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riassunto letteratura I corso.
Tipologia: Dispense
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Il termine umanista entra nell’uso soltanto nel XVI secolo e stava ad indicare i professori e gli insegnanti di discipline letterarie: in questa accezione venne adoperato ampliamente fino al XVIII. La parola umanesimo è stata coniata invece nel 1808 da un pedagogista tedesco Friedrich Immanuel Niethammer per difendere l’importanza degli studi classici nell’istruzione secondaria contro iniziative tendenti a dare maggiore peso alle discipline scientifiche. Solo nel Novecento si è imposto in ambito storiografico ed è passato a designare la civiltà italiana del XV secolo. Movimento culturale, intellettuale, storico, che prese vita in Italia alla fine del XIV secolo e che si sviluppò in Europa nel Quattrocento. Esso viene considerato come la prima essenziale espressione di quello che sarà il Rinascimento nel secolo successivo. Fu quindi un passaggio graduale, preceduto da una grandissima preparazione già iniziata nel Medioevo, che non vede la cancellazione della mentalità medievale, ma soprattutto si tratta di un fenomeno che rimanda ad alcuni fatti e non ad un’intera civiltà resi possibili, innescati da una serie di avvenimenti storici: agli inizi del 400 l’Europa supera la crisi che aveva attraversato nel secolo precedente (Francia e Inghilterra sono impegnate nella guerra dei Trent’anni fino al 1453): inizia un miglioramento del tenore di vita, un rifiorire della vita civile, delle tecniche ma soprattutto degli studi. Erano cessate le epidemie di peste (1348), la produzione agricola aveva ripreso un andamento favorevole, gli scambi si erano sviluppati, i commerci erano ritornati a fiorire; questo ebbe come conseguenza un ripopolamento delle città e un miglioramento delle conoscenze tecniche (pensiamo al perfezionamento della bussola, importante per la navigazione e per le nuove scoperte geografiche che si avranno soprattutto a partire dalla fine di questo secolo, o della polvere da sparo, che rivoluziona il modo di fare la guerra). Parallelamente vi furono altri cambiamenti che modificarono gli equilibri economici e politici dell’Europa: nel 1453 i turchi ottomani, dopo un lungo assedio, conquistano Constantinopoli: la storia dell’Impero romano d’oriente cessa il suo percorso, i turchi prendono il controllo sul Mediterraneo, motivo che spingerà gli europei a cercare nuove rotte navali per giungere in Oriente, dove si ricavavano le spezie, dando così vita a quella che viene chiamata “l’epoca delle scoperte geografiche” che porterà nel 1492 alla scoperta dell’America per mano di Cristoforo Colombo (data che si fa coincidere con l’inizio del Rinascimento, anche se in realtà la mentalità stava cambiando già da tempo). Non dobbiamo dimenticare che questo è il secolo dell’affermazione delle signorie
italiane, determinanti per lo sviluppo di qualsiasi attività culturale, che vogliono prendere posizioni egemoniche: si passa da un periodo di continue guerre tra alcuni stati di Italia, quali Milano, Venezia e Firenze, alla pace di Lodi nel 1454, stipulata in seguito alla minaccia turca, con la quale si stabilisce che i vari confini di stati dovevano essere rispettati. Con essa inizia infatti un periodo di relativa tranquillità, positivo dal punto di vista culturale: permette la circolazione da una signoria all’altra e di conseguenza la circolazione delle opere. Gli umanisti riescono a creare un ambiente culturale omogeneo, una prima forma di cultura nazionale. La Filologia , che si occupava della ricostruzione e della corretta interpretazione dei testi classici, diviene una vera e propria disciplina: gli umanisti, primo fra tutti Petrarca, si recavano nelle biblioteche monastiche per recuperare i codici latini, mentre per quelli greci si doveva andare in oriente; così si cominciò a viaggiare verso Constantinopoli fino alla presa dei turchi, inseguito l’Italia si offrì come luogo di rifugio per numerosi manoscritti greci (Bessarione di Trebisonda donò i suoi volumi alla repubblica di Venezia nel 1468). Importanti sono le scoperte di Poggio Bracciolini , il quale presso l’abbazia di Cluny scoprì due orazioni ignote di Cicerone e in quella di San Gallo le istitutiones oratoriae di Quintiliano e il de Rerum natura di Lucrezio. Grande filologo fu anche Lorenzo Valla , il quale nella sua orazione “ De falso credita et ementita Constantini donatione” riuscì a dimostrare che la donazione di Costantino, secondo cui l’imperatore avrebbe concesso al papa di esercitare potere temporale sui territori della Chiesa, era un falso compilato nel Medioevo. Altro umanista fu Poliziano , fiorentino che sapeva parlare tre lingue: latino, greco e volgare; egli rappresenta l’ideale di “poeta philologus”, ovvero di poeta professore, in quanto da filologo aveva la passione del docente e l’ispirazione del poeta. La sua attività filologica può essere riassunta nel suo documento “Miscellanea”, in latino, in cui egli affronta questioni grammaticali, indagini storiche, archeologiche, corregge testi e interpreta classici. Ricordiamo anche Giovanni Pontano e Jacopo Sannazaro , umanisti napoletani. Essi volevano riprendere i valori, l’educazione (Paideia) del mondo classico che dovevano formare l’uomo, il senso della storia, di cui si voleva avere conoscenza più larga, più precisa ( il nuovo combatteva il vecchio contrapponendovi l’antico ). Gli studiosi, gli artisti italiani, ebbero la convinzione di potersi proporre come guida per la cultura del proprio stato ma anche di tutti gli altri paesi, meno pronti ad uscire dalla crisi. Da ciò il termine Umanesimo che quindi prende il nome dallo studio delle humane litterae , le discipline letterarie, storiche e filosofiche tipiche dell'uomo su cui posero l'attenzione gli studiosi del Quattrocento. Allo stesso tempo si sviluppa l’idea sulla centralità dell’uomo , teoria che si svilupperà meglio nel 500. Nasce l’ideale di Homo faber, secondo cui l’uomo è un’entità autosufficiente, artefice del
tipiche della letteratura buffonesca o comico parodica riassunta appunto in dei cantari per andare incontro alle richieste di un pubblico incolto. Adesso la materia sarà nuovamente elevata da un punto di vista letterario e culturale, adattata alle corti signorili da diversi autori, come Pulci, Boiardo, Ariosto e Tasso. (i poemi cavallereschi nascono nel Medioevo, tra l’XI e il XII secolo; nella Francia del nord si diffusero due forme narrative molto importanti: da un lato le canzoni di gesta, dall’altro il romanzo cortese cavalleresco. Le prime erano racconti perlopiù anonimi in cui si narravano vicende guerresche con i rispettivi guerrieri palatini alla corte di Carlo Magno contro i Saraceni, il più importante cavaliere il conte Orlando: questo è ciò che chiamiamo ciclo carolingio. Il secondo narrava invece le vicende avventurose dei cavalieri alla corte di re Artù, di cui il principale esponente è Lancillotto: ciclo bretone ) Luigi Pulci segue però perlopiù la strada dei cantari popolari (e anche della poesia del Burchiello). Egl i nacque e visse a Firenze, proveniva da una famiglia nobile decaduta, ricevette una normale educazione letteraria che gli permise di entrare alla corte di Lorenzo il Magnifico, ricca di prestigio culturale e artistico, definita “novella Atene”, lo stesso Lorenzo era un letterato. Pulci era conosciuto soprattutto per la sua poesia comico-parodica, basata sulla cosiddetta “satira del villano”, ovvero quella produzione letteraria in cui tutto ruotava sulla rappresentazione negativa del contadino, descritto come un essere bestiale, rozzo e arido. Scriveva su commissione dei Medici opere come “la giostra”, sorta di resoconto sulla gara e sulla vittoria di Lorenzo del gioco equestre che si svolgeva come ogni anno a carnevale. Ma la sua opera più famosa è Morgante , un ampio poema in ottave che narra le vicende dell’omonimo gigante e delle sue stravaganti imprese. Una prima redazione dell’opera risale al 1477, fu una delle prime edizioni a stampa dopo aver avuto un successo popolare, ma il testo fu rimaneggiato successivamente con l’aggiunta di altri canti, in cui aggiunse accenni alla propria persona, a personaggi autorevoli, e manifestazioni di pietà religiosa (il lungo discorso del diavolo Astarotte, il quale avanza ipotesi di una concordanza tra le religioni) con l’intento di far prevalere nella cultura fiorentina un modello comico di scrittura, progetto che fallisce: Lorenzo si indirizza verso il neoplatonismo, portato avanti ad esempio da Marsilio Ficino. La narrazione non ha un disegno organico e unitario, bensì episodico e trova le sue fonti nelle vicende dei conti paladini alla corte di Carlo Magno, che appaiono però molti diversi dal solito, perdono la loro autorità degradandosi a livelli buffoneschi , caratterizzandosi quasi come antieroi, vengono ridicolizzati ( in ciò sta la novità); essi agiscono secondo stereotipi , come marionette: Gano è un traditore maniaco, Carlo Magno un vecchio semirimbambito, i paladini sono immagini di forza e di valore sovrumano, i pagani ottusi e maligni ma capaci di improvvisi sentimenti di cortesia e lealtà: egli non ha alcuna intenzione di cercare giustificazioni psicologiche per i
comportamenti dei suoi personaggi, ma aspira a mettere in risalto atti di ogni misura, una rappresentazione imprevedibile, volutamente eccessiva, di fatti inverosimili, dando all’opera un effetto comico messo in risalto dal linguaggio utilizzato: vi sono stanze che iniziano con la ripetizione della stessa parola, usa similitudini che fanno riferimento a situazioni imbarazzanti, si serve della lingua fiorentina potenziandola con parole provenienti da vari ambiti: latinismi, parole di basso volgo, parole di Dante dal gergo furbesco, fino a calchi di parole, ad esempio provenienti dall’arabo, usa parole che colpiscono per il loro suono e attraggono l’attenzione. La stessa trama per questo motivo rivela poco delle caratteristiche del poema (si narra infatti che Orlando, colpito dalle calunnie di Gano e seccato per il comportamento credulone di Carlo Magno, vecchio e quasi rimbambito, parte per l'Oriente in cerca di avventure). Lo stile parodistico emerge a pieno soprattutto nel canto XVIII , in cui Morgante incontra il mezzo gigante Margutte, basato soprattutto sulla poesia comico parodica di Cecco Angiolieri, il quale nel medioevo cantava “tre cose solamente menno in grado, le quali posso non ben ben fornire. Cioè la donna, la taverna e l dado”. Allo stesso modo Margutte canta le sue virtù cardinali, ovvero la gola, il vagabondaggio, la miscredenza, il furto, la frode e tutti gli imbrogli possibili. Margutte si presenta come peccatore incallito e descrive se stesso come un personaggio paradossale, abnorme nella sua malvagità: anzitutto è scuro in volto, in modo conforme alla rappresentazione popolare dei giganti (affine a quella dei demoni), poi lui stesso ci dice di essere nato da un "papasso" turco, una specie di ministro di culto islamico, e da una monaca greco-ortodossa, quindi figlio di un'unione sacrilega che accosta due popoli tradizionalmente ostili al Cristianesimo (i greci erano malvisti in Occidente e accusati di essere individui fraudolenti). Il "mezzogigante" ha ereditato i peggiori peccati di entrambi i gruppi etnici, infatti dice di aver ucciso il padre e di essere partito alla ventura per il mondo in cerca di guai, portando con sé una scimitarra che è un'arma tipica degli Ottomani; alla domanda di Morgante se sia cristiano o islamico dichiara di non credere in alcuna religione e aggiunge alcuni commenti ironici sulla fede musulmana, affermando di amare il vino e di considerare per questo Maometto una specie di fantasma. Margutte ha parole blasfeme e sacrileghe anche verso il Cristianesimo, di cui irride la Trinità paragonandola a delle pietanze (la torta, il tortello e il fegatello, poiché quest'ultimo veniva cucinato avvolto da una foglia di alloro interposta nei vari strati), mentre più avanti dissuade Morgante dal tentare di convertirlo dichiarandosi un terreno inadatto a "porvi vigna", parodiando la parabola evangelica dei vignaioli. Egli confessa di essere un ghiottone e vanta una maestria non da poco nell'arte culinaria, spiegando come va cucinato il "migliaccio" (una specie di sanguinaccio di maiale) e il fegatello, così come la lampreda in guazzetto; infine ammette di essere stato uno sfruttatore di donne e di aver sedotto addirittura delle monache, definendo questi peccati come tre virtù cardinali, "la gola e 'l culo e 'l dado", cui aggiungerà una quarta e cioè l'abilità come ladro. La metafora sacrilega prosegue quando Margutte
Orlando, fino a diventare pazzo, ignari dello strumento magico in mano ad Argalia. Sostando alla fonte di Merlino, Angelica beve un’acqua dotata di potere magico che la fa innamorare di Ranaldo, contemporaneamente questi beve un’acqua di effetto opposto, iniziando a provare odio verso la donna. Gli episodi convergono in oriente dove avviene il duello tra Orlando e Agricane, uno dei maggior aspiranti alla mano della donna, il quale viene qui ucciso e lo scontro tra Orlando e Ranaldo, interrotto da Angelica, la quale molto furba porta il protagonista a far fuori un giardino inespugnabile: Orlando ci riesce ma non avrà mai la mano della donna. Nel II libro si passa alla guerra di conquista e di religione: la Francia viene invasa da un’armata islamica di trentadue re africani guidati da Agramante, deciso a spazzar via i cristiani che gli hanno ucciso il padre. L’assedio di Parigi, alla lunga, costringerà Orlando e altri erranti a tornare alla corte. Il tema delle invasioni saracene era peraltro tornato di scottante attualità storica. La minaccia turca, che incombeva sull’Europa dopo aver conquistato Costantinopoli (1453), si era materializzata sulle coste italiane: nel 1480 i Turchi sbarcano a Otranto e la espugnano, facendo strage della popolazione e razziando la Puglia intera per più di un anno, prima di essere respinti. La creazione dell’armata di Agramante è l’occasione per il Boiardo di dar vita ad alcuni dei suoi più formidabili personaggi, che saranno beniamini anche dell’Ariosto e dei suoi lettori, come figura di Rodamonte. Superbo e inarrestabile gigante nobilitato, il quale non ha paura di nulla e supera senza un graffio ogni duello. Qui appare anche la figura di Ruggero, facente parte dell’esercito musulmano, a cui Boiardo affida un ruolo encomiastico : egli è discendente di Alessandro Magno per via della madre, e di Ettore troiano per via del padre Ruggiero di Risa. Allevato nella religione pagana, è destinato a battezzarsi e a sposare Bradamonte, sorella di Rinaldo, nel III libro, da cui avrà origine la casa d’Este, che Boiardo volle così esaltare. Durante questa guerra Angelica viene affidata da Carlo Magno al saggio Naimo di Baviera, che la affiderà a chi si comporterà più valorosamente tra Ranaldo e Orlando nello scontro con i musulmani, il quale in una sosta beve alla fonte dell’amore innamorandosi di Angelica, mentre quest’ultima nella fonte dell’effetto opposto. La novità risiede anche nella figura di Angelica , che viene cercata e desiderata non come immagine reale, ma come donna che ha una sua fisicità, una sua bellezza corporea. L’Innamorato è ricchissimo di toni, stili e temi diversi , armonizzati dalla regia dell’autore. Il comico, per esempio, torna in più luoghi; ed è un comico di situazione e di parola. Essa è incarnata nel ladro Brunello (forse in parte ispirato dal Margutte di Pulci), che burla principesse e cavalieri con i suoi scippi a velocità supersonica. Il secondo tipo si sente già nella vivacità dei dialoghi, che a volte è direttamente connessa con l’attività di Boiardo come autore teatrale. La troviamo anche in Astolfo, cavaliere bello ma buffo, cade spesso da cavallo, diventa improvvisamente invincibile quando si appropria a sua insaputa della spada magica di Argalia. Su
questa via l’autore mette in ridicolo i cavalieri carolingi; Gradasso, prepotente per antonomasia, ad esempio mette in scena duelli, non per motivi di religione, ma per motivi futili: egli vuole ottenere solo la spada e il cavallo di Rinaldo (Baiardo). L’APPARIZIONE DI ANGELICA Il passo rappresenta l'inizio dell'intreccio del poema, con l'arrivo inaspettato di Angelica alla corte di Parigi mentre è in corso la tregua della Pentecoste ed è lì radunato il fior fiore dei guerrieri pagani e cristiani, in attesa di partecipare al torneo cavalleresco: la reggia è descritta come una corte del Quattocento e i presenti agiscono come raffinati gentiluomini del tempo secondo le norme di comportamento che verranno poi codificate nei trattati rinascimentali. È interessante il fatto che Angelica fa la sua "entrata" nella sala a sorpresa e con un ingresso quasi cinematografico, circondata dai quattro giganti e seguita dal fratello Argalìa, mentre tutti gli sguardi dei presenti si voltano ad ammirare la sua straordinaria bellezza; L'arrivo di Angelica a corte è parte di un piano bel preciso, poiché la donna (mandata lì dal padre, il re Galifrone del Catai) intende usare le sue arti di seduzione e i suoi incanti per irretire il maggior numero possibile di guerrieri e sottrarli alla guerra, favorendo così le non meglio precisate mire del padre: rivolge a Carlo un falso discorso, facendogli credere di essere stata cacciata dal suo regno e di volerlo riprendere con una forza militare, quindi si promette in sposa a chiunque riuscirà a vincere il fratello (che lei presenta con un falso nome) in un duello, ben sapendo che le armi di Argalìa sono fatate e dunque i guerrieri sconfitti verranno fatti prigionieri. Naturalmente tutti gli uomini presenti si innamorano di lei seduta stante e tra questi lo stesso Carlo, che infatti accoglie facilmente ogni sua richiesta e asseconda così i suoi piani. Il personaggio di Angelica si qualifica subito come quello di una perfida incantatrice e seduttrice, pronta a usare ogni mezzo pur di raggiungere i suoi scopi. L'episodio è importante in quanto mostra subito l'innamoramento di Orlando, che si rende conto di peccare contro Dio inseguendo un vano amore terreno e tuttavia non può contrastare i suoi sentimenti, poiché Amore gli ha "posto il freno", lo ha imbrigliato come un cavallo. Boiardo si rifà alla tradizione stilnovistica dell'amore quale sentimento incontrastabile, ed anche a quella classica secondo cui Amor omnia vincit secondo il celebre verso virgiliano. Nel suo "monologo interiore" Orlando accenna al tema petrarchesco del dilemma tra dovere religioso e lusinghe amorose, citando lo stesso Petrarca in 31.8 (cfr. il sonetto 264 del Canzoniere , v. 136: "et veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio", a sua volta rielaborazione di un verso di Ovidio), anche se è ovvio che in Boiardo non c'è quasi nulla del travaglio interiore del poeta del Trecento e il tutto è descritto in modo lieve, con un omaggio di tipo letterario. Petrarca viene citato anche in 32.3 (Namo duca di
paladino fa con l'acqua della vicina fontana e non senza spargere molte lacrime per il re tartaro che ha ucciso: la conclusione dell'episodio verrà ripresa in gran parte da Torquato Tasso nel canto XII della Gerusalemme liberata , quando Clorinda (anche lei morente dopo il duello con Tancredi) rivolge la stessa richiesta al suo nemico e ottiene così la grazia, con la differenza che Tancredi era innamorato di lei e solo alla fine scopre di aver ucciso la donna amata (Il duello di Tancredi e Clorinda). Altre analogie tra i due episodi sono la pausa del combattimento, durante la quale avviene una agnitio che eccita uno dei due contendenti a riprendere lo scontro, nonché il fatto che il duello avviene di notte, in un luogo remoto senza altri testimoni, inoltre la fase finale del combattimento si svolge alle prime luci dell'alba. Boiardo si dedica anche alla lirica amorosa: scrisse gli Amorum libri III , in cui centrale è l’amore per una donna di Reggio, Antonia Caprara. Essi hanno una struttura compatta, ogni libro infatti è costituito da 60 componimenti e alla successione di libri corrisponde un percorso psicologico che va dalla gioia dell’innamoramento al rimpianto, al pentimento dell’amore provato: impianto petrarchesco; si passa così da immagini in cui l’amore viene letto in chiave stilnovistica a immagini di un amore amaro e nostalgico. Ludovico Ariosto Nasce a Reggio Emilia nel 1474, figlio di Nicolò, funzionario dei duchi d’Este e di Daria Malaguzzi Valeri, appartenente alla nobiltà. Dal 1484 il padre si trasferì a Ferrara ed è qui che egli ebbe modo di intraprendere i primi studi, dapprima studia grammatica e inseguito fu indirizzato dal padre a studi di giurisprudenza, presso l’università di Ferrara. Partecipa intanto alla vita di corte di Ercole I facendo parte di una compagnia creata dal duca per gli spettacoli di corte. Lasciati gli studi di diritto approfondì i suoi interessi letterari: studia latino e si impegna in una produzione poetica latina, grazie al suo maestro Gregorio Elladio da Spoleto. Alla morte del padre, avvenuta nel 1500, egli dovette assumersi la tutela della famiglia, così malvolentieri diviene funzionario della famiglia d’Este (egli apparteneva ad una nobiltà più bassa rispetto a quella di Boiardo, perciò si trovava in una condizione molto più subordinata rispetto ai suoi signori): egli voleva dedicarsi alla letteratura ma si trovò costantemente impegnato a svolgere incarichi pratici e amministrativi; tra il 1501 e il 1503 fu capitano della rocca di Canossa. Nel 1503 passò al servizio di
Ippolito d’Este, per il quale si sposta da una città all’altra come messaggero (nelle sue satire egli parla di sé stesso come una persona pigra, sedentaria, contemplativa, personalità contrapposta a quella di Ariosto arista, inventiva e spregiudicata). In questi anni, tuttavia, inizia a dedicarsi all’Orlando furioso, di cui ne esce nel 1516 la prima edizione dedicata al cardinale Ippolito, che però non dimostrò alcuna gratitudine. Nel 1517 i rapporti con quest’ultimo si deteriorano e Ariosto trova impiego presso il duca Alfonso d’Este. Nel 1521 esce una seconda edizione dell’Orlando furioso e nel frattempo svolge l’incarico di commissario ducale della Garfagnana. Successivamente tornò a Ferrara, nel 1528, dove sposò Alessandra Benucci e si dedicò alla stesura delle sue commedie, fin quando non si ritirerà in una casa vicino Ferrara. La versione definitiva dell’Orlando furioso si avrà nel ’32, a cui conferirà una nuova veste linguistica. Muore nel 1532. ORLANDO FURIOSO Poema cavalleresco che si sviluppa come continuazione dell’Orlando innamorato, partendo dal punto in cui questo era stato interrotto. Esso fu sottoposto ad una attenta revisione da parte dell’autore, uscirono infatti 3 edizioni:
-1532: furono inseriti nuovi episodi in vari punti della narrazione e fu sottoposto a una revisione linguistica. Si passa dall’utilizzo di un volgare della corte ferrarese ad un volgare più conforme ai canoni di Bembo e delle sue prose, ovvero il volgere fiorentino illustre del 300. Tuttavia egli lascia spazio anche a materiali linguistici di altra origine, attinti soprattutto dalla poesia latina o da altri poeti italiani, come Dante. PARAGONE CON L’ORLANDO INNAMORATO Innanzitutto, vi è sempre la passione di Orlando, che però qui viene portata all’estreme conseguenze: il paladino, infatti, non ricambiato sarà condotto alla follia. Il suo senno verrà poi recuperato da Astolfo sulla luna. Anche qui si intrecciano gli eventi (entralacement), ma non si intuisce come nell’opera di Boiardo un ordine casuale ma si dà l’impressione di un cosmo perfettamente ordinato e armonico ; gli intrecci non danno mai l’idea di una casualità ma di un tessuto organico, di una tela ricca di fili che vanno in direzione diverse ma che si compongono in quadro ben definito. Questo avviene secondo il
Un’altra differenza con l’innamorato è la presenza di una conclusione: Orlando riacquista il senno e da un contributo decisivo nella battaglia, Angelica sposa Medoro e Ruggero Bradamante. L’elemento magico qui rimane presente, ma si tratta sempre di un mondo reale, caratterizzato da sentimenti comuni, come l’amore, la gelosia, il desiderio. In realtà qui l’elemento magico, viene utilizzato da Ariosto come sorta di metafora delle false immagini e apparenze, in cui ciascuno si lascia facilmente irretire. Pensiamo al palazzo di Atlante, in cui i cavalieri rimango intrappolati e dove inseguono senza fine la parvenza degli oggetti del loro desiderio. PROEMIO: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto…” L'ottava iniziale del poema riassume in poche parole l'oggetto del poema, ovvero la guerra dei mori di re Agramante contro i paladini di Carlo Magno e le vicende romanzesche di natura amorosa che si svilupperanno variamente nell'opera, tutto condensato nei primi due versi (sopra). Il periodo si chiude col verbo "io canto", che ovviamente si rifà all'esordio dell' Eneide ("Canto le imprese militari e l'eroe", a sua volta poi più strettamente imitato da Tasso nel proemio della Liberata ). La guerra che fa da sfondo al Furioso è la stessa di cui si parla già nel II libro dell' Innamorato , ovvero la volontà di vendicare la morte del padre Troiano ucciso in Provenza dal giovane Orlando. “Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima: che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima se da colei che tal quasi m’ha fatto, che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso. ” Ariosto enuncia l'ulteriore novità del poema rispetto a quella già notevole dell' Innamorato di Boiardo, ovvero il fatto che Orlando, il campione dei paladini cristiani, a causa del suo amore per Angelica perde completamente il senno e diventa appunto "furioso". Inoltre, Ariosto fa dell'elegante auto-ironia affermando che lui stesso è ridotto quasi come Orlando a causa dell'amore per Alessandra Benucci, la donna cui era legato e che qui non viene ovviamente nominata, la quale dovrà concedergli il poco ingegno rimastogli per consentirgli di completare l'opera.
“Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l’umil servo vostro. Quel ch’io vi debbo, posso di parole pagare in parte e d’opera d’inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono, che quanto io posso dar, tutto vi dono. Voi sentirete fra i più degni eroi, che nominar con laude m’apparecchio, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio. L’alto valore e’ chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensieri cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.” Le ottave 3-4 affrontano il terzo motivo dell'esordio dopo la protasi, ovvero la dedica dell'opera al cardinale Ippolito d'Este e il preannuncio del motivo encomiastico del poema, poiché tra i protagonisti vi sarà anche Ruggiero che è il leggendario capostipite della casa estense.Nel Furioso la vicenda dei due progenitori estensi viene invece sviluppata e il poema si conclude proprio con le nozze della coppia, prima del duello finale di Ruggiero e Rodomonte. Nella dedica al cardinale Ippolito, protettore del poeta al tempo della prima edizione del 1516, alcuni videro un intento velatamente ironico da parte dell'autore alla luce della rottura dei rapporti tra i due dopo il rifiuto di Ariosto di seguire il prelato in Ungheria, specie quando il poeta accenna agli "alti pensieri" di Ippolito fra i quali i suoi versi dovranno farsi largo con fatica (il cardinale era un uomo alquanto rozzo e poco sensibile alla poesia, elemento presente anche nelle Satire di Ariosto). I Orlando torna dall'Asia nell'accampamento cristiano che si trova in Francia. C'è Angelica, che però gli viene sottratta da Carlo Magno per placare le contese tra lo stesso e Rinaldo. Angelica viene affidata al duca Namo di Baviera, con la richiesta di tenerla in custodia nella propria tenda. Ai due viene proposto un duello: chi nel successivo scontro con i Mori avrà ucciso più infedeli, avrà per sé Angelica.
che non si fa attendere: Atlante esce in groppa all’Ippogrifo, armato del suo scudo (nascosto da un velo) e del suo libro di magia, con il quale riusciva a sferrare i suoi colpi senza neanche avvicinarsi al nemico. Gli incantesimi vengono però annullati dall’anello e Bradamante sferra dei colpi a vuoto col solo intento di ingannare l’avversario. Il mago Atlante, per porre fine al gioco, effettua il suo ultimo incantesimo liberando il proprio scudo dal velo che lo copriva. Bradamante chiude gli occhi fingendo di svenire e così quando il mago, sceso da cavallo senza scudo e senza libro magico, si avvicina a lei per legarla, la donna si alza di scatto e riesce ad immobilizzarlo. Tuttavia, visto da vicino l’avversario, Bradamante si rende conto che in fondo è solo un povero vecchio e non riesce ad ucciderlo. La donna domanda al mago perché si comporti in quel modo crudele, e così Atlante rivela che la sua unica intenzione è quella di salvare Ruggiero, da lui cresciuto, dalla morte che le stelle gli avevano predetto. Le persone rapite avevano quindi la semplice funzione di fare compagnia al giovane Ruggiero, bloccato in quella prigione dorata. Il mago cerca di scendere a patti ma Bradamante si dimostra ferma nella volontà di liberare l’amato Ruggiero e così lega il mago avviandosi con lui verso il castello. Ma una volta giunti in cima, il mago Atlante spezza l’incantesimo, liberandosi da Bradamante e scomparendo insieme al castello. Tutti i prigionieri, tra i quali re Gradasso, Sacripante e Ruggiero, sono liberi e finalmente Bradamante e Ruggiero possono incontrarsi. Scendono poi tutti insieme a valle e rivedono l’Ippogrifo di Atlante con a fianco lo scudo incantato: il cavallo alato fugge più volte ma alla fine va incontro a Ruggiero che sale in groppa credendo di riuscire a condurlo. Ma l’Ippogrifo, per volontà del mago Atlante, prende il volo portando Ruggiero via con sè. ( Il loro amore è caratterizzato dal tema della continua ricerca: Ruggiero risulta spesso inafferrabile per Bradamante) Bradamante vede così ancora una volta scomparire l’amato Ruggiero. Con questo espediente Ariosto fa apparire naturale il passaggio alle altre avventure di Rinaldo nella selva scozzese, famosa per le imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda. In Scozia Rinaldo è in cerca di imprese che possano dargli gloria e fama, imprese di una tale grandezza che i monaci a cui si rivolge non ritengono conveniente si compiano in quei boschi: il luogo ideale per le imprese di Rinaldo è la corte, dove il cavaliere potrà conseguire vera fama difendendo Ginevra, la figlia del Re, accusata da Lucranio di averla vista con un amante. Secondo le leggi scozzesi, nonostante sia figlia del re, la ragazza rischia la condanna al rogo se nessun cavaliere sarà disposto a combattere per lei, sostenendo la sua innocenza. Il re prometteva inoltre in sposa la figlia a chi fosse corso in suo aiuto. Rinaldo si indigna per quella assurda legge e decide quindi di combattere per la salvezza di Ginevra. Il giorno seguente Rinaldo lascia il monastero insieme a uno scudiero ma, una volta abbandonata la strada principale, i due uomini sentono il pianto di una donna. Corrono in suo aiuto e vedono la ragazza nelle mani di due
malviventi intenzionati a ucciderla: alla vista di Rinaldo i due malfattori si danno alla fuga ed il cavaliere riesce così a salvarla. Nel canto 5 si scoprirà che la ragazza si chiama Dalinda e che era una cameriera proprio di Ginevra, la figlia del re di Scozia che Rinaldo sta andando a salvare. XII Mentre Orlando è in viaggio alla ricerca di Angelica, sente le urla di una donna in pericolo e corre in suo aiuto. Il paladino vede passare al galoppo un cavaliere misterioso con in braccio una donna, contro la sua volontà, che ad Orlando sembra Angelica. Il duca si lancia al suo inseguimento con Brigliadoro e raggiunge infine, uscito dal bosco, un vasto prato con al centro un bellissimo castello, all’interno delle cui mura è entrato il misterioso cavaliere. Orlando smonta da cavallo, entra nelle stanze del castello e controlla ogni piano senza riuscire a trovare né il cavaliere né l’amata. Incontra nel castello Ferrù, Bradimarte, re Gradasso, re Sacripante ed altri cavalieri, ognuno accusa il padrone del palazzo di avergli rubato qualcosa di prezioso e si muove invano alla sua ricerca. Non riuscendo a trovare quello che cercava, Orlando esce nel prato circostante ma subito vede Angelica ad una finestra e sente le donna chiedergli aiuto. Torna nel castello e continua la ricerca; la voce di lei proviene sempre da un luogo diverso, sempre da tutt’altra parte rispetto a quella dove si trova lui. Sono tutti vittima del nuovo incantesimo di Atlante, che aveva deciso di condurre in quel posto anche tutti i valorosi cavalieri che avrebbero potuto uccidere Ruggiero. Angelica, intanto, con l’anello magico in bocca, quindi invisibile a tutti, giunge anche lei al castello di Atlante e vi entra. Incontra Sacripante ed Orlando e vede come vengono ingannati dall’incantesimo con finte immagini di lei. Tra i due cavalieri decide di prendere Sacripante come sua guida, per il semplice motivo che ritiene di poterlo più facilmente liquidare quando non ne avrà più bisogno. In quel momento sopraggiungono però anche Orlando e Ferraù. Così Angelica fugge dai tre amanti che prontamente riprendono i propri cavalli e la inseguono. Lei si infila nuovamente l’anello in bocca e torna ad essere invisibile. Ferrù dichiara apertamente di non portare nessun elmo perché interessato soltanto a quello del paladino Orlando, senza averlo riconosciuto costui nel cavaliere che ha
Dardinello ed il fatto che il suo cadavere rimanga senza sepoltura. I due giungono nell’accampamento avversario quando ogni soldato è ormai addormentato, ubriaco dopo i festeggiamenti della sera prima, e ne uccidono più che possono. Vanno poi sul campo di battaglia in cerca del corpo del loro signore. I due si caricano sulle spalle il peso per trasportarlo in un luogo dove poterlo seppellire. XXIIII Canto in cui ha inizio la follia di Orlando , il quale giunge nei luoghi in cui gli amanti Angelica e Medoro sfogarono la loro passione amorosa e vede molti alberi incisi con delle scritte, nota che erano state scritte dalla sua amata Angelica. Orlando cerca di convincersi che il nome “Medoro” fosse il soprannome dato da lei a lui, ma la sua parte razionale capisce che non è vero. Orlando in una specie di grotta a forma di arco in prossimità di una limpida fonte, scorge la dimora in cui i due amanti restavano abbracciati durante le ore più calde del giorno. Lì c’erano impressi i loro nomi con il carbone, gesso o con la punta di un coltello. Trova inoltre scritto in arabo nella grotta che Medoro si è unito lì con Angelica, parole che lesse più volte sperando di non aver compreso il senso. Riprende il proprio cavallo e arriva alla fattoria del pastore e prende alloggio. Orlando si corica e non chiede di cenare, non sa ancora che si trova a dormire nella stessa casa in cui il pastore aveva accolto Angelica e Medoro e che li aveva sposati. Il pastore nel vedere Orlando tanto tormentato, per tranquillizzarlo gli racconta nei dettagli la storia dei due giovani innamorati, Angelica e Medoro, e gli mostra il bracciale ornato di gemme che la donna gli aveva donato per ringraziarlo dell’ospitalità. Orlando riconosce il bracciale: lo aveva regalato ad Angelica come pegno d’amore. Questo fu per Orlando un vero colpo al cuore. Egli odia tanto quel letto, quella casa, quel pastore e, senza attendere il giorno dopo, esce e si dirige nel bosco più fitto. Lì, solo, urla il suo dolore senza darsi pace. XXXIV Giunto ai piedi dei monti della Luna, all’ingresso della caverna che conduce all’Inferno, Astolfo decide di avventurarsi per i gironi infernali ed entra quindi nell’apertura. Astolfo incontro un’anima che gli racconta la propria storia. Il suo nome è Lidia, figlia del re di Lidia, ed è condannata a stare in quel fumo per non essersi dimostrata riconoscente verso il suo amante. L’anima dannata racconta la
sua storia. Terminato il racconto di Lidia, Astolfo tenta di proseguire oltre per incontrare altre anime; il denso fumo diviene però insopportabile ed il cavaliere è costretto a tornare all’aperto. Il cavaliere sale in sella all’ippogrifo ed inizia l’ascesa del monte. Raggiunta la cima della montagna, Astolfo rimane incantato dalla bellezza del paesaggio, il paradiso terrestre, che non ha eguali sulla terra. In mezzo ad una splendida pianura sorge un ricco, bellissimo e luminosissimo palazzo, dal cui vestibolo esce un vecchio, che accoglie Astolfo dicendogli che è per volontà di Dio che ha potuto raggiungere quel posto; gli anticipa quindi che lo scopo di quel suo viaggio è mostrargli come essere d’aiuto a re Carlo e quindi alla Santa Chiesa. Il vecchio è san Giovanni, il discepolo di Cristo, salito al cielo con il proprio corpo quando era ancora in vita. Quest’ultimo racconta ad Astolfo gli avvenimenti accaduti in Francia, soprattutto per quanto riguarda il paladino Orlando. Il conte aveva infatti ricevuto il dono dell’invulnerabilità da Dio per stare in difesa dei cristiani, ma, reso cieco e violento per amore di una donna pagana, aveva mancato al proprio compito, e, per punizione, era stato poi privato della ragione da Dio. Per volontà divina, la follia di Orlando deve avere termine dopo tre mesi; ad Astolfo spetta il compito di fare rinsavire il cavaliere utilizzando la medicina che dovranno prelevare sulla Luna. Non appena la luna compare in cielo, il cavaliere e l’evangelista si sistemano su di un carro trainato da quattro cavalli rosso fuoco ed iniziano così il loro viaggio. Giunti sulla Luna, san Giovanni conduce Astolfo in una valle dove viene raccolto tutto ciò che sulla terra è stato smarrito: non solo regni e ricchezze, ma anche fama, preghiere e promesse fatte a Dio, lacrime e sospiri degli amanti. Astolfo vede infine un monte costituito da ampolle contenenti il senno, in forma di liquido, perso sulla terra. Le ampolle hanno volume diverso tra loro ed ognuna riporta il nome del suo proprietario. L’ampolla contenente il senno di Orlando è la più grande di tutte ed è quindi facile da individuare. Astolfo ritrova anche quella contenente il proprio di senno. Il cavaliere si porta al naso la sua ampolla e torna così nuovamente in possesso di ciò che aveva smarrito. Vivrà a lungo come un uomo saggio, prima di perdere ancora una volta il proprio senno. Dopo che il cavaliere ha prelevato l’ampolla del conte Orlando, l’evangelista Giovanni lo conduce in un palazzo pieno di batuffoli di lino, seta, cotone… In una stanza vede una donna intenta ad ottenere da ogni batuffolo un filo che poi avvolge su di un aspo per formare una matassa. Un’altra donna separa le matasse brutte da quelle belle. Sono le parche ed hanno il compito di tessere la vita di ogni mortale. Tanto più lungo è il filo e tanto più lunga sarà la vita degli uomini. I filati più belli verranno utilizzati per tessere l’ornamento del paradiso, quelli più brutti per fare i legacci dei dannati nell’inferno.