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Tesina su Virginia Woolf, Prove d'esame di Letteratura Inglese

Tesina su Virginia Woolf e la stanza di Jacob

Tipologia: Prove d'esame

2018/2019

Caricato il 19/09/2019

ariagelida
ariagelida 🇮🇹

4.5

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Alex R. Falzon: Letteratura Inglese. Prova scritta 1:
Il Modernismo si propone ovunque, nella dimensione letteraria, quale momento di radicale
sperimentazione e di rottura totale con l’episteme precedente. Nella vostra risposta
evidenziate come il Modernismo abbia tentato di rinnovare, dall’interno, la poesia, il dramma
e la narrativa (facendo riferimento, in quest’ultimo caso, al romanzo Jacob’s Room [1922] di
Virginia Woolf).
“Make it new!”. E’ con questo imperativo, lanciato da Ezra Pound nel suo Mauberley (1920), che
potrebbe essere sintetizzato quel movimento d’avanguardia, complesso e articolato che coinvolge
tutte le arti e che si sviluppa nella prima metà del XX secolo: il modernismo.
Questo slogan non indica solo l’idea del nuovo come valore, tipica della modernità, ma anche e
soprattutto la spinta al rinnovamento, ad una creazione artistica che non sia per forza una novità
assoluta, ma che sappia far nuovo ciò che già è.
Ovviamente questi obbiettivi sono condizionati dal contesto storico della prima metà del ‘900, che
si apre con grandi progressi in campo tecnologico, e degenera nella drammatica realtà della Grande
Guerra che altera e stravolge radicalmente il mondo conosciuto e la sua stessa percezione.
I modernisti - tra cui si possono citare James Joyce, Thomas Stearns Eliot, Virginia Woolf, W. B.
Yeats - avvertono con acume e sensibilità profondi la crisi del loro secolo e in tal senso è esplicativa
la frase «la storia è un incubo da cui voglio svegliarmi», pronunciata dal protagonista dell’Ulysses
di James Joyce.
Questi intellettuali rifiutano quindi totalmente l’episteme precedente e cioè la cultura vittoriana, in
quanto non più capace di rappresentare la frammentata realtà contemporanea.
Alle forme classiche, chiuse dei vittoriani i modernisti contrappongono una nuova sintassi anzi un
anti-sintassi, l’utilizzo del verso libero, del monologo interiore, oppure l’uso del correlativo
oggettivo, del procedimento analogico e dello stream of consciousness, che spesso è motivo di
critica alla poesia modernista, definita «oscura, enigmatica, di difficile interpretazione».1
Altro punto cardine di questa avanguardia novecentesca è poi sicuramente il controverso rapporto
con il pubblico. L’arte che veniva proposta non era adatta alle masse, era difficile da comprendere e
per questo il modernismo si configura fin dagli albori come un movimento elitario, per il pubblico
ristretto dei salotti, accuratamente selezionato e quindi in totale contrapposizione ancora una volta
con l’arte vittoriana, popolare e obbediente alle norme del decoro, della morale, e del mercato.
Importante è poi l’aspetto cosmopolita del modernismo, che attrae molti artisti non inglesi, come
Ezra Pound, T.S. Eliot, Yeats, Conrad, Henry James, verso Londra, centro della cultura
d’avanguardia. Questi autori, veri e propri outsiders, erano accomunati da un esilio per lo più
volontario e dalla ricerca di una nuova patria che li rappresentasse al meglio. Forte è in loro
l’insofferenza verso gli orizzonti provinciali, come lo stesso Pound dichiara affermando
«provincialism is the enemy» 2, e la volontà di aprirsi ad una cultura internazionale che dialoghi con
il mondo. Londra risponde alle loro esigenze; è qui che trionfa lo spirito moderno, circolano idee, si
lotta per l’emancipazione femminile, fioriscono innovazioni in tutti i campi, si formano gruppi,
movimenti innovativi dall’imaginism di Pound al Bloomsbury group di Virginia Woolf e del marito,
proprietari anche della casa editrice Hogarth Press che diffonde e stampa opere moderniste e non
solo.
Ma Londra è anche luogo di mostre d’arte a partire dal primo allestimento post–impressionista
realizzato alle Grafton Galleries nel 1910 da Roger Fry, membro del Bloomsbury group. Ciò che si
1In Survey of Modernist Poetry, inchiesta sulla poesia contemporanea realizzata da Laura Riding e Robert
Graves nel 1927.
2 Ezra Pound, “Provincialism the Enemy”, The New Age (12 Luglio 1917).
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Alex R. Falzon: Letteratura Inglese. Prova scritta 1: Il Modernismo si propone ovunque, nella dimensione letteraria, quale momento di radicale sperimentazione e di rottura totale con l’episteme precedente. Nella vostra risposta evidenziate come il Modernismo abbia tentato di rinnovare, dall’interno, la poesia, il dramma e la narrativa (facendo riferimento, in quest’ultimo caso, al romanzo Jacob’s Room [1922] di Virginia Woolf).

“Make it new!”. E’ con questo imperativo, lanciato da Ezra Pound nel suo Mauberley (1920), che potrebbe essere sintetizzato quel movimento d’avanguardia, complesso e articolato che coinvolge tutte le arti e che si sviluppa nella prima metà del XX secolo: il modernismo. Questo slogan non indica solo l’idea del nuovo come valore, tipica della modernità, ma anche e soprattutto la spinta al rinnovamento, ad una creazione artistica che non sia per forza una novità assoluta, ma che sappia far nuovo ciò che già è. Ovviamente questi obbiettivi sono condizionati dal contesto storico della prima metà del ‘900, che si apre con grandi progressi in campo tecnologico, e degenera nella drammatica realtà della Grande Guerra che altera e stravolge radicalmente il mondo conosciuto e la sua stessa percezione. I modernisti - tra cui si possono citare James Joyce, Thomas Stearns Eliot, Virginia Woolf, W. B. Yeats - avvertono con acume e sensibilità profondi la crisi del loro secolo e in tal senso è esplicativa la frase «la storia è un incubo da cui voglio svegliarmi», pronunciata dal protagonista dell’ Ulysses di James Joyce. Questi intellettuali rifiutano quindi totalmente l’episteme precedente e cioè la cultura vittoriana, in quanto non più capace di rappresentare la frammentata realtà contemporanea. Alle forme classiche, chiuse dei vittoriani i modernisti contrappongono una nuova sintassi anzi un anti-sintassi, l’utilizzo del verso libero, del monologo interiore, oppure l’uso del correlativo oggettivo, del procedimento analogico e dello stream of consciousness, che spesso è motivo di critica alla poesia modernista, definita «oscura, enigmatica, di difficile interpretazione». 1 Altro punto cardine di questa avanguardia novecentesca è poi sicuramente il controverso rapporto con il pubblico. L’arte che veniva proposta non era adatta alle masse, era difficile da comprendere e per questo il modernismo si configura fin dagli albori come un movimento elitario, per il pubblico ristretto dei salotti, accuratamente selezionato e quindi in totale contrapposizione ancora una volta con l’arte vittoriana, popolare e obbediente alle norme del decoro, della morale, e del mercato. Importante è poi l’aspetto cosmopolita del modernismo, che attrae molti artisti non inglesi, come Ezra Pound, T.S. Eliot, Yeats, Conrad, Henry James, verso Londra, centro della cultura d’avanguardia. Questi autori, veri e propri outsiders, erano accomunati da un esilio per lo più volontario e dalla ricerca di una nuova patria che li rappresentasse al meglio. Forte è in loro l’insofferenza verso gli orizzonti provinciali, come lo stesso Pound dichiara affermando «provincialism is the enemy» 2 , e la volontà di aprirsi ad una cultura internazionale che dialoghi con il mondo. Londra risponde alle loro esigenze; è qui che trionfa lo spirito moderno, circolano idee, si lotta per l’emancipazione femminile, fioriscono innovazioni in tutti i campi, si formano gruppi, movimenti innovativi dall’imaginism di Pound al Bloomsbury group di Virginia Woolf e del marito, proprietari anche della casa editrice Hogarth Press che diffonde e stampa opere moderniste e non solo. Ma Londra è anche luogo di mostre d’arte a partire dal primo allestimento post–impressionista realizzato alle Grafton Galleries nel 1910 da Roger Fry, membro del Bloomsbury group. Ciò che si 1In Survey of Modernist Poetry , inchiesta sulla poesia contemporanea realizzata da Laura Riding e Robert Graves nel 1927. (^2) Ezra Pound, “Provincialism the Enemy”, The New Age (12 Luglio 1917).

voleva porre in evidenza in questa mostra era il profondo cambiamento che interessava il modo stesso di percepire e rappresentare la realtà, e per questo le prospettive si frammentano, gli spazi e i tempi diventano non omogenei, e lo spettare non riesce a destreggiarsi in questo contesto, è disperso, alienato, proprio come l’uomo moderno che assiste impotente all’evolversi del suo tempo, ad eventi sconvolgenti che cancellano e traumatizzano un intera generazione. Date queste premesse è ovvio come anche il genere poetico non potesse rimanere lontano dalla storia, chiuso in una contemplazione della natura di tipo classico che non era più attuale ne capace di soddisfare i suoi lettori. All’inizio del ‘900 la poesia inglese è ancora legata agli schemi ottocenteschi, e autori come Kipling, Chesterton, Masefield erano piuttosto sordi alle pressioni della modernità, continuando a coltivare ideali obsoleti. Di contro poeti come Pound, Yeats ed Eliot sperimentano nuove forme e modi di rappresentare il presente. La nuova poesia non può e non deve essere piacevole, deve urtare, creare dissonanza, alienazione. Eliot propone una poesia celebrale, depersonalizzata. Il poeta modernista deve attingere non solo dalla natura, ma dalla filosofia, dalla pittura, dall’antropologia, dalla mitologia, dall’occulto, dall’alchimia. Egli deve essere più allusivo, meno descrittivo, deve piegare il linguaggio al significato che vuole dargli, potenziandone le capacità autoriflessive contrariamente alla letteratura vittoriana, troppo descrittiva, soggettiva, chiusa. L’arte non doveva più limitarsi ad imitare la realtà e la natura in senso romantico e da queste considerazioni i poeti modernisti cominciano a sperimentare epifanie di immagini, simboli che possono condensare una pluralità di significati in un'unica istanza spazio – temporale. Virginia Woolf li chiama moments of being , ovvero squarci su come la realtà dovrebbe essere ma non è. Grandi innovazioni interessano anche il teatro che già nell’ottocento era posto sotto la rigida censura del Lord ciambellano che controllava accuratamente le opere, impedendone spesso la messinscena. In questo contesto è ovvio che un autore come Wilde, propenso a generare scalpore, fosse escluso dai teatri londinesi. La rappresentazione della sua Salomè , ad esempio, fu impedita grazie ad una legge risalente ad Enrico VII che impediva le riprese di temi biblici in quanto potevano costituire un potenziale incitamento al cattolicesimo. Ciò che maggiormente scandalizzava di questo dramma era senza dubbio la forte carica sensuale, presente in numerose scene e incarnata dalla protagonista stessa che gridava la sua sessualità in un periodo in cui l’eros femminile era totalmente represso. Come Wilde anche Shaw diede una scossa all’arte del suo tempo, trattando temi scomodi e spesso censurati. Egli scrive La professione della signora Warren , un poetic-drama in cui adopera un linguaggio lirico che lo rende poco adatto alla rappresentazione e più idoneo ad un contesto privato, ad un salotto, proprio per la sua scarsa drammaticità e la mancanza di un dialogo. E’ questo un esempio di anti-teatro che nasce dalla necessità di rivoluzionare questo genere e allontanarlo dalle masse. Si sperimentano quindi i society – drama, ambientati in un salotto e con protagoniste delle dame scandalose con un passato scomodo, il well – made – play in tre o quattro atti tra i quali cala il sipario proprio su una scena fortemente emotiva (curtain closer), rendendo la rappresentazione molto vivace, ricca di colpi di scena. Ma sicuramente questo tipo di teatro ha un degno rappresentate in Yeats, autore di Alla fonte del falco che, dopo aver subito un fallimento nei teatri irlandesi, decide di realizzare un teatro elitario, per pochi e mette in scena la sua opera in un salotto privato su invito a Londra. Un capolavoro del teatro modernista è poi certamente Assassinio nella cattedrale (1935) di T.S. Eliot, che allestì la prima della sua opera nella cattedrale di Canterbury in onore dell’uccisione di Thomas Beckett che, oppostosi al re, era stato ucciso nel 1170. L’opera è pervasa da una grande suggestione drammatica, ed evidenti sono i riferimenti alla tragedia classica greca e alle

Jacob, delle sue lettere private sostituisce il racconto puntuale della sua morte in guerra, la quale non è presentata al lettore come fatto già avvenuto, ma lasciata alla sua intuizione. Se è un ritratto di Jacob quello che il lettore cerca, allora potrà trovarlo solo nella descrizione delle sue stanze, di quegli spazi interiori che nel romanzo si intrecciano a quelli esteriori; se i primi sono più intimi e mentali, alla seconda categoria appartengono invece Londra, o il campus di Cambridge, in cui Jacob si confronta con gli altri, con la storia e con la guerra che per la prima volta minaccia la “stanza” di Jacob che poi sarà quella di Virginia ( A Room of Ones Own ). La stanza è un mondo chiuso, tutto per se, con solo due tipi di aperture, la porta, ossia un accesso verso il mondo esterno, e la finestra, un apertura verso l’interno e quindi verso l’intimità del protagonista. Sono tre, in particolare, le stanze legate al mondo di Jacob: la prima stanza è quella di Scarborough, luogo dell’infanzia e dell’adolescenza, la seconda stanza è la sua camera al Trinity college di Cambridge, che rappresenta la sua formazione intellettuale ed estetica, e l’ultima stanza è la sua camera a Londra, simbolo della socializzazione e della maturità. Attraverso la descrizione di questi ambienti cogliamo il vero Jacob, e in questo senso è evidente l’abilità della Woolf nel disegnare paesaggi e ambienti in cui si svolgono piccoli drammi e grandi scelte attinenti alla vita quotidiana. Ogni scenario assume dignità e rappresenta un microcosmo a sé stante, dalla collina che “contiene” le rovine dell’accampamento romano, dove il piccolo Jacob gioca insieme alle decine di specie di farfalle menzionate, agli ambienti attorno a cui ruotano e prendono corpo le discussioni sulla buona letteratura, i dialoghi di Betty Flanders con le amiche, i ritrovi tra colleghi di college. Ma è soprattutto attraverso l’ultima descrizione della camera di Jacob che l’autrice riesce a dare risalto al tema dell'assenza, in un finale aperto e problematico: non soltanto la stanza è vuota e ci racconta così della morte del suo “occupante”, con il ritrovamento delle carte e degli effetti personali lasciati da lui stesso nelle abituali posizioni affinché li potesse riutilizzare, ma essa sembra avere una vita autonoma proprio quando Jacob non c'è (le tende che si gonfiano, il lieve moto dei fiori, la poltrona che scricchiola). Detto molto su di Jacob, rispondente alla figura del fratello della Woolf, bisogna ora affermare che il gusto per la classicità presente nell’opera è direttamente riconducibile all’autrice stessa, che proprio da Thoby era stata iniziata all’amore per l’antica civiltà greca. Numerosi sono gli indizi e i riferimenti a questo tema, quali la menzione del dizionario di greco con petali di papavero fra le pagine, la scena degli studenti ubriachi che alle cinque del mattino declamano Eschilo e Sofocle per le strade di Londra, il viaggio nella Grecia stessa, la terra sognata, la lettura del Fedro di Platone, l’ideale di bellezza classica sottolineato spesso anche nei ritratti delle persone che incontrano Jacob, dipinte come più o meno rispondenti ai tratti e ai lineamenti greco -classici. Così il viaggio in Grecia di Jacob è il naturale compimento di lunghe e pazienti discussioni con l’amico Bonomy sul prestigio della classicità greca e sul predominio culturale rispetto ad altre realtà. Tuttavia è compito del lettore ristabilire la cronologia e la sequenza degli eventi che hanno portato Jacob ad intraprendere il viaggio. Ed è sempre il lettore a dover attentamente individuare termini o oggetti che ritornano poi più volte nell’arco della narrazione, spesso con significati diversi. Un esempio è quello della bufera che compare all’inizio e alla fine del romanzo a simboleggiare la guerra che ha ucciso Jacob, oppure il termine shells che indica all’inizio le conchiglie raccolte da Jacob sulla spiaggia, e alla fine le granate, le bombe che sanciranno la sua fine prematura. Altro elemento che ricorre nell’incipit del romanzo e nell’explicit è inoltre il nome di Jacob gridato ad alta voce, all’inizio dalla madre e nel finale dall’amico, e il riferimento alle lettere, che nella prime pagine del romanzo sono quelle della madre e alla fine sono quelle di Jacob.

Bisogna inoltre sottolineare che tutte quelle caratteristiche che fanno di Jacob’s Room un anti - Bildungsroman, come la mancanza di intreccio, plot, di concatenazione causa ed effetto, il ruolo più dubitativo che assertivo del narratore e il fatto che il personaggio principale sia delineato più dalla sua assenza che dalla sua presenza, sono elementi emblematici della precarietà dell’esistenza umana che si riallacciano alle inquietudini della società europea tra le due guerre e che influenzeranno non poco la penna della scrittrice insieme alle sue personali insicurezze.