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Terzo settore 5 superiore, Appunti di Diritto ed economia politica

Terzo settore economia classe 5

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 20/05/2024

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Guardando al prelievo fiscale come valore di riferimento, possiamo distinguere diverse
forme di welfare: a) il modello socialdemocratico, sviluppato in area scandinava, implica
una copertura totale a costo di un’elevata pressione fiscale; b) il modello conservatore,
seguito dai principali Stati dell’Europa continentale, tende alla tutela del lavoratore, più che
del cittadino, attraverso un intervento sussidiario, che sostiene le comunità ma non si
sostituisce ad esse, imponendo una pressione fiscale media; c) il modello liberale prima,
neoliberista poi, caratteristico dei Paesi anglosassoni, prevede invece una scarsa
pressione fiscale, ma è totalmente a carico dell’individuo.
Nel complesso, a fronte della crisi delle politiche di welfare dovute alla scarsità delle
risorse e agli sprechi economici, sono due gli indirizzi di%policy%che si fronteggiano riguardo
alle tematiche assistenziali, da una parte l’indirizzo neoliberale che professa l’arretramento
dello Stato a favore di una maggiore libera iniziativa individuale, soprattutto economica,
dall’altra l’indirizzo neostatalistico, che mira ad accentuare e l’intervento pubblico seppure
in una prospettiva di risparmio e razionalizzazione economica. Purtroppo, questi due
modelli stentano ad armonizzarsi, valorizzando le rispettive potenzialità (iniziativa
individuale, assistenza pubblica) e minimizzando i rispettivi limiti (invadenza del mercato,
scarsa sostenibilità economica), per operare in vista di un vero e proprio universalismo
sociale
Quale è l’importanza del Terzo Settore nello sviluppo del territorio?
Agendo come attore intermedio rispetto allo Stato e al mercato, il Terzo Settore, che
riguarda l’iniziativa privata a indirizzo sociale, ovvero senza scopo di lucro (es.
volontariato, cooperative sociali, no-profit) si inserisce nelle crepe delle politiche di welfare
favorendo la crescita di relazioni di mutuo supporto e soccorso e la formazione di
comunità.
In questo senso, il Terzo Settore può svolgere un compito fondamentale nello sviluppo del
territorio (detto anche sviluppo locale) promuovendo cambiamento socio-economico in
quartieri, città e località (semi) rurali e agendo come veicolo di capacitazione di individui e
gruppi che abitano le diverse realtà territoriali interessate. Si tratta in gran parte di uno
sviluppo umano e relazionale, che ha a che fare con l’espressione della libertà di individui
e gruppi non solamente in senso negativo (libertà da), ma anche in senso positivo (libertà
di), secondo le teorie del%capability approach%(Sen, Nussbaum).
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Guardando al prelievo fiscale come valore di riferimento, possiamo distinguere diverse forme di welfare: a) il modello socialdemocratico, sviluppato in area scandinava, implica una copertura totale a costo di un’elevata pressione fiscale; b) il modello conservatore, seguito dai principali Stati dell’Europa continentale, tende alla tutela del lavoratore, più che del cittadino, attraverso un intervento sussidiario, che sostiene le comunità ma non si sostituisce ad esse, imponendo una pressione fiscale media; c) il modello liberale prima, neoliberista poi, caratteristico dei Paesi anglosassoni, prevede invece una scarsa pressione fiscale, ma è totalmente a carico dell’individuo. Nel complesso, a fronte della crisi delle politiche di welfare dovute alla scarsità delle risorse e agli sprechi economici, sono due gli indirizzi di policy che si fronteggiano riguardo alle tematiche assistenziali, da una parte l’indirizzo neoliberale che professa l’arretramento dello Stato a favore di una maggiore libera iniziativa individuale, soprattutto economica, dall’altra l’indirizzo neostatalistico, che mira ad accentuare e l’intervento pubblico seppure in una prospettiva di risparmio e razionalizzazione economica. Purtroppo, questi due modelli stentano ad armonizzarsi, valorizzando le rispettive potenzialità (iniziativa individuale, assistenza pubblica) e minimizzando i rispettivi limiti (invadenza del mercato, scarsa sostenibilità economica), per operare in vista di un vero e proprio universalismo sociale Quale è l’importanza del Terzo Settore nello sviluppo del territorio? Agendo come attore intermedio rispetto allo Stato e al mercato, il Terzo Settore, che riguarda l’iniziativa privata a indirizzo sociale, ovvero senza scopo di lucro (es. volontariato, cooperative sociali, no-profit) si inserisce nelle crepe delle politiche di welfare favorendo la crescita di relazioni di mutuo supporto e soccorso e la formazione di comunità. In questo senso, il Terzo Settore può svolgere un compito fondamentale nello sviluppo del territorio (detto anche sviluppo locale) promuovendo cambiamento socio-economico in quartieri, città e località (semi) rurali e agendo come veicolo di capacitazione di individui e gruppi che abitano le diverse realtà territoriali interessate. Si tratta in gran parte di uno sviluppo umano e relazionale, che ha a che fare con l’espressione della libertà di individui e gruppi non solamente in senso negativo (libertà da), ma anche in senso positivo (libertà di), secondo le teorie del capability approach (Sen, Nussbaum).

Da molto tempo si parla di crisi economica e si prospettano ipotesi, sia teoriche che pratiche, per uscire dalla crisi e ripensare le forme della produzione, del consumo, della condivisione di beni, materiali e simbolici, anche alla luce dell’emergenza ecologica e climatica. Non sempre però queste ipotetiche soluzioni si rivelano auspicabili o realizzabili. Spesso, il sistema economico-produttivo si mostra capace di recuperare e in qualche modo snaturare anche le migliori alternative. È il caso, ad esempio, della sharing economy. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Zero, anche a causa dei tagli alle politiche di welfare , era emerso un forte interesse nei confronti del Terzo Settore, della responsabilità sociale delle aziende e del no-profit. Prendevano piede, così, diverse iniziative innovative, alcune basate su forme di scambio non monetario (es. la banca del tempo), altre sull’accorciamento delle filiere produttive e la riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti (es. il commercio equo e solidale). Più recentemente, grazie anche alla rivoluzione digitale, questo ricco bagaglio di esperienze di economia della condivisione sembra essere stato scansato a favore di un riutilizzo perverso della condivisione nel quadro di una classica economia del profitto. È questa la tesi critica di Vincenzo Comito, che nel suo recente saggio L’economia digitale, il lavoro, la politica , mette in luce i rischi della sharing economy , nella quale la “condivisione” sembrerebbe ridursi al mero contatto con una piattaforma digitale in vista di un tradizionale scambio economico fra servizi e denaro. C’è ben poco di condivisibile – nel duplice senso del termine – in simili servizi, i quali, peraltro, rimangono di proprietà di pochi. Non a caso, si parla anche di capitalismo delle piattaforme, in riferimento a strutture come Google, Amazon, Facebook. A fronte del rischio di uno snaturamento della “condivisione” vera e propria, bisogna quindi puntare più in alto, promuovere una vera e propria rivoluzione culturale che non cada nella trappola del sistema economico-produttivo, sempre pronto a trasformare l’utopia in business. È questa l’idea di Serge Latouche e della sua “ decrescita felice ”. La decrescita parte da un’analisi realistica e disillusa della situazione e riconosce nel principio della crescita economica – quale che sia la forma politica che di volta in volta la sostiene (democrazia, dittatura, governi di destra, di sinistra) – il nodo fondamentale da aggirare. La rottura con il principio della crescita è indispensabile per poter tornare a immaginare uno scenario autenticamente alternativo. Ecco perché, pur sottolineando il carattere politico della decrescita, Latouche ne valorizza anche l’aspetto utopico. La definisce una “utopia concreta”, ovvero un’utopia – una