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Riassunto molto sintetico e pratico, con highlights, del libro "Vedere come una città " di Ash Amin e Nigel Thrift. La sintesi permette di studiare con completezza e facilità le tematiche preposte, divise per temi e facilmente comprensibili pur essendo sintetiche.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Le città contemporanee sono fatte di reti infrastrutturali nascoste, multiple e dilatate. La città è un groviglio infrastrutturale con una capacità di agire costitutiva. E’ uno dei principali prodotti e una delle principali produttrici dell’Antropocene.
Vedere come una città vuol dire riconoscere le intelligenze all’opera nella città, affrontare i problemi localizzati, impostare la governance urbana come un sfida in grado di sfruttare questa pluralità, riconoscere i modi con cui l’intelligenza urbana si è acquisita e si conserva (l’apprendimento e la conoscenza, la percezione sensoriale e corporea, le conversazioni e la narrazione, la memoria e gli archivi, la competenza formale e informale, l’intelligenza simbolica e computazionale), considerare che sia lo spettro dell’intelligenza distribuita che tiene insieme la complessità della città.
Se le città sono macchine da crescita, le cui intensità sono regolate dalle condizioni infrastrutturali, esse sono anche macchine di profonda ineguaglianza socioeconomica. Nelle città, il benessere e la mancanza coesistono: la loro interdipendenza e separazione sono mantenute dal medesimo reticolo di istituzioni e infrastrutture.
Se vogliamo che operi per il bene comune, la macchina urbana deve essere governata in modo tale da usare le infrastrutture all’interno di un progetto generale di recupero planetario.
Temi da svilippare Lo sviluppo delle infrastrutture è la storia dell’evoluzione della capacità di movimento degli esseri umani Effetto quartiere La governance da attuare
Un mondo urbano
Solo un piccolo numero di città guida la crescita economia globale. Si tratta di 600 città, con non più di un quinto della popolazione mondiale, che hanno prodotto il 60% del Pil globale. Coprono il 2% della superficie della Terra e sono in gran parte localizzate nel Nord del mondo, ma la tendenza continuerà: integrando nuove città del Sud del Mondo, soprattutto dalla Cina e, in parte, dall’India. Questo grazie alle competenze e al potere di acquisto della nuova consistente classe media di queste regioni.
Queste città, collegate da società, catene di transizioni o di fornitura e dalla condivisione degli interessi delle élite, esercitano un potere di rete che aggira e spiazza quello esercitato dalle tradizionali giurisdizioni dello Stato e della Politica. La nuova centralità urbana avviene senza un paragonabile aumento di potere della autorità locali.
In tutto il mondo i poteri delle città sono ostacolati da vincoli fisici e giuridici, messi in scacco da interessi acquisiti, frenati nel loro agire da carenza di risorse, capacità o impegno. Se il mondo funziona con le città, le amministrazioni locali giocano un ruolo solo accessorio perché dipendono anch’esse da alleanze che compromettono la loro autonomia e autorità.
Negli ultimi decenni molti governi urbani, spinti dall’aumento dei costi, dalla diminuzione dei contributi finanziari del governo centrale e dai vincoli fiscali, hanno stipulato mutui e scambi con le banche di investimento globali. Una forma di copertura speculativa che però lascia il livello locale gravato da debiti paralizzanti.
Urbanicità
La forza urbana è combinatoria e comprende, per esempio:
La capacità di agire della città dipende da come vengono fatti funzionare:
Ma anche da
Questa intersezione è la macchina, l’habitat e l’atmosfera della città, ciò che tiene le cose a posto, rende possibile i processi, dota le entità e le loro associazioni di capacità propositiva.
Così si riconosce l’intelligenza interattiva della infrastruttura di fornitura di servizi, delle forme costruite e delle reti associative, così come le loro reciprocità con gli esseri umani che pensano e agiscono.
Nelle città piene di sensori e processori, annidati nelle tecnologie della strada, nelle infrastrutture pubbliche, negli edifici, nelle case e negli uffici e in tutti i tipi di dispositivi mobili, i calcoli codice/spazio regolano continuamente l’habitat urbano senza l’intervento attivo degli esseri umani.
della crisi, legittima l’idea di dover convivere con essa e con la possibilità di eventi estremi e catastrofici come se fossero fenomeni naturali dal tutto spontanei e non il risultato di una specifica politica economica. L’Antropocene è stato adottato, nel discorso istituzionale, come strategia di depoliticizzazione della crisi, di legittimazione degli interessi e delle visioni della governance ambientale e di marginalizzazione delle problematiche sociali e ambientali.
Meglio enfatizzare la natura non tanto antropogenica, quanto Capitologenica della crisi ambientale e climatica, analizzando il capitalismo come sistema globale di interazioni tra accumulazione di capitale, rapporti asimmetrici di potere e leggi di valore contraddistinte da accumulazione per capitalizzazione e per appropriazione , che hanno implicato dal Novecento fino ai giorni nostri, un progressivo deterioramento degli equilibri socio ecologici per giungere alla crisi contemporanea.
La città è un groviglio infrastrutturale con una capacità di agire costitutiva. E’ uno dei principali prodotti e una delle principali produttrici dell’Antropocene. Nell’era dell’Antropocene le città sono i veri cittadini globali, entità simili ad alveari che condividono le responsabilità della terra.
Il punto è che gli esseri agiscono già come una fonte di energia la cui forza e magnitudine possono essere comparate alla tettonica delle placche. L’altro segnale di maggiore cambiamento è il movimento. Nell’antropocene minerali, atmosfere, piante e animali si muovono molto di più.
Spostare l’inizio: la seconda Pangea
Le città sono convenzionalmente considerate il prodotto della rivoluzione agricola che si è verificata molte migliaia di anni fa. Il surplus di cibo prodotto dalla coltivazione di cereali e le esigenze alimentari del bestiame permisero la nascita delle città. Le città hanno creato
E’ stato sostenuto che le città hanno anche prodotto il tempo che ha consentito la nascita del pensiero astratto, come la matematica.
Ma le città hanno anche prodotto svantaggi. Per esempio, l’affermarsi dell’agricoltura è stata una catastrofe per la razza umana: l’altezza media è diminuita, i denti si sono deteriorati, le malattie epidemiche sono aumentate a dismisura e la prossimità tra esseri umani e bestie ha portato alla diffusione di nuove malattie mortali.
Ci sono voluti mille anni per recuperare le precedenti caratteristiche del corpo umano, e da allora si sono presentati una serie di nuovi problemi di incompatibilità evolutiva, come l’obesità, l’ipertensione, vari tipi di cancro, le malattie del cuore, il diabete e le malattie epatiche che derivano dalla radicale non sincronia del mastodontico adattamento genetico ed epigenetico dei nostri corpi - che sostanzialmente sono gli stessi corpi dell’età della pietra - agli stili di vita contemporanei.
Abbiamo raggiunto una maggiore longevità, ma sono anche aumentate le malattie croniche non infettive.
Le infrastrutture
Lo sviluppo delle infrastrutture è la storia dell’evoluzione della capacità di movimento degli esseri umani. Ad esempio l’ascensore su cui si basa il funzionamento degli edifici più alti, l’illuminazione, il commercio marittimo, le città sono assembramenti sociali, ma esistono anche come dominio non umano. Non consistono solo di pensieri e azioni a scala umana, ma anche di modi di sentire diversi, ognuno dei quali ha proprie cronologie e modalità di intervento nel mondo. Prendiamo l’esempio del modo in cui le città nordamericane racchiudono le possibilità di giovani maschi afro-americani. Essi vengono spesso catturati in un sistema di leggi così punitivo e panottico che è difficile possa determinare altro che una vita da criminale. Database multipli, automobili dotate di tecnologie di informazione, controlli polizieschi e generalizzati, una infinità di decreti e ordinanze producono effetti implacabili e quasi sempre malefici. Spesso può sembrare che queste parti di città siano semplice estensioni delle prigioni.
Le città, per il peso dell’infrastruttura urbana, sono diventate un fenomeno causativo nelle quali risaltano le questioni relative all’economia e all’equità, all’infrastruttura e all’esistenza della specie. Tali questioni sono state riconosciute solo quando il mondo è diventato sempre più urbanizzato e i binari delle infrastrutture hanno indicato quali siano i vantaggi che le città riescono ad ottenere e per chi.
L’ambiente infrastrutturale è un aspetto centrale dell’habitat. Le città sono, prima di tutto, costellazioni di infrastrutture intrecciate, oltre a dare occupazione a un grande numero di persone, a generare valore in se stesse e assorbire investimenti di grandi capitali, queste costellazioni mappano e rappresentano il campo economico, permettono e regolano le transizioni, formano le preferenze e le aspettative, mantengono la circolazione e connettono gli spazi, orientano i guadagni e le perdite economiche in specifiche direzioni, forniscono informazione e intelligence necessarie per prendere decisioni economiche. Mediano domanda e offerta, investimento e profitto, volontà e soddisfazione, ricerca e ricompensa. L’economia urbana è allo stesso tempo incompleta e impossibile senza l’infrastruttura che trasforma un insediamento in città. Queste infrastrutture tengono insieme la conurbazione rendendola la macchina che esemplifica la vita nella e oltre la città, inclusi tutti gli aspetti economici.
Come pensano le città
dilatate , dovranno coinvolgere ogni nuovo tipo di diplomazia pratica e simbolica, espandere le capacità di ricerca, i compromessi creativi e la costruzione di coalizioni che si muovano in una vasta gamma di spazi.
Queste competenze non sono tanto competenze tecniche, quanto tecniche di governo che cercano di ridefinire il significato stesso del governo. Questo significa provare a indicare la necessità di un insieme di abilità in grado di adeguare i numerosi, diversi e concorrenti interessi delle popolazioni urbane attraverso una miscela giudiziosa di competenze burocratiche e politiche rivolte a produrre alleanze inattese ed effetti cumulativi attraverso una molteplicità di capacità:
I city leader devono sapere dov’è il flusso ed essere in grado di lavorare in esso e su di esso in modo produttivo. Le questioni infrastrutturali richiedono un governo esplicito, una leadership capace e un’apertura verso il multinaturalismo, facendo spazio a una politica delle molteplici prospettive di esistenza in cui le priorità infrastrutturali diventano politicizzate. La politica delle infrastrutture è ciò che, nel bene o nel male, ci dà la capacità di cambiare.