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tesina malattie mentali completa, Tesine di Maturità di Psicologia

tesina malattie mentali per la maturità completa in tutte le materie, italiano, tecnica amministrativa, ed.fisica, psicologia.. freud,pirandello..

Tipologia: Tesine di Maturità

2019/2020

Caricato il 10/11/2020

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TESINA MALATTIE MENTALI
Introduzione dell’argomento:
Prima di definire il concetto di malattia mentale,è opportuno definire il concetto di
“salute”.Questa secondo l’OMS(organizzazione mondiale della salute) è uno stato
completo di benessere fisico,psicologico e sociale. Ciò che invece in psicologia si definisce
come un disturbo psichico o mentale è una condizione patologica che colpisce la sfera
comportamentale,relazionale di un individuo;ciò rende,quindi, problematica la sua
integrazione sia a livello sociale che lavorativo provocandogli anche una certa sofferenza
personale. Nel momento in cui il disagio diventa particolarmente durevole e
significativo,poi, si può parlare di malattia mentale. Dunque una malattia mentale è
angoscia e disfunzione che va più a fondo di una semplice reazione dovuta anche agli stress
estremi della vita,una malattia mentale influenza negativamente i pensieri,le emozioni, i
comportamenti di qualcuno e interferisce con la loro capacità di vivere una vita piena nella
società,inoltre,può causare pericolo o addirittura disabilità poiché tutto ciò non fa parte del
normale sviluppo psichico di una persona.
4.1 SIGMUND FREUD Il primo studioso che arrivò a concludere che tra psiche e coscienza
non vi è unità fu il medico austriaco Sigmund Freud a seguito dei suoi studi relativi
all’isteria. Prima degli studi di Freud comunemente si riteneva che la coscienza si
identificasse con la psiche. Il medico austriaco invece affermò che l’inconscio non
costituisce il limite inferiore del conscio, ma la realtà abissale di cui il conscio è solo la
manifestazione concreta e visibile. Freud divide l’inconscio in due zone. La prima,
detta preconscio, comprende l’insieme di tutti i ricordi che, sebbene momentaneamente
inconsci, con uno sforzo di attenzione possono divenire consci. La seconda zona, quella
del rimosso, invece è costituita da quegli elementi psichici stabilmente inconsci, e
mantenuti tali da una forza detta “rimozione” che può essere eliminata solo mediante
apposite tecniche. Inizialmente Freud pensò di poter superare la rimozione con la tecnica
dell’ipnosi, ma data l’inefficacia di questo metodo dovette elaborarne un altro: nasce così il
metodo delle associazioni libere. Questo metodo mira a rilassare il paziente e metterlo in
grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, cercando di cogliere dei nessi tra le varie
parole pronunciate dal malato e il materiale rimosso che si vuole portare alla luce. Questo
metodo essendo legato soprattutto allo sforzo che il paziente riesce a fare, presenta
notevoli difficoltà. Per tanto è necessario che ogni esperienza venga messa al servizio della
cura psicanalitica: Freud perciò teorizzò il metodo del transfert o traslazione. Il transfert
consiste nel trasferimento nel medico di stati d’animo contrastanti provati dal paziente
durante l’infanzia nei confronti delle figure genitoriali. Appurato che l’Io non è un’unità
semplice riportabile esclusivamente alla coscienza, Freud poté affermare che la psiche
umana è costituita da un certo numero di sistemi dotati di funzioni diverse. Freud elabora
una seconda topica che divide la psiche in tre istanze: l’Es, l’Io ed il Super-io
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TESINA MALATTIE MENTALI

Introduzione dell’argomento:

Prima di definire il concetto di malattia mentale,è opportuno definire il concetto di “salute”.Questa secondo l’OMS(organizzazione mondiale della salute) è uno stato completo di benessere fisico,psicologico e sociale. Ciò che invece in psicologia si definisce come un disturbo psichico o mentale è una condizione patologica che colpisce la sfera comportamentale,relazionale di un individuo;ciò rende,quindi, problematica la sua integrazione sia a livello sociale che lavorativo provocandogli anche una certa sofferenza personale. Nel momento in cui il disagio diventa particolarmente durevole e significativo,poi, si può parlare di malattia mentale. Dunque una malattia mentale è angoscia e disfunzione che va più a fondo di una semplice reazione dovuta anche agli stress estremi della vita,una malattia mentale influenza negativamente i pensieri,le emozioni, i comportamenti di qualcuno e interferisce con la loro capacità di vivere una vita piena nella società,inoltre,può causare pericolo o addirittura disabilità poiché tutto ciò non fa parte del normale sviluppo psichico di una persona.

4.1 SIGMUND FREUD Il primo studioso che arrivò a concludere che tra psiche e coscienza non vi è unità fu il medico austriaco Sigmund Freud a seguito dei suoi studi relativi all’isteria. Prima degli studi di Freud comunemente si riteneva che la coscienza si identificasse con la psiche. Il medico austriaco invece affermò che l’inconscio non costituisce il limite inferiore del conscio, ma la realtà abissale di cui il conscio è solo la manifestazione concreta e visibile. Freud divide l’inconscio in due zone. La prima, detta preconscio , comprende l’insieme di tutti i ricordi che, sebbene momentaneamente inconsci, con uno sforzo di attenzione possono divenire consci. La seconda zona, quella del rimosso , invece è costituita da quegli elementi psichici stabilmente inconsci, e mantenuti tali da una forza detta “rimozione” che può essere eliminata solo mediante apposite tecniche. Inizialmente Freud pensò di poter superare la rimozione con la tecnica dell’ipnosi, ma data l’inefficacia di questo metodo dovette elaborarne un altro: nasce così il metodo delle associazioni libere. Questo metodo mira a rilassare il paziente e metterlo in grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, cercando di cogliere dei nessi tra le varie parole pronunciate dal malato e il materiale rimosso che si vuole portare alla luce. Questo metodo essendo legato soprattutto allo sforzo che il paziente riesce a fare, presenta notevoli difficoltà. Per tanto è necessario che ogni esperienza venga messa al servizio della cura psicanalitica: Freud perciò teorizzò il metodo del transfert o traslazione. Il transfert consiste nel trasferimento nel medico di stati d’animo contrastanti provati dal paziente durante l’infanzia nei confronti delle figure genitoriali. Appurato che l’Io non è un’unità semplice riportabile esclusivamente alla coscienza, Freud poté affermare che la psiche umana è costituita da un certo numero di sistemi dotati di funzioni diverse. Freud elabora una seconda topica che divide la psiche in tre istanze: l’Es, l’Io ed il Super-io

L’ Es è il centro della personalità ossia la forza caotica che costituisce la matrice della nostra psiche. L’Es obbedisce soltanto al principio del piacere.

Il Super-io è quello che comunemente viene identificato come coscienza morale, ossia l’insieme di tutte le proibizioni che sono state apprese dall’uomo sin dai primi anni della sua infanzia.

La terza componente, quella dell’ Io , è l’istanza che ha il compito di equilibrare le pressioni disparate che provengono dall’Es e dal Super-io. Quando l’Io riesce bene a padroneggiare la situazione e a trovare il giusto equilibrio tra le parti, l’individuo si

definisce normale. Se invece l’Es riuscisse a prendere il sopravvento e sopraffare il Super- io troppo

debole, l’Io sarebbe condotto a comportamenti asociali o proibiti; al contrario se è il Super- io la componente più forte, esso può provocare la rimozione o altri processi di chiusura e di difesa: le istanze dell’Es divenute inconsce si manifestano sotto forma di nevrosi. Tra l’Es e il Super-Io c’è una continua battaglia, e il compito dell’Io è quello di compiacere un po’ l’uno e un po’ l’altro;potrebbe generarsi infatti una certa conflittualità, in quanto la mente deve fare i conti con fattori esterni e interni al soggetto,che potrebbe provocare vari disturbi alla psiche ad esempio quello della nevrosi ovvero un’alterazione psichica caratterizzata principalmente dalla presenza di disturbi della condotta,presenza di sofferenza psichica sotto forma di angoscia,ossessioni e continua ripetizione degli stessi atti. È importante fare anche una distinzione tra nevrosi reattive e nevrosi strutturate,nel primo caso si parla del conflitto che avviene tra il soggetto e l’ambiente esterno;mentre nell’altro si intende proprio il coflitto intrapsichico per un eccesso di super-io e i cui sintomi andranno a costituire poi la personalità dell’individuo.

Delle nevrosi fanno quindi parte: - l’ansia che, secondo freud, è dovuta a una certa quantità di energia pulsionale che non trova adeguate vie di scarico,si possono inoltre differenziare due tipi di ansie quella normale che non fa parte delle modalità abituali di comportamento dovuta quindi ad esperienze reali e presenti, e l’ansia patologica che al contrario è uno stato d’animo abituale espresso con sintomi come sudorazione,nausea,tachicardia ecc…

  • le fobie intese come paure irrazionali verso oggetti e situazioni che non sono un pericolo reale,ma che diventano patologiche quando persistono nel tempo.
  • le ossessioni che sono caratterizzate dalla presenza persistente di idee ossessive che la volontà non riesce ad eliminare dalla coscienza e che costituiscono disagio per il soggetto,il quale è consapevole del carattere morboso del disturbo.

Consiste in un disturbo psichiatrico frequente e grave che compromette l’attività psichica,la sfera emotiva,le interazioni sociali e la percezione di sé. Il disturbo

schizofrenico è strettamente collegato al tema della doppia o multipla personalità. Pertanto quest’ultimo ha influenzato la letteratura italiana e quali sono i fondamenti filosofici che stanno alle spalle di questa tendenza,

facendo chiarezza sulla maniera in cui Freud ha affermato che la psiche non è un sistema unitario e razionale e su quali sono le dinamiche che guidano ogni nostro

comportamento

La Schizofrenia si ritrova,solitamente, in soggetti tra i 16 e i 30 anni e che spesso sono intellettivamente molto dotati. Per poter diagnosticare in maniera certa la schizofrenia è necessario che siano presenti dei sintomi quali :

 Disturbi del pensiero in cui si verifica una mancanza di collegamento tra le idee;  Disturbi dell’affettività in cui il vissuto del paziente è presente ma non riesce ad essere espresso  Chiusura in se stessi

Ci sono poi sintomi che anche se presenti non servono per la diagnosi e questi sono:

 Delirio: convinzioni assolute e incontestabili dal contenuto assurdo  Allucinazioni di solito acustiche(voci)

Disturbi catatonici:completa immobilità e mutismo o esplosioni incontrollate di aggressività.

Tra i fattori biologici che possono essere causa di vulnerabilità verso la schizofrenia c’è anche l’uso e abuso di sostanze stupefacenti o psicostimolanti.

La classificazione della schizofrenia è un problema che non ha ancora trovato una soluzione unitaria presso gli psichiatri: alcuni ricercatori ritengono che essa sia un disturbo unitario, mentre altri ritengono che essa sia una sindrome comprendente diverse entità nosologiche sottostanti. Le quattro sottocategorie più comunemente usate, dal DSM; per individuare la patologia sono: paranoide, ebefrenica, catatonica e indifferenziata.

  1. Schizofrenia paranoide : compare frequentemente dopo i 35 anni di età in pazienti che hanno già disturbi. E’ caratterizzata da deliri e allucinazioni uditive senza prevalenza di disorganizzazione dell’eloquio.

  2. Schizofrenia ebefrenica : i suoi sintomi più evidenti sono disorganizzazione dell’eloquio e del comportamento e appiattimento affettivo.

  1. Schizofrenia catatonica : in essa sono prevalenti i sintomi fisici come immobilità o eccessiva attività motoria ed eventualmente assunzione di posture bizzarre.

  2. Schizofrenia indifferenziata : presenta sintomi misti; i sintomi positivi non sono strutturati secondo i criteri delle precedenti forme.

Questa suddivisione è stata abolita dal DSM-V, ma in alcuni casi viene ancora utilizzata.

2.3 DIAGNOSI La ricerca scientifica non ha ancora approntato alcun tipo di test specifico per la schizofrenia. E’ necessario dunque effettuare una valutazione globale dell’anamnesi clinica, dei sintomi e dei segni. Per la

diagnosi sono necessari almeno due sintomi caratteristici, quali deliri, allucinazioni, eloquio o comportamento disorganizzato, presenti in un arco di tempo variabile di almeno un mese.

Attraverso l’anamnesi e l’analisi clinica è possibile eliminare disturbi psicotici dovuti a disturbi fisici e disturbi dell’umore. Mediante l’osservazione di una RMN o di una TAC si riscontrano nei pazienti malati di schizofrenia notevoli anomalie cerebrali. A sintomi positivi si associano anomalie del lobo temporale mediale e superiore; le anomalie corticali e ventricolari invece sono associate ai sintomi negativi.

DECORSO Il decorso della schizofrenia avviene in fasi sequenziali.

  1. La prima fase è detta premorbosa e in essa è possibile rilevare le influenze di vulnerabilità e i fattori di rischio.
  2. La seconda fase, detta prodromica, è caratterizzata dallo sviluppo di segni e sintomi subclinici prima della malattia. Nella fase precoce è possibile diagnosticare le malattia stessa attraverso i

sintomi deficitarii e le disabilità funzionali.

  1. La fase successiva è quella centrale in cui i periodi sintomatici possono diventare episodici oppure rimanere continui. La fase finale è quella tardiva in cui il decorso della patologia può stabilizzarsi.

2.5 TERAPIA Si definisce “durata della psicosi non trattata” il periodo di tempo (solitamente 12 – 24 mesi) nel quale i pazienti manifestano i sintomi psicotici prima che sia assegnata una terapia adeguata.

I pazienti tendono a rispondere più velocemente alla cura qualora essa sia somministrata precocemente. I fini generali del trattamento terapeutico sono quello di ridurre la gravità dei sintomi psicotici, di prevenire le recidive e il deterioramento funzionale a essi associato. La terapia può avvenire seguendo tre diverse modalità:

adeguata a ciò che da noi gli altri si aspettano. E siccome gli altri sono tanti, noi non siamo più uno, ma mille, diecimila, centomila, quanti sono quelli che ci conoscono.

Così, l'individuo si ritrova coinvolto in questa sorta di gioco tragico e, spesso, finisce per “vedersi vivere”: non più vivere la vita attivamente e fattivamente, ma lasciarsi imporre la vita e subirla. A questo punto, però, l'individuo, che si è visto vivere, si ribella, ma è una vera e propria ribellione momentanea, infatti i personaggi che si ribellano alla forma, alla fine, accettano la loro situazione perché effettivamente non ci sono altre soluzioni, oppure succede che si piombi nella pazzia senza più uscirne. Possiamo, dunque, dire che il perno della tematica pirandelliana è il contrasto tra illusione e realtà, contrasto che va interpretato in modo molto profondo, iniziando proprio dall'interiore coscienza di ognuno. Infatti in ognuno di noi sono presenti dei contrasti, per esempio, tra quello che vorremmo essere e quello che in realtà siamo, tra quello che sembriamo agli altri e quello che realmente siamo. Lo scrittore rimane affascinato dalla “schizoidia” (o “schizofrenia”??) che, ovviamente, è quello che la psichiatria esistenziale definisce uno “schizoide sano di mente” fra l’altro provvisto, per sua fortuna, di grande genio creativo. La sua opera, influenzata dalla psicanalisi, analizza le problematiche legate allo studio del conscio e del subconscio e tende a una nuova visione della vita. Niente esiste, niente è vero, tutto è mera illusione, che ogni uomo sogna e realizza come meglio crede. L’individuo non ha una singola personalità, ma tante personalità in continuo cambiamento. L’ uomo è convinto di essere uno, mentre è nessuno e per chi lo vede e ascolta è centomila, secondo le personalità che gli altri gli attribuiscono (Uno, nessuno e centomila). E a proposito di Uno, nessuno, centomila, possiamo dire che è un romanzo che per scriverlo Pirandello impiegò circa 15 anni. Egli lo definì “romanzo di scomposizione della vita” in quanto

segna il progressivo autodistruggersi di una personalità, da quando comprende la propria mancanza di “vivere”, di chiudersi in una vera e propria forma; da quando cioè si rende conto della falsità dei rapporti che possiamo instaurare con gli altri ma anche con noi stessi.

5. LEGGE BASAGLIA

Anche se nelle pagine di Tobino la pazzia viene evocata con locuzioni forti e crude e faticoso risulta il lavoro dello psichiatra manicomiale, sempre a misurarsi con deliri e allucinazioni, con urla e comportamenti violenti e irrazionali, tuttavia nei racconti dello scrittore toscano si cerca sempre una via di comunicazione coi malati, la ragione dialoga col suo opposto, si tenta la comprensione, l'identificazione, l'interpretazione, la spiegazione. Ogni schizofrenico è un essere umano che ha conservato dei legami con l'universo dei normali. Il suo mondo affettivo appare intatto, soltanto l'intelletto subisce uno sgretolamento. Profonda è poi nel libro la pietas dello scrittore verso le vittime della follia.

Il dottor Anselmo, alterego di Tobino, è narratore e personaggio di tutti i racconti.

Egli è il testimone, diretto o indiretto, della storia dell'ospedale psichiatrico dove lavora. Come nel primo racconto, a mio avviso uno dei più belli, dove si limita a raccogliere e organizzare gli aneddoti dei vecchi

infermieri sulla direzione dell'ospedale agli inizi del secolo, tratteggiando con abilità la figura del prorompente vecchio primario, il dottor Bonaccorsi, e degli altri medici e dirigenti di allora, il direttore Sfameni, il vice Rospigliosi, il professor Saccomanni, il dottor Anzillotti, sapendoci descrivere personalità vive e sfaccettate, attraversate dal sacro fuoco della scienza oppure animate soprattutto della vanità, mosse dall'attivismo frenetico e maniacale o dalla timida riflessività, personaggi comunque che respirano e pulsano sulla pagina.

Quasi tutti i racconti sono ambientati nell'epoca dei grandi rinnovamenti, della scoperta degli psicofarmaci prima e della liberazione dei malati poi. Il dottor

Anselmo talvolta è entusiasta delle nuove scoperte e dei nuovi metodi, talaltra critico, specialmente verso quella corrente della psichiatria che nega la malattia mentale o ne attribuisce le cause alla società:

"Oggi è di moda, un andazzo, specie presso i medici giovani, psichiatri innovatori, di sdrammatizzare la pazzia, dichiararla non pericolosa, affermare che non esiste; e non la vogliono riconoscere neppure quando tragicamente si presenta. E se delle volte la pazzia li colpisce proprio sul muso, che è impossibile dire di no, allora ripiegano sulla società, incolpano questa, che è malformata, la società la profonda causa delle malattie mentali".

In alcune occasioni pare al dottore Anselmo di giungere vicinissimo alla comprensione della malattia mentale, di afferrare "la chiave dell'enigma": "in certi momenti - gli fa dire l'autore - mi illudo di sfiorare la verità. Basterebbe ancora un poco. Poi di nuovo buio, e ancora buio".Una letteratura viva, quella di Tobino, vera, dove lo scrittore attinge con onestà alla propria personale esperienza umana e professionale.

15

Fino agli anni 70 in Italia esistevano i manicomi, strutture nelle quali venivano confinati i cosiddetti "malati di mente". I pazienti erano costretti a restarci fino al momento della loro guarigione, evento che raramente avveniva. Le indagini parlamentari svolte in previsione della chiusura stabilirono che troppo spesso chi ci viveva veniva sottoposto a pratiche violente, vessazioni o al furto di ogni bene personale.Nel 1978 la situazione cambia: la legge 180, conosciuta con il nome del suo promotore, lo psichiatra Franco Basaglia, ha stabilito la chiusura degli istituti psichiatrici e il riconoscimento ai malati del diritto ad unadeguata qualità della vita. La norma raccoglieva le teorie del movimento dellAntipsichiatria, del quale il maggiore esponente fu proprio Basaglia. Secondo lo studioso la psichiatria tradizionale, responsabile della creazione dei manicomi, era concentrata soltanto sulla basi organiche della malattia, trascurando lorigine sociale dei disturbi psichici.

subito dopo) che l’ansia di tratto (elemento relativamente stabile della personalità, secondo la psicanalisi è il sintomo di un conflitto inconscio) in misura addirittura paragonabile alla psicoterapia. Nei soggetti non affetti da ansia o depressione è stata comunque verificata la relazione positiva tra attività fisica e benessere psicologico, anche quando la pratica sportiva sia limitata. L’autostima ha una sua importanza non trascurabile in quanto, oltre ad essere un indicatore di salute mentale, è anche significativamente correlata ad una migliore salute fisica. Pertanto la pratica sportiva e il miglioramento della salute hanno effetti significativi anche su questa componente.

Sport e psichiatria Attraverso lo sport il paziente psichiatrico sperimenta la gratificazione che deriva dal sentirsi utili e sul piano psicologico ciò significa “io esisto, io posso fare” e aiuta a riacquistare la stima di sé diminuita in conseguenza della malattia, di molti ricoveri e spesso dall’impossibilità di mantenere un lavoro. L’attività sportiva permette al paziente psichiatrico di acquisire una crescente autonomia offrendogli numerose occasioni di ri-socializzazione, intesa come integrazione sociale in un ambiente più ampio, in cui vi sono le condizioni per nuovi e stimolanti incontri che possono permettere al soggetto di esprimersi e confrontarsi anche al di fuori del suo mondo famigliare. Lo sport agisce stimolando il rispetto della propria persona e il senso della propria dignità mediante la riappropriazione di una realtà psicologica individuale; questo recupero si ottiene realisticamente attraverso una maggiore conoscenza di se stessi, delle proprie effettive possibilità, attitudini e risorse, l’incontro e l’accettazione dei rispettivi limiti. Con l’attività sportiva l’individuo è portato ad acquisire maggiore sicurezza nelle proprie possibilità motorie, e l’esistenza di un coinvolgimento emotivo determinato dalla pratica stessa, stimola il conseguimento di risultati positivi ottenuti mediante senso di autoaffermazione e di autostima. Valenza clinica della “sport-terapia” La “sport-terapia” permette di scaricare le tensioni psicologiche e di prendere contatto con determinati stadi emotivi in maniera più diretta, immediata e rapida rispetto ad una psicoterapia, individuale o di gruppo -anche se non può sostituirsi ad essa. Si rileva comunque come questa “esplosione” improvvisa di emotività, che coglie spesso di sorpresa sia il soggetto, sia gli operatori, vada innanzitutto contenuta mediante una funzione di holding e successivamente rielaborata con adeguati strumenti affinché questa diventi un’esperienza positiva, costruttiva e costituente. Il pallone, la spada, la racchetta, funzionando da elemento disturbante l’attenzione, riesce, smorzando momentaneamente le difese psicologiche primarie e secondarie, a lasciare maggiore libertà di azione all’inconscio che si manifesta apertamente e, a volte, in maniera irruente. È quindi utile rielaborare successivamente, in sede di colloquio, quanto avvenuto cercando di attribuire un senso. Lo sport aiuta inoltre a fare i conti con aspetti negativi della malattia come: paura, angoscia, ansia, depressione, che determinano frustrazione e chiusura autistica verso il mondo esterno; porta inoltre a misurarsi con l’aggressività nella sua accezione positiva di

assertività, ovvero la capacità di modificare l’ambiente rispetto alla possibilità di prendersi uno spazio vitale e impadronirsi delle cose. Il paziente psichiatrico inserito nel programma di sport-terapia può imparare ad esprimere e confrontarsi con l’aggressività che trova espressione in modo simbolico e rituale nella competizione. Il gruppo sportivo si può configurare come il contesto per eccellenza dove l’ aggressività può trovare un’espressione manifesta consentendo, mediante il confronto con gli avversari, di ingaggiare una lotta e rivaleggiare per la vittoria, nel rispetto delle regole, senza che ne consegua una distruzione dell’altro, dove si impara inoltre ad accettare la sconfitta e a gestire la rabbia derivante dalla frustrazione senza lasciarsene sopraffare. L’attività sportiva può permettere al soggetto con disabilità mentale di esprimere in una modalità socialmente accettata questo sentimento e imparare un autocontrollo della stessa. Il gioco permette inoltre di vivere e sperimentare l’aggressività in una nuova dimensione, come esperienza emotiva non necessariamente distruttiva, ma anzi utile per se stessi e per la squadra e direzionabile costruttivamente verso un obiettivo. È quindi possibile sperimentare la perdita di controllo e l’ira e osservare che questo non cagiona danno né a sé né all’avversario, ma può anzi essere tollerata dentro le logiche “agonistiche” ed essere funzionale se letta come manifestazione dell’investimento e del desiderio singolare su quella partita. L’attività sportiva permette di sperimentare nuovi sentimenti e di poterli liberamente vivere e interiorizzare sperimentando un’esperienza nuova. Il corpo è , nello stesso tempo, luogo di impressioni e di espressione dell’emotività poiché il piacere e la sofferenza incidono sul comportamento e modificano l’atteggiamento corporeo. Lo sport si configura inoltre come una particolare forma di linguaggio e di comunicazione, che avviene attraverso la mediazione del corpo. L’attività sportiva, intesa come crescita motoria, è fondamentale per il paziente psichiatrico che ha la tendenza a lasciarsi andare alla sedentarizzazione, con conseguente aumento ponderale, e alla trascuratezza negli aspetti della cura del sé; questa attività ha infatti valenze che vanno ad abbracciare la totalità dell’individuo sia dal punto di vista psicofisiologico che sociale.

La pratica di una disciplina sportiva, può aiutare a sviluppare delle capacità di organizzazione spazio-temporali in quanto gli utenti si troveranno ad agire e muoversi in uno spazio definito, nel quale dovranno ambientarsi e coglierne i limiti e le caratteristiche e affinare la percezione e l’orientamento temporale – da intendersi come capacità di percepire il trascorrere del tempo ed il susseguirsi di determinati eventi.

Non è da sottovalutare inoltre la funzione di holding che può avere per il soggetto schizofrenico la pratica di una disciplina sportiva caratterizzata da regole e limiti ben precisi, nel senso di un ulteriore punto di riferimento nella sua vita affettiva e sociale.

Tec. Amministrativa ( il lavoro per i soggetti affetti da malattie mentali)

Molti paesi hanno una legislazione che afferma che la disabilità non può

rappresentare una restrizione per una vita dignitosa. Per quanto riguarda il lavoro,

queste leggi sanciscono ad esempio l’obbligo, per il datore, di approntare un

ambiente lavorativo senza barriere e accessibile alle persone che hanno una qualche

disabilità. Contemporaneamente, esse definiscono una serie di meccanismi e regole

che hanno l’obiettivo di promuovere l’inserimento lavorativo dei disabili. Tra queste

l’obbligo di assunzione di un certo numero di disabili in percentuale rispetto al

numero di dipendenti di ogni impresa. La lettura degli aspetti principali di una

legislazione consente inoltre di inquadrare la filosofia generale su cui si impernia

l’approccio al reinserimento. Un caso che è utile approfondire è quello italiano.

Il processo legislativo in tema di diritto al lavoro delle persone disabili ha trovato

impulso in Italia negli anni sessanta a partire dalla legge 482/1968 "Disciplina

generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche Amministrazioni e le

aziende private", nota anche come "legge sul collocamento obbligatorio". Elemento

caratterizzante la normativa era un approccio fortemente assistenzialistico: enti

pubblici e (alcune) aziende private erano obbligati ad assumere un certo numero di

persone con invalidità. Da un altro lato, scarsa attenzione veniva rivolta nella

medesima legge alla valorizzazione delle competenze e capacità del disabile, per il

quale il lavoro diveniva spesso, anziché un'occasione di realizzazione, causa di

frustrazione.

Una evoluzione in tal senso si ha con la legge quadro sull'handicap 104/1992, che

introduce il principio di valutazione delle capacità lavorative e relazionali del disabile

in relazione alle caratteristiche del posto di lavoro. Si tratta del primo passo verso

un’evoluzione significativa della legislazione che trova compimento con la legge

68/1999, "Norme per il diritto al lavoro dei disabile”, la quale prevede che i disabili

con grado di invalidità superiore al 45% in età lavorativa si iscrivano ad un elenco

tenuto dalla commissione provinciale per le politiche del lavoro. Condizione

necessaria all’iscrizione nelle liste del collocamento mirato è il possesso della

diagnosi funzionale, una scheda predisposta da una apposita commissione medica in

cui vengono specificate le capacità lavorative, le abilità, le competenze e le

inclinazioni, nonché la natura e il grado della minorazione del disabile. La diagnosi

funzionale viene trasmessa alla commissione provinciale del lavoro accompagnata

da indicazioni sulle linee progettuali da attuare per il collocamento al lavoro e le

caratteristiche dei posti di lavoro più idonei al singolo individuo.

Per quanto riguarda le imprese, la normativa da una parte prevede ancora l’obbligo

di assunzione dei lavoratori disabili: datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad

avere alle loro dipendenze lavoratori disabili in misura proporzionale alla propria

dimensione occupazionale nello specifico un lavoratore se occupano da 15 a 35

dipendenti, due lavoratori se occupano da 36 a 50 dipendenti, un numero pari al 7%

dei lavoratori in forza qualora occupi- no più di 50 dipendenti. Dall’altra parte essa

conduce alla cancellazione del sistema burocratico impositivo legato alla precedente

normativa e introduce misure di incentivazione. In questa direzione vanno il Fondo

nazionale e i Fondi regionali per il diritto al lavoro delle persone con disabilità. Il

primo, istituito presso il Ministero del Welfare, serve a finanziare le convenzioni tra

datori di lavoro e uffici competenti per l’inserimento lavorativo delle persone con

disabilità, inclusi la fiscalizzazione dei contributi previdenziali a favore delle imprese

ed i rimborsi parziali per le spese sostenute per l’adattamento degli ambienti di

lavoro. Il secondo, alimentato dalle sanzioni alle imprese che non ottemperano agli

obblighi di assunzione previsti dalla legge 68/99, è utilizzato per la realizzazione di

specifiche politiche attive in ambito locale.

Tra le opportunità offerte dalla legge 68/1999 vi è anche la possibilità di utilizzare il

tirocinio come forma di inserimento al lavoro finalizzato all’assunzione, e per una

durata superiore rispetto a quanto normalmente previsto, ossia 24 mesi (proroghe

comprese). Il tirocinio, così come gli inserimenti in cooperativa o in imprese sociali, è

una forma di inserimento protetto finalizzata a facilitare l’integrazione delle persone

con disabilità nel mercato del lavoro. La legge 247/2007 insiste su questo obiettivo

introducendo l'articolo 12bis, successivamente ripreso dalla riforma Biagi, finalizzato

ad agevolare l'assunzione di persone con disabilità attraverso convenzioni tra

aziende e cooperative sociali di tipo B. Il meccanismo è piuttosto semplice: la

cooperativa assume il lavoratore al posto di un’impresa profit, la quale in cambio

assegna alla cooperativa commesse di lavoro proporzionate al costo del personale

assunto. Il disabile viene occupato in un contesto organizzativo più sensibile alle sue

esigenze, mentre la società ha un’opportunità di crescita.