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Riassunto discorsivo del volume “vedere come una città” di Ash Amin e Nigel Thrift
Tipologia: Dispense
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Prologo Le immagini satellitari e le mappe dei flussi mostrano l’importanza delle città a livello globale. In modo meno evidente dal punto di vista grafico, altri studi mettono in evidenza che un piccolo numero di città enormi (giganti urbani), guida attualmente la ricchezza e la creatività economica mondiale, che le élite di queste città possiedono uno straordinario potere a livello nazionale e transazionale, che gli stati e le forze militari puntano sempre più sulle città per ottenere un vantaggio geopolitico, che il comportamenti umano è modellato dalle abitudini dell’abitare metropolitano e che la storia dell’antropocene è in gran parte la storia dell’urbanizzazione. In tutti questi studi le città vengono viste come luoghi delimitati che promuovono la crescita. L’urbano è ovunque, i tentacoli delle città sostengono una nuova era di “urbanizzazione planetaria” (Brenner, 2014), le coalizioni e le reti intraurbane guidano la geopolitica e la political economy globale (Taylor, 2013). Questo libro si colloca all’interno di questo insieme di ricerche, ma al contempo se ne discosta, poiché intende compensare la tendenza a cancellare la dimensione territoriale per enfatizzare la globalità urbana o a ridurre la nuova centralità urbana al ruolo di alcune forze fondative come l’accumulazione di capitale. Per controbilanciare queste visioni, il libro si concentra sulla capacità di azione (agency) di un altro tipo di assemblaggio urbano: gli effetti delle cose “ammassate” che popolano il mondo attraverso concentrazioni strettamente giustapposte o intrecciate di esseri umani, tecnologie e infrastrutture. Tesi degli autori → che ci sia più della sola concentrazione spaziale e che sia l’unione di sistemi sociotecnici sovrapposti a fornire alle città il potere di “fare il mondo”. Obiettivo del libro → arrivare alla “cittadinità” delle città come la “umanità” degli esseri umani, con molte possibili declinazioni e combinazioni. Le città sono irraggiamenti spaziali che raggruppano edifici, simboli, corpi, infrastrutture, istituzioni, ognuno con le proprie combinazioni, i propri radicamenti e i propri movimenti, ognuno con i propri mezzi di scambio per vivere e morire. Sintesi possibile senza violare il carattere pluriverso delle città → sicuramente non quella che riduce questi pluriversi a imperativi sistemici o essenza spaziali. La sintesi deve invece avvicinarsi allo stesso “macchinario combinatorio”, alla forza sommativa di molte entità, reti e reti sociotecniche che si intersecano e si scontrano tra loro. In questo libro, viene tentata questa sintesi concentrandosi in particolare sulle capacità di azione dei sistemi sociotecnici. Sintetizziamo la cittadinità della città come una combinazione di vitalità e political economy dei sistemi urbani sociotecnici, che ci sembrano definire la città moderna → l’organizzazione dell’acqua, dell’elettricità, della logistica, della comunicazione, della circolazione e così via esemplificano e sostengono insieme e in modi diversi la vita entro e al di là delle città: distribuendo risorse e ricompense, rendendo possibile l’azione collettiva, segnando il tempo, lo spazio e la mappa ecc.. Queste organizzazioni sono più di un semplice sfondo infrastrutturale. Nelle città, il ruolo dei sistemi sociotecnici è formativo di ogni aspetto, indipendentemente dal suo grado di raffinatezza → tesi degli autori. Progetto del libro → ri-pensare la vitalità urbana tenendo insieme sia le sue qualità meccaniche sia il modo in cui essa crea continuamente nuovi pubblici, che sono innovazioni diffuse in luoghi vicini e lontani. I sistemi sociotecnici considerati all’interno del libro riguardano:
vita dei suoi abitanti, permettendo l’accesso a, e l’uscita da, alcuni spazi, mentre simultaneamente ne vieta altri.
altissimi dell’energia e del cibo, eventi climatici estremi, inondazioni ed erosioni costiere, vulnerabilità e mancanza di infrastrutture, preoccupanti livelli di inquinamento.
disposizioni e circolazioni. Ciò non significa ridurre la città a una macchina intelligente seguendo la nuova letteratura di smart cities basate su sistemi computazionali. Si tratta piuttosto di riconoscere l’intelligenza interattiva delle infrastrutture di fornitura dei servizi, delle forme costruite e delle reti associative, così come le loro reciprocità con gli esseri umani che pensano e agiscono. I calcoli codice/spazio regolano continuamente l’habitat urbano senza l’intervento degli esseri umani. Mark Shepard (2011) → la città del prossimo futuro, una città capace di monitorare riflessivamente il proprio ambiente e il nostro comportamento all’interno di esso, divenendo un agente attivo nell’organizzazione della vita quotidiana. Immersi in un habitat intelligente, gli abitanti delle città, così come gli esperti e i decisori, sono continuamente estesi al di là dei loro corpi da elementi non umani e, attraverso le interdipendenze che si formano in questo modo, mettono continuamente in atto la loro soggettività. La soggettività immersiva e l’intelligenza diffusa non sono solo una caratteristica degli ambienti urbani in cui è maggiore la mediazione delle tecnologie. Normalmente, le città caratterizzate da dotazioni tecnologiche di base, da infrastrutture povere e dalla mancanza di burocrazie dove gli esseri umani sono chiamati a svolgere lavori pesanti, sono considerate come luoghi i cui abitanti sperimentano la città senza protesi, sfidati piuttosto che formati dal loro habitat. Gli studi che riguardano la maggioranza della popolazione urbana del mondo che vive in situazioni difficili raramente considerano le caratteristiche dell'habitat come parte della soggettività. Slum, periferie, spazi pubblici affollati, grattacieli e centri città congestionati tendono a essere descritti come spazi non congeniali alla vita umana. Alcuni recenti studi mostrano però come, in questi ambienti, gli esseri umani sono uguali al loro habitat e la capacità di agire è fondamentalmente un ibrido di mente, corpo, macchina e materia. Queste etnografie suggeriscono che le reciprocità tra habitat e soggettività sono onnipresenti e non sono solo confinate negli spazi marginali come i parcheggi o i parchi inutilizzati. Tali reciprocità non sono neppure confinate in quegli spazi orfani. Simmel (1903) → un essere umano non si esaurisce nei confini del suo corpo e dello spazio che occupa immediatamente con le sue attività, ma solo nella somma degli effetti che si dipanano a partire da lui nel tempo e nello spazio. Il paesaggio urbano, come apparato sensoriale, habitat e intelligenza direzionale, può essere immaginato come uno spazio di outstinct (parte della materia oscura che non comprendiamo né possiamo sondare e di cui spesso sentiamo solo echi e intuizioni. Essi definiscono uno spazio di socialità diffusa tra i corpi, infrastrutture e tecnologie che anima la vita urbana) e atmosfere intensificate che estendono gli istinti e le intelligenze dei corpi. Conoscere la città Pensare alla città come dotata di una capacità macchinica di agire sfida la scienza costruita su strutture e ipotesi fisse → pensare la città in questo modo ha portato a rivolgersi verso l’idiografico (studio o ricerca relativi a casi particolari o singoli), verso etnografie che guardano all’eterogeneità e sfidano le generalizzazioni livellanti e le astrazioni sistemiche. Questo tipo di ricerca parte dallo studio dei casi, dai quali sono emersi alcuni concetti, come quelli di modernità pirata (Sundaram, 2010), formalità improvvisata (Simone, 2011) o ritmo dei nodi (De Boeck, 2014), con cui provare a cogliere le complessità dell’intrico di generale e specifico. Essi hanno trovato un modo per catturare il continuo e intrecciato susseguirsi di azioni contrastanti che connota la vita urbana. Queste etnografie dicono poco però sulle dinamiche urbane aggregate, sulla città come somma dei suoi assemblaggi. Una risposta a questa carenza proviene dalla scienza della complessità che paragona le città a sistemi adattivi, regolati da specifiche combinazioni di pluralità e interazioni. Sanders (2008) → le città sono concepite come sistemi dinamici in cui le variabili (persone, imprese, governi ecc.) mutano e interagiscono costantemente in modo migliore o peggiore, rispondendosi in maniera reciproca, creando cicli di feedback non lineari che aumentano o diminuiscono la stessa energia vitale su cui si basa il loro futuro. Le città, in quanto sistemi adattivi complessi, sono entità coerenti organizzate in cui le condizioni fisiche, le decisioni, le percezioni e l’ordine sociale cambiano continuamente. Seguendo questa strada, la sfida per la
Hall → questi principi appartengono a una struttura della conoscenza che rallenta per consentire valutazioni caute anche quando i problemi urgenti inducono inevitabilmente le autorità ad agire in maniera precipitosa e irriflessiva. Sono principi che implicano la consapevolezza del fatto che trovare la strada in un ambiente urbano complesso e in continua evoluzione richiede che i decisori riflettano attentamente sui dati di fondo della competenza urbana, incluso il valore della conoscenza computazionale, e sul valore del coinvolgimento di altri nella ricerca di soluzioni in campi della conoscenza incerti e contestati. Questa scienza alternativa della città impara a scrutare l’orizzonte della conoscenza e al fine di cercare e ordinare gli oggetti degli esperti, delle persone e delle istituzioni, a sfruttare l’intelligenza della “macchina urbana” per il bene comune. Si tratta di una scienza che si occupa di rendere visibile, piuttosto che dare per scontato, il lavorio nascosto degli algoritmi, delle macchine e dei codici che sono alla base dei molti sistemi sociotecnici della città e dei loro effetti, in modo da rendere la città uno spazio euristico all’interno del quale diversi pubblici possano impegnarsi con l’intelligenza artificiale (machine intelligence). Questo tipo di intelligenza urbana parte dai principi di base della conoscenza urbana prima di ricorrere ai nuovi strumenti di acquisizione dei dati e alle nuove truppe della competenza distaccata. Apre i circuiti chiusi dell’autorità mettendoli alla prova con l’incertezza costitutiva, sapendo che la città può essere conosciuta solo in maniera provvisoria e sperimentale, che la sa ontologia combinatoria sfida l’autorità che fa affidamento su un centro che conosce tutto e tutto governa. Vedere come una città → può essere che sia precisamente una combinazione di modi di governo eterogenei che possono sembrare in contraddizione quando sono esaminati filosoficamente, ma che, in pratica, si integrano e/o si sostituiscono senza clamore. Conclusione I critici sostengono che, se tutto quello che succede nel mondo è influenzato da ciò che accade nel solo 2% della superficie terrestre, le città devono essere gestite a livello centrale in modo da affrontare direttamente i fattori di cambiamento. Sosterranno anche che pluralismo della conoscenza e governo urbano non sono la stessa cosa e che, al fine di garantire l’efficienza e la trasparenza del governo, il primo dovrebbe essere sfruttato dalle autorità per attuare decise politiche di riduzione delle emissioni di carbonio, valorizzazione del potere delle città più ricche, collegamento tra crescita economica, gestione dell’ambiente e coesione sociale. Ma tutto ciò può essere realizzato contro una governance di fatto basata, in tante parti del mondo, sul governo di interessi di parte, clientelismo dilagante e dominio di un mercato senza restrizioni? I sostenitori del “vedere come una città” sostengono che questi sono problemi da affrontare e non solo da accettare e che sia meglio affrontarli da un punto di vista mobile, senza essere ostacolati dalle sfumature dei processi urbani o del pensiero complesso. Questo modo di pensare e agire si scontra con la lunga tradizione della pianificazione urbana programmata a partire da un’idea, con i suoi progetti su larga scala di ingegneria delle abitazioni, dell’industria, della circolazione → la logica di intervento è stata quella di plasmare la realtà, piuttosto che lavorare con le dinamiche sottostanti e gli anelli ricorsivi. NB leggi fine capitolo dal libro. Capitolo 2 Spostando l’inizio: l’Antropocene L’infrastruttura ha generato la circolazione, ha generato la città, ha generato l’Antropocene → tema del capitolo, che approfondisce la tesi secondo la quale la città è un groviglio infrastrutturale con una capacità di agire costitutiva e discute il fatto che le città siano uno dei principali prodotti, e al contempo, una delle principali produttrici dell’Antropocene. Le città sono momenti ricorrenti nella circolazione di persone e cose, momenti in cui la circolazione e la città costantemente si rinforzano l’una con l’altra in coalizioni talvolta durature e talvolta temporanee entro un
“adesso geologico”. Sotto certi aspetti questa storia della motilità è una questione che ritorna spesso tra i geografi. In origine, la maggior parte delle città era localizzata alla confluenza di tratte commerciali di vario tipo, in luoghi strategici per mantenere, vendere e trasportare i prodotti agricoli. Poi, ovviamente, le città stesse diventarono produttrici di beni, oltre che nodi politici e religiosi. Questa circolazione di base ha gradualmente portato alla definizione di “infrastruttura” a una scala tale da cambiare il pianeta, producendo un mondo in cui le infrastrutture non sono più effetto, ma causa. La molteplice stratificazione delle infrastrutture ha portato, a sua volta, alla formazione di un’era geologica nota come Antropocene → la riconfigurazione della terra da parte della forza dell’occupazione umana a una scala e una intensità tale da essere riconosciuta come un’epoca geologica propria. Nell’era dell’Antropocene, le città sono i veri cittadini globali, entità simili ad alveari che condividono la responsabilità per la terra. L’accelerazione di questo processo è connessa, in molte maniere diverse, all’estensione e alla conseguente intensificazione delle infrastrutture nelle loro molteplici forme. L’infrastruttura non è qui unicamente intesa come elemento fisico concreto. Riguarda anche:
nuova Pangea → le specie non hanno più bisogno di muoversi con la propria forza. E come se la Pangea si fosse ricostituita: “gli umani stanno ripercorrendo la storia geologica all’indietro e ad alta velocità”. Certamente, piante e animali si spostano e si mescolano continuamente in nuove combinazioni. In questo periodo caratterizzato dal cambiamento climatico, in cui le specie si spostano in nuove aree, questa non è di certo una notizia. Queiroz → sostiene come i viaggi epici delle piante e degli animali siano sempre stati una regola della vita e un elemento chiave nell’evoluzione: ad esempio nel caso dei semi trasportati nel piumaggio degli uccelli migratori oltreoceano. Questi viaggi potrebbero essere stati una coincidenza, ma non lo sono le loro conseguenze. Ma, dopo tutto questo, è chiaro che gli esseri umani hanno redistribuito una gran parte della flora e della fauna della terra, talvolta gradualmente, talvolta con delle guerre-lampo ecologiche. Gli spostamenti degli esseri umani sono una costante della storia, da cui consegue, ad esempio, il mescolamento genetico. L’aumentare della popolazione umana e il sempre maggiore mescolamento genetico hanno determinato delle mutazioni favorevoli a una scala crescente. La nascita dell’agricoltura ha determinato sempre più mutazioni in risposta a uno scenario di crescenti spostamenti della popolazione. Se le migrazioni sono state una condizione costante della storia umana, queste hanno acquisito un ritmo e un volume maggiore a partire dal XIX secolo quando il movimento è diventato più semplice e meno casuale. Nell’antropocene, il movimento di piante e animali è quindi uno stato naturale, supportato dall’infrastruttura sottostante, che è diventata sempre più abile a spostare le cose intorno alla seconda Pangea. Lo sfondo diviene il primo piano Buona parte di questo stato di mobilità deriva dall’inosservato, ma fondamentale, paesaggio urbano che attraversiamo ogni giorno. Esso forma una seconda natura: linee di potere, pavimentazioni in cemento e strade asfaltate, luci, tombini.. per molti di noi tutto questo costituisce il luogo. Per molti di noi, luogo è un insieme di reti artificiali senza alcun punto finale o linea nelle quali passiamo e dalle quali siamo attraversati. Queste reti hanno prodotto una parte del pianeta che è sempre in movimento → il mondo è attraversato da strade e cavi, tunnel e condutture, segnali wireless, rotte aeree.. questa infrastruttura è composta da “cose” effettive, fisiche, che non possono essere ridotte a una differenza discorsiva. Bryant → la forma che prende la città non è, in questi casi, il risultato di un significante, di un testo, di una credenza o di una sola narrazione. È il risultato delle proprietà reali delle strade, delle linee elettriche, dell’inquinamento e così via. L’infrastruttura, in altre parole, consiste di tutti quegli oggetti che permettono agli esseri umani, alle automobili, ai camion, all’acqua, all’elettricità e così via di spostarsi da un luogo all’altro, di diventare mobili, di circolare. Le infrastrutture sono quindi principalmente condotti continui che hanno una forma piuttosto che un’altra. Tuttavia, e sebbene il principio rimanga sempre lo stesso, con la diffusione del wireless, sempre più questi condotti si sono espansi in segnali trasmessi e ricevuti dai ripetitori. Queste infrastrutture sono concentrate nelle città: le città richiedono flussi di energia e materia al fine di mantenere la loro organizzazione e resistere all’entropia (grandezza che viene interpretata come una misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi). La superficie della terra è diventata alta un centinaio di km e profonda almeno quattro sotto lo strato antropizzato. In quest’ultimo si muovono tubature e cavi, sotto di esso sono scavati nella terra tunnel e pozzi sotterranei, sopra predominano i bacini e le fonti di energia, mentre ancora più in alto volano aeroplani, satelliti e segnali wireless. Quasi tutta questa attività è connessa alle esigenze della città. L’insieme di questi strati potrebbe essere più spesso o più sottile, ma non c’è dubbio che la sua densità stia continuamente aumentando.
Gli effetti della costruzione delle infrastrutture sull’ambiente sono stati spesso drammatici. Le strade frammentano gli habitat con evidenti effetti sulla perdita delle specie: un habitat frammentato perde infatti, in media, la metà delle specie animali e vegetali nell’arco di vent’anni. Le infrastrutture sono talmente diffuse che le diamo per scontate, almeno fino a che non ci sia un malfunzionamento. Ci dimentichiamo anche che l’infrastruttura ha una storia. È la storia di un insieme di decisioni prese nel passato sul come far circolare le cose, spesso basate su principi di logistica militare, e che sono poi diventate, nel corso del tempo, un circolo chiuso che nasconde la natura essenzialmente politica delle scelte. L’infrastruttura è, prima di tutto, la storia del cambiamento dell’ambiente urbano in cui viviamo. Un esempio del ruolo che l’infrastruttura ha svolto in questo senso è dato dall’illuminazione artificiale. Lo sviluppo delle infrastrutture, inoltre, è la storia delle evoluzione della capacità di movimento degli esseri umani → esempio dell’ascensore su cui si basa il funzionamento degli edifici più alti. Le infrastrutture, inoltre, rimandano letteralmente alla storia della circolazione delle cose → caso del commercio marittimo. L’infrastruttura ha anche tutto un altro genere di effetti. Permette alle persone di spostarsi, ha permesso a tutti i generi di comunità di diffondersi nel mondo. Le migrazioni sono state una condizione costante della storia degli esseri umani, ma hanno ripreso ritmo e volume dal diciannovesimo secolo quando gli spostamenti sono diventati più facili e meno pericolosi. Le infrastrutture sono così onnipresenti da essere diventate una caratteristica consolidata del paesaggio urbano. A sua volta, l’ubiquità delle infrastrutture ha generato aree che possono essere considerate esse stesse infrastrutture: porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio sono diventati tutti luoghi di azione del comportamento umano, luoghi dove ci si aspetta che si svolgano alcune tipologie di movimenti teatrali (appuntamenti e addii, incontri difficili e fortuiti ecc..) sullo sfondo di un contesto reso, per quanto possibile, prevedibile dalle architetture identiche, come dalle uniformi. Augè ha denominato questi luoghi “non-luoghi”. Il modo in cui viviamo lo spazio urbano inizia a essere mediato dalle infrastrutture secondo forme che sono al centro della nostra esperienza → il caso del suono. La ragione principale per cui non possiamo liberarci di tutti i rumori è l’infrastruttura. Flussi di (in)coscienza Come dimostra l’esempio del suono, le città sono luoghi in cui le infrastrutture sono più dense e la loro esperienza più pressante. Ma sono anche luoghi in cui sono inventati e applicati nuovi tipi di infrastruttura, dalle strade e le automobili ai ripetitori wireless e ai telefoni. Soprattutto, l'infrastruttura fisica e stata completata da una nuova ondata di infrastrutture derivante dai micro-sensori e dalle nuove capacità di raccolta dei dati e promossa dal cosiddetto insieme di sicurezza-intrattenimento che agisce sia rimuovendo l'infrastruttura fisiche convenzionale sia come uno degli elementi principali che continua l'infrastrutturazione. Se le infrastrutture fisiche possono essere considerate una “seconda natura”, questa nuova ondata di infrastrutture è una “terza natura” che si basa sul trasporto di massa di culture nel mondo a una velocità che una volta sarebbe stata impossibile. Questa terza natura trova la sua origine nelle città, nell'ascesa di una cultura della stampa di mediazione indicizzata che, a sua volta, ha portato all'aumento del contare, del desiderare, del riportare e del trascrivere nelle burocrazie. A sua volta, l'imperativo burocratico ha portato a ulteriori innovazioni tecnologiche e, soprattutto, alla tradizione documentaristica di archivi, indici e di tutta la varia attrezzatura che li circonda. Ha anche portato a diverse forme di identificazione: da quelle spaziali, come gli indirizzi, ai pass che permettono l'accesso a determinati spazi come i passaporti. A fianco di questa infrastruttura semiotica configurata per manipolare i segni della vita in maniera disciplinarmente classica c'è ovviamente il denaro nelle sue varie forme, Un altro tipo di astrazione che dipende sia dall'infrastruttura burocratica sia dall'ascesa della contabilità.
Gratton → non c’è alcun pensiero sulla realtà senza pensare. Questa concezione omette molto di ciò che esiste, il mondo oltre ciò che a noi appare, che, in ogni caso, incide continuamente sull’umano, qualunque cosa succeda. Vale a dire che una parte del dibattito filosofico si è spostato dal come conosciamo la realtà al cosa possa essere la realtà, dato che non può essere ridotta a una serie di entità primordiali. Qualunque sia questa cosa, su cui ci sono molte discussioni, essa non è semplicemente un dominio umano, ma non è nemmeno solamente qualcos’altro, qualcosa che non ci riguarda e che quindi possiamo nascondere o trascurare. Le cose possono cioè appartenere al sociale senza essere costruite socialmente. Allo stesso modo, ci possono essere assemblaggi sociali non umani, come le barriere coralline. Non si può tenere una posizione rigida su questi aspetti. Le città sono assemblaggi sociali, ma esistono anche come dominio non umano. Nel momento in cui le vediamo in quest’ottica, come possiamo pensarle come entità? Un modo è seguire la posizione di Morton, che considera le città come iperoggetti. Tale status deriva dalle proprietà delle città di cui gli esseri umani sono più o meno consapevoli: le città esercitano una spinta gravitazionale che non possiamo evitare di notare, ma che non necessariamente riusciamo a descrivere a parole. Secondo Morton, alcune proprietà sono particolarmente adatte a schematizzare l’iperoggetto urbano:
Le città mostrano anche qualcos’altro. Sono sia un’affermazione del dominio mano sia una sfida a questo dominio. Molti scrivono sullo sviluppo e la crescita economica assumendo che l’espansione del mondo dominato dall’umano sia un dato di fatto. Ma l’Antropocene mette a dura prova queste posizioni in modi molto diversi:
significa che non ci siano costrizioni neurofisiche, ma essa può essere plasmata da ogni genere di influenza. Prendiamo il caso della percezione spaziale. Ciò che definiamo “spazio” è una questione che riguarda la membrana, che è certamente plasmata culturalmente, ma dipende anche da altri fattori, come il tipo di paesaggio in cui prende luogo l’apprendimento spaziale fino al grado di invarianza nella percezione delle forme. Uscire da una visione centrata del sé rende più facile anche comprendere i processi contemporanei di soggettivazione. Questi processi basano attualmente la loro forza sulla produzione di massa di individualità e localizzazione. Sistematicamente, attraverso diversi canali, sono assemblati individui separati che agiscono in modi che sono parodici, ma sembrano autentici. Questo è un nuovo tipo di “esistenzializzazione cartografica”, un regime molto diverso dai precedenti regimi disciplinari e pastorali. Questo regime ha reso più facile mappare e possedere territori esistenziali che in tempi precedenti erano molto più difficili da controllare. Dal momento in cui le varie macchine cartografiche più o meno coerenti sono messe in funzione, esse generano territori soggettivi attraverso l’ingegnerizzazione delle inclinazioni e dei caratteri e attraverso il solo fatto di agire in una determinata situazione. Un altro modo di spiegare tale aspetto è che il cervello è notevolmente malleabile e può sia collegarsi con, sia diventare parte di, ogni genere di cose (Malabou). Questi accoppiamenti, a loro volta, richiedono l’acquisizione di nuovi poteri o la capacità di svolgere nuove operazioni. Molti di questi accoppiamenti funzionano attraverso i meccanismi di auto-regolazione del cervello, in gran parte inconsci ed endogeni. Possono ovviamente essere bloccati e distrutti da traumi fisici di ogni tipo che richiedono al cervello di costruire una nuova soggettività, da eventi culturali che siano sufficientemente forti da essere comparati con questi neuro-traumi o, almeno in teoria, da strategie psicoanalitiche e altre strategie terapeutiche che possono simulare un trauma e costruire una nuova soggettività. In altre parole, il cervello è caratterizzato da una plasticità considerevole e questa plasticità permette di creare ogni tipo di collegamento inaspettato e a volte imprevedibile che potrebbe fornirgli poteri alquanto differenti. Infine, l’umano è identificato come intrecciato in nodi di cose. Le cose ci circondano, ci coccolano, ci minacciano. Esistono, naturalmente, molti tipi diversi di cose con molti diversi tipi di poteri. Le cose si uniscono in molte combinazioni differenti, producendo, attraverso questo processo di cucitura quotidiana, molti nuovi poteri. Nel passato, una visione del mondo di questo tipo sarebbe stata tracciata di realismo ingenuo, ma con la nascita del relativismo speculativo non è più così. Crescere giovani? La fine dell’umano così come lo conosciamo Decostruendo l’umano e rimettendone insieme i pezzi come tante infrastrutture reciproche e strofiche, che producono individualità piuttosto che soggetti rigidi e veloci, potremmo averlo reso più debole. Potremmo aver mostrato che l’umano occupa un mondo di cose che lo modellano allo stesso modo in cui queste ne sono modellate. Tutto ciò non significa ovviamente che l’umanità non esista. Piuttosto, l’umano ha acquisito un guscio nuovo, meno rigido o, per ritornare al termine precedente, una nuova membrana. L’umanità ha esteso la propria portata fisica attraverso varie protesi esterne e interne, spostando la propria estensione all’esterno e all’interno del corpo con diversi mezzi. Possiamo ipotizzare con significativa certezza che, nel futuro, biomateriali intelligenti metabolici e optogenetici trasformeranno tutte le superfici in schermi che potranno essere interrogati. Il risultato è che la membrana è stata tecnologizzata. Il termine “tecnologia” dà però una descrizione inadeguata della membrana. Non riesce a comunicare in maniera sufficiente la terza natura ecologica di ciò che sta accadendo, con gli umani che diventano climi che esistono in uno stato intermedio più che in un involucro distinto.
Una parte del problema è sicuramente che, a partire dalla seconda metà del XX secolo, l’umanità esiste in quantità eccessiva, non solamente come ribollente massa di corpi che apparentemente cerca di trasformare il pianeta in un termitaio, ma come ciò che Serres chiama “ominescenza”, una nuova efflorescenza ecologica dell’umano basata su una re-ingegnerizzazione delle varie facoltà del corpo. Più in particolare, questa nuova abilità dell’umanità è quella di produrre vaste, e per lo più temporanee, collettività tutte collocate in ciò che Serres chiama “una nuova città” che è, al contempo, compressa ed estesa: “invariante nelle sue varianti, comprende e mescola tutte le città attraverso migliaia di reti tra città. La Francia divenuta una sola città la cui metropolitana è il TGV e le cui strade sono le autostrade”. Questo nuovo tipo di città, con i suoi geni e i suoi spiriti, assomiglia a una specie di foresta tecnologica, stracolma di individui solo alcuni dei quali risuoneranno a seconda del contesto. Questo contesto può essere considerato un’apertura in quanto costituisce lo spazio attraverso il quale si trasmette il significato di cosa costituisce un “io”, un “noi” o un “esso”. Questa apertura è sia un limite sia una risorsa. Ma ciò che è certo è che non mostra qualità umane dappertutto: si estende oltre l’umano, producendo un nuovo “noi” costituito da tutti i generi di individui, solo alcuni dei quali sono umani. Questa postura produce, a sua volta, una sorta di trans-realismo, una capacità di indebolire ciò che è considerato “realtà”, ma senza fornire alcuna idea circa un’uscita di emergenza in una fantasia di controllo globale o in un senso permanente di straordinario. La tecnologia gradualmente rivoluzionerà questo processo. Spesso, il paesaggio che ci circonda è stato pensato come in grado di risponderci in numerosi modi, schiacciando il nostro corpo, facendo leva sui nostri egoismi e le nostre vanità. Ma cosa succederebbe se il paesaggio potesse percepire i nostri volti e leggere dei significati nelle loro sagome, anche seguendo un percorso attraverso le complessità come la posizione, il livello della luce e il punto di vista? Non è più un sogno impossibile. Pensando città pensanti Quindi chi e cosa sta pensando in queste città transreali? Alfred Nord Whitehead → la mente è una proprietà basica della materia. Se consideriamo corretta questa tesi, allora le città pensano sistematicamente. Ma possiamo anche sostenere che le città siano sempre più in grado di pensare sia come entità unica sia come parti, in particolare attraverso l’uso crescente delle tecnologie di informazione, le quali hanno almeno qualche grado di retroazione, di risposta e di regolazione al loro interno. Attraverso una potente miscela di associazione aumentata tra le cose, combinate con un miscuglio di sensori, schermi e altre forme di interfaccia, le città sono sempre più in grado di pensare. Certamente non allo stesso modo degli esseri umani. Ma è in ogni caso poco probabile che i modi del pensiero umano coprano tutte le possibilità del pensiero. Probabilmente, le città manifestano una forma di pensiero non-correlazionista, un pensiero che è “non intenzionale, non riflessivo e spesso non consapevole, una sorta di pensiero autistico che non è correlato all’essere ma è immanentemente intrinseco al suo interno” (Shaviro). Ma le città includono nella propria struttura ogni tipo di entità che pensa in maniera differente → nelle città, il pensiero è sempre aperto e molteplice. In particolare, le città iniziano a pensare in modo differente in un mondo post-umano e, soprattutto, lo fanno attraverso un cambiamento nei propri principali canali di riproduzione e nei collettori di massa e influenza, ovvero nell’inquadramento delle linee temporanee delle infrastrutture. In queste nuove tecnologie urbane o atmosfere, gli umani devono smettere di considerare il mondo esclusivamente come un oggetto a loro disposizione. Nuova concezione degli oggetti → attori eguali e non opposti. A sua volta, questa visione ha delle conseguenze. In particolare, ha un impatto su come pensiamo la politica. Se il mondo risponde non da fuori o da laggiù, ma da qui, allora noi stessi siamo in una posizione differente, una posizione nella quale si trova o dalla quale si può emancipare ogni genere di essere, anche se questa emancipazione può non essere eguale. Allo stesso modo, le posizioni politiche fisse si stanno confondendo,
Serres → propone di sviluppare un nuovo “tipo” filosofico, costituito da scienziati che parlino in nome della terra piuttosto che di fazioni. Ciò di cui abbiamo sicuramente bisogno è un gruppo di ingegneri che sia in grado di progettare paesaggi consapevoli della realtà di una situazione, per quanto possa essere sgradevole; ingegneri che capiscano che l’infrastruttura è sia procedurale sia politica. Questi ingegneri non saranno dei politici, ma dovrebbero comprendere che l’infrastruttura è parte della deliberazione politica. Gli ingegneri sono stati preparati ad agire come risolutori di problemi, ma la loro preparazione è troppo ristretta, limitata. Devono collegare modalità di esistenza che si sono inutilmente allontanate: ascoltare i bisogni, progettare nuove soluzioni, disseminare e persuadere. Ciò di cui abbiamo bisogno è simile a una dinastia filosofica urbana in grado di mettere mano all’idea e all’esecuzione, in grado di produrre sia nuovi ed eccitanti mezzi per sviluppare la città sia quel genere di consenso che non è determinato a priori. Ingegneri che, in altre parole, siano responsabili della costruzione, ma anche del rammendo in forme che non possono più essere relegate a discipline date. La nuova dinastia dovrebbe agire come un insieme di promotori urbani ancorati ai valori del bisogno reciproco e della sostenibilità piuttosto che ai non-valori del semplice profitto e della conseguente ripetizione della rovina. Essi sarebbero in sintoni non solamente con i problemi immediati, ma anche con quelli geologici, intesi come segni premonitori e di lungo periodo.
Questa è la ragione per cui l’immaginazione e il fantastico sono ultimamente diventati argomento di molta letteratura urbana. La produzione letteraria di lacune, lacrime e articolazioni può aiutarci a immaginare altri mondi. Tuttavia, non è sufficiente utilizzare la fantasia come semplice sostituzione di una situazione con un’altra. Si tratta piuttosto di trasmettere un diverso tipo di intenzionalità che intacchi il limite di ciò che possiamo comprendere, che faccia allontanare o convergere il nostro sguardo, che non metta troppo in dubbio la nostra comprensione come fondamento della nostra percezione di cosa possa o non possa esistere nell’ombra, in cui, allo stesso tempo, possiamo vedere e non vedere. L’immaginazione e il fantastico sembrano sempre più essere ciò che separa l’essere umano dagli altri animali. È in questa fantasia che vediamo aprirsi città parallele, città che si basano su infrastrutture e su risultanti di oggetto/soggetto che possiamo solo sognare, ma che possono fornirci una pausa e fornirci dei mezzi per cambiare le possibilità che ci circondano. Capitolo 4 Questioni di economia Bonneuil e Fressoz → quando si tratta di distribuire la colpa, l’Antropocene è un fenomeno differenziato: alcune parti dell’umanità hanno una responsabilità di gran lunga superiore rispetto ad altre. Questo punto di vista sull’Antropocene ci fa tornare alla political economy, trascurando tutti gli attori che devono invece essere riconosciuti, appunto, come attori. Un altro punto di vista sull’Antropocene permette di sollevare questioni di equità che attraversano e interessano non solo gli esseri umani, ma ogni genere di componenti dell’insieme planetario. Le questioni di equità sono rappresentate in maniera particolarmente evidente nelle città in cui gli esseri umani e tutti gli altri esseri sono più suscettibili di essere colpiti in massa. Nelle città, tuttavia, le questioni di equità non solo si addensano, come se la massa fosse solo connessa al livello di evidenza. Le città, per il peso dell’infrastruttura urbana, sono diventate un fenomeno causativo nelle quali risaltano le questioni relative all’economia e all’equità, all’infrastruttura e all’esistenza della specie. Esse, inoltre, sono sempre più costituite da una serie di problemi del tutto inediti che richiedono differenti tipi di soluzioni che sfidino l’idealismo incallito divenuto ormai l’equivalente contemporaneo del cinismo. Tali questioni e tali problemi sono stati riconosciuti solamente quando il mondo è diventato sempre più urbanizzato e i binari delle infrastrutture hanno iniziato a indicare quali siano i vantaggi che le città riescono a ottenere e per chi. Ritorniamo alle città come insiemi compositi per considerare come siano trattate le grandi questioni della ricchezza e della povertà urbana. Sono “grandi questioni” perché la ricchezza globale sembra sempre più dipendere dalla capacità delle città di generare e far circolare benessere e perché le città sono anche i luoghi dove si concentra la povertà, nonostante la loro caratteristica di essere motori di crescita. Le spiegazioni sulla produttività urbana e le raccomandazioni per affrontare la povertà urbana non sono condivise e rimangono contestate e, comunque, sorprendentemente indifferenti al ruolo delle infrastrutture. Affrontiamo in primo luogo il tema della ricchezza urbana. Come testimoniano i rapporti di influenti organizzazioni politiche internazionali, la consapevolezza politica che le città siano motori di crescita economica è aumentata velocemente. È sempre più evidente quanto la prosperità e le prospettive economiche di una nazione siano collegate allo sviluppo urbano. Analogamente, movimenti per la giustizia sociale e ambientale riconoscono come le possibilità di una popolazione mondiale sempre più urbana dipendano dalle capacità generative e distributive delle città. Tra i professionisti si fa sempre più strada l’idea che i successi e i fallimenti dell’economia possano avere qualcosa a che fare con le città, le quali forniscono qualcosa di più che la semplice scena in cui si mette in atto un processo economico altrimenti indipendente dallo spazio.