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Una tesi di un dottorato su iceberg e ambiente, interessante dal punto di vista divulgativo e sperimentale
Tipologia: Tesi di laurea
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Premessa 21
Capitolo I La città fra domande, tensioni, contraddizioni
1.1 Polis o civitas? 27 1.1.1 Per un approccio linguistico alla città 28 1.1.2 Polis e Civitas 31 1.2 Sostare o andare oltre? 34 1.3 Polifonie urbane: la città delle differenze 37 1.4 Fra memoria e destinazione 44
Capitolo II La città e le forme dello spazio-tempo
2.1 Il tempo, lo spazio e le loro configurazioni urbane 57 2.2 La città moderna europea 67 2.2.1 Modernità e stati nazionali 67 2.2.2 Narrazioni del moderno 70 2 .2.3 Metropoli funzionalista: nuove metriche spaziali e temporali 77 2.2.4 Spazi del consumo: passages , gallerie, grandi magazzini 81 2.2.5 Centro e periferie 84 2.2.6 Razionalismo: quando ordine e funzione si mangiano la città 89 2.2.7 Il rapido declino della città-fabbrica 94
Capitolo VI Camminare per la città
6.1 Erranze 229 6.2 Le strade della città 235 6.3 Flânerie 246 6.4 Raccontare la città dal basso 251
Premessa 259
Capitolo VII Abitare tra flussi e luoghi
7.1 La rivoluzione dello spazio 265 7.2 La città dei flussi 271 7.3 La città dei luoghi 277 7.4 Nuove responsabilità per la politica 284 7.5 Progettare le forme della città: pianificazione, architettura e design urbano 289
Capitolo VIII Rigenerare lo spazio pubblico
8.1 Spazio pubblico come mondo in comune 295 8.2 Crisi delle istituzioni democratiche e disarticolazione della società civile 302 8.3 Tra frammenti e possibili ricomposizioni 310 8.4 Limiti e possibilità della «società civile» entro lo spazio pubblico 318 8.5 Speranze e insidie della comunità 327 8.6 Ripensare le forme dello spazio pubblico 333
Capitolo IX Tradurre, immaginare, raccontare
9.1 La polifonia della città e l’esigenza della traduzione 343 9.2 La città fra simboli, racconti ed esperienze 350 9.3 Immaginare 360
distintivi che definiscono l’esperienza urbana, soprattutto nella sua declinazione contemporanea. L’interrogativo posto alla città investe la sua natura, la sua configurazione storica, le continue trasformazioni delle sue forme, il significato e il valore assunto nel processo complessivo di civilizzazione, le sue prospettive di sviluppo. Matrice delle più alte attività creatrici umane e protagonista della storia, della cultura e del pensiero, malgrado le incessanti metamorfosi cui da sempre è sottoposta, la città continua a essere generatrice di forme materiali e simboliche, a dare forma alle relazioni sociali, a offrire al discorso politico contenuti, linguaggi e pratiche. L’interrogativo è radicale: è ancora definibile oggi la città? Oppure metamorfosi continue, ininterrotti sconfinamenti e disseminazioni globali potrebbero pregiudicare la nostra capacità di riconoscerla quale forma specifica di vita associata? L’orizzonte teoretico in cui la ricerca prende corpo, attraversando diversi ambiti disciplinari, mostra come la città sia campo di forze contrapposte, che diventano elementi strutturali, costitutivi e irrinunciabili della sua stessa realtà. Le molteplici istanze che nella città convivono e si scontrano in maniera spesso drammatica generano contrapposizioni, antagonismi, differenze, conflitti. In questo quadro, la riflessione si è articolata elaborando un’idea polemologica di città e di tessuto urbano. Nella forma urbana da sempre, infatti, si esprimono con forza alcune importanti tensioni: quella fra radicamento ( polis ) e patto ( civitas ), fra stasi e movimento, fra dimora e scambio, fra otium e negotia , fra differenze, fra memoria e progetto, origine e destinazione. Abbiamo dunque mostrato come tali tensioni ridisegnino continuamente la città, combinandosi insieme con le configurazioni spazio- temporali che essa nella storia assume: la città accade e prende forma proprio entro questi conflitti. Queste vere e proprie dialettiche – la cui analisi interessa la prima parte del lavoro – , da un lato individuano elementi vitali e irrinunciabili della città, dall’altro continuano a generare domande e richieste contrapposte, cui mai si potranno offrire risposte definitive: alla città si chiede contemporaneamente di avere cura del luogo della dimora, dei luoghi reali e simbolici dell’incontro, ma allo stesso tempo di facilitare gli incessanti spostamenti, favorendo la costruzione di spazi di transito, adatti al passaggio di ogni genere di flussi e ai ritmi compressi dell’abitare contemporaneo; alla città si domanda di custodire lo spazio della memoria, ma di immaginare e progettare per il
futuro; di radicarci in un luogo in cui possiamo riconoscerci come comunità, ma anche di superare continuamente i suoi confini… A partire da questo contesto di analisi, la ricerca propone un esame delle forme urbane proprie della città moderna e di quella globale. La città è infatti anche la forma in cui lo spazio, il tempo, e le loro reciproche articolazioni, costruiscono modalità dell’abitare, forgiano le molteplici attività umane, incarnano precisi modelli di cittadinanza, determinate pratiche sociali. È soprattutto dalla modernità in poi che lo spazio appare sotto molti aspetti il supporto materiale delle pratiche sociali di condivisione del tempo, che a sua volta determinano le stesse configurazioni spaziali della città. La città europea, sia pure con tensioni e contraddizioni, presenta un disegno politico coerente, un forte isomorfismo tra funzioni, saperi, poteri e territori, riuscendo a organizzare al proprio interno individui, gruppi, attività e servizi secondo i principi integratori propri dello stato nazionale e secondo una logica dello spazio e della circolazione funzionale alla fabbrica manifatturiera. La ricerca mostra come l’idea e il modello teorico che sottende la catena di montaggio si estendano per costruire griglie urbane e suburbane all’apparenza razionali, entro le quali lavoratori e cittadini possano condurre tutte le attività quotidiane. I cambiamenti sono stati numerosi e rapidi, ma in ogni modo fino a qualche decennio fa non avevano sconvolto il disegno urbano, la sua logica di fondo e la possibilità di pensare progetti organici: le istituzioni dello stato nazionale, incarnate nei luoghi simbolici e la fabbrica, gli spazi produttivi, garantivano visibilità e stabilità, e costituivano il perno concettuale e spaziale della configurazione urbana, articolando il rapporto fra le strade, le vie di trasporto e le relazioni con gli spazi della residenza, soprattutto con i quartieri periferici, oggetto di crescenti attenzioni degli amministratori e degli urbanisti. La logica funzionale di questo assetto e il modello razionalista in urbanistica e in architettura determinano l’assoggettamento dell’organizzazione degli spazi alla temporalità del modello fordista e a una rigida compartimentazione dei luoghi, secondo precise funzioni. Da qui si originano le contraddizioni più vistose che riguardano ad un tempo l’ordine territoriale e l’ordine sociale. Ma con la crisi del sistema incentrato sulla grande fabbrica, il decentramento e la disseminazione della produzione al di fuori del tessuto urbano, si assiste al rapido
produttivi, abitativi, delle forme di convivenza e di cultura che induce. Si esprime qui la tensione fra logica dei flussi e logica dei luoghi: per quanto entro uno spazio di attraversamento, di mobilità incessante e di scambi universali di beni, capitali, prodotti, informazioni, simboli, le città reali continuano a essere costruite sui luoghi. Per quanto la pervasività dello spazio dei flussi sia estesa, essa non potrà mai occupare l’intero campo dell’esperienza umana, poiché tale esperienza è essenzialmente fisica, corporea. L’intreccio nel tessuto urbano fra flussi, reti, luoghi e corpi prospetta forme rinnovate di essere-in-comune, che invitano l’architettura, l’urbanistica, le scienze antropologiche e sociali, così come la politica a farsi interpreti di questa «volontà di connessione», che diviene la cifra peculiare per definire le forme spaziali e simboliche, ma anche le stesse modalità di relazione. Nella nostra analisi la città prende così forma in un conflitto incessante di dinamiche, di strutture, di forme, di presenze, di poteri e della loro significazione. Una realtà in perenne metamorfosi, che si dispiega in una molteplicità di elementi, aspetti e differenze, ma che continua a cercarsi e a pensarsi come una, unica e singolare. La città continua a esibire se stessa e la sua immagine come sintesi paradossale della propria eterogeneità, una forma esemplare di unitas multiplex. Per tentare di proporre una ricognizione di tale complessità attraverso l’elaborazione di principi d’ordine, abbiamo rinvenuto la possibilità che un criterio di orientamento teorico interessante e fecondo potesse essere offerto dall’organizzazione discorsiva e narrativa della città. Nella seconda parte della ricerca, la città viene assunta quale spazio di senso: un grande e sofisticato meccanismo semiotico e narrativo, contenitore di testi e di codici, generatore di cultura. Interpretando la natura complessa dell’esperienza urbana è possibile pensare la città come un testo vivente, in cui si iscrivono e lasciano tracce di sé desideri, racconti, poteri, immaginari, bisogni, paure e illusioni. Si tratta di un testo in continua trasformazione, in cui si sovrappongono immagini e scritture, che si riscrive continuamente in ogni sua parte, benché con intensità e ritmi diversi. Anche in questo caso, ciò che è più significativo non riguarda tanto l’analisi della ricchezza e della polisemia delle singole parti, quanto la straordinaria capacità di intessere trame ( cumplectere ) di molteplici testi, che appartengono a livelli diversi, spesso in conflitto,
ma che ormai da millenni non cessano di produrre e articolare senso, significazioni e dunque cultura. Abbiamo proposto l’immagine metaforica del «palinsesto» urbano per descrivere la sovrapposizione di strati sul piano diacronico e per comprendere l’intreccio sincronico delle pratiche urbane, che esprimono le modalità con cui gli abitanti «usano» città, si muovono e agiscono in essa. La scrittura della città è, infatti, sempre una riscrittura, poiché consiste nell’aggiungere strati di senso a quelli preesistenti, per riempire, rettificare, modificare, generando in questo modo intrecci sempre rinnovati. Tale riscrittura è compiuta sempre in forma di bricolage lavorando su materiali preesistenti e si esprime attraverso una grande varietà di pratiche. In questa prospettiva, proprio l’analisi delle pratiche che si svolgono entro gli spazi urbani contribuiscono a interpretare la città come sovrapposizione di reti sociali diverse e sempre mutevoli: ciò ha consentito di mettere in luce l’uso che viene fatto degli «oggetti sociali» e degli spazi da parte di individui o gruppi, concentrando l’attenzione sia sul piano dei comportamenti sia su quello delle rappresentazioni. Abbiamo così potuto prendere in considerazione il fitto lavoro di attribuzione di senso e le pratiche minute disseminate sul corpo della città, il modo con cui i soggetti si muovono nello spazio e lo organizzano attraverso continue negoziazioni. In questo contesto abbiamo ricostruito analiticamente la storia di una pratica urbana: il camminare. Camminare non è certo la costruzione fisica di uno spazio, tuttavia, comporta sempre più una trasformazione dei luoghi e una continua attribuzione di significati ai luoghi stessi e alle pratiche che li riguardano: è simultaneamente atto percettivo e atto creativo, gesto conoscitivo e performativo, lettura e scrittura del territorio. Il camminare in un certo senso dà vita ai luoghi. È stato dunque possibile rileggere la figura del flâneur per farne un interprete chiave dell’esperienza urbana contemporanea. L’instabilità, la permeabilità e la porosità della città chiedono che essa sia interpretata solo a partire dai suoi frammenti, da momenti specifici, dalle sue improvvisazioni: il flâneur ne è il lettore privilegiato proprio in virtù di un atteggiamento che riesce a combinare immersione nella realtà, nomadismo, capacità di coinvolgimento sensoriale entro esperienze individuali e collettive, ma anche forme di distacco. Se la velocità e la portata dei cambiamenti urbani non possono essere descritte attraverso un modello univoco di analisi e di sviluppo, ma presuppongono un approccio
Quello descritto è il quadro teorico entro cui la ricerca si svolge. Ci sembra ora necessario sottolineare alcuni nodi tematici o motivi interpretativi che hanno guidato il percorso. Nella storia è possibile riconoscere un tratto distintivo della città nella sua capacità di offrirsi quale intreccio di relazioni e di legami che intessono passato, presente e futuro, che disegnano gli ordini possibili della convivenza. La città dunque non solo è in sé questa trama di relazioni, ma sembra costituirne la stessa matrice , favorendo per le sue stesse caratteristiche, scambi, corrispondenze, connessioni. È risultato delle relazioni, poiché lo spazio urbano è lo spazio in cui si intrecciano interrelazioni tra mondi sociali, culturali, spaziali, economici, simbolici distinti, e produce relazioni ulteriori, poiché entro il tessuto della città intrecci e scambi si moltiplicano ininterrottamente. Essa accade dunque «tra», è «tramite», «ponte». In questo senso, è possibile considerare la rete quale archetipo su cui la città costruisce la sua capacità connettiva e riproduttiva: la rete riconosce proprio nella matrice relazionale la qualità della città, il carattere che definisce l’esperienza urbana. Ma proprio tale capacità connettiva, riafferma anche la necessità di un’intuizione unitaria, singolare, individuale della città: è la cognizione che la città ha di sé e che i suoi abitanti hanno della città come di un’unità entro un cosmo di elementi molteplici, di aspetti contrastanti, di motivi antitetici, che mostrano, tuttavia, articolazione e interdipendenza in ogni parte. Città è ciò che abbraccia l’uno nel molteplice e il molteplice nell’uno, pure nella continua trasmutabilità di tutto ciò che esiste, alla ricerca di un ordine provvisorio in costante movimento. In questo senso, principi regolatori dei processi che riguardano la città e la sua storia, ma anche degli universi umani, sociali, simbolici che attiva, sembrano essere la molteplicità e l’incessante metamorfosi delle forme. La città manifesta così la sua vocazione per la mobilità, l’agilità, il cambiamento, qualità che sanno fuggire l’opacità di una realtà informe, ma incapaci di opporvi una forma unica, stabile e duratura. È evidente come la matrice relazionale e la mobilità volatile, la ricerca e la custodia di luoghi e l’attraversamento dei flussi, l’unicità e la molteplicità facciano della città un campo di forze in contrapposizione. La città sta proprio su questa soglia di forze materiali e simboliche: è messa alla prova la sua capacità di resistenza quale spazio del convivere, dell’essere-in-comune. Ma di fronte ai cambiamenti rapidi e profondi che
definiscono la condizione globale, che frammentano i contesti di vita, che sfibrano il tessuto sociale, la città deve ripensare se stessa per resistere. Deve soprattutto assumere sempre più la responsabilità del governo dei processi, senza lasciarsi agire dalle dinamiche in atto. In particolare, deve avere cura della qualità delle relazioni che prendono forma nel suo tessuto. Per questo il racconto della città assume una sua intrinseca necessità, in quanto è racconto di tempi e di spazi. Esso, infatti, si dispiega nell’orizzonte temporale che abbraccia tutte le dimensioni del tempo, ma è una storia di luoghi, di pietre e di persone, che fanno di quello spazio la dimora della vita, il contesto in cui costruire legami, lo spazio di transito verso altri mondi. È qui che raccontare la città diventa raccontare l’umano, perché la città offre all’interiorità l’esteriorità necessaria per raccontarsi. È nei luoghi che gli uomini trascorrono il tempo. Costruendo e progettando i luoghi della città, prefigurano il tempo del vivere, che è ricerca di una dimora e di una comunità cui legarsi. Abitando i luoghi intessono racconti che nascono sulle tracce del passato, ma rimarranno a disposizione di chi vorrà leggerli in futuro. Abitare lo spazio è abitare il tempo. Il racconto della città non è che la trama che li lega. Polis in fabula. Da ultimo, il tema dello sguardo. Le città sono innanzitutto figure, forme visibili, dotate di significative qualità estetiche in grado di colpire innanzitutto la vista – come mostrano Le città invisibili di Calvino, ovvero visibili con occhi diversi da quelli della percezione –. Ma le città stesse sono fatte degli occhi di chi le guarda, che sono anche gli occhi della mente, nutriti di pensieri, immagini, figure, ma anche di desideri, illusioni, speranze, timori… Così lo sguardo che gettiamo sulla città è già uno sguardo che ne deforma contenuti, sfondi, margini e colori. Guardare è già leggere e interpretare ciò che sta di fronte agli occhi, è disporsi attivamente verso il mondo che ci circonda. Ma questo è già uno sguardo interpretativo, nutrito di precomprensioni, di attese, di idee, di figure, di sentimenti: è uno sguardo in grado di plasmare la realtà che osserva, di costruirne immagini e pensieri ulteriori. Ma è proprio questo anche lo sguardo di chi progetta la città, di chi prefigura su di essa progetti d’azione. Inevitabilmente, in questo percorso, anche noi abbiamo guardato alla città ridisegnandone a tratti l’immagine, per forgiarne i contorni, per leggerne la sottile
PARTE I
LA CITTÀ. DIVENIRE DI FORME E DI VISIONI