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Obiettivo 7= assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni. L’energia pulita non esiste. L’unica energia pulita è quella che non c’è bisogno di usare, cioè risparmiata. Le scelte sulle fonti energetiche dovrebbero quindi interiorizzare la minimizzazione dell’impatto ambientale e essere basate solo sull’analisi costi/benefici. BASI DELL’SDG 7
ogni processo spontaneo ed irreversibile che si realizza in un sistema isolato dà come risultato una diminuzione di informazione. Noi utilizziamo gli idrocarburi come combustibili fossili e bruciandoli li trasformiamo in anidride carbonica e vapor acqueo con un notevole aumento dell’entropia e gravi rischi climatici. (Perdita di energia irreversibile e non recuperabile). L’affermazione chiave del secondo principio è quella che i fenomeni spontanei che costituiscono gli eventi reali del mondo in cui viviamo portano sempre a stati che sono meno ordinati e più probabili e che contengono meno informazione rispetto agli stati da cui hanno preso l’avvio. L’economia basata sui combustibili fossili (petrolio, carbone, gas) e fissili (nucleare) deve fare i conti con la limitatezza delle risorse esauribili in tempi ravvicinati, con la sola eccezione del carbone che però è il meno pulito. Trend invariati esaurirebbero: PETROLIO (50anni) GAS (60anni) CARBONE (200anni) URANIO (40anni)
. è bene ricordare che l’unica energia pulita è quella che non si usa FIGURA La zona rossa rappresenta la domanda di energia negli usi finali in funzione della qualità dell’energia espressa convenzionalmente in funzione della temperatura (l’energia elettrica è associata a T > 1000 °C); la maggior parte della domanda è rappresentata da energia a bassa temperatura (tra 100 e 250 °C). La zona grigia rappresenta invece l’offerta di energia la cui qualità è indifferenziata rispetto alle esigenze della domanda. . In pratica in Italia una grande centrale elettrica virtuale di oltre 1000MW di potenza lavora solo per permetterci di scaldare l’acqua in un modo inefficiente ed irrazionale. Buona parte della domanda elettrica è finalizzata a scopi termici. La pianificazione energetica, in un’ottica integrata, deve essere basata sui concetti di “localizzazione” e di “uso razionale” dell’energia. La localizzazione consiste nella mappatura delle diverse tipologie di domanda energetica presenti sul territorio; si tratta di localizzare i siti dove viene richiesta energia termica a bassa temperatura rispetto a siti in cui è maggiore la domanda elettrica Il trasferimento di calore a distanza è ovviamente soggetto a fenomeni di dispersione e di raffreddamento; questo impone che l’installazione di centrali (cogenerative) con funzioni preminentemente termiche, debba essere posizionata a più breve distanza possibile dall’utenza finale. Questo consente di ridurre i consumi di risorse migliorando l’efficienza energetica della produzione e la razionalità negli usi finali. L’energia annuale utilizzata in totale, in tutte le sue forme (rinnovabili, fossili e fissili), ammonta nel 2019 a circa 13.000 MTep*. Il flusso di energia (rinnovabili) solare annuale nella Biosfera vale circa 6mila volte questa quantità, mentre le potenzialità del vento sono 40 volte e quella delle biomasse 9 volte la stessa. Il vero problema quindi per arrivare ad una società sostenibile basata solo sull’uso delle fonti rinnovabili e una completa decarbonizzazione dell’energia, è dato dalla necessità tecnologica di utilizzare le rinnovabili con maggiore efficienza e al minimo costo. Gli elementi di criticità che ad oggi hanno ostacolato la penetrazione delle fonti rinnovabili come il solare fotovoltaico e l’eolico, sono dovuti all’intermittenza (discontinuità della fornitura) e alla scarsa densità di potenza per unità di superficie/volume. Questi “difetti” intrinseci del solare e del vento potrebbero essere superati nel futuro sviluppando modalità di “storage” (accumulo). Le stime recenti sullo sviluppo del fotovoltaico e dell’eolico sono molto incoraggianti.
Intendiamo comunque sottolineare che, nella definizione originale di sviluppo sostenibile disuguaglianza e degrado ambientale devono essere intesi come condizioni ugualmente importanti e interdipendenti per la sostenibilità. I due requisiti di sostenibilità dello sviluppo che abbiamo appena definito sono fondati su principi etici di equità, libertà, uguaglianza e pari opportunità, ma ciò non deve far ritenere che essi siano in contrasto con gli obiettivi economici. Non vi è dunque un conflitto tra etica ed economia dal punto di vista del lungo periodo della sostenibilità dello sviluppo. Questo conflitto emerge nel momento in cui le decisioni economiche vengono prese in un’ottica di breve periodo. Le attuali preoccupazioni per la crescente disuguaglianza e il deterioramento ambientale hanno fondazioni etiche ed economiche ben precise. Le persone ricche hanno più opportunità delle persone povere, allo stesso modo il degrado ambientale riduce l’insieme delle possibilità per le generazioni future. Ciò non significa che si debba garantire esattamente lo stesso livello di reddito e ricchezza a ciascuna generazione, ma che si dovrebbe cercare di garantire loro lo stesso insieme di opportunità. Livelli crescenti di disuguaglianza e degrado ambientale, comunque, sono motivo di preoccupazione anche per ragioni economiche, dal momento che entrambi possono avere conseguenze negative per l’economia. Tra le persone che non si possono permettere una buona istruzione, potrebbero esserci potenzialmente eccellenti scienziati, l’impiego adeguato di queste risorse sotto-utilizzate migliorerebbe l’efficienza e il rendimento dell’economia. Inoltre elevati livelli di disuguaglianza possono causare tensioni sociali e politiche (più frequenti nelle fasi di recessione) che spesso hanno effetti negativi sulla crescita del reddito. Maggiore è il numero dei poveri e peggiori le loro condizioni, maggiore è la loro rabbia contro i soggetti che vengono identificati, a torto o a ragione, come i responsabili della disuguaglianza crescente. Analogamente, il degrado ambientale può avere effetti negativi sulla produzione aumentando i problemi di salute dei lavoratori e quindi riducendo la loro produttività. Senza considerare che nel lungo periodo, il degrado ambientale riduce la produttività della terra e delle altre risorse naturali. Questo effetto potrebbe dare luogo a quella che è stata chiamata la “trappola ambientale della povertà” poiché spesso i poveri confidano nelle risorse naturali come loro unica fonte di reddito. Il deterioramento ambientale peggiora le condizioni dei poveri che, a loro volta, tendono a sfruttare sempre più le risorse naturali per assicurarsi la sopravvivenza giornaliera. Le popolazioni nomadi hanno sempre risolto il problema dell’esaurimento delle risorse e dell’inquinamento grazie a continue migrazioni alla ricerca di nuovi habitat non ancora sfruttati. Ma non appena è risultato chiaro che le risorse naturali del globo sono limitate, è risultato altrettanto evidente che il loro sfruttamento sostenibile rappresenta un prerequisito per la continuazione dello sviluppo economico. A seguito del moderno processo di globalizzazione (post 2 GM) le decisioni economiche e finanziarie sono diventate sempre più regolate da principi di mercato piuttosto che da principi etici, che però hanno permesso una consistente crescita della produzione mondiale e reddito medio pro capite. Tuttavia si sono manifestati anche alcuni fenomeni indesiderati quali la crescente disuguaglianza tra le nazioni e all’interno di ciascuna nazione. (divario sempre più accentuato tra Nord e Sud del mondo) Una progressiva perdita di diversità culturale, uno sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e un crescente inquinamento a livello globale. E’ molto difficile valutare se questi o altri fenomeni indesiderabili, che hanno accompagnato il recente processo di globalizzazione, siano causati da alcuni fattori intriseci al processo di globalizzazione o da alcuni fattori estrinseci che possono essere rimossi.
Ciò che è stato di fatto “globalizzato” non è il mercato di concorrenza perfetta con le sue “virtù” di efficienza allocativa, bensì un mercato che risulta alquanto imperfetto sotto molteplici profili. E’ proprio questo divario tra i mercati reali e il mercato di concorrenza perfetta che si trova alla radice di molti dei contrasti interpretativi e di politica economica. In particolare, sappiamo che un mercato perfettamente concorrenziale determina un’allocazione ottimale dei beni economici, data una certa distribuzione iniziale delle risorse, del reddito e della ricchezza tra gli agenti, delle loro preferenze, e una ben specificata tecnologia. Tuttavia questa situazione iniziale può essere assicurata soltanto attraverso politiche redistributive appropriate. In linea di principio, il processo di globalizzazione dovrebbe spingere i mercati reali più vicino al modello astratto di concorrenza perfetta e quindi dovrebbe migliorare l’efficienza dei mercati rafforzandone l’estensione e lo spessore. Tuttavia l’allocazione delle risorse dei mercati globali deregolamentati non può essere considerata ottimale per una serie di ragioni:
Il sistema autarchico può essere assimilato ad un sistema isolato, in cui gli scambi e le relazioni con l’esterno sono inibite. Per questo motivo, il sistema autarchico vede pregiudicata la propria sopravvivenza a causa di questa preclusione; EQUILIBRIO TERMODINAMICO il sistema globalizzato, sistema enorme che prevede apporti continui e crescenti di energia e materia, tende per diverse ragioni a valicare i limiti delle barriere fisiche allo scambio di flussi, in nome della crescita economica. Esso prevede un progressivo adattamento e un conformismo, a regole e comportamenti, compromettendo la sopravvivenza di specificità locali, in termini economici, sociali, culturali, politici, ambientali, a causa dell’omologazione e della perdita di diversità tra sistemi distinti. MORTE TERMICA E’ necessario essere consapevoli che è difficile “misurare” la sostenibilità; è difficile “comunicare” la sostenibilità; è difficile “tradurre” la sostenibilità in politiche. Allo stesso tempo, non è possibile, dare una definizione compiuta e definitiva del concetto. In particolare, lo studio della sostenibilità si sostanzia nello studio dei rapporti che l’uomo ha, sia come singolo individuo che nei suoi comportamenti collettivi (soprattutto sociali ed economici), con il suo contesto: ambientale, innanzi tutto, ma anche sociale, economico, politico, urbano, giuridico, ecc. 4) DIRITTI UMANI E ' sempre più riconosciuto che i diritti umani sono essenziali per raggiungere lo sviluppo sostenibile. Gli SDG sono il risultato del processo più consultivo e inclusivo nella storia dell’ONU. Fondata sul diritto internazionale dei diritti umani, l'agenda offre opportunità per far progredire ulteriormente la realizzazione dei diritti umani per tutte le persone in tutto il mondo, senza discriminazioni. In che modo gli SDG sono diversi? Universale: mentre gli OSM (obiettivi di sviluppo del millennio) si applicano solo ai cosiddetti "paesi in via di sviluppo", gli SDG sono un quadro veramente universale e sarà applicabile a tutti i paesi. Trasformativo: L'Agenda 2030 offre un cambio di paradigma rispetto al modello tradizionale di sviluppo. Esso fornisce una visione trasformativa per le persone e lo sviluppo sostenibile centrato sul pianeta, basato sui diritti umani. Globale: insieme a una vasta gamma di obiettivi sociali, economici e ambientali, l'Agenda 2030 promette "società più pacifiche, giuste e inclusive, libere da e violenza” con attenzione alla governance democratica, allo stato di diritto, all'accesso alla giustizia e la sicurezza personale (nell'obiettivo 16), nonché un ambiente internazionale favorevole (in Obiettivo 17 e in tutto il quadro). Esso copre quindi le questioni relative a tutti i diritti umani, compresi i diritti economici, civili, culturali, politici, sociali e il diritto di sviluppo. Inclusivo: la nuova Agenda si sforza di non lasciare indietro nessuno, prevedendo “un mondo di universale rispetto dell'uguaglianza e della non discriminazione" tra e all'interno dei paesi. Come attualmente previsto, le revisioni dei progressi degli SDG nazionali e regionali saranno sostenute da regolari revisioni dei progressi globali ad alto livello politico L'idea che le libertà individuali e i diritti umani non sono un "supplemento" allo sviluppo, ma dovrebbero essere il nucleo stesso dei processi di sviluppo si basa su aspetti legali, normativi e motivazioni condivise dai governi e dalla società civile. Tra i diversi punti di vista su come rendere gli SDG "basati sui diritti umani", vi sono quelli che sostengono che alcuni principi fondamentali dei diritti umani, come l'uguaglianza e la non discriminazione dovrebbero essere alla base di tutti gli obiettivi. La commissione europea ha incluso nella sua proposta “una vita dignitosa per tutti: dalla visione all’azione collettiva”, basata su 17 obiettivi tra cui uno su: “diritti umani, buon governo e istituzioni efficaci”.
Fino al 1960 l’attenzione della comunità internazionale ai problemi della limitatezza delle risorse naturali ed al rapporto tra sviluppo ed ambiente è stata alquanto distratta. Manca una chiara presa di coscienza della complessità dei problemi ambientali e dell’incidenza dello sviluppo sulle risorse esauribili e, più in generale, sull’ambiente. All’inizio degli anni settanta, tuttavia, l’allarme viene lanciato dal rapporto pubblicato nel 1972 dal Club di Roma sui Limiti dello sviluppo, frutto di uno studio condotto da ricercatori del MIT. Le Nazioni Unite convocano la Conferenza per l’ambiente, svoltasi a Stoccolma nel giugno 1972 , che approvò la prima dichiarazione di 26 principi in tema di ambiente. Fra i principi di Stoccolma mi limito soltanto a menzionare il principio 21 che proclama l’obbligo di ogni Stato di prevenire il danno all’ambiente non solo di altri Stati ma anche degli spazi comuni al di là della giurisdizione nazionale. Nel 1970-80 grandi catastrofi ambientali rilanciano l’attenzione della comunità internazionale sulla necessità di preoccuparsi in modo più attento della situazione del pianeta, sulla limitatezza delle risorse naturali, nonché sull’importanza di coniugare sviluppo ed ambiente. A Rio il principio dello sviluppo sostenibile riceve la propria consacrazione ufficiale, in particolare nell’Agenda 21, vasto programma d’azione in cui viene proposto di correlare l’ambiente segnatamente con i diritti umani e la lotta contro la povertà. A Rio si afferma altresì il principio delle responsabilità comuni ma differenziate, secondo cui gli impegni e le responsabilità degli Stati devono essere commisurati al differente contributo al degrado ecologico, ponendo a carico dei Paesi industrializzati la responsabilità primaria del perseguimento dello sviluppo sostenibile, in ragione delle conseguenze che i modelli di produzione e consumo esercitano sull’ambiente, nonché della maggiore disponibilità di risorse economiche e tecnologiche. Nel 1997 a New York, nell’ambito di una sessione straordinaria dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite viene fatto un bilancio delle azioni fino ad allora svolte e ci si rende conto che le dette azioni hanno riguardato essenzialmente le politiche pubbliche dei paesi sviluppati. Si decide, pertanto, di concentrare gli sforzi sulla attuazione dello sviluppo sostenibile nel sud del mondo. (La gestione delle risorse diviene la condizione che permette ai paesi poveri di svilupparsi a lungo termine, con l’autosufficienza alimentare) Definizione di sviluppo sostenibile regola dell'equilibrio delle tre "E": ecologia, equità, economia. Tale definizione parte da una visione antropocentrica: infatti, al centro della nozione, non è tanto l'ecosistema, e quindi la sopravvivenza e il benessere di tutte le specie viventi, quanto, piuttosto, le conseguenze dell’uso delle risorse rispetto alle generazioni umane, specie in una ottica intergenerazionale. nel 2001, l'UNESCO ha ampliato il concetto di “sviluppo sostenibile” indicando che "la diversità culturale è necessaria per l'umanità quanto la biodiversità per la natura (...) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale". i suoi tre pilastri : lo sviluppo economico, il progresso sociale e la tutela ambientale, elementi che devono interagire l’uno con l’altro in modo da raggiungere un equilibrio in cui i diversi interessi coinvolti possano essere tutti armonicamente soddisfatti. Più che produrre precisi diritti ed obblighi per gli Stati e per attività non statali il principio dello sviluppo sostenibile si configura come un metodo di continuo adattamento del diritto internazionale alle esigenze dei governi e dei processi di sviluppo economico in un mondo di risorse limitate. La Corte evita di riconoscere espressamente allo sviluppo sostenibile il carattere di principio obbligatorio. Tuttavia la strada è aperta per l’ingresso nella giurisprudenza internazionale dello sviluppo sostenibile come obiettivo legittimo per condizionare l’interpretazione e l’applicazione delle norme internazionali.
comunità internazionale sono ormai chiamati ad applicare. In altri casi, la mancata attuazione del diritto internazionale dell’ambiente può essere causata da motivi di natura politica. La data di nascita comunemente indicata ed accettata per il diritto internazionale dell’ambiente è quella del 1972 , l’anno della Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano, la prima grande conferenza “ambientale” internazionale, promossa dalle Nazioni Unite. Prima della Conferenza di Stoccolma mancava probabilmente a livello internazionale la piena consapevolezza dell’esistenza di una crisi ambientale globale, che necessitava di interventi coordinati da parte di tutti gli Stati della comunità internazionale, sia per la creazione di un sistema di regole per la protezione dell’ambiente e degli ecosistemi, che per la promozione di uno sviluppo economico e sociale rispettoso delle esigenze ambientali. (approvati Principio 21 e 24 della Dichiarazione) Tuttavia, nei primi 15-20 anni a partire dalla sua nascita, il diritto internazionale dell’ambiente si configurerà essenzialmente come un sistema di regole volte a limitare gli effetti negativi sull’ambiente causati dallo sviluppo economico incontrollato, mediante una progressiva imposizione di limiti all’inquinamento e all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali. La vera svolta nel progressivo sviluppo del diritto internazionale dell’ambiente verso un sistema organizzato di regole ispirate da principi comuni si ebbe tuttavia con la pubblicazione nel 1987 del Rapporto Brundtland. Il Rapporto Brundtland, che per la prima volta cerca di analizzare i problemi ambientali in stretta correlazione con il tema dello sviluppo economico, codifica, promuove e lancia sulla scena internazionale il concetto di “sviluppo sostenibile”. (“lo sviluppo sostenibile consiste nello sviluppo che soddisfa i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri”) Inoltre, tale principio evidenzierà la necessità di integrare l’esigenza della protezione dell’ambiente, nella definizione e nell’attuazione delle politiche economiche e di sviluppo, non solo a livello internazionale, ma anche a livello nazionale nei singoli Stati. Il principio dello sviluppo sostenibile divenne quindi la colonna portante della Conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, convocata dalle Nazioni Unite nel 1992 , a vent’anni di distanza dalla Conferenza di Stoccolma, per rilanciare il messaggio della necessità imprescindibile di una rafforzata cooperazione internazionale. Nel corso della Conferenza di Rio furono firmati importanti Trattati per la difesa dei beni comuni che rientrano nel “patrimonio comune dell’umanità” (come ad esempio la Convenzione sulla Biodiversità e la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico.) La Dichiarazione di Rio, uno strumento non vincolante composto da 27 articoli, che contengono una somma di tutti i principi fondamentali in materia di diritto internazionale dell’ambiente, che partendo dalla Dichiarazione di Stoccolma tracciano la strada per lo sviluppo del moderno diritto internazionale dell’ambiente, non più solo finalizzato alla limitazione degli effetti negativi delle attività economiche sull’ambiente, mediante il controllo e la riduzione dell’inquinamento ed alla predisposizione di efficaci strumenti per una migliore gestione delle risorse naturali, ma volto invece a promuovere una prospettiva più ampia caratterizzata dalla promozione di norme finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile a livello globale. Malgrado l’innegabile successo della conferenza di Rio del 1992, gli anni successivi non sono stati caratterizzati da risultati altrettanto importanti. Ciò potrebbe anche essere causato dalla forte modifica del contesto internazionale di riferimento, soprattutto a causa della progressiva rottura della tradizionale distinzione tra Paesi sviluppati da una parte e Paesi in via di sviluppo dall’altra. Il Vertice di Johannesburg, svoltosi nel 2002 , ancora una volta poneva al centro del dibattito il tema dell’attuazione pratica del principio dello sviluppo sostenibile, proponendosi di fare il punto sullo stato di attuazione di quanto deciso a Rio. il Vertice di Johannesburg produsse solamente due documenti
giuridicamente non vincolanti. Il primo, la Dichiarazione di Johannesburg, concepito come una. Dichiarazione politica finalizzata a ribadire l’impegno della comunità internazionale per l’attuazione del principio dello sviluppo sostenibile. Il secondo, il Piano di Attuazione, consistente in un documento programmatico volto a definire risultati concreti e scadenze precise per l’attuazione degli obiettivi definiti a Rio nell’ambito dei tre pilastri ricompongono il concetto dello sviluppo sostenibile, vale a dire la dimensione ambientale, quella economica e quella sociale. Prima di passare ad analizzare alcuni dei più importanti principi posti a tutela dell’ambiente, è utile ricordare che lo sviluppo concreto di tali principi poggia a sua volta su un basilare principio operativo, vale a dire il principio di cooperazione. Sulla base di tale principio, tutti gli Stati hanno un obbligo generale di cooperare in buona fede per prevenire i rischi per l’ambiente, ridurre l’inquinamento ed evitare lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. 4 principi fondamentali, che costituiscono il punto di riferimento per tutti gli altri e la base di riferimento per quasi tutte le iniziative di tutela ambientale. -Il principio 21 Da una parte vi è il principio della sovranità permanente sulle risorse naturali , secondo il quale gli Stati hanno il diritto di sfruttare le loro risorse naturali in conformità con le proprie politiche ambientali. Dall’altra parte vi è però il principio del divieto di inquinamento transfrontaliero , in base al quale agli Stati è fatto divieto di causare danni all’ambiente posto al di là della loro giurisdizione Nel 1992, il principio 21 venne ripreso dal principio 2 della Dichiarazione di Rio. In breve, si può quindi affermare che il principio 21/ principio 2 rappresenta il primo tentativo di creare uno strumento operativo utilizzabile per trovare un bilanciamento tra gli opposti interessi degli Stati legati da una parte al legittimo sfruttamento delle loro risorse naturali e dall’altra al loro obbligo di garantire in ogni caso un’adeguata tutela all’ambiente, soprattutto nell’ottica di prevenire un utilizzo da parte degli Stati del loro territorio che possa avere conseguenze negative sull’ambiente di altri Stati o di aree non soggette alla giurisdizione nazionale. Il principio di prevenzione Si è sviluppato come criterio guida generale posto a carico degli Stati al fine di obbligarli a comportarsi diligentemente in tutte le attività svolte sotto il loro controllo o la loro giurisdizione, in modo da evitare laddove possibile il deterioramento delle componenti ambientali, limitando, controllando e riducendo le attività che possono causare un danno all’ambiente. Il principio di prevenzione si differenzia inoltre dal principio di precauzione, che analizzeremo qui di seguito, in quanto, pur condividendo con esso il carattere anticipatorio rispetto all’eventuale verificarsi del danno, si applica a situazioni in cui il rischio ambientale in questione è scientificamente provato Il principio di precauzione Tale principio rappresenta uno dei più importanti strumenti che possono essere utilizzati per perseguire un approccio anticipatorio al rischio di danno all’ambiente, che può essere invocato anche in assenza di piena certezza scientifica per regolamentare, limitare ed al limite anche proibire comportamenti o l’immissione in circolazione di prodotti potenzialmente dannosi per l’ambiente, come ad esempio gli organismi geneticamente modificati (non vi è ancora piena prova di certezza scientifica circa gli effetti negativi per l’ambiente) Il principio dello sviluppo sostenibile
con il termine “ceramics” si fa spesso riferimento ad un insieme di geomateriali molto vasto, comprendente le ceramiche tradizionali, i leganti ed i vetri; in altre parole, sono considerati ceramici tutti i materiali di sintesi, ad eccezione di quelli metallici e di quelli polimerici/organici. La spiegazione consiste nel fatto che per la realizzazione di ceramiche s.s., vetri e leganti, viene sostanzialmente utilizzato lo stesso tipo di materia prima: principalmente, silicati e carbonati. Quello che differenzia le tre categorie è la sequenza delle principali fasi produttive, ovvero macinazione, riscaldamento e formatura/solidificazione. Manufatti ceramici= miscela – formatura – cottura (1000°C) Vetri= miscela – temperature elevate (1500C°) – polverizzati e miscelati con acqua – solidificazione Il termine “composites” si riferisce ai cosiddetti materiali compositi, ovvero materiali costituiti da due o più fasi, ognuna caratterizzata da specifiche proprietà di resistenza meccanica, chimica e/o fisica. Da questo punto di vista, la carta può essere considerata come uno dei primi materiali compositi utilizzati dall’uomo, essendo costituita da fibre di cellulosa intrecciate (per garantire consistenza al foglio) e da particelle minerali di calcite o gesso, queste ultime indispensabili per conferire lucidità, compattezza e il colore. Il “percorso” da georisorsa a prodotto industriale comporta varie fasi, molte delle quali necessitano dell’intervento di un geologo. Valutazione di volumi complessivamente sfruttabili, qualità della materia prima, costi di estrazione e di spedizione confluiscono in una stima della sostenibilità economica delle operazioni di sfruttamento di una determinata risorsa. In Italia, le principali georisorse minerali sono rappresentate da gesso, talco, caolinite, salgemma, che si aggiungono alle altre più comuni georisorse quali calcare, marmo, travertino e granito. (ASSOMINERARIA=Associazione Mineraria Italiana per l’Industria Mineraria e Petrolifera, parte integrante del sistema Confindustria.) Non potendo trattare in maniera esaustiva tutti i possibili casi, si riportano due esempi molto noti di materiale composito, caratterizzati da aspetti comuni, ma con ripercussioni ambientali e di salute pubblica completamente diverse: il cartongesso e il fibrocemento tipo Eternit. Il cartongesso è un materiale composito oggi estremamente utilizzato, in cui un legante (gesso) è associato a fibre di cellulosa. La cristallizzazione del gesso avviene a temperatura ambiente per un processo (geologico) di evaporazione, generando spesso eccezionali cristalli di dimensioni decimetriche. Il gesso estratto in cava viene portato nell’impianto, macinato e sottoposto a riscaldamento a temperature relativamente basse, inducendo una perdita del contenuto di acqua e portando alla formazione di solfati di Ca (calcio). I solfati “disidratati” si dicono attivati , in quanto tenderanno nuovamente a trasformarsi in gesso se posti in contatto con acqua. Questa specifica microstruttura è la principale responsabile dell’indurimento della lastra di cartongesso, della sua resistenza meccanica e delle sue prestazioni tecniche. E’ interessante notare come ai microcristalli intrecciati di gesso siano state anche associate fibre sintetiche che conferiscono resistenza tecnica e ulteriore resistenza meccanica al geomateriale. Nel caso dell’Eternit, il legante non è gesso ma cemento, un legante inorganico costituito prevalentemente da silicati ed alluminati di Ca, più o meno idrati. All’interno della matrice cementizia, sono presenti fibre inorganiche di origine naturale: in particolare, le cosiddette fibre di amianto. (: le fibre di amianto sono facilmente inalabili e riescono ad accedere alle vie respiratorie più profonde, generando processi infiammatori o cancerogeni.) La massiccia produzione di geomateriali da parte dell’uomo pone inevitabilmente un problema di gestione di enormi volumi di rifiuti, nel momento in cui il geomateriale viene dismesso e giunge alla fine della sua “vita”. I rifiuti sono classificati, in base all’origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, secondo le caratteristiche di pericolosità, in rifiuti non pericolosi e rifiuti pericolosi
Per quanto riguarda i geomateriali sopra citati (ceramiche, vetri, leganti, compositi, acciaio ed altre leghe metalliche), questi sono generalmente catalogati come rifiuti speciali, in particolare come rifiuti derivanti da attività di demolizione, costruzione, scavo e da lavorazioni industriali, artigianali, commerciali. Alcuni di questi rifiuti sono interamente riciclabili, anche per più cicli, e possono essere considerati come nuove georisorse, con proprietà del tutto analoghe a quelle della materia prima di partenza (“up-cycling”). 7) INQUINAMENTO E PERDITA DELLA BIODIVERSITA’ conferenza delle parti (CoP) Obiettivo chiave per il 2020= Porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’UE entro il 2020 e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo dell’UE per scongiurare la perdita di biodiversità a livello mondiale. Visione per il 2050 Entro il 2050= la biodiversità dell’Unione europea e i servizi ecosistemici da essa offerti (il capitale naturale dell’UE) saranno protetti, valutati e debitamente ripristinati per il loro valore intrinseco e per il loro fondamentale contributo al benessere umano e alla prosperità economica, onde evitare mutamenti catastrofici legati alla perdita di biodiversità La precisa valutazione del potenziale che racchiude la natura concorrerà a far raggiungere all’UE molteplici obiettivi strategici:
— razionalizzare le risorse disponibili e ottimizzare i benefici collaterali derivanti dalle varie fonti di finanziamento — diversificare e aumentare progressivamente le varie fonti di finanziamento. La biodiversità, un processo che ci ha portato oggi a conoscere circa 1.900.000 specie1 viventi, ognuna delle quali svolge un ruolo specifico nell’ecosistema in cui vive e proprio in virtù del suo ruolo aiuta l’ecosistema a mantenere i suoi equilibri vitali. (La scomparsa di anche una sola di queste potrebbe quindi portare ad un’alterazione irreversibile) La biodiversità, oltre ad essere un valore di per sé, è anche ciò che permette la nostra stessa sopravvivenza, in quanto ci fornisce il cibo che mangiamo, ripulisce l’aria che respiriamo, filtra l’acqua che beviamo, ci offre le materie prime che utilizziamo per costruire le nostre case e portare avanti le nostre attività, è ingrediente di innumerevoli farmaci e rimedi naturali. La perdita di biodiversità è la minaccia ambientale più grave a livello mondiale in quanto causa dell’insicurezza alimentare ed energetica, dell’aumento della vulnerabilità ai disastri naturali, come inondazioni o tempeste tropicali, della diminuzione del livello della salute all’interno della società, della riduzione della disponibilità e della qualità delle risorse idriche e dell’impoverimento delle tradizioni culturali. Secondo i dati che ci arrivano dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) sono 19.817 le specie considerate minacciate su oltre 63.000 valutate. (il nostro Paese detiene il primato della biodiversità europea, 43% delle specie presenti in Europa) Le cause principali dell’alterazione della diversità biologica della Terra sono legate all’intervento indiscriminato dell’uomo, che ha alterato profondamente l'ambiente in cui viviamo: 1) i cambiamenti climatici 2) la perdita e la frammentazione degli habitat e il cambiamento della destinazione d’uso dei terreni 3) il sovra sfruttamento e l’uso non sostenibile delle risorse naturali 4) le fonti inquinanti 5) l’introduzione di specie aliene, ovvero di specie che sono originarie si altre aree geografiche. Legambiente da oltre 30 anni lavora sul territorio per coinvolgere cittadini, istituzioni, amministrazioni locali ed Enti gestori dei parchi in attività mirate alla conservazione della natura e alla promozione dello sviluppo sostenibile locale; ci si impegna, ad esempio, in attività di gestione delle risorse naturali e attività di sensibilizzazione e educazione, coinvolgendo nella protezione della natura e nella valorizzazione della biodiversità i più capaci amministratori, gli operatori del turismo, le istituzioni, le aziende etc. Alcune cose che ciascuno di noi può fare per proteggere la biodiversità: Scegli i prodotti con un marchio di qualità ecologica. Le etichette ecologiche europee o nazionali sono certificazioni ufficiali che ne garantiscono la qualità e la sostenibilità. Quando fai la spesa, favorisci l’acquisto di prodotti di stagione e a km 0: il trasporto fa consumare petrolio e aumenta l'effetto serra. Porta con te una borsa di cotone o di tela, così eviti di usare quella di plastica! Utilizza prodotti ecologici per la pulizia: diminuiranno gli additivi chimici che entrano nell’ambiente sia durante la produzione, che durante lo smaltimento Riempi una brocca d’acqua del rubinetto! Risparmierai i soldi che avresti speso acquistando una confezione di bottiglie d’acqua e limiterai la quantità di plastica sprecata. Riduci l’utilizzo dell’automobile: camminare fa bene alla salute e rilassa la mente! Chiudi l’acqua del rubinetto mentre ti lavi i denti, spegni la luce quando esci da una stanza
Fai la raccolta differenziata: questo permetterà alle industrie di recuperare quello che hai buttato e di trasformarlo in nuove materie che possono essere riutilizzate. Non eccedere con il riscaldamento invernale o il condizionamento estivo: ti permetterà di diminuire sensibilmente i consumi della tua abitazione. Quando sei in viaggio, fai attenzione a quello che compri ed evita prodotti di pelle, pelliccia, osso, conchiglia, etc: potrebbero essere prodotti di specie in via d’estinzione, il cui commercio è vietato! La conoscenza è uno strumento potente: più persone saranno a conoscenza delle problematiche relative alla perdita di biodiversità, tanto più saranno disposti a contribuire al suo rallentamento. Parla con amici e parenti per incoraggiali a modificare i loro stili di vita 8) MOBILITA’ SOSTENIBILE Secondo Wikipedia, «l’espressione mobilità sostenibile indica delle modalità di spostamento (e in generale un sistema di mobilità urbana) in grado di diminuire gli impatti ambientali sociali ed economici generati dai veicoli privati». In particolare: l’inquinamento atmosferico e le emissioni di gas serra; l’inquinamento acustico; la congestione stradale; l’incidentalità; il degrado delle aree urbane (causato dallo spazio occupato dagli autoveicoli a scapito dei pedoni); il consumo di territorio (causato dalla realizzazione delle strade e infrastrutture) Per ridurre questi danni, alcune azioni innovative si stanno diffondendo negli ultimi anni: sviluppo della mobilità pedonale; sviluppo della mobilità ciclabile; politiche di tariffazione e pedaggi per l’accesso ai centri storici; pianificazione della mobilità aziendale con la figura del mobility manager; gestione della domanda: limitazioni della circolazione veicolare, introduzione di servizi di car sharing, cioè automobili a proprietà condivisa e promozione del car pooling, cioè la condivisione dell’auto fra persone che fanno lo stesso percorso in modo da viaggiare a pieno carico e dunque ridurre il numero dei veicoli in circolazione. Oltre a questi interventi, occorre incrementare l’uso dei mezzi pubblici, con politiche adeguate di comunicazione e d’incentivo. Il concetto da applicare è quello della “demotorizzazione”, che non consiste certo nell’abbandonare l’auto per tornare a un mondo privo di motori, ma semplicemente nel ridurne l’uso allo stretto necessario. (Basta costruire strade – si potrebbe dire agli amministratori – dedicatevi ai sentieri e ai binari.) Se la mobilità è molto aumentata nel corso dell’ultimo mezzo secolo, è rimasta invece stabile la quota di tempo dedicata agli spostamenti nel contesto della giornata media dei cittadini, per il fatto che il miglioramento dei trasporti non è andato a beneficio del tempo libero, ma a beneficio degli spostamenti stessi, sempre più numerosi, più lunghi e talvolta più complicati nel corso della giornata, perché intersecati in diverse direzioni.
Accelerazione è stato l’innesco di una serie di crisi ecologiche presenti e future. Abbiamo messo in crisi gli ecosistemi locali e il pianeta stesso, prelevando dall’ambiente sempre più risorse naturali e scaricandovi sempre più rifiuti, per sostenere un numero di persone sempre più grande ognuna delle quali produce e consuma sempre di più. In genere ci sono conclusioni molto pessimistiche sulla possibilità di costruire un’economia sostenibile. Il motivo è che la politica dei limiti alla crescita non ha mai avuto un vasto consenso. La crescita economica continua ad essere al centro dei programmi dei partiti politici e delle preoccupazioni dell’opinione pubblica e non sembra realistica un’inversione di tendenza nel futuro prevedibile. Insomma, ridurre la crescita sembra una missione politicamente impossibile. Inoltre, se non viene limitato il consumo di energia, le rinnovabili sono semplicemente destinate ad aggiungersi e non a sostituirsi ai combustibili fossili, come avviene già da decenni. Insomma, la transizione tecnologica è necessaria ma non sarà sufficiente se non viene limitata la crescita economica, che è la determinante principale del consumo di energia. La buona notizia è che la Grande Accelerazione è alla fine. (La Grande Decelerazione). La Grande Accelerazione non è il destino ineluttabile della nostra specie, ma una fase transitoria della nostra storia. La fase successiva è uno scenario di economie che cominceranno a decrescere per effetto della combinazione di reddito pro-capite stagnante e popolazione in diminuzione. È difficile fare previsioni, ma a livello globale la Grande Decelerazione potrebbe cominciare già nei prossimi 20 o 30 anni. Ottime notizie dunque per quanto riguarda il lungo periodo. Tutto andrà bene se giungeremo alla Grande Decelerazione senza aver prima provocato qualche disastro irreversibile. Il problema è che al momento questa non sembra la cosa più probabile. Potremmo non avere 20 o 30 anni di tempo perchè il disastro climatico e molte altre crisi ecologiche bussano rumorosamente alle nostre porte. In pratica sappiamo che abbiamo un tempo limitato per cambiare strada, ma non sappiamo quanto. Inoltre le previsioni sulla decrescita potrebbero essere sbagliate. Dopotutto i demografi sono d’accordo che la popolazione mondiale declinerà, ma continuano a non essere d’accordo sul quando. E se ci volessero 50 o 80 anni invece che 20 o 30? La ovvia conclusione è che incrociare le dita e aspettare la Grande Decelerazione non sarebbe una grande idea. La prospettiva di una decelerazione è concreta ma troppo lontana rispetto ai problemi urgenti che abbiamo attualmente È l’equazione soldi-felicità il motivo per cui un progetto per limitare la crescita incontra pochi consensi. La crescita è il progetto centrale della nostra società. Questa società è fatta per l’economia perchè l’immaginario collettivo è colonizzato dalla idea che avere più soldi sia una prospettiva ragionevole di miglioramento delle nostre vite. Quindi la rinuncia alla crescita non ci appare come un progetto ma semplicemente la rinuncia a un progetto. E non uno da poco: è il nostro progetto su come divenire più felici. In sostanza abbiamo costruito una società in cui i soldi sono divenuti sempre più importanti. Perchè questa è la società del Si Salvi chi Può. E può salvarsi più facilmente chi ha più soldi. È questo che nutre la nostra frenetica caccia al denaro. A sua volta, questa caccia è alla base della crescita economica. Lavoriamo e produciamo molto per difendere noi e i nostri figli dalla paura, dalla declinante qualità dell’ambiente e delle relazioni umane e, in ultimo, dall’infelicitá che tutto ciò causa. Negli ultimi decenni la crescita economica è stata alimentata soprattutto da questi meccanismi difensivi. Per questo la chiamo crescita difensiva.
A fronte degli ingenti sforzi per tenere viva la crescita economica, il massimo che siamo riusciti ad ottenere è stata una crescita modesta di sistemi economici che tendevano spontaneamente a stagnare o a decrescere. In altre parole, ci siamo industriati tanto e senza successo per spingere controcorrente sistemi economici che per loro natura tendevano a non crescere. È il circolo vizioso della crescita difensiva: la crescita genera distruzioni sociali e ambientali che a loro volta generano crescita Ancora oggi il lavoro continua ad assorbire la maggior parte del tempo e delle energie della gente. Le implicazioni per l’ecologia di questo fallimento sono enormi: il mondo sarebbe molto più pulito se la predizione di Keynes si fosse realizzata. Se vigessero gli orari di lavoro da lui previsti - più corti di quelli attuali di quasi due terzi - le economie occidentali sarebbero più piccole di quasi due terzi. Infatti se tutti lavorassimo poco più di un terzo di quanto lavoriamo, i nostri redditi sarebbero poco più di un terzo di quelli attuali e così anche il Pil del nostro paese. Sia l’inquinamento che il consumo di energia e materie prime sarebbero enormemente più bassi. (Keynes 14h di lavoro settimanali) Questo evidenzia che la crisi ambientale è strettamente connessa alla crisi del tempo libero. L’errore di previsione di Keynes, e dei suoi contemporanei, non riguardava l’immenso aumento della capacità produttiva che immaginavano per il secolo successivo, che si è effettivamente verificato. La produttività del lavoro è cresciuta grazie al progresso tecnologico e alla accumulazione di attrezzature produttive che lo facilitano. Le persone continuano a lavorare molto perché il denaro è ancora al centro delle loro preoccupazioni. La crisi ambientale è il prodotto di una società che ha perso il senso di quello che fa. Ci siamo ritrovati in un mare di sofferenze e non ricordiamo più che il motivo per cui abbiamo fatto tanti sforzi per uscire dalla povertà era costruire vite migliori. Chiediamo alle persone di essere fatte per l’economia e abbiamo dimenticato che lo scopo era costruire una economia che fosse fatta per le persone. Abbiamo sprecato le enormi potenzialità di aumento della felicità aperte dalla prosperità economica innescando una rincorsa senza senso alla salvezza individuale dal decadimento comune. Per questo produciamo e consumiamo tanto da violentare gli ecosistemi da cui dipende la qualità della nostra vita. SOLUZIONE Bisogna costruire una società ed una cultura che consentano alla gente di ridurre la centralità del denaro nelle loro vite. Si tratta in sostanza di ribaltare le politiche seguite negli ultimi decenni Per farlo abbiamo bisogno di sistemi politici che prendano le decisioni giuste. Le democrazie attuali non sono in grado di prenderle a causa della loro sproporzionata dipendenza dagli interessi delle grandi imprese. Per uscire dalla trappola del Si Salvi Chi Può individuale - quella che ci conduce al disastro comune - dobbiamo sentire che le nostre decisioni collettive proteggono i beni comuni adesso e che lo faranno in futuro. Dunque è la crisi della democrazia il pilastro su cui si fonda l’economia insostenibile. Alla radice della crisi ecologica attuale e futura c’è il senso di impotenza collettiva e la rassegnazione a sentirsi soli. La democrazia va radicalmente riformata e ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare la partecipazione dei cittadini e la qualità delle decisioni politiche. L’aspetto innovativo delle politiche che propongo è che la protezione dell’ambiente è basata sulla costruzione di condizioni che permettano alla gente di vivere in modo più felice e non solo sulla imposizione di limiti, come nelle tradizionali agende ecologiste. L’efficacia della azione collettiva e l’umanizzazione delle relazioni sono le tappe sulla via della sostenibilità.