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Caratteri Schizoidi e Paranoici: Descrizione e Implicazioni Terapeutiche, Schemi e mappe concettuali di Teorie e tecniche della comunicazione multimediale

Una profonda analisi dei caratteri schizoidi e paranoici, descrivendo le loro caratteristiche, le cause, le conseguenze e le implicazioni terapeutiche. Il testo illustra come queste personalità possono essere analizzate e trattate, fornendo una valida base per comprenderne meglio le dinamiche e le sfide. Particolarmente utile per chi lavora nel campo della psicologia e della terapia.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2019/2020

Caricato il 10/01/2024

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Capitolo 9
La personalità schizoide
La persona con carattere fondamentallmente schizoide è soggetta a un diffuso fraintendimento,
dovuto all’idea erronea che le dinamiche schizoidi siano sempre indice di una grave primitività.
Dato che la diagnosi incontrovertibilmente psicotica di schizofrenia si adatta anche alle persone che
si trovano all’estremo più disturbato del continuum schizoide, e dato che lo schizoide può avere un
comportamento non convenzionale si tende generalmente a patologizzare coloro che presentano
dinamiche schizoidi che abbiano o no aree significative di forza dell’Io. Una persona può essere
schizoide a qualunque livello, da quello psicologicamente più inabilitante a quello più sano rispetto
alla media. Dato che la difesa che definisce il carattere schizoide è primitiva, può darsi che ci siano
meno persone schizoidi sane rispetto a quelle malate. Una ragione per cui si potrebbe tendere a
patologizzare gli individui con personalità schizoide è che sono relativamente rari.
Molti analisti continuano a considerare le diagnosi di personalità schizoide, schizotipica ed evitante
come versioni non psicotiche del carattere schizoide, e le diagnosi di schizofrenia, disturbo
achizofreniforme e schizoaffettivo, come livelli psicotici del funzionamento schizoide. Forse la
psicologia schizoide, almeno nelle sue versioni ad alto funzionamento, può essere ragionevolmente
collocata al termine del versante sano nel continuum autistico; e certamente, sulla base del loro
comportamento manifesto, alcuni individui schizoidi sembrano così poco connessi con gli altri,
strani e distaccati da ricordare le persone che hanno una diagnosi di autismo o di sindrome di
Asperger. Tuttavia, le persone che possono essere diagnosticate come autistiche di solito non si
mostrano internamente capaci di immaginare ciò che gli altri pensano e sentono, né le loro
motivazioni, mentre gli individui schioidi, nonostante la loro tendenza al ritiro, sono spesso
straordinariamente sintonizzati con l’esperienza soggettiva degli altri.
Pulsione, affettività e temperamento nelle personalità schizoidi
Dal punto di vista del temperamento, la persona che diventa schizoide è ipereattiva e facilmente
sovrastimolabile. Gli schizoidi si descrivono spesso come persone con una forte sensibilità innata e
i loro familiari di frequente confermano che sono stati quel tipo di bambino che si ritrae dagli
eccessi di luce, rumore o movimento. E’ come se le terminazioni nervose degli individui schizoidi
fossero più vicine alla superficie di quelle degli altri. Nell’area della pulsione sembra che la persona
schizoide sia alle prese con problemi di livello orale. In particolare, cerca di evitare i danni che
derivano dall’essere inglobata, assorbita, distorta, depauperata, ingoiata.
La persona schizoide non ha la sensazione che le pulsioni appetitive provengano dal proprio
interno. E’ invece il mondo esterno ad apparire pieno di minaccie di distruzione e distorsione contro
la sua sicurezza e individualità. Gli individui schizoidi non danno l’impressione di essere molto
aggressivi, nonostante il contenuto violento di alcune loro fantasie. Familiari e amici spesso li
considerano insolitamente gentili e tranquilli. Molti analisti sono arrivati alla conclusione che i
clienti schizoidi seppelliscono la propria avidità e aggressività sotto una pesante copertura
difensiva. Dal punto di vista affettivo, uno degli aspetti più sorprendenti di molti individui con
dinamiche schizoidi, ma che sono a un livello elevato di funzionamento, è la loro mancanza di
difese comuni. Parte dell’alienazione di cui soffre deriva dall’esperienza di non ricevere conferma
alle sue capacità emotive, intuitive e sensoriali, dato che gli altri semplicemente non vedono ciò che
la persona schizoide vede. La sua capacità di percepire ciò che gli altri disconoscono o ignorano è
talmente naturale e spontanea da renderla scarsamente empatica nei confronti del mondo meno
lucido. Gli individui schizoidi non sembrano alle prese con i problemi di vergogna o con i sensi di
colpa. Tendono a vedere il mondo e se stessi per ciò che sono, come se fossero privi della spinta
interna a cambiare le cose e ritirandosi da ogni giudizio. Eppure possono provare notevole ansia per
la propria sicurezza di base e si ritirano in una sorta di eremitaggio o fuggono nell’immaginazione.
Lo schizoide è soprattutto un outsider, uno spettatore, un osservatore esterno della condizione
umana. La scissione tra il Sé e il mondo esterno, e tra il Sé percepito e il desiderio. Quando gli
analisti parlano dell’esperienza di scissione degli schizoidi si riferiscono a un senso di
estraniamento da una parte del Sé o dalla vita che è essenzialmente dissociativo. Il meccanismo
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Capitolo 9

La personalità schizoide

La persona con carattere fondamentallmente schizoide è soggetta a un diffuso fraintendimento, dovuto all’idea erronea che le dinamiche schizoidi siano sempre indice di una grave primitività. Dato che la diagnosi incontrovertibilmente psicotica di schizofrenia si adatta anche alle persone che si trovano all’estremo più disturbato del continuum schizoide, e dato che lo schizoide può avere un comportamento non convenzionale si tende generalmente a patologizzare coloro che presentano dinamiche schizoidi che abbiano o no aree significative di forza dell’Io. Una persona può essere schizoide a qualunque livello, da quello psicologicamente più inabilitante a quello più sano rispetto alla media. Dato che la difesa che definisce il carattere schizoide è primitiva, può darsi che ci siano meno persone schizoidi sane rispetto a quelle malate. Una ragione per cui si potrebbe tendere a patologizzare gli individui con personalità schizoide è che sono relativamente rari. Molti analisti continuano a considerare le diagnosi di personalità schizoide, schizotipica ed evitante come versioni non psicotiche del carattere schizoide, e le diagnosi di schizofrenia, disturbo achizofreniforme e schizoaffettivo, come livelli psicotici del funzionamento schizoide. Forse la psicologia schizoide, almeno nelle sue versioni ad alto funzionamento, può essere ragionevolmente collocata al termine del versante sano nel continuum autistico; e certamente, sulla base del loro comportamento manifesto, alcuni individui schizoidi sembrano così poco connessi con gli altri, strani e distaccati da ricordare le persone che hanno una diagnosi di autismo o di sindrome di Asperger. Tuttavia, le persone che possono essere diagnosticate come autistiche di solito non si mostrano internamente capaci di immaginare ciò che gli altri pensano e sentono, né le loro motivazioni, mentre gli individui schioidi, nonostante la loro tendenza al ritiro, sono spesso straordinariamente sintonizzati con l’esperienza soggettiva degli altri. Pulsione, affettività e temperamento nelle personalità schizoidi Dal punto di vista del temperamento, la persona che diventa schizoide è ipereattiva e facilmente sovrastimolabile. Gli schizoidi si descrivono spesso come persone con una forte sensibilità innata e i loro familiari di frequente confermano che sono stati quel tipo di bambino che si ritrae dagli eccessi di luce, rumore o movimento. E’ come se le terminazioni nervose degli individui schizoidi fossero più vicine alla superficie di quelle degli altri. Nell’area della pulsione sembra che la persona schizoide sia alle prese con problemi di livello orale. In particolare, cerca di evitare i danni che derivano dall’essere inglobata, assorbita, distorta, depauperata, ingoiata. La persona schizoide non ha la sensazione che le pulsioni appetitive provengano dal proprio interno. E’ invece il mondo esterno ad apparire pieno di minaccie di distruzione e distorsione contro la sua sicurezza e individualità. Gli individui schizoidi non danno l’impressione di essere molto aggressivi, nonostante il contenuto violento di alcune loro fantasie. Familiari e amici spesso li considerano insolitamente gentili e tranquilli. Molti analisti sono arrivati alla conclusione che i clienti schizoidi seppelliscono la propria avidità e aggressività sotto una pesante copertura difensiva. Dal punto di vista affettivo, uno degli aspetti più sorprendenti di molti individui con dinamiche schizoidi, ma che sono a un livello elevato di funzionamento, è la loro mancanza di difese comuni. Parte dell’alienazione di cui soffre deriva dall’esperienza di non ricevere conferma alle sue capacità emotive, intuitive e sensoriali, dato che gli altri semplicemente non vedono ciò che la persona schizoide vede. La sua capacità di percepire ciò che gli altri disconoscono o ignorano è talmente naturale e spontanea da renderla scarsamente empatica nei confronti del mondo meno lucido. Gli individui schizoidi non sembrano alle prese con i problemi di vergogna o con i sensi di colpa. Tendono a vedere il mondo e se stessi per ciò che sono, come se fossero privi della spinta interna a cambiare le cose e ritirandosi da ogni giudizio. Eppure possono provare notevole ansia per la propria sicurezza di base e si ritirano in una sorta di eremitaggio o fuggono nell’immaginazione. Lo schizoide è soprattutto un outsider, uno spettatore, un osservatore esterno della condizione umana. La scissione tra il Sé e il mondo esterno, e tra il Sé percepito e il desiderio. Quando gli analisti parlano dell’esperienza di scissione degli schizoidi si riferiscono a un senso di estraniamento da una parte del Sé o dalla vita che è essenzialmente dissociativo. Il meccanismo

difensivo della scissione, con cui l’individuo esprime alternativamente stati opposti dell’Io o divide difensivamente il mondo in aspetti totalmente buoni e totalmente cattivi, ha un significato completamente diverso. Processi difensivi e processi adattivi nelle personalità schizoidi La difesa patognomonica nell’organizzazione di personalità schizoide è il ritiro nel mondo interiore dell’immaginazione. Oltre a ciò, gli schizoidi possono utilizzare la proiezione e l’introiezione, l’idealizzazione e la svalutazione e, in misura minore, le altre difese che hanno origine in un periodo in cui il Sé e l’altro non sono ancora del tutto differenziati psicologicamente. Tra le difese più mature, l’intellettualizzazione sembra essere la preferita di molte persone schizoidi. Solo raramente ricorrono il diniego e la rimozione. In condizioni di forte tensione, l’individuo schizoide può distaccarsi dalla propria affettività e dalla stimolazione esterna, apparendo spento, indifferente o inadeguato. La capacità più adattiva e stimolante dello schizoide è la creatività. La sublimazione del ritiro autistico in attività creativa è un obiettivo primario della terapia con pazienti schizoidi. I modelli relazionali nelle condizioni schizoidi Una persona schizoide desidera intensamente l’intimità ma sente costantemente la minaccia di essere inglibato dagli altri; cerca la distanza per garantirsi la propria sicurezza e separatezza, ma si lamenta della propria alimentazione e soluzione. Guntrip ha descritto il dilemma cronico che attanaglia l’individuo schizoide come un non poter avere un rapporto con un’altra persona e nello stesso tempo non poterne fare a meno senza rischiare in vari modi di perdere tanto l’oggetto quanto se stesso. Tale conflitto può essere agito in forma di brevi ma intense connessioni con gli altri seguite da un lungo periodo di ritiro. Sul piano sessuale, alcune persone schizoidi sono notevolmente apatiche, nonostante godano di buona salute e siano capaci di orgasmo, Il concetto di personalità schizoide si sovrappone considerevolmente con il paradigma dell’attaccamento evitante. I bambini che vengono chiamati dagli studiosi dell’attaccamento evitanti o distanzianti reagiscono alla Strange Situation Procedure (SSP) con qualcosa di simile all’indifferenza rispetto alla presenza o meno della madre. Hanno poi osservato che tali madri sono scarsamente responsive alla tristezza dei propri bambini. La tipica madre del bambino evitante come severa, emotivamente inespressiva, e contraria al contatto fisico con i figli. Alcune persone con una storia precoce di isolamento e trascuratezza possono aver imparato a fare di necessità virtù nell’evitare la vicinanza emotiva e affidarsi al proprio mondo interno per ricevere stimoli. Una forma di interazione apparentemente opposta a quella precedente, che può comunque incoraggiare il bambino a ritirarsi, è quella con genitori invadenti, troppo coinvolti e eccessivamente presenti. Anche il contenuto, e non soltanto il grado, del coinvolgimento genitoriale può essere rilevante per lo sviluppo di un modello di distacco e ritiro schizoide. Numerosi osservatori di famiglie di persone che hanno sviluppato una psicosi schizofrenica hanno sottolineato il ruolo delle comunicazioni contraddittorie e ambigue. Un bambino cresciuto in dimensioni di dopppio legame, con messaggi emotivamente equivoci, può facilmente ricorrere al ritiro per proteggere il Sé da livelli intollerabili di confusione e rabbia. Se si è soli e deprivati, e l’unico riferimento familiare disponibile è non empatico e intrusivo, sarà inevitabile un conflitto tra desiderio ed evitamento, tra vicinanza e distanza. La psicologia schizoidepotrebbe emergere da uno schema di microdissociazioni in risposta a una sovrastimolazione traumatica da parte di figure di accudimento incuranti della sensibilità e dell’intensità temperamentale del bambino. Alcuni studiosi del trauma e della dissociazione contemporanei ritengono che la psicologia schizoide possa essere compresa attraverso la lente dei processi dissociativi come prodotto di traumi relazionali ripetuti. Il Sé schizoide Uno degli aspetti più evidenti di chi ha una personalità schizoide è la mancanza di considerazione per le aspettative e le convenzioni sociali. Lo schizoide, che sia o no in contatto con un doloroso senso di solitudine personale, difficilmente si lascia andare alla compiacenza e al conformismo. Si

per gli altri. Da un lato vogliono essere pienamente conosciute da coloro verso cui provano interesse, ma dall’altro temono di essere tacciate di anormalità se svelano completamente la propria vita interiore. Il terapeuta lo aiuta a interiorizzare l’esperienza di essere accettato, senza la richiesta di sottomettersi alle direttive di un’altra persona. Alla fine il paziente acquista un’autostima sufficiente a poter pensare che la difficoltà potrebbe stare non tanto nella stravaganza di ciò che egli prova, quanto piuttosto nei limiti degli altri. Il terapeuta può fornire conferme al paziente schizoide senza essere sentito come intrusivo o svalutante usando immagini prese da fonti artistiche o letterarie per comunicare la propria comprensione dei problemi del paziente. Forse, l’ostacolo più comune al progresso terapeutico con i pazienti schizoidi, una volta che la relazione terapeutica sia solidamente stabilita e il lavoro di comprensione proceda, è la tentazione in entrambi, di formare una sorta di bozzolo emotivo, in cui si comprendono perfettamente l’un l’altro e aspettano le sedute terapeutiche come una tregua dalle richieste del mondo. Può essere difficile per il cliente schizoide estendere al di fuori della stanza d’analisi la sicurezza relativa all’intimità relazionale acquisita nel rapporto con il terapeuta. Il terapeuta ha di fronte il dilemma di essere stato a suo tempo interpellato per migliorare il funzionamento intimo e sociale del paziente, rendendosi conto tuttavia che il paziente può sentire ogni suo accenno al non effettivo perseguimento di quell’obiettivo come un’intrusione, un tentativo di controllo, un intervento comunque non empatico rispetto al suo bisogno di spazio. Alla fine tale tensione è analizzabile e può permettere alla persona schizoiode di approfondire la propria percezione di quanto sia forte il conflitto tra il desiderio di vicinanza e la paura di essa. E’ importante per il paziente schizoide la disponibilità del terapeuta ad agire, e a essere visto, come una persona reale, e non soltanto come oggetto transferale. Questo aspetto assume una particolare rilevanza per la persona schizoide, che vivfe spesso relazioni percepite come inautentiche. L’autenticità è importante con qualsiasi cliente, ma per quelli con una personalità schizoide è assolutamente indispensabile. Quando si ha a che fare con clienti schizoidi, ci si rende conto che, con uno stile terapeutico più disponibile, le loro reazioni transferali non solo non vengono occultate, ma possono anche diventare più accessibili all’interpretazione. La diagnosi differenziale E’ facile riconoscere la psicologia schizoide, data la relativa indifferenza delle persone schizoidi a fare un’impressione convenzionale sull’intervistatore. L’aspetto diagnostico cruciale è la valutazione della forza dell’Io del cliente. Grado di patologia E’ fondamentale valutare il grado di patologia della persona all’interno della gamma schizoide. L’indagine su allucinazioni e deliri, l’attenzione alla presenza o assenza di un disturbo del pensiero, la valutazione della capacità del paziente di distinguere le idee della azioni e, nei casi più dubbi, l’utilizzazione di test psicologici sono tutte operazioni giustificate con persone che presentano uno stile schizoide. Quando i risultati di tali indagini denunciano una condizione psicotica, può essere consigliabile una cura farmacologica e/o un ricovero. Alcuni individui schizoidi sano che arrivano alla terapia per un problema non strettamente legato alla loro personalità non desiderano che le loro eccentricità vengano messe in discussione. E’ un loro diritto. Ma la conoscenza terapeutica di come mettere a proprio agio una persona schizoide e renderl a disponibile ad aprirsi può facilitare il lavoro sui problemi che il paziente desidera affrontare. Personalità schizoide e personalità ossessivo-compulsiva Gli schizoidi spesso si isolano e passano la maggior parte del tempo a riflettere, perfino a rimuginare, su problemi importanti per il loro mondo interiore. Alcuni hanno schemi comportamentali che sono o sembrano compulsivi, oppure usano difese compulsive che permettono loro di organizzare la propria vita in base a una serie del tutto personale di rituali, i quali li proteggono da disturbanti intrusioni. Molti individui presentano una combinazione di qualità schizoidi e ossessive o compulsive, ma nella misura in cui i due tipi di organizzazione della personalità possono essere considerati puri esistono alcune differenze importanti. Gli individui ossessivi, sono di solito abbastanza sociali e, vanno dritti per la loro strada, possono essere molto preoccupati della rispettabilità e dell’adeguatezza personale, dell’approvazione degli

altri e della propria reputazione nella comunità. Gli ossessivi sono anche inclini a un certo moralismo mentre gli schizoidi non sono particolarmente impegnati in questioni convenzionali di giusto o sbagliato. Infine, le personalità ossessivo-compulsive negano o isolano i sentimenti, a differenza di quelle schizoidi che li riconoscono interioramente e si ritraggono dalle relazioni che ne favoriscono l’espressione. Capitolo 10

La personalità paranoide

L’essenza dell’organizzazione di personalità paranoide sta nella tendenza abituale a proiettare sugli altri le qualità personali considerate negative. Il processo proiettivo può essere accompagnato o meno da un senso di sé coscientemente megalomanico. La difesa che definisce la paranoia ha origine in un periodo che precede la capacità del bambino di distinguere gli eventi interni da quelli esterni, in cui il Sé e l’oggetto sono dunque confusi. La paranoia implica fondamentalmente lo sperimentare come esterno al Sé qualcosa che invece si trova al suo interno. L’individuo paranoide deve trovarsi veramente in difficoltà per cercare aiuto psicologico. Inoltre, poiché non sono disposte a fidarsi degli estranei, difficilmente partecipano come volontari a ricerche volte a studiare la loro psicologia. Persone con carattere paranoide di livello normale ricoprono spesso ruoli politici, nei quali trova facilmente la loro disposizione a contrapporsi alle forze ritenute malvagie o minacciose. All’altra estremità del continuum evolutivo, alcuni assassini seriali che uccidevano le loro vittime convinti che le vittime stessero cercando di uccidere loro esemplificano la distruttività della proiezione delirante, ossia la paranoia che opera senza gli effetti moderatori di processi egoici più maturi e senza un solido radicamento nella realtà. Alcune persone che sembrano paranoidi sono realmente vittime di molestie assillanti o sono perseguitate, ad esempio dai membri di una setta che hanno abbandonato, da un amante rifiutato oppure da un parente maldisposto. Alcuni individui non paranoidi sul piano caratterologico diventano temporaneamente tali se si trovano in situazioni paranoizzanti, umilianti e intrappolanti. Dunque, quando si fa un colloquio a scopi diagnostici non bisogna mai escludere la possibilità che la persona che ci sta davanti sia legittimamente spaventata. Al contrario, alcuni individui realmente paranoidi non danno affatto l’impressione di esserlo. Essendo anche persone effettivamente paranoidi le cui percezioni si rivelano però previsioni esatte. Nel presentare queste diverse possibilità, sottolineare l’importanza che i giudizi diagnostici si fondino su una corretta informazione e riflessione, e non siano automatici e aprioristici, in particolare quando alcuni tratti eccessivamente sospettosi e sinistri rendono difficile entrare in contatto con certi clienti. Pulsione, affettività e temperamento nelle personalità paranoidi Poiché vedono la fonte delle loro sofferenze al di fuori di sé, le personalità paranoidi di livello più disturbato risultano probabilmente più pericolose per gli altri che per se stessi. E’ ragionevole supporre che il bambino abbia difficoltà a gestire livelli troppo alti di energia aggressiva e a integrarli in un senso positivo di sé, e che le risposte negative delle figure di accudimento a un bambino turbolento o troppo esigente rinforzino la sua percezione che il mondo esterno è persecutorio. Dal punto di vista affettivo, le persone paranoidi non solo sono alle prese con rabbia, risentimento, desiderio di vendetta e altri sentimenti ancora più ostili, ma soffrono anche di paure soverchianti. Il modo tipico dei paranoici di volgere lo sguardo a sinistra in basso è fisicamente un compromesso tra la direzione orizzontale a sinistra, specifica dell’affetto di paura pura, e la direzione verso il basso propria della vergogna. Gli analisti si sono a lungo riferiti al tipo di paura provata dai clienti paranoidi con il termine di angoscia di annichilimento, cioè il terrore di essere distrutti. L’ansia paranoide tende a non essere condotta dagli inibitori della ricaptazione della serotonina, e risponde invece alle benzodiazepine, all’alcol e ad altre droghe calmanti, il che potrebbe spiegare la ragione per cui i pazienti paranoidi spesso soffrono di dipendenza da queste sostanze chimiche.

quanto abbiamo sentito persecutorie o inadeguate le figure di accudimento dell’infanzia, evidentemente nelle prime fasi della loro esistenza non sono mancate del tutto la disponibilità e la coerenza necessarie a preservare un attaccamento, seppure ansioso o ambivalente. La capacità di amare degli individui paranoidi rende possibile la terapia, nonostante la loro eccessiva reattività, il loro antagonismo e leloro profonde paure. Il Sè paranoide La principale polatirà nelle rappresentazioni di sé delle persone paranoidi è costituita da un’immagine di sé impotente e umiliata in contrasto con un’immagine onnipotente, vendicativa e trionfante. Nessuna delle due posizioni offre un qualche sollievo: il terrore della sopraffazione e del disprezzo si associa al ato debole della polarità, mentre il lato forte ha in sé l’inevitabile effetto collaterale del potere psicologico che è una colpa insopportabile. Il lato debole di questa polarità è evidente nel grado di paura con cui gli individui paranoidi vivono cronicamente. Il lato grandioso è evidente nelle loro ideee di riferimento: tutto ciò che accade li riguarda in qualche modo personalmente. La megalomania, inconscia o manifesta, opprime la persona paranoide con un senso di colpa insopportabile: se sono innipotente, allora tutte le cose terribili sono colpa mia. L’intima connessione tra senso di colpa e paranoia può essere intuitivamente compresa da chiunque si sia sentito colpevole di qualcosa e poi abbia avuto paura di essere scoperto e punito. Nel nucleo dell’esperienza di sé degli individui paranoidi c’è un profondo isolamento emotivo e il bisogno di quella che Sullivan definì validazione consensuale da parte di un compagno e che più tardi Benjamin riformulò in termini di riconoscimento. Il modo principale che utilizzano gli individui paranoidi per aumentare la propria autostima è l’esercizio efficace di potere contro le autorirà e altre persone importanti. Esperienze di vendetta e trionfo danno loro un senso confortante di sicurezza e rettitudine morale. Transfert e controtransfert con pazienti paranoidi In molti pazienti paranoidi il transfert è immediato, intenso e spesso negativo. A volte il terapeuta è portatore di immagini salvifiche proiettate, ma più frequentemente è considerato potenzialmente disconfermante e fonte di umiliazione. Di solito attribuiscono al clinico severità, mancanza di umorismo e disposizione a criticare. Può accadere che lo fissino incessantemente con quello che è stato definito lo sguardo paranoide. Il controtransfert è di solito ansioso oppure ostile. Il terapeuta comunque è sempre consapevole di provare intense reazioni, diversamente dal controtransfert spesso più indefinito che emerge con i potenziali narcisisti e schizoidi. Data la particolare combinazione, costitutiva della paranoia, dei meccaniscmi di diniego e proiezione che provocano l’esteriorizzazione delle parti ripudiare dal Sé, con un paziente paranoide il terapeuta si trova spesso a percepire coscientemente quegli aspetti di una reazione emotiva che il cliente ha estromesso dalla propria coscienza. L’impotenza del terapeuta nell’offrire un aiuto immediato a una persona così infelice e sospettosa è probabilmente la prima e più pericolosa barriera allo stabilirsi di quel tipo di relazione che alla fine può dare sollievo. Implicazioni terapeutiche della diagnosi di personalità paranoide La prima sfida che un terapeuta si trova ad affrontare con un paziente paranoide è la creazione di una solida alleanza terapeutica. Il cliente all’inizio deve in qualche modo accettare la possibilità che il terapeuta abbia buone intenzioni e sia competente. Ciò richiede non solo una notevole pazienza da parte del terapeuta, ma anche una certa capacità di parlare serenamente del transfert negativo e di comunicare che è prevedibile che venga diretta contro il terapeuta una certa quota di odio e sospetto. Il metodo terapeutico efficace con i clienti paranoidi è sostanzialmente diverso da quella che molti di noi considerano la pratica psicoanalitica standard. Sebbene siano comuni gli obiettivi di portare la comprensione ai livelli più profondi, di far emergere alla coscienza gli aspetti sconosciuti del Sé, e di promuovere la più ampia accettazione possibile della propria umanità, differiscono i modi di raggiungerli. Ad esempio, l’interpretazione dalla superficie al profondo è solitamente impossibile con i clienti paranoidi, giacché dietro le loro preoccupazioni manifeste vi sono

numerose trasformazioni redicali dei sentimenti originali. La regola di analizzare la resistenza prima del contenuto può avere un analogo destino di fallimento. Commentare le azioni o le dichiarazioni di un cliente paranoide non porta ad altro che a farlo sentire giudicato o esaminato come una cavia da laboratorio. In primo luogo, si può ricorrere al senso dell’umorismo. Il terapeuta assume un atteggiamento di autoironia, di pacato divertimento per le irrazionalità del mondo e altre forme di arguzia non svalutative. Il modo migliore per preparare il campo alla possibilità di condividere momenti di umorismo è ridere dei propri punti deboli. Alle persone paranoidi non sfugge nulla; nessun difetto del terapeuta si sottrae alla loro indagine. Naturalmente, bisogna essere pronti a scusarsi se una nostra battuta viene scambiata per scherno, ma l’idea che il lavoro con pazienti ipersensibili debba essere condotto in un’atmosfera di oppressiva seriosità sembra zelante e in qualche modo accondiscendente. L’umorismo, specialmente la disponibilità a ridere di se stessi, probabilmente è terapeutico perché per il paziente significa che il terapeuta è reale, e non sta lì a interpretare un ruolo o a perseguire un piano segreto. E’ possibile superare, evitare o aggirare la complessa difesa paranoide per arrivare agli affetti contro cui è stata eretta. Nell’ipotetico caso di un uomo consumato da pensieri tormentosi sull’infedeltà della moglie, è possibile aiutarlo facendo notare quanto egli si senta solo e privo di sostegno. E’ sorprendente constatare con quanta rapidità scompaia una lamentela paranoide se il terapeuta si limita a fargli fare il suo corso, evitando ogni tentazione di formulare il contenuto di un complicato processo difensivo, per poi entrare empaticamente in contatto con i sentimenti proiettati da cui è scaturita la reazione originaria di collera. Spesso il controtrasfert è il migliore indizio sul sentimento primario da cui il paziente si difende. Interzo luogo, spesso è possibile aiutare i pazienti che stanno vivendo un’intensificazione delle proprie reazioni paranoidi cercando di individuare le esperienze recenti che li hanno turbati. Tra le situazioni precipitanti può esserci di solito una separazione, un fallimento o anche un successo. Di solito è consigliabile evitare di parlare direttamente del contenuto di un’idea paranoide. Gli individui paranoidi percepiscono acutamente emozioni e atteggiamenti, ma si sentono confusi quando si interpreta il significato di queste manifestazioni. Se si mette in discussione l’interpretazione dei fatti di un paziente paranoide, egli tende a credere che gli si stia dando del pazzo per aver visto ciò che ha visto, e non capisce che si sta semplicemente cercando di fargli notare che potrebbe averne frainteso le implicazioni di ciò che ha visto. Quando un cliente paranoide ha abbastanza coraggio da chiedere apertamente al clinico se condivide il suo modo di intendere una certa cosa, il terapeuta può fare cauti tentativi di offrire altre possibilità interpretative. Con i pazienti paranoidi si deve evitare qualsiasi intervento che li inviti ad accettare o rifiutare esplicitamente le idee del terapeuta. Dal loro punto di vista, l’accettazione equivale a una sottomissione umiliante, mentre il rifiuto li espone a una possibile punizione. Quarto punto, è possibile fare ripetute distinzioni tra pensieri e azioni, proponendo le fantasie più odiose come esempi della considerevole, ammirevole e creativa perversità della natura umana. Il valore generale di andare oltre l’interpretazione di sentimenti e fantasie, arrivando a raccomandare di trarre piacere da essi, il che rappresenta una dimensione di lavoro particolarmente importante con i pazienti paranoidi. Se nel trattamento manca questo aspetto è possibile che il paziente continui a pensare che lo scopo della terapia sia aiutarlo a purificarsi da tali sentimenti, piuttosto che ad accertarli come parte della condizione umana. Quinto, il terapeuta deve rispettare rigorosamente i limiti. I clienti paranoidi sono costantemente preoccupati che il terapeuta esca dal proprio ruolo e li usi per fini diversi che non hanno nulla a che vedere con i loro bisogni psicologici. La coerenza è un fattore cruciale per il senso di sicurezza della persona paranoide; l’incoerenza stimola la fantasia che i desideri abbiano troppo potere. Una deviazione inattesa che riveli l’interessamento del terapeutapuò accendere un barlume di speranza nella persona depressa, ma nel paziente paranoide accenderà una fiammata d’angoscia. Ai terapeuti dello stesso sesso del paziente si richiede una professionalità ancor più rigorosa, considerato il panico omosessuale cui vanno soggetti molti individui paranoidi; tuttavia, quale che sia il sesso del terapeuta, è possibile ritrovarsi improvvisamente bersaglio di intensi desideri o rabbie sessualizzati. La cosa migliore che il terapeuta possa fare è ripristinare il setting terapeutico, tollerare gli eccessi, normalizzare i sentimenti che stanno dietro l’esplosione e fare una chiara distinzione tra quei sentimenti e i limiti comportamentali che rendono possibile la

Non c’è possibilità d’errore sul modo in cui si manifesta una depressione clinica; i sintomi che caratterizzano questo disturbo sono la tristezza invincibile, la mancanzadi energie, l’adenoia e i problemi vegerarivi. Freud fu il primo a paragonare e contrapporre le condizioni depressive al lutto normale; egli vedeva la differenza più significativa tra i due stati nel fatto che nelle normali reazioni di lutto si percepisce il mondo esterno impoverito in qualche aspetto importante, mentre nelle condizioni depressive ciò che si sente perduto o danneggiato è una parte del Sé. Il processo del lutto termina con un lento recupero del tono dell’umore, mentre la depressione può proseguire a lungo nel tempo. I processi cognitivi, affettivi, immaginali e sensoriali che sono manifesti nella depressione clinica, operano in modo sottile, cronico, organizzativo e capace di autoperpetuarsi nella psiche di quelli di noi che hanno una personalità depressiva. All’estremità più fortemente disturbata dello spettro si trovano quegli individui deliranti con gravi disturbi mentali, che nutrono un odio feroce per se stessi e che, prima della scoperta dei farmaci antidepressivi, potevano assorbire per anni gli sforzi incessanti di un terapeuta devoto e continuare a credere che il modo migliore di salvare il mondo fosse distruggere se stessi. Blatt ha studiato la differenza nelle esperienze internee nei bisogni terapeutici degli individuiche descrivono il loro stato depressivo in termini di “Io non sono sufficientemente buono, sono difettoso, sono indulgente con me stesso, sono cattivo” (il tipo introiettivo ) rispetto a quelli che vivono la propria esperienza soggettiva come “Io sono vuoto, solo e ho bisogno di sentirmi in contatto con qualcuno” ( il tipo anaclitico ). Nell’esaminare le polarità interne allo spettro depressivo, Blatt le ha riformulate in termini di disposizioni alla definizione di sé e al sé in relazione. Ognuno di noi presenta bisogni relazionali e di autodefinizione, e un aspetto della salute mentale complessiva riguarda certamente l’equilibrio tra questi bisogni. Anche gli individui che presentano una psicologia depressiva tendono a collocarsi all’interno di uno dei due poli, quello della definizione di sé o quello del sé in relazione. Pulsione, affettività e temperamento nella depressione Che la disposizione alla depressione possa essere ereditaria è suggerito ormai da tempo dagli studi sulle storie familiari. Sebbene nessuno possa stabilire con sicurezza in che misura la trasmissione di tendenze depressive sia geneticamente determinante e in che misura invece sia il comportamento di genitori depressi a provocare reazioni distimich nei figli. Ricerche svolte su altre specie mammifere hanno evidenziato schemi di reazione alla perdita precoce della madre o al rifiuto materno identici alla depressione negli umani. Pertanto, l’esistenza di un prototipo di risposta alla perdita in età precoce con tutti gli affetti, le cognizioni e le esperienze somatiche che lo accompagnano, un prototipo capace di influenzare in modo permanenete il funzionamento cerebrale e che può essere rimesso in atto con la propria prole in base a come il cervello si è strutturato, suggerisce come ciò che potremmo considerare meramente genetico possa essere invero assai più complesso. Freud ha suggerito l’ipotesi che un importante precursore delle inclinazioni depressive sia l’esperienza di una perdita prematura. Si pensava che gli individui depressi fossero stati svezzati troppo presto o troppo bruscamente, o che avessero subito qualche altra frustrazione precoce che andava olre le loro capacità di adattamento. I tratti orali delle persone con carattere depressivo influenzarono questa costruzione. Si notò che i depressi erano spesso sovrappeso, che di solito amavano mangiare, fumare, bere, parlare, baciare e altre forme di gratificazione orale e tendevano a descrivee la propria esperienza emotiva con le analogie sul cibo e la fame. L’idea che i depressi abbiano una fissazione orale non è completamente scomparsa. Un vecchio modo di descrivere il processo depressivo in termini psicodinamici. Si era notato che le persone che si trovano in stati depressivi disolgono degli altri e dirigono verso sé stesse gran parte dei propri affetti negativi, odiandosi in modo sporporzionato alle affettive mancanze. In un periodo in cui la motivazione psicologica veniva tradotta in termini di libido e aggressività, questo fenomeno veniva descritto come sadismo contro il Sè, o rabbia rivolta all’interno. Il modello dell’aggressività verso l’interno è coerente con l’osservazione che le persone depresse solo raramente provano una rabbia spontanea o non conflittuale. Le personalità depressive sono tormentosamente consapevoli di ogni peccato commesso, di ogni gesto gentile che hanno trascurato

di compiere, di ogni pensiero egoistico che ha attraversato la loro mente. Altro affetto importante delle persone con psicologia depressiva è la tristezza. Il dolore di chi è clinicamente depresso è talmente palpabile e visibile che nella opinione pubblica, e ora chiaramente anche in quella dei professionisti, i termini di tristezza e depressione sono diventati praticamente sinonimi. A meno di non essere talmente disturbati da non avere un comportamento normale, gli individui con carattere depressivo suscitano facilmente negli altri ammirazione e simpatia. Poiché dirigono all’interno, invece che all’esterno, i sentimenti di odio e le critiche, solitamente sono generosi, sensibili, e comprensivi verso ogni errore altrui. Processi difensivi e processi adattivi nella depressione La difesa più potente e strutturante utilizzata dai depressi introiettivi è l’introiezione. Lavorando con i pazienti depressi introiettivi è praticamente possibile sentir parlare l’oggetto interiorizzato. Quando un cliente dice “Deve essere perché sono egoista”, il terapeuta può chiedere “Chi lo dice?”, e sentirsi rispondere “ Mia madre”. Spesso il terapeutaha l’impressione di parlare con un fantasma e che la terapia, per essere efficace, avrebbe bisogno di un esorcismo. Il tipo di introiezione che caratterizza i pazienti depressivi è l’interiorizzazione inconscia delle qualità più odiose di un cecchio oggetto d’amore. I suoi attributi positivi vengono generalmente ricordati con tenerezza, mentre quelli negativi sono percepiti come parte del Sé. I bambini proiettano le proprie reazioni sugli oggetti d’amore che li abbandonano, immaginando che siano arrabbiati o offesi. Poi, questa immagine poiché è troppo dolorosa da sopportare e interferisce con la speranza di un’affettuosa riunificazione, viene allontanata dalla coscienza e vissuta come parte cattiva di sé. Il bambino piò dunque uscire da esperienze premature o traumatiche di perdita idealizzando l’oggetto perduto e confinando tutti gli affetti negativi all’interno del proprio Sé. Queste ben note dinamiche depressive creano il sentimento diffuso di essere cattivo, di aver allontanato una persona necessaria. Se una persona esce da separazioni dolorose convinta che sia stata la propria cattiveria ad allontanare gli oggetti amati, farà di tutto per provare solo affetti positivi verso coloro che ama. In tale contesto è comprensibile la resistenza dei depressi a riconoscere i normali sentimenti di ostilità, come nel frattempo inquietante e ben noto della persona che rimane con un partener sconsiderato e abusante, ritenendo che, se solo riuscisse a essere abbastanza buona, il partner smetterebbe di maltrattarla. Il concetto di introiezione implica l’esperienza più globale di sentirsi incompleti senza l’oggetto e di assumerlo nel proprio Sé per avere un senso di completezza, anche se ciò significa far entrare nella rappresentazione di sé quella cattiveria che è il frutto di esperienze dolorose con l’oggetto. Il bambino è in uno stato esistenziale di dipendenza. Se coloro da cui dipende sono persone inaffidabili o male intenzionate, può soltanto scegliere se accettare quella realtà oppure negarla. Se la accetta, la generalizzazione che ne potrebbe conseguire è che la vita è vuota, priva di significato, non influenzabile, e così viene lasciato con un senso cronico di incompletezza, vuoto, desiderio, futilità e disperazione esistenziale. Questa è la versione anaclitica della sofferenza depressiva. Se invece nega che le persone da cui dipende sono inaffidabili potrebbe convincersi che la fonte dell’infelicità sia dentro di lui, preservando in tal modo l’idea che un proprio miglioramento potrà cambiare la situazione. Questa è la dinamica introiettiva. L’individuo depresso introiettivo si sente catti o ma potente nella sua cattiveria mentre quello anaclitico si sente vittimizzato, privo di potere e passivo. L’idealizzazione è l’altra importante difesa dei pazienti depressi. La loro autostima è stata danneggiata per effetto delle esperienze vissute e l’ammirazione che provano per gli altri aumenta in misura corrispondente. Conseguente svalutazione di sé in rapporto a loro, ulteriore ricerca si oggetti idealizzati per compensare l’inferiorità, senso di inferiorità verso tali oggetti, e così via. I modelli relazionali nella psicologia depressiva Nei pazienti con carattere depressivo alcuni temi importanti nell’ambito delle loro relazioni oggettuali. In primo luogo c’è il ruolo di una perdita precoce e/o ripetuta.

la colpa depressiva ha una certa componente grandiosa. In una persona con depressione psicotica può emergere come l’eclatante convinzione che un certo disastro sia stato causato dalla sua personale iniquità. Dato che sono sempre pronti a pensare il peggio di se stessi, gli inividui con struttura depressiva possono essere molto suscettibili. Le persone con crattere depressivo introiettivo spesso affrontano le proprie dinamiche inconsce aiutando gli altri, attraverso attività filantropiche o dando il proprio contributo a iniziative sociali che hanno l’effetto di controbilanciare il senso di colpa. Molti individui con personalità depressive riescono a mantenere uno stabile senso di autostima e a evitare episodi depressivi facendo del bene. Gli individui con struttura depressiva anaclitica non si sentono invece così attivamente cattivi; semmai, vedono se stessi come cronicamente inadeguati e desiderosi, ma condannati a una vitaa di delusione. E’ più probabile che soffrano di vergogna piuttosto che reagire con sentimenti di colpa nel ricevere un amore che sentono di non meritare. Transfert e controtransfert con pazienti depressivi I pazienti depressivi introiettivi proiettano sul terapeuta le proprie critiche interne, quegli introietti che nella letturatura psicoanalitica sono stati considerati costitutivi di un Super-io sadico, rigido, primitivo. I clienti con personalità depressiva sono portati cronicamente a credere che l’interesse e il rispetto del terapeuta verrebbero meno se li si conoscesse veramente. Gli individui depressivi anaclitici all’inizio della terapia più probabilmente si sentiranno a proprio agio. Blatt ha rilevato che il piacere ricavato dal ricevere un’attenzione affettuosa e non giudicante da parte del terapeuta ha immediati effetti positivi, inclusa la riduzione dei sintomi depressivi. Col progredire della terapia, i pazienti depressivi introiettivi proiettano meno le proprie disposizioni ostili, e le sperimentano più direttamente in forma di rabbia e critica verso il terapeuta. A questo punto del trattamento la loro negatività si traduce spesso nella comunicazione che non si aspettano realmente di poter essere aiutati e che il terapeuta non riesca a fare nulla per cambiare le cose. E’ importante tollerare questa fase del trattamento senza prendere tali critiche in senso troppo personale. Anche nel caso dei pazienti depressivi organizzati anacliticamente, i progressi nel trattamento evocano in loro espressioni di critica verso il terapeuta, poiché questi pazienti si devono confrontare con il doloroso fatto che ci sono ancora cose su cui lavorare, nonstaante adesso abbiano una relazione affettuosa con qualcuno. Oggi i progressi della psicofarmacologia ci permettono di lavorare con persone depresse a qualunque livello di gravità e di analizzare le dinamiche di cui abbiamo parlato anche con i clienti psicotici. Il controtransfert con individui con struttura depressiva va da un affetto benevolo a fantasie onnipotenti di salvezza, a seconda della gravità dei problemi depressivi del paziente. C’è anche un controtransfert concordante molto noto ai terapeuti di pazienti con struttura depressiva: ci si sente incompetenti, impacciati, dannosi, non sufficientemente buoni, oppure ci si sente privi di speranza, incompetenti, demoralizzati e vuoti. Gli atteggiamenti depressivi sono contagiosi; lavorando con questi pazienti è quindi facile che il terapeuta arrivi alla conclusione di essere del tutto inadeguato. Questi sentimenti possono essere mitigati se si è abbastanza fortunati da avere ricche fonti di gratificazione emotiva nella propria vita personale, e comunque tendono naturalmente a diminuire nel corso della vita professionale, quando diventa innegabile che si è riusciti ad aiutare anche i pazienti depressi difficili. Implicazioni terapeutiche della diagnosi di personalità depressiva La condizione più importante della terapia con persone depresse o organizzate depressivamente è un’atmosfera di accettazione, rispetto e impegno alla comprensione. Le persone organizzate in senso depressivo hanno antenne sensibilissime nel cogliere conferme, anche minime, dei loro timori di critica o rifiuto, il terapeuta che lavora con pazienti depressivi deve porre particolare attenzione a non esprimere giudizi e a essere emotivamente costante. Analizzare la sottostante aspettativa del cliente di un inevitabile rifiuto e comprendere gli sforzi che compie per essere buono al fine di prevenirlo, costituisce gran parte del lavoro con un paziente depressivo introiettivo. Blatt e Zuroff

hanno scoperto che nei pazienti depressivi introiettivi il miglioramento clinico era strettamente connesso all’affrontare in terapia le credenze interne circa la propria cattiveri e il ruolo che essa aveva avuto rispetto alle perdite della vita. Che il clinico affronti la questione attraverso un modello cognitivo o con uno psicodinamico, l’elemento cruciale consiste nell’evidenziare e sfidare i pensieri impliciti dell’individuo. Il famoso lettino analitico è utile con pazienti depressivi introiettivi ad alto funzionamento, in quanto aiuta a mettere rapidamente a fuoco temi di questo tipo. Anche in situazioni o con clienti per cui l’uso del lettino non è indicato, esistono modi di stare seduti e di parlare che riducono al minimo la possibilità di contatto visivo; in tal modo questi pazienti possono rendersi conto di quanto la loro vigilanza sia cronica e automatica. Nel caso dei pazienti anaclitici, Blatt e Zuroff hanno rilevato che migliorano velocemente in terapia, a prescindere dagli argomenti che affrontano con il clinico. In modo non sorprendente, considerato che la loro esperienza di depressione si centra sul bisogno di attaccamento. La cattiva notizia che riguarda questo gruppo di pazienti consiste nel fatto che quando la terapia termina i sintomi ritornano. Ciò può significare che i pazienti con struttura di carattere depressiva di tipo anaclitico hanno bisogno di una terapia a lungo termine o comunque di durata indeterminata. Ci vuole tempo perché questi pazienti interiorizzino la presenza del terapeuta come una voce interna affidabile e positiva. Una terapia efficace con i pazienti depressivi, sia introiettivi sia anaclitici, che si collocano nella gamma borderline o psicotica può richiedere un lungo periodo di costruzione di un’alleanza sicura con una figura che il paziente arrivi a percepire come vera, visibile, responsiva sul piano emotivo. In loro, la convinzione di non poter essere amati e il terrore del rifiuto sono così profondi ed egosintonici che, senza la libertà di esaminare le espressioni del terapeuta e quindi neutralizzare le loro paure peggiori, saranno troppo angosciati per parlare liberamente. Ancora, con i pazienti depressivi di entrambi i tipi è imperativo esplorare e interpretare le reazioni alla separazione, perfino alla separazione dovuta a un breve silenzio del terapeuta. Questi pazienti sono profondamente sensibili all’abbandono e tollerano male la solitudine. Un’accettazione fondamentalmente non giudicante è una condizione necessaria per la terapia di una persona con carattere depressivo ma, specialmente per gli individui introiettivi, non è sufficiente. Ciò di cui questi pazienti hanno bisogno non è una cura continua, bensì l’esperienza che il terapeuta ritorna dopo una separazione. Più precisamente, hanno bisogno di sapere che la loro fame di relazione non li separa per sempre dal terapeuta e che la rabbia per l’abbandono non distrugge il rapporto. I pazienti depressivi, quando vengono incoraggiati a entrare in contatto con i propri sentimenti negativi, spesso protestano affermando di non poter correre il rischio di dichiarare sentimenti di ostilità verso il terapeuta. E’ importante che il terapeuta non colluda con questo modo involuto di pensare. Spesso per gli individui con carattere depressivo è una vera e propria rivelazione riconoscere che la libertà di ammettere sentimenti negativi accresce l’intimità, mentre la falsità o la mancanza di contatto provocano isolamento. Spesso i terapeuti si rendono conto che i propri sforzi di migliorare l’autostima vengono ignorati o recepiti in modo paradossale dai pazienti con carattere depressivo. Commenti di sostegno a una persona sommersa dall’odio per se stessa possono far aumentare la depressione. Gli psicologi dell’Io proponevano un’indicazione terapeutica molto utile: non sostenere l’Io, accatta il Super-io. Le personalità depressive riescono a tollerare le interpretazioni rese in tono critico e ciò può essere utile quando ciò che viene criticato è proprio l’elemento introiettato che sostiene l’autocritica del paziente. Le persone con carattere depressivo si impegnano talmente per essere buone che di solito sono esemplari nel loro ruolo di pazienti, al punto che quel comportamento compiacente può essere legittimamente considerato parte della loro patologia. La mentalità depressiva può essere parzialmente intaccata interpretando la cancellazione della seduta o il mancato pagamento come un trionfo sulla paura che il terapeuta metta in atto ritorsioni al più piccolo cenno di opposizione. Con i pazienti eccessivamente collaborativi si può avere la tentazione di rilassarsi e ritenersi fortunati, ma se nel corso del trattamento una persona con questo tipo di carattere non si comporta mai in modo oppositivo o egoista, il terapeuta deve cominciare a pensare che valga la pena indagare su un simile modello di comportamento.

Nella storia delle persone maniacali si rintraccia un modello di ripetute separazioni traumatiche senza che il bambino abbia avuto alcuna opportunità di elaborarle emotivamente. Critiche e abusi, a volte emotivi e a volte fisici, sono altrettanto frequenti nella storia di queste persone. Il sé maniacale Il continuum maniacale, che va dalla struttura psicotica a quella nevrotica, satura in modo più significativo nelle aree borderline e psicotiche a causa della primitività dei processi che vi sono implicati. Ne consegue che molte persone maniacali, ipomaniacali e ciclotimiche sono a rischio di quell’esperienza soggettiva di disintegrazione che gli psicolgi del Sé definiscono frammentazione. Gli individui maniacali hanno paura, se smettono di muoversi, di crollare. Spesso giungono in terapia immediatamente dopo un’esperienza depressiva di profonda frammentazione, nella quale l’utilizzo delle loro consuete difese maniacali è risultato fallimentare. Le persone con struttura maniacale riescono a mantenere una pur debole autostima evitando con successo il dolore e provando contemporaneamente il piacere do accattivarsi gli altri. Se qualche perdita diventa troppo dolorosa per sopportarla a diniego, la fortezza maniacale può essere improvvisamente invasa da tentativi di suicidio e comportamenti francamente psicotici. Transfert e controtransfert con pazienti maniacalità La tendenza controtransferale più pericolosa nei terapeuti che lavorano con persone ipomaniacali è la sottovalutazione del grado di sofferenza e della potenziale disorganizzazione che stanno dietro la loro presentazione accattivante. Implicazioni terapeutiche della diagnosi di ipomaniacalità La preoccupazione primaria con un paziente ipomaniacale è impedirne la fuga. A meno che il terapeuta non ne discuta in una della prima sedute, interpretandogli il bisogno difensivo di fuggire dagli attaccamenti significative e si accordi con il cliente perché resti per un certo periodo dopo aver sentito l’impulso di scappare, non ci sarà alcuna terapia perché non ci sarà alcun paziente. Il lavoro terapeutco deve essere costantemente centrato sul diniego della sofferenza e sui sentimenti negativi in genere. A volte è più facile aiutare i pazienti maniacali manifestamente più malati, dato che il grado molto elevato di disagio psicologico sostiene la loro motivazione a continuare il trattamento. I farmaci psicotropi si sono rivelati una benedizione per i pazienti maniacali più disturbati. Le persone ipomaniacali più sane tendono ad andare in terapia quando hanno raggiunto una certa età, quando le loro pulsioni ed energie sono meno intense e retrospettivamente possono vedere con chiarezza quanto sia stata frammentaria e insoddisfacente la loro vita. Il terapeuta deve apparire forte e interessato. Deve fare interpretazione verso l’alto, mostando così alla persona ipomaniacale che provare affetti negativi è normale e che essi non hanno effetti catastrofici. La diagnosi differenziale I clienti con organizzazione maniacale che non rientrano nella gamma psicotica vengono più comunemente diagnostici come isterici, narcisistici, compulsivi, o con un disturbo da deficit di attenzione. Quelli che presentano sintomi psicotici vengono più spesso scambiati per schizofrenici. Personalità ipomaniacale e personalità isterica A causa del loro fascino, della loro apparente facilità di rapportarsi affettuosamente agli altri e di intuizione psicologica, i clienti ipomaniacali possono essere scambiati per isterici. La convinzione inconscia che chiunque sembri apprezzarla sia stato in qualche modo abbindolato esiste nella persona maniacale come in quella depressiva introiettia, e si manifesterà nella svalutazione del terapeuta e nella fuga dalla terapia. Personalità ipomaniacale e personalità narcisistica

Dato che la grandiosità è l’elemento centrale del funzionamento maniacale, è facile scambiare una oersona ipomaniacale o ciclotimica per il tipo più grandioso di paziente narcisista. Una buona anamnesi può chiarire le differenze; le persone con struttura narcisistica non hanno le storie tumultuose e catastroficamente frammentarie di molti clienti ipomaniacali. Ancora una volta, la differenza intrapsichica è tra il vuoto soggettivo del narcisista e la presenza di introietti ferocemente negativi nell’ipomaniacale. Personalità ipomanicale e personalità compulsiva Le persone compulsive e quelle ipomaniacali sono ugualmente ambiziose e piene di pretese, e sulla base di queste caratteristiche sono state a volte paragonate. Tuttavia, le loro somiglianze sono molto superficiali. E’ fondamentale sottolineare la differenza tra il significato interiore e il contenuto manifesto del comportamento. Maniacalità e schizofrenia La persona maniacale in una condizione psicotica può apparire molto simile a uno schizofrenico in un episodio ebefrenico acuto. La differenziazione è importante per stabilire l’adeguata terapia farmacologica. Tra le condizioni che a volte definiamo schizoaffettive comprendiamo anche le reazioni di livello psicotico che presentano elementi maniaco-depressivi e schizofrenici, e di conseguenza richiedono un trattamento farmacologico specificamente appropriato. Maniacalità e disturbo da deficit dell’attenzione L’individuo caratterologicamente maniacale è facilmente distraibile e per questo può essere facilmente diagnosticato come sofferente di un disturbo da deficit dell’attenzione. Tuttavia, la presenza nei soggetti con carattere ipomaniacaledi tematiche interne riguardanti la perdita, il desiderio e l’odio verso se stessi, contrastate attraverso l’uso del diniego, permette di discriminare queste personalità dalle difficoltà sintomatiche degli adulti con disturbo da defict dell’attenzione. Capitolo 12

La personalità masochista (autodistruttiva)

Freud sottolineava come, nello sviluppo normale, le scelte infantili fossero determinate dal principio di piacere, modificato in seguito dal principio di realtà. Poiché alcune scelte non sembrano tener conto né del principio di piacere né di quello di realtà, Freud fu costretto a molte estensioni e revisioni della sua metapsicologia per spiegare i modelli di comportamento autodistruttivi o masochistici. Per fare una distinzione tra un modello più generale di sofferenza al servizio di un qualche fine ultimo il significato sessuale ristretto del masochismo, Freud coniò la definizione di masochismo morale. Il masochismo morale e le dinamiche della personalità masochistica hanno interessato a lungo gli analisti e la comunità clinica in un senso più ampio. Il comportamento masochista non è necessariamente patologico, anche se, nel suo significato più ristretto, implica una sorta di auto annullamento. Deutsch osservava che la maternità è intrinsecamente masochistica; i mammiferi infatti antepongono il benessere dei piccoli dalla sopravvivenza individuale. Questo comportamento può essere autodistruttivo per il singolo animale ma non lo è per la prole e per la specie. Il masochismo esiste a vari livelli e con diverse sfumature. L’auto distruttività può caratterizzare chiunque, dallo psicotico che pratica l’automutilazione a chi soffre di dipendenza dal lavoro. Tutti si comportano in modo masochistico in certe circostanze spesso per ragioni buone. Il termine masochismo non significa amore per il dolore; la persona che si comporta in modo masochistico togliere il dolore e la sofferenza nella speranza, cosciente o inconscia, di un qualche bene maggiore. Quando il carattere di una persona è abbastanza problematico da essere considerato un disturbo di personalità, in esso è presente per definizione qualcosa di masochistico. Sei modi di pensare, sentire, relazionarsi, affrontare i problemi e difendersi sono ripetutamente malata attivi, gli schemi della personalità sono diventati autodistruttivi. Ma sono le persone in cui masochismo risulta alla base dei modelli ripetuti, piuttosto che essere un effetto secondario di altre dinamiche, quelle che gli analisti possono considerare personalità masochistiche. Le persone masochiste con intensi bisogni anaclitici sono talvolta chiamate masochisti relazionali: le loro azioni autodistruttive sono il risultato di sforzi atti a mantenere un attaccamento ogni costo. L’espressione masochista

con le loro parole e loro comportamenti di essere sofferente e di essere abusati da qualcuno, tuttavia negano di provare un particolare disagio e rivendicano le buone intenzioni di chi li maltratta. I modelli relazionali nel masochismo Nell’eziologia delle condizioni masochistiche, in contrapposizione a quelle depressive, la deprivazione o la perdita traumatica che ha condotto a una reazione depressiva non è stata così devastante da spingere il bambino a rinunciare all’idea di essere amato. Non è raro a prendere dei pazienti masochisti che le uniche occasioni in cui un genitore abbia un qualche investimento affettivo nei loro confronti erano quelle in cui venivano puniti. In queste circostanze è inevitabile associare attaccamento e dolore, purtroppo, tale peculiare combinazione di effetto e crudeltà può generare anche masochismo. Specialmente quando la punizione è stata eccessiva, violenta o sadica, il bambino impara che la sofferenza è il prezzo della relazione e il bambino desidera la relazione ancor più che la sua salute fisica. Nella storia di molti individui che hanno strutturato una personalità masochistica ritroviamo anche forti ricompense ricevute per aver sopportato eroicamente la sofferenza. Nelle relazioni quotidiane, le persone autodistruttive tendono ad attaccarsi ad amici non proprio fortunati e, se appartengono al tipo di masochismo morale, gravitano verso coloro che confermeranno il loro senso di ingiustizia. In alcuni casi l’attaccamento sadomasochistico è il frutto della scelta di un partner già incline all’abuso, in altri casi, sembra che la persona autodistruttiva riesco a portare in superficie gli aspetti peggiori di un partner adeguatamente affettuoso. Tanto le persone paranoidi quanto quelle autodistruttive si sentono in costante pericolo di essere attaccate nell’autostima, nella sicurezza personale e nel benessere fisico. La soluzione paranoide di fronte a tale ansia è del tipo: “Ti attaccherò prima che tu mi attacchi”, mentre la risposta masochistica è: “Mi attaccherò prima io stesso in modo che tu non debba farlo”. Gli individui masochisti e paranoidi sono in consciamente preoccupati del rapporto tra potere e amore. La persona paranoide sacrifica l’amore per ottenere un senso di potere; quella masochista si comporta in modo opposto. Molti individui con organizzazioni masochista non solo sessualmente masochisti; al contrario molte persone che hanno strutturato, in virtù della loro particolare storia sessuale, un modello erotico di tipo masochistico non sono personalità autodistruttive. Il Sé masochista Anche la rappresentazione di sé e del masochista è paragonabile, almeno fino a un certo punto, a quella del depresso: una persona indegna, colpevole, che merita rifiuto e punizione. A volte, quando un cliente masochista racconta un episodio di maltrattamento da parte di un’altra persona, si scorge sul suo viso, di solito afflitto, la traccia di un sorriso malizioso. È facile dedurre che stia provando un qualche piacere sadico nel parlare tanto male del proprio tormentatore. E questa può essere un’altra fonte della convinzione comune che le persone autodistruttive godono della propria sofferenza. Ma è più esatto dire che la soluzione dei loro problemi interpersonali che è un attaccamento-mediante-sofferenza offre loro un qualche vantaggio secondario: coloro che si collocano nella dimensione del masochismo morale, infatti, possono così reagire senza combattere, denunciando l’inferiorità morale di colui che abusa per aver mostrato la sua aggressività, e assaporando la vittoria morale che tale stratagemma assicura. Gli individui masochisti che si collocano sul versante più relazionale potrebbero invece sorridere poiché si aspettano che loro comportamento masochistico eleciti una maggiore connessione con la persona con cui si stanno relazionando. Diversamente da molte persone con organizzazione depressiva, che tendono a ritirarsi in solitudine, i masochisti gestiscono la cattiveria che percepiscono in sé proiettandola negli altri e poi comportandosi in modo da dimostrare che essa è fuori di sé e non dentro. Transfert e controtransfert con pazienti masochisti I clienti masochisti tendono a riattualizzare con il terapeuta il dramma del bambino che ha bisogno di attenzioni ma può tenerle solo se dimostra di soffrire. Il presente masochista spesso prova a persuadere il terapeuta che ha bisogno di essere salvato e che merita di essere salvato. Insieme a tali obiettivi, è presente la paura che il terapeuta sia una figura autoritaria indifferente che metterà allo

scoperto l’indegnità del cliente. I propositi di salvezza e i timore di maltrattamento possono essere coscienti o inconsci, egosintonici o egodistonici, a seconda del livello di organizzazione della personalità del paziente. Le dinamiche masochiste suscitano generalmente due tipi di controtransfert: contromasochismo e sadismo. Di solito sono presenti entrambi. Il modello di risposta più frequente nei clinici è essere prima eccessivamente generosi, cercando di persuadere il paziente che si coglie la sua sofferenza e rassicurandolo che non verrà attaccato; poi, quando l’approccio del genere sembra solo rendere il paziente più indifeso in felice, si cominciano a percepire sentimenti ego distonici di irritazione, seguiti da fantasie di ritorsione sadica verso il cliente per la resistenza così ostinata che oppone l’aiuto che gli viene offerto. Poiché i pazienti masochisti tendono a sottoporre a diniego emotivo le implicazioni relative al loro comportamento autodistruttivo, i terapeuti provano una naturale anzi rispetto al rischio di questi individui commettono atti che li danneggino. Implicazioni terapeutiche della diagnosi di masochismo La Menaker fu la prima osservare che i diversi aspetti del trattamento classico, come la posizione supina del paziente, con l’analista che osserva interpreta in maniera autoritaria, potevano essere percepiti dei pazienti masochisti come ripetizioni di interazioni umilianti del tipo dominanza- sottomissione. La Menaker raccomandava modificazioni tecniche quali la posizione vis a vis, l’attenzione posta sulla relazione reale oltre che sul transfert, e l’assenza di ogni traccia di ogni potenza nell’atteggiamento dell’analista. L’autrice pensava che se non si fossero eliminati dalla situazione terapeutica tali aspetti potenzialmente sadomasochisti, i pazienti avrebbero corso il rischio di percepire soltanto una ripetizione di sottomissione, compiacenza e sacrificio dell’autostima a favore della relazione. La non disponibilità del terapeuta a lasciarsi usare o estendere la propria generosità e fino al punto di un inevitabile risentimento può aprire prospettive del tutto nuove per persone che arrivano fino al sacrificio di ogni interesse personale in favore degli altri. La prima regola nel trattamento di clienti autodistruttivi e non offrire un modello di comportamento masochistico. Non è utile con i clienti autodistruttivi mostrare un sacrificio terapeutico: fa sentire in colpa e incapace di miglioramento. Invece di dare al paziente masochista la possibilità di un’interruzione del pagamento, si deve stabilire una cifra che rappresenti un compenso adeguato per la competenza necessaria a lavorare con una dinamica così difficile, e si deve ricevere il pagamento sentendosi nel diritto di farlo. Le persone autodistruttive non hanno nessun bisogno di imparare io sono tollerate quando sorridono apertamente; devono invece scoprire che vengono accettate anche quando perdono le staffe. Hanno inoltre bisogno di capire che la rabbia è una reazione naturale quando non si ottiene ciò che si vuole, e gli altri possono comprenderla semplicemente in quanto tale. I masochisti credono di avere il diritto di provare ostilità solo quando hanno subito un’evidente ingiustizia, quando sperimentano qualche livello normale di delusione, frustrazione o rabbia, sono costretti a negarla o moralizzarla per non sentirsi vergognosamente egoisti. Sei un terapeuta si comporta in modo da difendere i propri interessi personali è considerato reale e degno di interesse le risposte di reazione rabbiosa dei pazienti masochisti, è possibile che alcune tra le loro categorie interiori più pericolose e gelosamente conservate vengono depotenziate. L’enfasi deve essere posta sempre sulla capacità del cliente di migliorare le cose. Queste risposte non infantilizzanti e a sostegno dell’io tendono a irritare le persone autodistruttive, che credono che l’unico modo efficace di ottenere affetto consiste nel dimostrare le proprie debolezze. Non bisogna lasciarsi colpevolizzare e dubitare di se stessi. I clienti masochisti possono esercitare forti pressioni per convincerci ad abbracciare la loro psicologia auto accusatoria. Una persona la cui autodistruttività aumenta proprio quando il terapeuta sta per prendersi una vacanza insiste inconsciamente sul fatto che il terapeuta non può permettersi di gioire di qualcosa senza addormentarsi per il dolore che causa il paziente. È opportuno che il terapeuta offre a un rispecchiamento empatico della sofferenza del paziente, insieme però alla ferma determinazione a non lasciarsi distogliere dai propri progetti. Mostrare che ci si preoccupa di se stessi senza sentirsi in colpa per le reazioni nevrotiche degli altri può provocare al masochista un errore moralistico, ma lo stesso tempo lo stimolo a sperimentarsi in un maggiore rispetto di sé. Quando il terapeuta si