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Tesina sul silenzio, Tesine di Maturità di Lingue e letterature classiche

tesina sul silenzio

Tipologia: Tesine di Maturità

2015/2016

Caricato il 07/01/2016

spaggio92
spaggio92 🇮🇹

5

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Andrea
Spaggiari 5°F
IL SILENZIO
Vi è un detto: “Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio”.
Questo detto risulta sempre profondamente vero. Tutti possono parlare, ma non tutte le parole hanno la stessa
potenza; inoltre una parola dice meno di quanto sappia esprimere il silenzio.
Nella vita di ogni giorno esistono preoccupazioni a cui non possiamo far fronte e allora solo il silenzio può
aiutarci. Esso è lo scudo degli ignoranti e la protezione dei saggi: i primi celano la loro ignoranza col tacere;
i secondi non gettano le perle a chiunque, se conoscono il valore del silenzio.
Più parole vengono usate per esprimere un’idea, meno forza hanno. È un vero peccato che si pensi così
spesso a risparmiare i centesimi e mai a risparmiare le parole.
L’umanità ha veramente i nervi a pezzi per la mancanza di silenzio e per la iperattività del corpo e della
mente. In questo mondo così competitivo, l’uomo è cento volte più indaffarato di quanto non lo sia mai stato
prima. Egli necessita di più riposo, quiete e pace. La nostra società, immersa nel vortice delle parole, teme il
silenzio, che appare, invece, spesso utile e necessario, e, in alcune circostanze, saggio e sacro.
La mentalità comune ritiene che il silenzio sia semplicemente la mancanza di parola, ma non è affatto così.
La parola è estremamente importante nei gruppi umani, ma ha anche dei limiti: non arriverà mai ad
esprimere perfettamente ciò che vorremmo, perché ogni espressione verbale, per quanto possa apparire
significativa, è sempre, almeno in parte, una cristallizzazione del nostro retaggio culturale.
Ecco perché il vero silenzio interiore può contribuire a farci percepire meglio il senso e la necessità di ogni
parola, ad avvertirne la pertinenza o l’inutilità. È nel silenzio che noi riusciamo a trascendere ogni forma di
linguaggio stereotipato: in esso entriamo nella dimensione del meta-linguaggio, il quale ci aiuta a
padroneggiare meglio la situazione, per non cadere nei luoghi comuni e lasciarci inconsciamente
condizionare dalla mentalità corrente. Il vero silenzio interiore, quindi, consiste nel non dare per scontati
concetti, immagini e persino il valore attribuito a termini acquisiti fin dall’infanzia; esso è uno dei principali
motori del progresso civile ed etico. Per questa operazione sono richiesti vigilanza, saggezza e
determinazione, perché la nostra mente è avida di contenuti e teme il vuoto.
Silenzio significa che dovremmo badare a ogni parola e ad ogni azione che facciamo.
Ogni persona veramente meditativa ha imparato a servirsi del silenzio, naturalmente, nella vita di ogni
giorno; chi conosce questo silenzio, ha già imparato a meditare. Una persona può riservare mezz’ora al
giorno per la meditazione, ma quando a fronte di queste ce ne sono dodici o quindici di attività, l’attività
priva di forza la meditazione. Le due cose devono camminare insieme, bisogna conservare nella mente il
pensiero del silenzio.
Parlando di meditazione, chi meglio di Giacomo Lepoardi ha descritto, “cantato”, evidenziato tale
concetto? “L’infinito” è meditazione per eccellenza, questa poesia è una riflessione sul rapporto tra il
pensiero umano e l’infinità dell’universo, sia nello spazio che nel tempo.
Il poeta dice di trovarsi in un luogo preciso, che ama e frequenta abitualmente: un colle solitario,
tradizionalmente identificato nel monte Tabor, che domina sulle campagne di Recanati. Solo in cima al colle,
in uno spazio circoscritto e delimitato da una siepe, il poeta siede e guarda, ma non riesce a vedere: proprio
questo fa scattare il meccanismo immaginativo. Si tratta di un esperienza paradossale: non è la possibilità di
vedere dall’alto ampi spazi, ma l’ostacolo alla vista, l’esperienza dei limiti umani a suggerire l’idea di
infinito.
In questo idillio, che è stato definito il massimo esempio di poesia sentimentale romantica, ricca di spunti
filosofici ed esistenziali, il silenzio ha un ruolo fondamentale. Una poesia di un’intensità tale, può essere
composta solo se immersi nel silenzio più penetrante, un silenzio sovraumano, “infinito”, una quiete
“profondissima”, che arriva a generare perfino sgomento. Nel silenzio l’anima è vulnerabile, si lascia
trascinare dalle emozioni e ne crea di nuove, nel silenzio la ragione si accorge dei suoi limiti, si accorge che
più in là di tanto non può andare e tramuta la sua potenza in immaginazione. Un’immaginazione creativa,
che nel silenzio trova il terreno più fertile e crea una spirale di sensi, facendo cozzare emozioni contrastanti
quali piacere e paura, gioia e sgomento.
Proprio questo silenzio, tanto amato da Leopardi, poiché gli permette di meditare e fantasticare, determina
anche un allontanamento dell’io dal reale, approdando così nella surreale visione immaginaria del poeta.
Quiete e silenzio, proiettati in uno spazio sterminato, diventano quasi insopportabili, poiché sembrano
opporsi implicitamente all’idea di vita, fatta di suoni, rumori e movimento.
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Andrea Spaggiari 5°F

IL SILENZIO

Vi è un detto: “Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio”. Questo detto risulta sempre profondamente vero. Tutti possono parlare, ma non tutte le parole hanno la stessa potenza; inoltre una parola dice meno di quanto sappia esprimere il silenzio. Nella vita di ogni giorno esistono preoccupazioni a cui non possiamo far fronte e allora solo il silenzio può aiutarci. Esso è lo scudo degli ignoranti e la protezione dei saggi: i primi celano la loro ignoranza col tacere; i secondi non gettano le perle a chiunque, se conoscono il valore del silenzio. Più parole vengono usate per esprimere un’idea, meno forza hanno. È un vero peccato che si pensi così spesso a risparmiare i centesimi e mai a risparmiare le parole. L’umanità ha veramente i nervi a pezzi per la mancanza di silenzio e per la iperattività del corpo e della mente. In questo mondo così competitivo, l’uomo è cento volte più indaffarato di quanto non lo sia mai stato prima. Egli necessita di più riposo, quiete e pace. La nostra società, immersa nel vortice delle parole, teme il silenzio, che appare, invece, spesso utile e necessario, e, in alcune circostanze, saggio e sacro. La mentalità comune ritiene che il silenzio sia semplicemente la mancanza di parola, ma non è affatto così. La parola è estremamente importante nei gruppi umani, ma ha anche dei limiti: non arriverà mai ad esprimere perfettamente ciò che vorremmo, perché ogni espressione verbale, per quanto possa apparire significativa, è sempre, almeno in parte, una cristallizzazione del nostro retaggio culturale. Ecco perché il vero silenzio interiore può contribuire a farci percepire meglio il senso e la necessità di ogni parola, ad avvertirne la pertinenza o l’inutilità. È nel silenzio che noi riusciamo a trascendere ogni forma di linguaggio stereotipato: in esso entriamo nella dimensione del meta-linguaggio, il quale ci aiuta a padroneggiare meglio la situazione, per non cadere nei luoghi comuni e lasciarci inconsciamente condizionare dalla mentalità corrente. Il vero silenzio interiore, quindi, consiste nel non dare per scontati concetti, immagini e persino il valore attribuito a termini acquisiti fin dall’infanzia; esso è uno dei principali motori del progresso civile ed etico. Per questa operazione sono richiesti vigilanza, saggezza e determinazione, perché la nostra mente è avida di contenuti e teme il vuoto. Silenzio significa che dovremmo badare a ogni parola e ad ogni azione che facciamo. Ogni persona veramente meditativa ha imparato a servirsi del silenzio, naturalmente, nella vita di ogni giorno; chi conosce questo silenzio, ha già imparato a meditare. Una persona può riservare mezz’ora al giorno per la meditazione, ma quando a fronte di queste ce ne sono dodici o quindici di attività, l’attività priva di forza la meditazione. Le due cose devono camminare insieme, bisogna conservare nella mente il pensiero del silenzio. Parlando di meditazione, chi meglio di Giacomo Lepoardi ha descritto, “cantato”, evidenziato tale concetto? “L’infinito” è meditazione per eccellenza, questa poesia è una riflessione sul rapporto tra il pensiero umano e l’infinità dell’universo, sia nello spazio che nel tempo. Il poeta dice di trovarsi in un luogo preciso, che ama e frequenta abitualmente: un colle solitario, tradizionalmente identificato nel monte Tabor, che domina sulle campagne di Recanati. Solo in cima al colle, in uno spazio circoscritto e delimitato da una siepe, il poeta siede e guarda, ma non riesce a vedere: proprio questo fa scattare il meccanismo immaginativo. Si tratta di un esperienza paradossale: non è la possibilità di vedere dall’alto ampi spazi, ma l’ostacolo alla vista, l’esperienza dei limiti umani a suggerire l’idea di infinito. In questo idillio, che è stato definito il massimo esempio di poesia sentimentale romantica, ricca di spunti filosofici ed esistenziali, il silenzio ha un ruolo fondamentale. Una poesia di un’intensità tale, può essere composta solo se immersi nel silenzio più penetrante, un silenzio sovraumano, “infinito”, una quiete “profondissima”, che arriva a generare perfino sgomento. Nel silenzio l’anima è vulnerabile, si lascia trascinare dalle emozioni e ne crea di nuove, nel silenzio la ragione si accorge dei suoi limiti, si accorge che più in là di tanto non può andare e tramuta la sua potenza in immaginazione. Un’immaginazione creativa, che nel silenzio trova il terreno più fertile e crea una spirale di sensi, facendo cozzare emozioni contrastanti quali piacere e paura, gioia e sgomento. Proprio questo silenzio, tanto amato da Leopardi, poiché gli permette di meditare e fantasticare, determina anche un allontanamento dell’io dal reale, approdando così nella surreale visione immaginaria del poeta. Quiete e silenzio, proiettati in uno spazio sterminato, diventano quasi insopportabili, poiché sembrano opporsi implicitamente all’idea di vita, fatta di suoni, rumori e movimento.

Tra reale ed immaginario, spazio e tempo, finito e infinito, ci sono relazioni complesse, che risultano evidenti sul piano lessicale. C’è, infatti, continuità semantica tra “interminati” e “sovraumani” , tra “spazi” e “silenzi”. Il silenzio rappresenta sia la cornice, sia lo sfondo dell’opera d’arte; senza questo aspetto fondamentale non sarebbe stata possibile nessuna percezione dell’infinito, né tanto meno una qualunque riflessione su di esso. Il valore del silenzio è presente anche nelle opere di Caspar David Friedrich , in particolare nel dipinto “Monaco in riva al mare” , dove, oltre al carattere meditativo, esso assume perfino una connotazione più profonda. Il cielo domina i quattro quinti del paesaggio e un orizzonte, quasi impercettibile, unisce lo spazio aereo al mare. La spiaggia è desolata, sta avanzando la notte e lo sguardo del monaco resta fisso nel nulla. Il silenzio è soffocante: è come se la natura, permeata dal silenzio, schiacciasse il monaco. Il silenzio amplifica il senso di vuoto, che echeggia fino all’anima del fruitore. Non si tratta più della “profondissima quiete” di Leopardi, ma di un silenzio denso, che produce riflessioni sul contrasto fra la fragilità umana e l’infinta grandezza della natura, attraverso moti vorticosi che si diffondono violentemente nell’intimità dell’io e deformano l’anima. Questo, come altri quadri di Friedrich, genera un sentimento ineffabile, generalmente ricondotto al sublime: una sensazione tra stupore e sgomento, aspirazione e delusione; inquieta tensione romantica tra finitezza umana e infinita grandezza della natura. L’artista di Greifswald insiste molto sull’idea di arte come trasferimento visivo di sentimenti e pulsioni, e vede nella pittura di paesaggio la possibilità di esprimere i nessi spirituali, individuali quanto universali, che unificano in un’aspirazione profonda la natura, il senso del divino e l’uomo. Una sfumatura ulteriore del silenzio possiamo ritrovarla nell’ ”Ode on a Grecian Urn” del poeta inglese John Keats. In questa ode il silenzio assume una potenza eternatrice. Keats had a really unlucky life: he lost his parents, one by one, when he was young; his first poems were badly reviewed by critics; tuberculosis showed its first signs. He fell in love with Fanny Brawne, but, because of his disease, he couldn’t fulfill his desire. These sufferings and the haunting presence of death showed in his poetry. “Ode on a Grecian Urn” is Keats best known poem, and one of the most famous in English language. It is in the form of an ode celebrating the beautiful scenes, which adorn an ancient Greek urn. First of all, the vase is imagined in a silent world and it is a metaphor of quietness. Moreover, in the second stanza, we can find the central quotation, which enlightens the real meaning of this ode: “Heard melodies are sweet, but those unheard are sweeter”. Heard melodies, even though they can be as refined and delicate as you want, they will never be perfect. Unheard melodies, on the other hand, cannot be played badly or incorrectly. There is no possibility of error or an imperfect note. Silent melodies lasts forever, whereas heard ones are bound to finish. You will remember forever an unheard song, because it is composed in your mind. The silence is the key of this passage: it gives eternity to the song, it freezes feelings, it let you use the imagination. Stillness reminds you of the spiritual world; this is its great power. A song that comes from your internal soul is so much superior than a song you can hear, in the same way spiritual world is so much superior than material one. In fact physical perception finishes, whereas emotional perception lives forever in the spirit. So silence eternizes passions and feelings and it is the language, and the metaphor itself, of the spirit. Just through the silence you can use the imagination, which is the only way to escape from reality and the only consolation that human beings have, not to be overcome by events. The silent form of the urn frustrates us in that it offers us an anticipation of something we will never be able to get at: perfection, beauty, timelessness. In front of it we feel as lost as we do in front of eternity.

Il silenzio, sfortunatamente, non è associabile solo ad aspetti positivi quali la meditazione, il sublime, l’eternità. Bisogna tenere conto anche del silenzio come imposizione , come obbligo a non agire, a non far valere la propria opinione, a non essere liberi. Questo silenzio è tipico dei regimi assolutistici e totalitari. In Italia lo si è riscontrato particolarmente durante il fascismo. Il partito fascista (autonomo) nacque nel novembre del 1921 e immediatamente si distinse per atti e manifestazioni autoritarie ed intimidatorie, basti pensare al raduno di Napoli, il 24 ottobre del 1922 e la marcia su Roma, tra il 27 ed il 28 ottobre dello stesso anno. Una volta ottenuto il governo, il primo atto di Mussolini fu l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo, organo posto alla sommità del governo, con le funzioni del parlamento, in cui partito e stato si immedesimavano. Tale organo poteva legiferare con decreti leggi immediatamente operativi, rafforzando così il potere esecutivo. Successivamente i fascisti vinsero le elezione del 1924, contando 4.500.000 voti, ottenuti con brogli elettorali e violenza.

esasperato, predilige un'immagine simbolica del volto di Dio: il Dio della Bibbia si rivela sostanzialmente come il Simbolo per eccellenza, cioè come colui che unisce in sé i poli estremi, i perfetti contrari e tutta la gamma intermedia delle colorazioni dell'essere. Nell'infinito divino avviene una simbolica “coincidentia oppositorum”. Il compito dell'uomo resta quello di cercare insonnemente, nella flebile voce che rimbomba, il messaggio di Dio, che continua a parlare all'uomo che abita il proprio tempo. Questo Dio non si rivela nel frastuono, né nelle voci assordanti del mondo, così come non si rivela in ciò che molto spesso adoriamo, quegli idoli che “hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono”. Il silenzio di Dio non resta solo un enigma che lo studio dell'uomo dovrà prima o poi sciogliere, come afferma la tradizione rabbinica, ma rimanda all'evento del silenzio di Dio Padre che sulla croce, abbandonando il Figlio, risuona nel grido: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” (Mat. 27, 46). In quell'abbandono, come ha detto von Balthasar , è presente l'icona di Dio, che sulla croce si infrange in una non-forma, ma nonostante tutto non è frantumata, perché proprio nell'infrangersi mondano rivela, in modo univocamente non-dialettico, l'infrangibilità dell'amore divino. Solo così questo silenzio impotente può diventare il luogo della redenzione, la voce più assordante di tutte le voci, in cui possono risuonare gli “alta silentia” di Dio e l'umanità presente ritrova, intatta, l'icona di ogni grido e di ogni invocazione.