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Trame tragedie greche, Traduzioni di Greco Antico

Trame tragedie greche (Eschilo, Sofocle, Euripide)

Tipologia: Traduzioni

2020/2021

Caricato il 02/03/2023

gina-anig
gina-anig 🇮🇹

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ESCHILO
Persiani = Nella reggia persiana di Susa il coro, formato dai vecchi dignitari, attende con impazienza e inquietudine
qualche notizia circa la spedizione condotta dal re Serse contro la lontana Grecia. Un sogno di Atossa, regina madre di
Serse e vedova di Dario, al riguardo non fa presagire nulla di buono. L’infausta premonizione trova conferma nelle
parole di un messaggero che sopraggiunge con la notizia della catastrofe persiana nella battaglia di Salamina (480
a.C., alla quale lo stesso Eschilo prese parte). Incerti e disperati, Atossa e il coro decidono di evocare l’ombra di Dario
per avere notizia sul da farsi. Lo spettro del Gran Re, apparso in scena, condanna apertamente l’operato di Serse, che
in quell’impresa ha dato prova di tracotanza e di superbia, e ammonisce a non portare più guerra ad Atene. L’arrivo
del re Serse, lacero e prostrato dalla sconfitta, che si unisce al lamento del coro in un canto luttuoso, chiude il
dramma.
Sette contro Tebe = (Antefatto: I Sette contro Tebe di Eschilo è ispirato al conflitto tra Eteocle e Polinice, i due figli
maschi nati dal rapporto incestuoso tra Edipo e la propria madre, Giocasta, vedova di Laio, ucciso inconsapevolmente
dal figlio Edipo. Conosciuta la verità che lo riguarda, Edipo fugge da Tebe dopo aver maledetto la propria
discendenza. La maledizione ha effetto: Eteocle e Polinice, senza più curarsi del padre, pensano soltanto a
contendersi la successione. Si accordano, infine, per regnare un anno ciascuno. Il trono tocca inizialmente a Eteocle e
Polinice si allontana dalla città. Alla conclusione del periodo Eteocle rifiuta, però, di cedergli il potere. Polinice allora,
chiamati in aiuto sei principi greci, muove guerra a Tebe, nonostante sia la sua patria. È a questo punto che prende
avvio il dramma.) L’attacco di Polinice e dei suoi sei alleati alle sette porte della città di Tebe è imminente. Un
messaggero, inviato in esplorazione da Eteocle, annuncia al re l’esito del sorteggio con il quale i sette condottieri
hanno scelto ciascuno la porta della città contro cui guidare le truppe. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua
volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici. Eteocle individua un eroe tebano in grado di fronteggiare
ciascuno di quelli. A Polinice contrappone se stesso, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo. Eteocle infatti sa
che morirà, ma sa anche che solo in questo modo la città sarà salva e la maledizione sulla stirpe avrà termine. Lo
scontro si scatena in tutta la sua ferocia. I due fratelli cadono dandosi reciprocamente la morte. Ma mentre Eteocle
sarà sepolto a Tebe con tutti gli onori, il cadavere di Polinice dovrà essere abbandonato fuori della città senza
sepoltura. A questa decisione si oppone Antigone, sorella, assieme a Ismene, di Eteocle e Polinice. Giura di seppellire
personalmente il fratello nonostante il divieto.
Supplici = (Antefatto: Danao ed Egitto, fratelli gemelli, condividono il regno d’Egitto. Il primo ha avuto 50 figlie, il
secondo 50 figli. Egitto tenta di imporre il matrimonio tra i propri figlie e le nipoti; Danao e le figlie rifiutano e
fuggono ad Argo, inseguiti dagli Egizi.) L’inizio del dramma mostra le fanciulle appena approdate ad Argo, ancora
terrorizzate. Subito dopo compare Danao che esorta le figlie a raggiungere il recinto sacro. Qui i supplici hanno per
antico diritto un asilo inviolabile; lì devono attendere l’arrivo degli abitanti di quella terra. Compare infatti il re di Argo
Pelasgo. Le Supplici gli narrano la loro storia e implorano di essere accolte e difese secondo le leggi dell’ospitalità. Il
re è riluttante, per timore di una guerra contro gli Egizi, ma promette di riferire all’assemblea cittadina; le ragazze a
loro volta giurano di impiccarsi alle statue degli dèi se non verranno accolte. Il re esce in compagnia di Danao che lo
accompagna per sostenere le ragioni delle figlie. Dopo il canto del coro, rientra Danao con buone notizie: l’assemblea
unanime ha deciso di accogliere la preghiera delle ragazze. Segue un canto di ringraziamento delle fanciulle rivolto ad
Argo e ai suoi abitanti; poi il colpo di scena: gli Egizi sono sbarcati lì vicino e si accingono a rapire le ragazze. Danao
parte per la città in cerca di soccorso. Subito dopo arriva l’araldo degli Egizi con le guardie e tenta di portare via a
forza le fanciulle. Pelasgo interviene energicamente e impedisce il rapimento. L’araldo egizio esce con parole di
minaccia: ormai è la guerra tra Egiziani e Argivi. Uscito Pelasgo, rientra Danao, incaricato di scortare le figlie dentro le
mura. Il dramma si conclude con l’ingresso ad Argo delle fanciulle, in un inno di lode per la città e di vittoria sulle
odiate nozze.
Prometeo Incatenato = (Faceva parte di una trilogia, all’interno della quale non sappiamo che posto occupasse,
probabilmente era preceduta dal Prometeo portatore di fuoco e seguita dal Prometeo liberato.) La scena si svolge
nella desolata e montuosa regione della Scizia. Qui Efesto assistito da Cratos (il Potere) e Bia (la Violenza), per ordine
di Zeus incatena a una rupe Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco per darlo agli uomini. Ad assistere Prometeo,
che lamenta l’ingiustizia divina e la gravità della sua pena, accorrono dagli abissi del mare, su di un carro alato, prima
le oceanine (che formano il coro), poi, su di un grifone, il vecchio Oceano, che si offre, ma inutilmente, per la difficile
opera di pacificazione. Ma Prometeo non è la sola vittima del signore dell’Olimpo: ne è prova l’apparizione sulla
scena di Io, la sacerdotessa sedotta da Zeus e trasformata per gelosia in una giovenca da Era (per un
approfondimento leggi Zeus e Io, mitologia greca). Prometeo la conforta rivelandole che le nozze con una dea, nota a
lui solo, priverebbero fatalmente Zeus del suo potere¹. Zeus ha udito la conversazione con Io e invia il dio Hermes da
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ESCHILO

Persiani = Nella reggia persiana di Susa il coro, formato dai vecchi dignitari, attende con impazienza e inquietudine qualche notizia circa la spedizione condotta dal re Serse contro la lontana Grecia. Un sogno di Atossa, regina madre di Serse e vedova di Dario, al riguardo non fa presagire nulla di buono. L’infausta premonizione trova conferma nelle parole di un messaggero che sopraggiunge con la notizia della catastrofe persiana nella battaglia di Salamina ( a.C., alla quale lo stesso Eschilo prese parte). Incerti e disperati, Atossa e il coro decidono di evocare l’ombra di Dario per avere notizia sul da farsi. Lo spettro del Gran Re, apparso in scena, condanna apertamente l’operato di Serse, che in quell’impresa ha dato prova di tracotanza e di superbia, e ammonisce a non portare più guerra ad Atene. L’arrivo del re Serse, lacero e prostrato dalla sconfitta, che si unisce al lamento del coro in un canto luttuoso, chiude il dramma. Sette contro Tebe = (Antefatto: I Sette contro Tebe di Eschilo è ispirato al conflitto tra Eteocle e Polinice, i due figli maschi nati dal rapporto incestuoso tra Edipo e la propria madre, Giocasta, vedova di Laio, ucciso inconsapevolmente dal figlio Edipo. Conosciuta la verità che lo riguarda, Edipo fugge da Tebe dopo aver maledetto la propria discendenza. La maledizione ha effetto: Eteocle e Polinice, senza più curarsi del padre, pensano soltanto a contendersi la successione. Si accordano, infine, per regnare un anno ciascuno. Il trono tocca inizialmente a Eteocle e Polinice si allontana dalla città. Alla conclusione del periodo Eteocle rifiuta, però, di cedergli il potere. Polinice allora, chiamati in aiuto sei principi greci, muove guerra a Tebe, nonostante sia la sua patria. È a questo punto che prende avvio il dramma.) L’attacco di Polinice e dei suoi sei alleati alle sette porte della città di Tebe è imminente. Un messaggero, inviato in esplorazione da Eteocle, annuncia al re l’esito del sorteggio con il quale i sette condottieri hanno scelto ciascuno la porta della città contro cui guidare le truppe. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici. Eteocle individua un eroe tebano in grado di fronteggiare ciascuno di quelli. A Polinice contrappone se stesso, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo. Eteocle infatti sa che morirà, ma sa anche che solo in questo modo la città sarà salva e la maledizione sulla stirpe avrà termine. Lo scontro si scatena in tutta la sua ferocia. I due fratelli cadono dandosi reciprocamente la morte. Ma mentre Eteocle sarà sepolto a Tebe con tutti gli onori, il cadavere di Polinice dovrà essere abbandonato fuori della città senza sepoltura. A questa decisione si oppone Antigone, sorella, assieme a Ismene, di Eteocle e Polinice. Giura di seppellire personalmente il fratello nonostante il divieto. Supplici = (Antefatto: Danao ed Egitto, fratelli gemelli, condividono il regno d’Egitto. Il primo ha avuto 50 figlie, il secondo 50 figli. Egitto tenta di imporre il matrimonio tra i propri figlie e le nipoti; Danao e le figlie rifiutano e fuggono ad Argo, inseguiti dagli Egizi.) L’inizio del dramma mostra le fanciulle appena approdate ad Argo, ancora terrorizzate. Subito dopo compare Danao che esorta le figlie a raggiungere il recinto sacro. Qui i supplici hanno per antico diritto un asilo inviolabile; lì devono attendere l’arrivo degli abitanti di quella terra. Compare infatti il re di Argo Pelasgo. Le Supplici gli narrano la loro storia e implorano di essere accolte e difese secondo le leggi dell’ospitalità. Il re è riluttante, per timore di una guerra contro gli Egizi, ma promette di riferire all’assemblea cittadina; le ragazze a loro volta giurano di impiccarsi alle statue degli dèi se non verranno accolte. Il re esce in compagnia di Danao che lo accompagna per sostenere le ragioni delle figlie. Dopo il canto del coro, rientra Danao con buone notizie: l’assemblea unanime ha deciso di accogliere la preghiera delle ragazze. Segue un canto di ringraziamento delle fanciulle rivolto ad Argo e ai suoi abitanti; poi il colpo di scena: gli Egizi sono sbarcati lì vicino e si accingono a rapire le ragazze. Danao parte per la città in cerca di soccorso. Subito dopo arriva l’araldo degli Egizi con le guardie e tenta di portare via a forza le fanciulle. Pelasgo interviene energicamente e impedisce il rapimento. L’araldo egizio esce con parole di minaccia: ormai è la guerra tra Egiziani e Argivi. Uscito Pelasgo, rientra Danao, incaricato di scortare le figlie dentro le mura. Il dramma si conclude con l’ingresso ad Argo delle fanciulle, in un inno di lode per la città e di vittoria sulle odiate nozze. Prometeo Incatenato = (Faceva parte di una trilogia, all’interno della quale non sappiamo che posto occupasse, probabilmente era preceduta dal Prometeo portatore di fuoco e seguita dal Prometeo liberato .) La scena si svolge nella desolata e montuosa regione della Scizia. Qui Efesto assistito da Cratos (il Potere) e Bia (la Violenza), per ordine di Zeus incatena a una rupe Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco per darlo agli uomini. Ad assistere Prometeo, che lamenta l’ingiustizia divina e la gravità della sua pena, accorrono dagli abissi del mare, su di un carro alato, prima le oceanine (che formano il coro), poi, su di un grifone, il vecchio Oceano, che si offre, ma inutilmente, per la difficile opera di pacificazione. Ma Prometeo non è la sola vittima del signore dell’Olimpo: ne è prova l’apparizione sulla scena di Io, la sacerdotessa sedotta da Zeus e trasformata per gelosia in una giovenca da Era (per un approfondimento leggi Zeus e Io, mitologia greca). Prometeo la conforta rivelandole che le nozze con una dea, nota a lui solo, priverebbero fatalmente Zeus del suo potere¹. Zeus ha udito la conversazione con Io e invia il dio Hermes da

Prometeo perché lo obblighi a svelare quel nome. Il titano però respinge sprezzatamente il dio. Per vendetta, Zeus con un terremoto fa sprofondare nelle viscere della terra la montagna cui il ribelle era incatenato. Orestea = L’ Agamennone si apre con il monologo notturno di una guardia sulle mura, che attende per avvistare il segnale di fuoco che dovrebbe annunciare la caduta di Troia; il fuoco si accende, segnalando la fine della guerra e l’arrivo imminente di Agamennone. Entra in scena un coro di vecchi argivi, che in un’atmosfera angosciosa rievoca antichi fatti luttuosi (tra cui l’uccisione di Ifigenia) ed esprime funesti presentimenti. Quando Agamennone sbarca, la moglie Clitennestra lo accoglie con gioia simulata. Al seguito del re, come sua concubina, è Cassandra. Cassandra evoca in una visione tutti gli orrori della stirpe degli Atridi e predice il dramma che sta per compiersi dentro la casa. Si ode a questo punto il grido di Agammenone che viene pugnalato a tradimento. La porta del palazzo si apre e lascia intravedere il cadavere di Agamennone, con accanto quello di Cassandra; sopra di loro Clitennestra, brandendo un’arma, gocciolante di sangue. Ora finalmente Clitennestra può rivelare il suo odio, covato nel tempo in cui il suo amore materno era stato oltraggiato dal sacrificio di Ifigenia. Appare Egisto, l’amante della regina, circondato da un gruppo di armati; la scena finale mostra insieme i due complici, ai quali si contrappone in un agitato scambio di battute il coro. Quando iniziano le Coefore sono passati molti anni. Entra Oreste, ormai adulto, insieme al fedele amico Pilade, si recide un ciuffo di capelli e li depone sulla tomba del padre, come pegno di vendetta. Ma ecco apparire un corteo di donne vestite di nero, che porta sacrifici propiziatori per il defunto (le Coefore). Insieme a loro entra Elettra, sorella di Oreste, la quale riconosce il fratello grazie al ciuffo ed all’orma del piede che questi ha lasciato vicino alla tomba del padre. Elettra, Oreste ed il coro uniscono le loro voci per invocare l’ombra di Agamennone. Viene così preparato il piano di vendetta: Oreste si fingerà uno straniero che porta la notizia della sua stessa morte. Clitennestra riceve la notizia della presunta morte del figlio e sembra vivamente addolorata. Accorre Egisto: di lì a poco verrà ucciso da Oreste. La stessa sorte tocca quindi alla regina, che invoca la pietà del figlio invano. Per giustificare il matricidio, però, non basta aver agito su consiglio di Apollo: dal terreno sorgono le Erinni vendicatrici della madre che costringono Oreste a fuggire in preda alla follia. Al principio delle Eumenidi Oreste si trova a Delfi. L’intervento di Apollo gli assicura aiuto e protezione: il dio, infatti, lo affida ad Ermes e lo fa accompagnare ad Atene perché sia sottoposto a giudizio. La dea protettrice della città, Atena, decide allora di istituire un tribunale, che sarà il futuro Areopago: davanti alla giuria, costituita da cittadini ateniesi, e presieduta dalla stessa dea, Apollo ed Oreste sostengono le proprie ragioni, confutati dalle Erinni; Apollo interviene personalmente nel dibattito a sostegno di Oreste, proclamando un principio basilare della cultura patriarcale, secondo il quale il padre è superiore alla madre. Al termine del dibattimento i giudici votano; grazie al voto decisivo di Atena il risultato è pari ed Oreste viene assolto. La furia delle Erinni viene placata dalla dea e le mostruose potenze vendicatrici si trasformano in Eumenidi (cioè Benevole). La lingua di Eschilo = Straordinaria è l’ampiezza dei mezzi espressivi di Eschilo. Essa appare soprattutto nel contrasto fra lingua del dialogo, chiaramente articolata, netta nel sottolineare le antitesi, generalmente parca nell’uso dell’aggettivo, e la sovrabbondanza dei canti corali, con il loro largo fluire e la loro audacia sintattica. Ma anche all’interno di ciascuno di questi due stili eterogenei le possibilità di variare l’espressione linguistica sono straordinariamente grandi. Soprattutto nei dialoghi si hanno parti in cui la parola eschilea veramente “torreggia” (Aristofane, Rane 1004), accanto ad altre in cui l’estrema semplicità ottiene i massimi effetti. Ma il suo stile è sempre espressione di quella grandiosità che vi ammiravano i critici antichi, non sempre però senza sentirsi oppressi o respinti dalla singolarità di questa grandezza.

SOFOCLE

Aiace = Aiace, bramoso di vendicarsi del torto subito dai capi dell’esercito, che hanno assegnato le armi di Achille ad Odisseo invece che a lui, si precipita di notte fuori dalla tenda per sterminarli; Atena però gli ottenebra la mente e lo spinge a fare strage di buoi. Aiace compare in scena nel prologo, ancora esaltato e delirante, esibito come un fantoccio da Atena davanti agli occhi di Odisseo. La scena è costruita per destare “pietà e terrore” nel pubblico che contempla la caduta di un eroe. Aiace rinsavisce e comprende di essersi reso ridicolo; il suo senso dell’onore gli impone il suicidio. Aiace abbraccia per l’ultima volta il figlioletto e, dopo averlo allontanato, si reca solo sulla riva del mare e si uccide gettandosi sulla spada, dopo un monologo con cui si congeda alla vita. Accorrono i capi dell’esercito, Agamennone e Menelao, contro cui si era rivolto l’assalto di Aiace, ed in nome dell’antica inimicizia vorrebbero lasciarlo insepolto; Teucro si oppone e grazie anche all’aiuto di Odisseo ottiene infine l’autorizzazione a rendere gli onori funebri all’eroe. Antigone = All’indomani della reciproca morte di Eteocle e Polinice il nuovo re di Tebe, Creonte, ha ordinato che il primo, difensore della città, sia onorato della sepoltura; invece il corpo di Polinice sia abbandonato agli animali da

Filottete = Filottete è un anziano maestro che impartisce l'educazione in modo classico e tradizionale, e sebbene sia uomo di stima e rispetto, durante il viaggio per ingaggiare guerra contro la città di Troia viene abbandonato sull'isola di Lenmo dai propri compagni, sfortunatamente viene morso da una vipera, e la gamba infetta lo trasforma in un peso che i guerrieri greci non possono permettersi in una guerra difficile come quella contro i troiani. Dieci lunghi anni sono passati dall'abbandono di Filottete, e la guerra non si è ancora conclusa, un oracolo rileva allora agli Achei che Troia non cadrà mai senza l'arco di Filottete (donatogli da Eracle); così partono Odisseo e Neottolemo (figlio del prode Achille) verso l'isola per recuperare l'arco. Il furbo ed arrivista Odisseo manovra sia il giovane Neottolemo che il vecchio Filottete, e con l'inganno riesce a convincere Filottete a donare l'arco a Neottolemo, solo all'ultimo il giovane figlio di Achille si ravvederà e contravvenendo all'accordo con Odisseo riconsegna l'arco a Filottete svelandogli la verità. Odisseo in collera cerca con la forza di sottrarre l'arco, ma l'intervento del divino Eracle appianerà le controversie dei pur sempre compagni greci e convincerà persino Filottete ad imbarcarsi con loro per tornare a Troia e vincere la guerra, il tutto in un lieto fine per il vecchio maestro, uomo di grande onore che nonostante il destino e la natura avversa mai smise di credere negli dei e nella moralità senza compromessi. Edipo a Colono = Edipo, ormai cieco e mendico, dopo varie peregrinazioni, accompagnato dalla figlia-sorella Antigone, giunge a Colono, nei pressi di Atene. I suoi abitanti, incerti se scacciare il forestiero portatore di contaminazione, sottopongono al re Teseo la questione. Da Tebe sopraggiunge Ismene, l’altra figlia-sorella di Edipo (perché frutto dell’amore incestuoso con la madre Giocasta), per avvertirlo che i due figli maschi si sono messi uno contro l’altro. Il più giovane, Eteocle, ha infatti usurpato il trono e Polinice, il maggiore, gli muove contro con un esercito. Entrambi cercano Edipo, perché l’oracolo di Delfi ha predetto che la vittoria è destinata a chi lo avrà con sé, ma non sono disposti a dargli sepoltura in patria perché empio. Sdegnato, Edipo maledice i figli, che, trascinati dalla smania del potere, hanno lasciato a due inermi fanciulle il compito di curare il padre: essi non avranno mai il suo aiuto. Sopraggiunge Teseo. Questi già conosce l’identità dello straniero e gli si rivolge con parole pietose e solidali. Edipo gli chiede la grazia di salvarlo dalle pretese dei figli, e di seppellirlo in quel luogo quando sarà morto, garantendogli in contraccambio eterna e invincibile protezione per la città. Teseo acconsente di buon grado al suo desiderio. Si presenta in scena Creonte. Egli, con un ipocrita discorso, simula disinteressata compassione per Edipo e Antigone. Edipo reagisce con aspra violenza: non ora, ma in passato Creonte avrebbe dovuto soccorrerlo. Creonte ora getta la maschera: egli ha davvero la possibilità di costringere Edipo a seguirlo, delle sue figlie una è già nelle sue mani, l’altra la prenderà ora. Creonte strappa allora Antigone dalle braccia del padre e la fa portare via; quindi si accinge a usare la forza anche su Edipo. Accorre Teseo, chiamato dal popolo di Atene che ha assistito alla sopraffazione. Egli trascina con sé Creonte e si avvia a liberare le due giovani. Teseo torna, riconducendo le figlie al padre. Edipo vorrebbe abbracciarlo, ma non osa avvicinare le sue mani impure. Egli sa di portare su di sé una contaminazione anche se rifiuta di sentirsi colpevole, perché le sue colpe dipesero dall’inesplorabile volere degli dèi. Si presenta in scena Polinice. Versando lacrime amare, chiede perdono al padre. È stato scacciato da Tebe, ma si ripromette di riconqustare il regno con l’aiuto dell’esercito che ha raccolto ad Argo e non dissimula l’utilità di avere il padre con sé, come profetizzato dall’oracolo. Il padre, invece, maledice Polinice insieme a suo fratello Eteocle. Il loro unico e vero interesse, infatti, non è prendersi cura del vecchio genitore, ma regnare su Tebe. Annientato, Polinice non tenta una replica: ora sa di muovere verso la morte, ma non può abbandonare l’impresa e i suoi alleati. Prega le sorelle di rendere gli onori estremi al suo cadavere, mentre rigido e spietato il padre assiste in silenzio al loro addio (nel dramma Antigone, Polinice sarà sepolto dalla sorella Antigone, che morirà per aver infranto gli ordini del re Creonte). Allontanatosi Polinice, un rombo di tuono annuncia a Edipo la fine della sua vicenda terrena. Accompagnato solo da Teseo, il vecchio si avvia allora verso il boschetto delle Eumenidi. Qui, non udito da alcuno, rivela a Teseo i segreti che i re di Atene dovranno tramandarsi nelle successive generazioni. Essi salveranno Atene dai nemici e la renderanno grande e invincibile nei secoli. Un messo, infine, narra la prodigiosa sparizione di Edipo chiamato finalmente dal dio. La tragedia si conclude con Teseo che acconsente al desiderio di Antigone, che vuole recarsi a Tebe per tentare di impedire lo scontro fra i due fratelli. Il seguito della storia Sofocle l’aveva già scritto anni prima: l’Antigone.

EURIPIDE

Alcesti = Nel prologo, Apollo narra di essere stato condannato da Zeus a servire in qualità di schiavo nella casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia, per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi colpevoli, a loro volta, di aver fabbricato le folgori con le quali Zeus stesso aveva ucciso Asclepio, il figlio di Apollo. Apollo era stato accolto benevolmente da Admeto e per mostrargli la sua riconoscenza aveva ottenuto dalle Moire che il re potesse sfuggire alla Morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Gli anziani genitori rifiutano entrambi. È la giovane Alcesti, madre di due bambini, a offrirsi di morire al posto del consorte e sta per esalare l’ultimo respiro mentre il dio racconta l’antefatto. Dopo la morte di Alcesti, giunge alla casa di Admeto Eracle, che, veduti tristi e manifesti segni di lutto, ne

chiede spiegazione ad Admeto. La risposta ambigua non è rettamente interpretata dall’eroe, che si pone allegramente a gozzovigliare. Terminato il lauto pasto, Eracle ricompare sulla scena dopo un violento diverbio nel quale Admeto ha rimproverato al padre Feres di non essersi voluto, lui vecchio, sacrificare per il figlio, mentre Feres ha rinfacciato al figlio la sua viltà, in quanto non ha voluto affrontare la morte. Eracle comprende finalmente, dalle aperte parole di un servo, che è morta Alcesti. Per ricambiare la generosa ospitalità Eracle decide di scendere nell’Ade per riportare in vita la giovane. La strappa infatti a Thanatos (la morte) e la restituisce al marito fra il gaudio generale. Medea = (Antefatto: Giasone era figlio di Esone, al quale il fratellastro Pelia aveva usurpato il trono di Iolco, città della Tessaglia; Giasone fu allora affidato alle cure del centauro Chirone sul monte Pelion. Divenuto adulto, decise di scendere a Iolco per riconquistare il regno paterno. Si presentò quindi a Pelia e gli chiese la restituzione dello scettro. Pelia acconsentì, ma a un patto: che il giovane nipote si recasse, al suo posto, nella Colchide, impervia regione sulle coste del mar Nero, a prendere il vello d’oro (una pelle di montone interamente intessuta in oro). Il vello si trovava in un bosco sacro ad Ares, appeso a una quercia e custodito da un drago. Giasone accettò. Con lui parteciparono all’impresa noti eroi del tempo: Eracle, i Dioscuri, i figli di Borea, il cantore Orfeo e altri; tutti presero il nome di Argonauti. Imbarcatisi sulla nave, costruita con gli abeti del monte Pelion e chiamata Argo dal nome del costruttore, gli Argonauti salparono. Il viaggio fu molto avventuroso, ma finalmente giunsero nella Colchide, dove regnava il re Eeta, che promise a Giasone di consegnargli il vello se egli fosse riuscito a domare due tori dalle unghie di bronzo e spiranti fiamme dalle narici; ad aggiogarli all’aratro e a solcare con essi un campo sacro ad Ares, seminando denti di drago e combattendo contro i guerrieri nati da quei denti. Un’impresa veramente impossibile. Ma il fato venne in aiuto a Giasone. Eeta aveva infatti una figlia di nome Medea, che si innamorò di Giasone perché colpita da una freccia di Eros. La ragazza gli promise, in cambio di «amore eterno», un aiuto risolutore, usando le arti magiche (un unguento miracoloso) ereditate dalla maga Circe, sua zia. Conquistato il vello d’oro, i due fuggirono insieme per mare. Il padre di Medea, accortosi dell’inganno, furioso per il tradimento della figlia, iniziò un serrato inseguimento con l’altro suo figlio, Absirto. Medea si macchiò allora del suo primo atroce delitto: uccise il fratello e, dopo averne smembrato il cadavere, ne gettò in mare i brandelli, costringendo il padre a fermarsi per recuperare i poveri resti. La nave, dopo varie traversie, giunse a Iolco. Come promesso, Giasone consegnò il vello d’oro allo zio Pelia che, invece, non mantenne la parola data e non gli restituì il regno. Medea, istigata da Giasone, indusse allora le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e bollirne le carni, convincendole che con la sua arte magica lo avrebbe reso più giovane. Compiuto l’orrendo assassinio, Giasone e Medea vennero cacciati dal successore di Pelia, Acasto. Emigrarono quindi a Corinto, dove regnava il re Creonte che aveva una bella e giovane figlia, Glauce… Qui si innesta la vicenda della tragedia.) -> Medea e Giasone si sono rifugiati a Corinto dopo varie peregrinazioni in seguito alla conquista del vello d’oro. Dal loro matrimonio sono nati due figli. Quando i figli sono ancora piccoli, Giasone decide di ripudiare la moglie per sposare Glauce, la figlia di Creonte, il re di Corinto. Creonte, temendo che Medea, sdegnata, possa costituire un pericolo per i due futuri sposi, ordina l’esilio per lei e per i figli. Medea però riesce, astutamente, a commuoverlo e a rimandare di un giorno la partenza, giorno che le servirà per attuare la sua vendetta. Giunge frattanto a Corinto Egeo, re di Atene, al quale Medea strappa una promessa di aiuto e di asilo per il futuro. Medea, decisa nel suo proposito vendicativo, finge così di riappacificarsi con Giasone e invia addirittura i suoi figli con doni di nozze per Glauce: un peplo e un diadema, entrambi imbevuti di un potente veleno che fa morire atrocemente la giovane donna e suo padre, invano accorso in aiuto. La morte di Glauce e di Creonte non placa però la collera di Medea che, per annientare completamente Giasone, trova la forza di uccidere anche i figli, i cui cadaveri porterà via con sé, in fuga sul carro alato di suo nonno Eolo, il dio Sole, invocando per Giasone una vecchiaia straziata dal dolore e dal rimorso. Ippolito = In Trezene, nella reggia di Pitteo, Fedra, la moglie di Teseo, si è innamorata perdutamente del figliastro Ippolito, nato da Teseo e dall’amazzone Ippolita. Il giovane, appassionato cacciatore, ha suscitato lo sdegno di Afrodite rivolgendo ogni sua attenzione alla sua dea preferita, Artemide. L’innamoramento di Fedra è appunto la vendetta della dea, da Ippolito troppo superbamente trascurata. Dopo un festoso ritorno di Ippolito e dei compagni dalla caccia e un elogio del giovane all’indirizzo di Artemide che egli dichiara sua unica dea (invano i compagni e il coro lo ammoniscono a non trascurare una dea potente come Afrodite), compare sulla scena Fedra, la quale, affranta e consunta dalla passione, finisce col far comprendere la natura e la causa del suo male alla nutrice che la sta amorevolmente sorreggendo e curando. La vecchia, credendo di fare il bene della padrona, rivela tutto a Ippolito, il quale prorompe in una sdegnata requisitoria contro la matrigna e contro tutta la stirpe delle donne. Fedra ha udito tutto e, sentendosi svergognata e, insieme, offesa dallo sdegnoso rifiuto del figliastro, prende una tragica decisione: il

Andromaca = Andromaca, la vedova di Ettore, è divenuta concubina del suo nuovo signore, Neottolemo, re dell’Epiro e figlio di Achille. È odiata da Ermione, figlia di Menelao e di Elena e moglie legittima di Neottolemo. Andromaca è dunque costretta a fuggire con Molosso, il figlio avuto dal re, e si rifugia nel tempio di Teti. Neottolemo, intanto, si è recato a Delfi a compiere un solenne sacrificio espiatorio al dio da lui precedentemente offeso. In sua assenza, Ermione, con l’aiuto del padre, decide di uccidere Andromaca e Molosso. Ermione e Menelao quindi raggiungono Andromaca che si è rifugiata presso un altare sacro alla dea Teti. Andromaca sta per essere spietatamente uccisa, quando giunge in scena – mandato a chiamare da Andromaca tramite una fida ancella – Peleo, padre di Achille e, quindi, nonno di Neottolemo. Peleo riesce a far liberare Andromaca e Molosso e si allontana con essi. Ermione vorrebbe uccidersi per la disperazione, ma viene salvata da Oreste. Oreste è figlio di Agamennone e Clitennestra e un tempo era stato promesso sposo di Ermione. Oreste conduce Ermione con sé, a Delfi. A Delfi, Oreste vuole uccidere Neottolemo che, a suo tempo, gli ha strappato la sposa (Ermione) a lui promessa da Menelao. A Delfi, Oreste riesce a sobillare il popolo contro Neottolemo, che viene ucciso all’uscita dal tempio. Il vecchio Peleo è disperato perché vede estinta la sua stirpe. Viene consolato dalla sua divina sposa, Teti, che gli predice che Molosso, sua progenie, darà inizio alla stirpe degli Eacidi, che dominerà sulla terra dei Molossi. Lo stesso Peleo godrà di vita immortale presso la sua sposa nella casa di Nereo, padre di Teti, e potrà anche rivedere, nell’isola di Leuce nel mar Nero, l’adorato suo figlio Achille. Elettra = Temendo che da Elettra possa nascere un vendicatore di Agamennone, Clitennestra ed Egisto l’hanno data in sposa ad un povero contadino, che tuttavia non ha mai osato toccarla. Giungono successivamente Pilade ed Oreste, i quali, dopo il riconoscimento tra Elettra ed Oreste, si apprestano alla vendetta. Per primo viene ucciso Egisto, poi tocca a Clitennestra. Compiuto il matricidio, i due fratelli escono di casa sconvolti dal rimorso. Castore preannuncia il destino che attende i due fratelli: Oreste sarà processato ad Atene, mentre Elettra abbandonerà la sua terra insieme a Pilade che diventerà suo sposo. Eracle = Mentre Eracle è sceso agli Inferi per compiere una delle sue imprese, a Tebe il tiranno Lico si è impadronito del potere e minaccia di eliminare la famiglia dell’eroe. Quando la moglie Megara, i figli ed il padre sembrano ormai spacciati, giunge Eracle, che uccide Lico e li salva. Tuttavia la serenità familiare dura poco: Era, nemica di Eracle, invia Lyssa, demone della follia, a sconvolgere la mente dell’eroe inducendolo a uccidere moglie e figli. Quando Eracle rinsavisce e si rende conto dell’accaduto, il suo primo pensiero si rivolge al suicidio, ma l’intervento amichevole di Teseo lo convince che il vero eroismo risiede nella coraggiosa accettazione del dolore e dei rivolgimenti della sorte. Eracle, dunque, segue l’amico alla volta di Atene, dove troverà rifugio ed ospitalità. Fenicie = Gli Argivi si accingono ad assalire Tebe, dove attendono angosciate Giocasta ed Antigone. Inutile si rivela il tentativo di riappacificare i figli: Eteocle e Polinice sono divisi da una rivalità insanabile. Tiresia predice la morte di entrambi ed afferma che Tebe sarà salva se Meneceo, il figlio di Creonte, verrà sacrificato. Meneceo volontariamente si uccide. Dopo il fallimento di un primo assalto da parte degli Argivi, Eteocle e Polinice si affrontano in un duello e muoiono, immediatamente seguiti dalla madre. Creonte, nuovo sovrano di Tebe, emette un bando d’esilio contro Edipo e Antigone, la quale promette che darà sepoltura al fratello Polinice nonostante il divieto imposto da Creonte. Oreste = Il prologo è recitato da Elettra: Oreste ha appena commesso il matricidio, con il suo aiuto e quello dell’amico Pilade, e giace sfinito sul suo giaciglio in preda ad accessi di follia. Lo attende il processo per matricidio ed egli spera di trovare un difensore in Menelao. Tuttavia, la determinazione di Tindaro, padre di Clitennestra, a far lapidare dal popolo Oreste e la sorella dissuade Menelao dall’aiutarli. Mentre l’assemblea argiva decreta la loro condanna a morte, i due fratelli, delusi dalla viltà di Menelao, su istigazione di Pilade, tramano di vendicarsi uccidendo Elena, ma la donna scompare misteriosamente. Presa in ostaggio anche Ermione, i tre minacciano di trafiggerla davanti al padre Menelao e di dare fuoco al palazzo. L’apparizione di Apollo ex machina evita che la situazione precipiti: Elena è salva, assunta in cielo insieme ai Dioscuri; Menelao prenderà una nuova sposa, mentre Oreste sarà processato ed assolto ad Atene e prenderà in moglie Ermione. A Pilade toccherà, invece, Elena. Ione = Creusa partorisce un figlio, Ione, dopo essere stata sedotta da Apollo. Creusa lo abbandona e Apollo lo accoglie nel suo tempio a Delfi. Ione viene dunque allevato dalla Pizia e assegnato agli uffici di ministro del tempio. Creusa, divenuta moglie del re di Atene Xuto, giunge al tempio assieme al consorte per interrogare il dio circa le cause della loro sterilità. Creusa e Ione si incontrano. Ione le rivela di non aver mai conosciuto sua madre. Creusa lo compiange, ma gli cela di aver avuto un figlio da Apollo. Gli dice invece che una sua amica, sedotta dal dio, ha partorito un piccolo e lo ha poi abbandonato. Ora lo crede perduto per sempre e se ne dispera. Il giovane avrebbe appunto l’età di Ione. Sopraggiunge Xuto, che interroga l’oracolo e ne riceve una lieta risposta: lui un figlio lo ha già avuto e la prima persona che incontrerà uscendo dal tempio sarà in realtà proprio suo figlio. Uscendo dal tempio, Xuto incontra Ione e lo abbraccia chiamandolo figlio. Xuto conduce Ione ad Atene. Creusa trama la morte di Ione, perché lo crede figlio di un’altra donna e di Xuto. Creusa viene scoperta e il popolo infuriato vuole ucciderla. Solo l’intervento

della Pizia risolve le cose e permette il riconoscimento tra madre e figlio. La Pizia, infatti, mostra a Creusa la cesta contenente le fasce in cui aveva avvolto Ione quando lo aveva abbandonato. Infine, appare Atena ex machina che suggerisce a Creusa di tenere Ione come erede al trono, lasciando che Xuto continui a credere che sia suo figlio. Ifigenia in Tauride = Ifigenia si trova nell’ospitale terra dei Tauri come sacerdotessa della dea Artemide, che l’ha salvata dal sacrificio in Aulide sostituendola con una cerva. Per volere di Apollo giunge in Tauride Oreste allo scopo di impossessarsi della statua della dea e di portarla in Attica: i due vengono però catturati ed interrogati da Ifigenia, la quale pensa di servirsi di loro per mandare una lettera in patria, che diventa lo strumento per il riconoscimento tra i fratelli. Si prepara quindi il piano di fuga: Ifigenia fa credere al re Toante che gli stranieri e la statua della dea abbiano bisogno di una purificazione in mare. I tre naturalmente prendono il largo e a Toante, che vorrebbe approfittare di un’ondata che li ha respinti verso la riva per catturarli, appare Atena, la quale spiega che tutto è accaduto per volontà divina. Elena = Elena non è mai andata a Troia: è rimasta in Egitto per tutta la durata della guerra e solo un simulacro ha seguito Paride al suo posto. L’arrivo del greco Teucro le reca la notizia della scomparsa di Menelao in mare, quest’ultimo fa naufragio proprio in Egitto e viene a sapere che la sua vera moglie si trova lì. I due si riconoscono e preparano un piano di fuga: Menelao annuncia la propria morte, mentre Elena promette al re di sposarlo, chiedendo in cambio di poter compiere un sacrificio in mare per il marito morto. Una volta saliti sulla nave concessa, Elena e Menelao, fuggono. Ifigenia in Aulide = Agamennone ha mandato a chiamare la figlia Ifigenia col pretesto che deve andare in sposa ad Achille. In realtà deve esere sacrificata sull’altare di Artemide per consentire alla flotta greca, bloccata in Aulide, di salpare per la spedizione contro Troia. Preso dal rimorso, Agamennone ha scritto alla moglie Clitennestra di non muoversi da casa in quanto le nozze sono state rinviate. La lettera, affidata a un vecchio e fido servo, cade nelle mani di Menelao che rimprovera aspramente il fratello. Ecco che giungono di lì a poco, Clitennestra con Ifigenia e il piccolo Oreste. Nonostante le preghiere di Agamennone, il quale vorrebbe che la moglie rientrasse in Argo, Clitennestra si ferma e scopre l’inganno. Clitennestra chiede aiuto ad Achille, che purtroppo, non può far nulla: l’esercito si ribella, sobillato da Odisseo, e vuol partire ad ogni costo; vuole quindi ad ogni costo che Ifigenia venga sacrificata. Ifigenia, da parte sua, resasi conto che da lei dipende l’onore di tutta la Grecia, in uno slancio di patriottismo si offre volontariamente alla morte. Giunta sull’altare, però, proprio mentre il sacerdote sta per sferrare il colpo mortale alla gola, Ifigenia scompare e al suo posto giace sgozzato come vittima sacrificale una cerva: è la dea Artemide che ha compiuto il prodigio. Baccanti = Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre, per punire, travolgendone le menti, le donne tebane che hanno dubitato della sua nascita divina. Solo il re Penteo è deciso ad opporsi alla follia ispirata dal dio. Il padre di Semele, Cadmo, e l'indovino Tiresia celebrano anch'essi la potenza di Dioniso. Quando le donne si recano sul monte Citerone per celebrare i misteri bacchici, Penteo si lascia convincere dal dio a seguirlo, travestito da donna, sul monte. La madre di Penteo, Agave, sorella di Semele, e le baccanti in preda al delirio dionisiaco lo scambiano per un leone e lo sbranano. Quando Agave torna alla coscienza, riconosce con orrore il capo del figlio in quella che credeva la testa del leone e portava come trofeo. La vendetta del dio è compiuta. A Cadmo che piange la morte di Penteo appare Dioniso: le sventure accadute derivano dal non aver onorato la sua potenza. Cadmo soffrirà ancora finché, mutato in drago, sposerà Armonia e troverà pace. Agave fugge lontano. Ciclope = Sileno ed i suoi compagni lavorano in Sicilia come schiavi al servizio di Polifemo, che li ha catturati dopo un naufragio. Odisseo, spinto dal vento, sbarca sull’isola in cerca di provviste e ottiene da Sileno, in cambio del buon vino che reca con sé, agnelli e formaggi che il satiro sottrae dall’antro del Ciclope. Quando però questi sopraggiunge, Sileno, temendone la punizione, accusa Odisseo di aver rubato le provviste. A nulla valgono le parole di difesa dell’eroe, né il richiamo alle leggi dell’ospitalità. Mentre il Ciclope comincia a divorare i suoi compagni, Odisseo astutamente gli offre da bere del vino e riesce ad uscire dall’antro; quindi, insieme ai satiri, prepara il piano di fuga. Rientrato nella grotta, riesce a far ubriacare Polifemo e lo acceca con un palo ardente, mentre i vili satiri si limitano ad incitarlo. Mentre l’eroe riprende il largo con i satiri e con i compagni sopravvissuti, il Ciclope gli predice le peregrinazioni che lo attendono come punizione per quanto ha compiuto. Reso = Dall’accampamento troiano vengono avvistati nella notte i fuochi degli Achei; Enea persuade Ettore ad inviare qualcuno a spiare i nemici e Dolone si offre a questo scopo. Frattanto arriva in aiuto dell’esercito troiano Reso, re di Tracia, il quale si accampa nelle vicinanze ed attende Dolone. Giungono invece i greci Odisseo e Diomede, che lo hanno appena ucciso; grazie all’aiuto della dea Atena, i due uccidono anche Reso e rubano le sue cavalle. L’auriga del re tracio, scampato alla morte, accusa dell’omicidio Ettore, ma l’intervento della Musa, madre di Reso, chiarisce che i