunione eterna che per tale accoglienza diviene attuale. L’ora della gloria «padre, è giunta l’ora, glorifica il figlio tuo, perche il figlio glorifichi te» padre in tutto il capitolo risuona un nome: quello del padre. Esso determina un senso di intimita. Gesu in questa preghiera rivolgendosi al padre ci invita a comprendere in questa prospettiva l’evento che compie la sua storica vicenda. Con la parola padre gesu afferma la sua stessa identita di figlio. E riconsegnandosi al padre si riconsegna alla propria origine eterna. Come nel padre nostro, coloro che hanno ricevuto il potere di diventare figli di dio manifestano la propria identità singolare cosi questa è definita dalla partecipazione alla familiarità divina. Compiono cioè l’atto per eccellenza della consapevolezza cristiana. L’ora. È luogo definito dall’atto assoluto dell’obbedienza della riconsegna al padre di tutto cio che dal padre viene; l’ora è il compimento quale riconsegna dell’origine e di ogni consegna ad
essa conseguente. È il punto ove la consapevolezza della propria identità figliare conclude alla piena riconsegna all’abbraccio con colui da cui il figlio si riconosce generato. Gloria. La parola è nella bibbia l’apparire, la manifestazione della presenza operante di dio nella storia del suo popolo, l’evidenza del suo dimorare come signore del suo popolo nella terra della sua eredità. Gloria è la parola che allude alla presenza di dio che è tanto storica quanto trascendente. Se è vero che la terra è stata data agli uomini la visone della gloria rende consapevoli gli uomini che la loro opera sulla terra deve avere i caratteri della riconsegna del cuore alla relazione con questo dio che non ha abbandonato la vicenda del mondo ma si attende dal suo figlio israele una fedeltà libera e adulta. Gloria è dunque splendore della rivelazione di dio. L’ora della gloria è quindi l’ora della perfetta rivelazione della forma teologica, l’ora del compimento della storia esattamente come compimento dell’opera di dio. È l’ora in cui la relazione che lega padre e figlio si mostri pienamente come vertice cui tutta la vicenda dell’uomo deve essere ricondotta. All’Ora della croce è riservata la perfetta evidenza della relazione teologica originaria. Il padre, l’ora e la gloria definiscono lo sguardo che dall’interno del dialogo teologico che nella preghiera di gesu si rivela, viene gettato su gesu si rivela, viene gettato sull’evento stessa della croce che sta per accadere. Perche conoscano te. Ho fatto conoscere il tuo nome. «ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che tu mi hai dato dal mondo. Padre santo costudisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perche siano una sola cosa come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; e io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perche l’amore con il quale mi hai amato sia in essi ed io in loro». Giovanni sottolinea ancora la dipendenza del figlio dal padre e l’infallibilità della preghiera che si dispiega entro la comunione. Compimento della rivelazione risulta essere il far conoscere il nome del padre, l’opera di gesu corrisponde alla missione di far conoscere il nome, comporta questo una glorificazione piena e reciproca del padre e de figlio. Quando si parla di innalzamento si nota come tutto cio che è di gesu viene dal padre, con richiamo esplicito alla parola. Padre e figlio con l’allocuzione IO SONO non denotano piu dio, ma sono connotati essenziali del dio che si rivela in gesu, cosicchè dio è connotativamente identificabile in questa originaria ed assoluta relazione di generazione ed accoglienza. Conoscenza che è vita eterna Nella preghiera il tema dell’ora è direttamente associato a quello della vita eterna. La missione del figlio è quindi dare vita eterna, che è conoscenza del padre, che è conoscenza del nome. Gesu afferma di essere egli stesso la vita e la verità proprio in quanto figlio che tutto cio che è e che ha riceve dal padre ed al padre riconsegna con l’obbedienza in cui si attua la forma della loro relazione. Non prego per il mondo. «io prego per loro non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato perche sono tuoi…»
Attenzione per la raffigurazione di dio padre nell’arte a partire dal discorso del papa in udienza generale nel gennaio del 1999. Pone una questione di radicale importanza: la lingua. È importante oggi imparare a parlare a dio con una lingua che aspiri all’altezza di dio stesso e della sua parola. Piu che un appunto di metodo. L’arte cristiana. L’arte si sottrae a classificazioni pregiudiziali, non ha un fine uno scopo non ha un mezzo. Questo per dire che una rappresentazione di dio padre non è necessariamente parola espressiva di una riflessione cristiana su dio. Quindi l’assoluta incondizionatezza dell’opera d’arte comporta la possibilita di un differente apprezzamento dell’intenzione dell’artista e della qualita del suo lessico in relazione all’intenzione medesima, di conseguenza un opera a soggetto religioso non è necessariamente un’opera religiosa e che un’opera che attinge al vasto repertorio del sacro non è per questo un’opera cristiana. Nel caso che un’opera si presenti e qualifichi come cristiana, la coscienza cristiana è l’interlocutore qualificato di tale opera, almeno per quanto attiene alla sua intenzione di collocarsi all’interno della trama di comunione comunicazione che costituisce l’identità cristiana. In questo senso il teologo è interlocutore competente per l’apprezzamento di un’opera specifica. I secoli XI e XII Bisogna indagare in tutti i campi delle arti. Notare la figura del padre nei manoscritti, nelle scultura e nella pittura, scovare la stessa figura nel teatro e nella musica è piu difficile. Rilievi e obiezioni La figura di dio padre nella produzione artistica di questo periodo è esegua e si esaurisce nelle figure di creazione e nelle narrazioni dell’origine oppure nella trinità. Ci sono numerose raffigurazioni della mano di dio tra le nuvole, con richiamo trinitario nella disposizione delle dita. Nelle rappresentazioni della trinita possiamo notare le diverse persone che raffigurano il padre il figlio e lo spirito (questa distinzione non si nota nella genesi) Possiamo notare che il dio della genesi e il dio del creatore è sempre giovane. Come abbiamo udito, così abbiamo visto nella città del nostro Dio. Fine della lotta iconoclasta e definizione dell’iconografia cristiana. La citta del nostro dio è luogo della visibilità della parola, perché è fondata sulla parola fatta carne. È una sorta di pellegrinaggio in cui le tappe sono le testimonianze della bellezza. Hildesheim Il vescovo della basilica di san michele, animo una diffusione artistica per la sua opera di riforma, la quale influenzo tutta l’area dell’impero. Con la realizzazione del portale della basilica ci troviamo di fronte ad una svolta epocale nella fisionomia dell’arte cristiana. La creazione artistica arriva fino alle porte della chiesta e da eloquenza alla soglia della medesima, questo per arrivare alla portata della vista della massa di coloro che non avrebbero in nessun caso potuto entrare in contatto diretto con le opere destinate alla committenza di rango. Osservando il portale: sedici quadri, tre rappresentano il creatore tra cui adamo ed eva. Nel quarto quadro c’è tensione e si concentra sull’accusa ai figli colpevoli di aver ceduto al serpente. Si arriva all’uscita di scena di dio che rimane solo rappresentato con una mano che ringrazia per l’offerta di abele e la riprovazione di caino. Nell’anta sinistra è raffigurata
l’opera di redenzione compiuta da cristo. Questo mostra un impianto narrativo composto su due battenti. Wiligelmo Facciata del duomo di modena è narrazione degli esordi della storia dell’uomo opera compiuta grazie all’opera di riforma di matilde di canossa. Raffigurazione di dio nelle fattezze di cristo e gli pone nella mano sinistro un libro. Qua comunque non si punta sulla creazione ma sull’opera di cristo e sul suo coinvolgimento nella vita dell’uomo. Nelle due facciate c’è una professione di fede che riconosce l’uguaglianza del figlio–verbo. Nella scene successive c’è il contrasto di eva verso il serpente e il frutto proibito. Nella lastra successiva arriva la speranza, i figli dei progenitori presentano a dio i frutti del loro lavoro. La sequenza si conclude con la ripresa del cammino di noè e dei suoi figli e non con l’immagine di arcobaleno del testo biblico, questo a simboleggiare l’irrevocabilità del patto tra dio e uomo. è un’immagine di speranza cristiana che mai sarà negata ai figli dell’uomo.
Jeu d’adam Chiara frugoni sospetta che fonte diretta del lavoro sulla facciata del duomo di modena sia stato il dramma semi–liturgico di jeu d’adam. Le opere non pare dipendere direttamente dalla genesi ma si afferma che testimoniano una comune consapevolezza teologica, una preoccupazione pastorale Jeu d’adam è un testo in volgare con incipit in latino. Porta delle chiare tracce della sua origine liturgica ma è determinato dalla volontà di realizzare una forma di comunicazione grazie alla quale l’invito pressante (a convertirsi e far parte della chiesa) consegua ad un moto verso l’esterno. I personaggi del dramma sono: dio da un lato e adamo ed eva eretti di fronte a lui. La creazione risulta oscurata dalla narrazione, dio si presenta ed è il salvatore. Dio riceve l’appellativo di FIGURA e subito si fa richiamo al VOLTO adamo, questo è uno spontaneo rimando somatico tra FIGURA E VOLTO (ti ho formato a mia somiglianza a mia immagine ti ho fatto di terra). C’è nel passo anche un richiamo allo splendore della luce eterna e al salvatore, si parla del fatto che chi ha visto me ha visto il padre. Dio nella rappresentazione crea un dialogo con adamo e fa leva sulla creazione ad immagine e giunge ad articolare un invito all’amore, amore per dio piu forte che l’amore tra uomo e donna. Possiamo notare come a fine della rappresentazione adamo ed eva non sono piu eretti di fronte a dio ma sono chini dopo aver peccato. È l’atteggiamento dei figli consapevoli della loro dignità. Fleury, autun, cluny. Nella prima scena dio si piega a coprire la nudita di adamo. Questo è senso di paternità di dio verso l’uomo peccatore. È gesto di cura e riconciliazione. Nel secondo capitello c’è il sacrificio di isacco ed è noto che questo sancisca la parterintà universale di abramo per i credenti, prefigura il sacrificio eucaristico è l’offerta del padre celeste fa del proprio figlio per liberare dalla morte i figli dell’uomo. La seconda scena rappresenta dio che parla con caino. Anche qui l’intento è quello di comunicare il senso della cura di dio per i figli peccatori di adamo. La terza scena è raffigurato dio che cerca adamo ed eva dopo il peccato mentre questi si nascondono. C’è un richiamo al creatore e il redentore alla ricerca dell’uomo perduto.
La coscienza cristiana riconosce come suo insuperabile elemento una vicenda storica con tutte le sue ambiguità cosi come questa risuona nella parola della testimonianza, che racconta proprio come vicenda storica. La testimonianza stessa della fede cristiana è indissolubilmente legata al linguaggio della narrazione della visibilità dei sensi, dell’ambiguità degli eventi, in un modo che le è piu specificatamente proprio di quello dell’astrazione teorica, diciamo teologica. Eresie trinitarie e intelligenza cristiana. La rottura del senso religioso comune costituisce il vero aspetto problematico della storia del cristianesimo. Parte tutto dalla lotta iconoclasta che lacera la cristianità, nasce dall’accusa di idolatrare le immagini sacre. Il consiglio di nicea supera questo problema affermando che l’incarnazione mette l’uomo in condizione di vedere l’invisibile, dove il vedere non prevarica l’invisibile e l’invisibile non delegittima il visibile annientandolo. Diventare coscienti di questo comporta un addestramento della coscienza e dello sguardo. Come per i vangeli si tratta di una testimonianza di fede nell’incarnazione che addestra la fede nell’incarnazione , quella che riconosce il prologo della prima lettera di giovanni che il dio invisibile si è reso visibile toccabile ascoltabile testimoniabile, perche noi possiamo partecipare alla sua stessa intimità del verbo della vita. Nascono pero dei movimenti ereticali che propugnano ascetismo e moralismo che condanna il matrimoni e demonizza la carne. Rendono gesu mediatore tra dio e uomini che arrivavano ad annullarsi per la salvezza del mondo. I “catari” contrappongono dio a satana ( che converte gli angeli e li segrega negli uomini al posto dell’anima) cristo arriva per liberarli ma non è inteso come figlio di dio ma come un angelo che ha preso corpo in maria. Viene negata la figura della trinità e l’incarnazione di dio. Una parola che canta l’obbedienza della fede. L’arte cristiana è esclusivamente lessico proprio della fede cristiana. La liberta dell’artista cristiano è liberta di riconoscimento e di accoglienza alla partecipazione al dialogo che la parola di dio fonda. L’arte cristiana si distanzia dall’arte sacra che infatti esprime e cerca di creare sintonia con il senso religioso dell’uomo; mentre l’arte cristiana si fonda sulla rivelazione di dio. Addestra a riconoscere dio nella carne e nella storia e non all’estasi onirica. La coscienza cristiana sa che dio nessuno l’ha mai visto, il figlio lo ha rivelato.
Pieno compimento della legge è l’amore. L’amore è tutta la legge dei profeti, questo significa che l’amore è l’antico patto non ancora il nuovo. Dunque non ancora il nuovo cristianesimo. Ma poi quale legge? I dieci comandamenti o il deuteronomio. È la sequela del signore gesù viene a definire il credente cristiano al posto dell’osservanza dei precetti della legge. L’onda del battesimo rimpiazza il coltello della circoncisione. Il deuteronomio è la seconda legge. Attesta la consapevolezza di israele che la legge doveva essere accolta unitamente nel senso necessario di sviluppo. Che cosa è piu originario piu normativo della legge stessa? L’alleanza. Israele riconosce che l’elemento originario della sua storia e della sua identità è la volonta salvifica di dio di stipulare un’alleanza con gli uomini che egli è liberamente e
unilateralmente legge come suoi amici. Quindi assoluta non è la legge ma assoluta è la volonta di dio di offrire quest’alleanza ad abramo.
La conversione del cuore il libro del deuteronomio è un grande discorso tenuto da mosè alla fine della permanenza del popolo di israele nel deserto prima del passaggio del giordano. Potrebbe essere una riproposizione della legge e del decalogo. Questa riproposizione è in realtà fatta solo per acquistare credito. In realtà è un decisivo approfondimento della stessa legge, volto alla conversione del cuore. Viene ripreso e approfondito il nucleo dell’alleanza tra jahvè e il suo popolo in direzione di un legame piu autenticamente religioso. È quindi una sostanziale rivoluzione che pero interpreta esattamente la natura stessa dell’alleanza con jahve che nei secoli ha determinato l’identità del popolo di israele. La norma di legge ha un’indole negativa. Si riaffermano i comandamento ma mettendo in primo piano il legame del cuore a dio la dedicazione del cuore alla relazione con jahve quale radice stessa dell’alleanza. Viene sempre utilizzata la parola “ascolta” che diventa monito che ritma la proclamazione del deuteronomio. L’ascolto pone in radicale dipendenza è una dimensione strutturante del cuore disposto ad accogliere ad obbedire a dipendere. La religione è effusione del propsio sentimento del sacro e trascendente, si perfeziona nella garanzia di una legge che da un lato salvaguarda la trascendenza e dall’altro offre sicurezza del rituale comune. Posta sotto l’ascolto la religione si precisa come legame con dio che si rivela vincolando ad una relazione esistenziale scandita dalla sempre nuova feconda attualità della sua parola. Amerai il prossimo tuo come te stesso si configura quale pieno compimento della legge solo nella misura in cu la legge si considerata nella prospettiva cui stiamo facendo riferimento nella prospettiva in cui la legge non sia intesa come baluardo posto a salvaguardia nei confronti dell’altro coma come segnale di radicale attenzione di assoluta esposizone. Amare il prossimo tuo come te stesso potrebbe voler accordare all’altro di disporre della propria vita come di una sua proprieta, gli si riconosce il diritto di disporre di se stesso. Determinate per capire il comandamento è il fatto che il signore gesu ha consegnato la propria vita fino a morire e questo non a partire da una eroica velleità etica ma in forza di una radicale dipendenza dal padre da un ascolto, da una attenzione assoluta. Solo una comunità che abbia assunto come norma l’incondizionata dedicazione della vita alla vita dell’altro a partire dall’accoglienza costitutiva della vita del suo dio puo essere il luogo in cui questo comandamento diviene forma di una esistenza festiva. La vita del cristiano conformata a quella del signore gesu dall’obbedienza al comandamento dell’amore. Il cristiano puo consegnare il carico della vita sulle spalle di una vita di comunione cristiana e questo all’atto stesso in cui si consegna ad essa quale luogo teologico del perdono e della festa. Una legge per non morire al posto di uno sguardo di cui vivere. All’interno della coscienza di israele è avvenuto un progressivo approfondimento della comprensione dell’alleanza con il proprio dio. Questo approfondimento comporta una conversione e questo appare nella ricezione che ebbe la tradizione profetica. L’osservanza dei precetti di legge è una questione di cuore, questione di un senso di appartenenza spirituale.