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Tesi laurea 3 capitoli, Test d'ammissione di Filologia romanza

Tesi laurea triennale flamenca

Tipologia: Test d'ammissione

2023/2024

Caricato il 19/11/2025

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emilia-volino-2 🇮🇹

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CAPITOLO I
I MENECMI DI PLAUTO
1.1 Plauto e la commedia latina
Tito Maccio Plauto è una figura fondamentale nella storia della letteratura latina arcaica
e uno dei primi grandi protagonisti del teatro romano. A differenza di molti autori suoi
contemporanei, le cui opere sono arrivate fino a noi solo in frammenti, il corpus plautino è stato
conservato quasi nella sua totalità: ventuno commedie complete, un numero notevole per
l’epoca1. Questo eccezionale stato di conservazione è attribuibile solo in parte a una fortunata
tradizione manoscritta: la persistenza delle sue opere è anche il frutto del loro straordinario
successo tra il pubblico romano e del fatto che la commedia latina, dopo Plauto e Terenzio, si
esaurì rapidamente come genere produttivo2. In un certo senso, la mancanza di numerosi altri
autori comici latini ha giocato un ruolo nel consolidare l’opera di Plauto all’interno del canone,
prevenendo dispersioni o riscritture nel tempo. Questa fortuna si contrappone in modo
significativo a quanto avvenuto con la tragedia latina arcaica, della quale non abbiamo alcun
testo completo: solo in epoca imperiale, con Seneca, la tragedia latina riemerge, ma ormai è
destinata più alla lettura che alla rappresentazione3. Plauto, quindi, rappresenta una
testimonianza preziosa non solo del teatro arcaico, ma anche di una forma di intrattenimento
popolare romano, vibrante e profondamente connessa al suo tempo.
Nato nel 255 a.C. circa e deceduto nel 184 a.C., Plauto si distinse come un autore molto
attivo nel panorama teatrale della Repubblica romana. Il suo nome è menzionato insieme a
quello di Nevio nel canone di Volcacio Sedigito, che lo include tra i dieci più importanti
commediografi latini. Le sue commedie, definite palliate poiché ispirate alla commedia nuova
greca e ambientate in un contesto ellenico, si basano su trame di autori come Menandro, che
1 G. B. CONTE, Letteratura latina. Dall’alta repubblica all’età di Augusto, Le Monnier Università, Milano 2012, p.
43-52.
2 Ivi, pp. 266–267.
3 Ivi, p. 267.
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CAPITOLO I

I MENECMI DI PLAUTO

1.1 Plauto e la commedia latina

Tito Maccio Plauto è una figura fondamentale nella storia della letteratura latina arcaica e uno dei primi grandi protagonisti del teatro romano. A differenza di molti autori suoi contemporanei, le cui opere sono arrivate fino a noi solo in frammenti, il corpus plautino è stato conservato quasi nella sua totalità: ventuno commedie complete, un numero notevole per l’epoca^1. Questo eccezionale stato di conservazione è attribuibile solo in parte a una fortunata tradizione manoscritta: la persistenza delle sue opere è anche il frutto del loro straordinario successo tra il pubblico romano e del fatto che la commedia latina, dopo Plauto e Terenzio, si esaurì rapidamente come genere produttivo^2. In un certo senso, la mancanza di numerosi altri autori comici latini ha giocato un ruolo nel consolidare l’opera di Plauto all’interno del canone, prevenendo dispersioni o riscritture nel tempo. Questa fortuna si contrappone in modo significativo a quanto avvenuto con la tragedia latina arcaica, della quale non abbiamo alcun testo completo: solo in epoca imperiale, con Seneca, la tragedia latina riemerge, ma ormai è destinata più alla lettura che alla rappresentazione^3. Plauto, quindi, rappresenta una testimonianza preziosa non solo del teatro arcaico, ma anche di una forma di intrattenimento popolare romano, vibrante e profondamente connessa al suo tempo. Nato nel 255 a.C. circa e deceduto nel 184 a.C., Plauto si distinse come un autore molto attivo nel panorama teatrale della Repubblica romana. Il suo nome è menzionato insieme a quello di Nevio nel canone di Volcacio Sedigito , che lo include tra i dieci più importanti commediografi latini. Le sue commedie, definite palliate poiché ispirate alla commedia nuova greca e ambientate in un contesto ellenico, si basano su trame di autori come Menandro, che (^1) G. B. CONTE, Letteratura latina. Dall’alta repubblica all’età di Augusto , Le Monnier Università, Milano 2012, p. 43-52. (^2) Ivi, pp. 266–267. (^3) Ivi, p. 267.

Plauto non si limita a tradurre: egli rielabora queste strutture con una libertà creativa, arricchendole di riferimenti romani e inserendo una comicità vivace, esuberante e spesso farsesca^4. Le sue trame sono animate da una vitalità inesauribile: equivoci, scambi di persona, travestimenti, agnizioni, beffe, raggiri e corse sfrenate costituiscono gli ingranaggi centrali della sua macchina comica. I personaggi si conformano a tipi fissi, quasi maschere: il servo astuto, il vecchio avaro o lussurioso, il giovane innamorato, la cortigiana scaltra. Tuttavia, Plauto non si limita a ripetere schemi: arricchisce queste figure con battute incisive, situazioni inaspettate, trovate linguistiche e rotture metateatrali. Il suo obiettivo è intrattenere, sorprendere, suscitare risate anche trasgressive e per raggiungere questo scopo non esita a infrangere le convenzioni, parlando direttamente al pubblico e trasformando la scena in un mondo sospeso tra finzione e realtà^5. Questa profonda distinzione tra la leggerezza della commedia e la serietà della tragedia era ben conosciuta fin dall’antichità. Come si può notare in alcune letture scolastiche, anche nella tragedia di Euripide, Eracle , il sorriso del pubblico è visto come un’eccezione, un’interferenza quasi comica in un genere di solito caratterizzato dal pathos. Al contrario, la commedia romana è concepita per suscitare il riso: il suo obiettivo non è la catarsi tragica, ma il sollievo collettivo, la parodia sociale e la burla condivisa^6. In aggiunta, il contesto in cui opera Plauto non è più quello greco-classico, bensì quello della Roma repubblicana, caratterizzato dalle sue dinamiche urbane, dai suoi costumi e da un senso dell’umorismo più diretto e talvolta più crudele. Come evidenziato da Conte, Plauto “romanizza” non solo la trama, ma anche il modo di fare teatro^7. Un altro elemento distintivo dell’arte plautina è la lingua: il latino utilizzato nelle sue commedie è colloquiale, scorrevole, estremamente ricco di proverbi, giochi di parole, doppi sensi e neologismi, si tratta di una lingua progettata per il palcoscenico, per la voce degli attori, per il ritmo di un dialogo veloce. Come osserva Erich Segal, Plauto è un autore profondamente legato al teatro, e solo immaginando le sue opere rappresentate, con pause, silenzi, gesti e sguardi, si può apprezzare pienamente la sua forza espressiva^8. (^4) E. SEGAL, La risata romana: La commedia di Plauto , Harvard University Press, 1987, pp. 43–58. (^5) Ibidem. (^6) Ivi, p. 46. (^7) G. B. CONTE, Letteratura latina , cit., p. 45. (^8) E. SEGAL, Four Comedies , Oxford University Press, 1995, pp. 1-11.

trasforma in un campo di battaglia dell’identità. Ogni incontro, ogni dialogo, ogni gesto è intriso di ambiguità: tutti i personaggi che interagiscono con Menecmo di Siracusa lo scambiano per il suo gemello, mentre il vero Menecmo di Epidamno, vittima di una crescente confusione, non riesce a comprendere perché venga trattato in modo così strano. Nel primo atto, Menecmo di Epidamno, sposato ma infedele, organizza un incontro con la sua amante Erozia e le regala un mantello rubato alla moglie. Proprio in quel momento, il fratello arriva in città e viene immediatamente scambiato da tutti per il Menecmo residente, dando inizio a una serie di equivoci. Nel secondo atto, Erozia invita Sosicle a pranzo, credendolo l’amante, e gli restituisce il mantello. Sosicle, confuso ma curioso, accetta, mentre il servo Messenione comincia a pensare che il suo padrone sia impazzito. Nel terzo atto, la moglie di Menecmo affronta il gemello sbagliato accusandolo di infedeltà; Sosicle nega tutto, e la donna è sempre più convinta che il marito stia mentendo. Quando arriva il vero Menecmo, viene a sua volta accusato di fatti che non ricorda, e pensa che gli altri siano impazziti. Nel quarto atto, i due fratelli continuano a muoversi nella città senza mai incontrarsi, e poiché tutti li scambiano l’uno per l’altro, si pensa che abbiano perso il senno. Viene anche chiamato un medico per curare Menecmo, ma la confusione aumenta. Nel quinto atto, finalmente i due si trovano faccia a faccia, si pongono domande, si riconoscono come fratelli gemelli e pongono fine agli equivoci. Menecmo di Epidamno, stanco della propria vita coniugale, decide di vendere tutto, lasciare la città e tornare con il fratello a Siracusa, segnando così il lieto fine della commedia^11. Si può osservare come Plauto gestisca con notevole abilità una sequenza continua di malintesi, battute, insulti, inviti reciproci e doni che si scambiano, generando un ritmo frenetico che sfocia in autentici cortocircuiti identitari^12. Una delle scene più significative è quella in cui Menecmo di Siracusa viene accolto con calore e familiarità dalla cortigiana Erozia, che lo scambia per il suo consueto amante. L’uomo, confuso ma compiaciuto, accetta cibo, vino e gioielli, senza avere la minima idea del motivo. Il pubblico, che è a conoscenza della verità, si diverte per l’ironia drammatica, mentre l’equivoco si intensifica sempre di più. Quando il fratello originale arriva sul posto, le reazioni diventano sempre più esasperate: la moglie lo (^11) Ibidem. (^12) E. SEGAL, La risata romana: La commedia di Plauto , cit., pp. 51–53.

accusa di infedeltà, il suocero lo considera pazzo e gli amici mettono in dubbio la sua sanità mentale^13. Il divertimento non deriva soltanto dal gioco dei due protagonisti, ma anche dalla presenza di personaggi secondari caricaturali, che rappresentano perfettamente i tipi della commedia plautina. Uno su tutti è il parassita Spazzola (Peniculus), una figura avida e opportunista che vive a spese degli altri, sempre in cerca di un banchetto gratuito. Anche il servo Messenione, con il suo linguaggio vivace e le sue lamentele comiche, arricchisce la scena con ritmo e arguzia^14. Il momento culminante dell’azione è rappresentato dall’agnizione, il riconoscimento tra i due fratelli, che si realizza non tanto attraverso un oggetto simbolico, come avverrà in molte commedie successive, ma grazie a un incontro diretto, dopo una lunga serie di confusioni sempre più assurde. L’agnizione ne I Menecmi non è soltanto un espediente di chiusura, ma una vera e propria catarsi comica: tutto ciò che prima era disordine ritorna al suo posto, ma non senza lasciare una scia di leggerezza, una risata finale che segna la liberazione dall’ambiguità^15. Il finale è in perfetta armonia con lo spirito giocoso della commedia: i due fratelli scelgono di abbandonare Epidamno, vendere i beni accumulati dal Menecmo locale e liberare il servo Messenione. Anche in questo caso, Plauto gioca con le aspettative: non c’è un ritorno alla normalità in senso morale, ma una nuova normalità tutta romana, più pragmatica che sentimentale, dove si sistemano i conti, si ride e si riparte^16.

1.3 I personaggi

L’universo comico de I Menecmi si basa su una simmetria imperfetta: due fratelli identici ma diversi, due mondi sovrapposti che si confondono, e una città, Epidamno, dove il doppio genera disordine, risate e smarrimento. Come spesso accade nella poetica plautina, i personaggi non sono tanto individui realistici quanto archetipi teatrali: figure stilizzate che esistono e si trasformano in base all’azione scenica. Eppure, Plauto riesce a infondere a queste maschere una (^13) T. M. PLAUTO, I Menecmi , vv. 608–700: in queste scene si sviluppa il crescendo farsesco legato allo scontro tra i due mondi, quello del gemello siracusano e quello del gemello Epidamno. (^14) E. SEGAL, Four Comedies , Oxford University Press, 1995, cit., pp. 1-11. (^15) N. FRYE, A Natural Perspective: The Development of Shakespearean Comedy and Romance , cit., pp. 2–4. (^16) G. B. CONTE, Letteratura latina , cit., p. 48.

freddezza. Erozia non rappresenta la cortigiana greca malinconica, ma è una donna romana, imprenditrice del proprio corpo e del proprio spazio^22. Cilindro, sebbene presente solo in poche battute, ha un ruolo significativo come cuoco e indicatore del sistema di consumo. Attraverso di esso si introduce anche il tema del parassita, figura essenziale nella drammaturgia comica romana. Il Peniculus (Spazzola) non è semplicemente uno spazzolino servizievole, ma un divoratore. La sua identità è interamente definita dalla fame: vive per mangiare, sfrutta gli altri e si inserisce con abilità nelle dinamiche di clientelismo e piacere. Plauto non ridicolizza solo il parassita: lo trasforma in un personaggio completamente teatrale, dotato di ritmo, battuta e presenza^23. Un altro ruolo fondamentale è quello di Messenione, il servitore di Menecmo di Siracusa. A differenza del tradizionale servus callidus , qui si presenta in modo più riflessivo, razionale e quasi morale. La sua prima battuta consiste in un soliloquio^24 : parla tra sé e sé, esprime dubbi, osserva. È una figura di responsabilità^25 : consiglia, accompagna, media. Nel caos generale, Messenione rappresenta la voce della logica e, alla fine, sarà colui che, una volta ottenuta la libertà, si ritirerà con un approccio pratico, incarnando la superiorità intellettuale del servo rispetto ai padroni. Infine, la moglie di Menecmo di Epidamno e il suocero completano la galleria comica. La prima è la tipica matrona plautina: gelosa, ossessiva, invadente, caricatura di un’istituzione matrimoniale in crisi. Il secondo è il vecchio saccente, convinto di poter ripristinare l’ordine con le sue parole, ma completamente fuori tempo e contesto. Ne I Menecmi , ogni personaggio è al contempo una maschera e un meccanismo: agisce, incarna un tipo, ma partecipa a una coreografia più ampia in cui la comicità scaturisce dalla confusione delle identità e dalla precisione dell’ingranaggio teatrale. I dialoghi, come quello tra Erozia e Cilindro o tra Menecmo di Siracusa e Messenione, mettono in evidenza queste dinamiche. Plauto non si limita a enunciare il caos: lo costruisce scena dopo scena, parola dopo parola. E sotto la risata si cela una visione lucida e cinica della società, dove l’identità è una maschera da perdere e da ritrovare, e il servo è spesso più saggio del padrone^26. (^22) E. SEGAL, La risata romana: La commedia di Plauto , cit., pp. 92–94. (^23) Ivi, pp. 87-91. (^24) T. M. PLAUTO, I Menecmi , vv. 291-294. (^25) G. PETRONE, Nomen/omen: poetica e funzione dei nomi (Plauto, Seneca, Petronio) , Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma 1988, pp. 33-70. (^26) E. SEGAL, Four Comedies , cit., pp. 1-11.

Il denaro, infine, è forse l’oggetto invisibile più presente. Non appare sempre fisicamente sulla scena, ma muove tutto: l’amore di Erozia, la fame di Spazzola, la generosità apparente di Menecmo. L’economia sentimentale della commedia è chiara: si dà per avere, e ogni gesto (una cena, un dono, una carezza etc..) ha un prezzo. Il parassita Spazzola è l’emblema di questa logica: vive solo per mangiare, e usa la lusinga come moneta. Il cuoco Cilindro, che prepara la cena su ordine di Erozia, fa parte dello stesso circuito: nutrire è potere. La fame non è mai solo fisica, ma sociale: chi ha fame è chi dipende, chi adula, chi mendica. Plauto, con intelligenza e ironia, mostra una società dove il valore delle persone è spesso legato al loro portafoglio. Secondo Northrop Frye, nelle commedie occidentali il denaro funge quasi sempre da rivelatore di verità: i beni materiali sono strumenti che rivelano le gerarchie e le illusioni^30. Questo è valido anche in Plauto: il denaro smaschera, divide, avvicina e, infine, chiarisce. Ne I Menecmi , gli oggetti non sono semplici accessori, ma veri e propri agenti drammaturgici: il mantello genera l’equivoco, la casa lo accoglie, il denaro lo sostiene. Insieme, formano un mondo in cui l’identità è fragile, relazionale e manipolabile. Con questi strumenti, Plauto orchestra un caos ordinato, dove ogni elemento ha un significato e ogni risata ha un costo. È una comicità composta di parole, ma anche di oggetti: di ciò che si tocca, si indossa, si ruba e si paga.

1.5 L’agnizione finale

Nel teatro comico antico, la confusione rappresenta una regola, ma non un destino. La commedia plautina, sebbene caotica, ha sempre come obiettivo un ritorno all’ordine, una ricomposizione finale. È in questo contesto che si inserisce l’agnizione, anagnorisis in greco, il momento in cui la verità viene alla luce e i nodi si sciolgono. Ne I Menecmi , Plauto affida questa rivelazione a un climax teatrale che è tanto comico quanto liberatorio: i due gemelli si riconoscono, e con loro si ricompone un mondo che appariva definitivamente frammentato^31. Tuttavia, Plauto, il maestro della comicità, non trasforma l’agnizione in una scena seria. Al contrario, conserva un tono giocoso fino all’ultimo momento. L’identificazione reciproca tra i due Menecmi non è seguita da lacrime, ma da battute, scelte pratiche e persino un piccolo trasloco comico: uno vende tutto, mentre l’altro lo assiste. Si tratta di un lieto fine che non (^30) N. FRYE, A Natural Perspective: The Development of Shakespearean Comedy and Romance , cit., pp. 18–20. (^31) G. B. CONTE, Letteratura latina , cit., pp. 43-52.

abbandona mai il sorriso: « Come vuoi tu, fratello. Sbaracco tutto quel che ho, lo metto all’asta. Ora entriamo da me »^32. La riconciliazione fraterna rappresenta non solo il culmine della narrazione, ma anche il simbolo della cessazione del disordine: da due identità confuse si ritorna a due fratelli consapevoli. Si tratta di un ritorno al nome, al sangue, al legame. Nel conseguimento di questa agnizione, Messenione, il servo di Menecmo di Siracusa, gioca un ruolo fondamentale. È lui a percepire per primo che qualcosa non quadra, a porre domande e a nutrire sospetti. Nel momento del riconoscimento, si dimostra tra i più lucidi e reattivi. Come menzionato nel paragrafo precedente, la sua funzione è quella del servus callidus , il servo astuto, ma in questa commedia, Messenione si distingue per una saggezza serena, quasi filosofica. Messenione non è soltanto un servo comico, ma una figura di responsabilità^33. Il fatto che parli tra sé e sé e che rifletta prima di agire lo distingue da altri servi plautini, più impulsivi o ingannevoli. La sua presenza è rassicurante: nella confusione generale, è l’unico a mantenere una logica razionale. E sarà premiato, come spesso accade nel finale della commedia antica, con la libertà: una ricompensa concreta per un’intelligenza fedele. L’agnizione ha anche un significato più profondo. Essa rappresenta il ritorno all’identità, ma anche la restaurazione dell’ordine sociale. Nella Roma repubblicana, la famiglia è un pilastro dell’equilibrio civico: i due fratelli che si ritrovano non simboleggiano solo un legame personale, ma la possibilità di riconciliazione della comunità dopo il caos. Il disordine ha contaminato casa, strada, denaro, corpi: l’agnizione li purifica e li ricolloca^34. Come sottolinea Northrop Frye, la conclusione della commedia rappresenta sempre un’integrazione: non si ritorna al punto di partenza, ma si accede a un nuovo ordine, più chiaro e più consapevole^35. Ne I Menecmi , questo si realizza non attraverso un matrimonio, come avviene nella commedia greca o shakespeariana, ma tramite una partenza condivisa: uno abbandona la città, mentre l’altro lo segue. Non ci sono nozze, ma un nuovo inizio. Si tratta di una fuga congiunta, una rinascita. Ciò che caratterizza l’agnizione plautina è il tono leggero, non si cerca la commozione, ma la risata: l’equivoco si risolve tra battute e decisioni pragmatiche. L’agnizione non è catartica, ma ironica, in linea con una visione del mondo in cui la verità non (^32) T. M. PLAUTO, I Menecmi , vv. 1145-1150. (^33) G. PETRONE, Nomen/omen: poetica e funzione dei nomi (Plauto, Seneca, Petronio) , cit., pp. 33-70. (^34) Ibidem. (^35) N. FRYE, A Natural Perspective: The Development of Shakespearean Comedy and Romance , cit., pp. 2-4.