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Virginia Woolf il suo pensiero, Appunti di Letteratura Inglese

Virginia Woolf, vita e pensiero della scrittrice.

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 17/03/2023

annabianc05
annabianc05 🇮🇹

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NOMI DI NADIA FUSINI
Nadia Fusini in “Nomi” ci dice che la vita è per la Woolf: pura esteriorità, cosa, fatto, visione,
assolutamente inafferrabile. Dare voce alla vita: questo è il problema di Virginia fin dall'inizio. Per
questo alla sua vita è necessaria la scrittura, come ciò che sempre riprende nel linguaggio, ciò che
al linguaggio sfugge. A Virginia la vita però non basta. E le cose fanno a Virginia una domanda, cioè
essere scritte.
La domanda che muove la Woolf fin dall'inizio è: come posso conoscere il reale? Come posso
rappresentare in arte la rappresentazione che già il reale è? Come posso avvicinare la cosa? E
quando l'abbia avvicinata, che cosa è lì della cosa? Il nome Virginia Woolf significa questa quete
del 900 che vuole stringere insieme nella parola poetica il granito e l'arcobaleno, il mondo duro e
opaco e le illuminazioni soggettive. Il mondo è granito, opaco finché non viene illuminato, finché
l'io non presta alla cosa, che è muta, la propria voce e parola.
Inoltre, lungi dall'essere scrittrice impressionistica, lirica o fine descrittrice di stati psicologici,
Virginia Woolf è tesa fin dall'inizio intorno all'impresa di “connettere l'interno con l'esterno”.
Nella vita della Woolf si insinua la paura della morte, e sgomina ogni altra presenza. L’assente
inizia a dominare. È sempre il nome dell’assente, con la sua assenza, a svelare il gioco. A mancare
per Virginia non è qualcosa nel reale, ma è la parola, il soggetto.
Inoltre in Virginia è persistente il senso del fallimento.
La malattia
Che Virginia fu malata, lo sappiamo. Di una malattia che ci appare prima di tutto come un certo
tremore nel suo sguardo o come un'angoscia che segna la sua scrittura. È una malattia nel campo
della schizofrenia. Che si manifesta con una serie di episodi maniaco depressivi che si ripresentano
nella sua vita fino al più grave, il definitivo, quel punto di massima intensità che si registrò con il
suo suicidio.
Nella depressione sappiamo si sviluppa un particolare modo di rapporto al reale; che è
stranamente accordato con il modo in cui lei prende posto nel reale in quanto scrittrice. La
malattia e la scrittura producono in Virginia un’incrinatura silenziosa che sentiamo lentamente
progredire insieme nella vita e nell'opera. È come se l'atto della creazione si accompagnasse in
Virginia ad una riflessione immediata, diretta, spontanea, che poggia su un mistero di profondità
metafisica, pur restando semplicemente domanda, interrogazione della vita. La sua scrittura è
alimentata da questa meraviglia, paura, ammirazione o stupore di fronte al mistero.
Virginia prese la vita e la scrittura come un'avventura dell'anima. Le due esperienze sono per lei
una cosa sola e vanno di pari passo e ciò che si presenta nell'una non può non ritornare nell'altra.
Per Virginia la scrittura alleggerisce il peso della vita. Lei è tirata come da due forze: verso il basso,
l'attira la sua anima di melanconica e poi vi è il movimento inverso, quando la grazia della sua arte
la tira verso l'alto.
“Sento che se mi lasciassi affondare ancora più giù, toccherei la verità” dice Virginia. E se la verità
fosse precisamente che non c'è nulla? O che c'è quel nulla?
Quando nella vita Virginia cade così in basso, si dice che è malata. Così lei può avvicinare questo
nulla solo nella scrittura. Al punto che a Virginia pare che la vera vita lei la incontri solo nel libro. E
il niente viene dall'assenza del libro quando non può scrivere.
Ma al tempo stesso scrivere l’affatica: “È una pena terribile, un'angoscia inenarrabile”. Ed è da
questa sofferenza che nascono il timore e il tremore di Virginia.
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Letture aggiuntive (opzionali) Letteratura inglese 3 NOMI DI NADIA FUSINI Nadia Fusini in “Nomi” ci dice che la vita è per la Woolf: pura esteriorità, cosa, fatto, visione, assolutamente inafferrabile. Dare voce alla vita: questo è il problema di Virginia fin dall'inizio. Per questo alla sua vita è necessaria la scrittura, come ciò che sempre riprende nel linguaggio, ciò che al linguaggio sfugge. A Virginia la vita però non basta. E le cose fanno a Virginia una domanda, cioè essere scritte. La domanda che muove la Woolf fin dall'inizio è: come posso conoscere il reale? Come posso rappresentare in arte la rappresentazione che già il reale è? Come posso avvicinare la cosa? E quando l'abbia avvicinata, che cosa è lì della cosa? Il nome Virginia Woolf significa questa quete del 900 che vuole stringere insieme nella parola poetica il granito e l'arcobaleno, il mondo duro e opaco e le illuminazioni soggettive. Il mondo è granito, opaco finché non viene illuminato, finché l'io non presta alla cosa, che è muta, la propria voce e parola. Inoltre, lungi dall'essere scrittrice impressionistica, lirica o fine descrittrice di stati psicologici, Virginia Woolf è tesa fin dall'inizio intorno all'impresa di “connettere l'interno con l'esterno”. Nella vita della Woolf si insinua la paura della morte, e sgomina ogni altra presenza. L’assente inizia a dominare. È sempre il nome dell’assente, con la sua assenza, a svelare il gioco. A mancare per Virginia non è qualcosa nel reale, ma è la parola, il soggetto. Inoltre in Virginia è persistente il senso del fallimento. La malattia Che Virginia fu malata, lo sappiamo. Di una malattia che ci appare prima di tutto come un certo tremore nel suo sguardo o come un'angoscia che segna la sua scrittura. È una malattia nel campo della schizofrenia. Che si manifesta con una serie di episodi maniaco depressivi che si ripresentano nella sua vita fino al più grave, il definitivo, quel punto di massima intensità che si registrò con il suo suicidio. Nella depressione sappiamo si sviluppa un particolare modo di rapporto al reale; che è stranamente accordato con il modo in cui lei prende posto nel reale in quanto scrittrice. La malattia e la scrittura producono in Virginia un’incrinatura silenziosa che sentiamo lentamente progredire insieme nella vita e nell'opera. È come se l'atto della creazione si accompagnasse in Virginia ad una riflessione immediata, diretta, spontanea, che poggia su un mistero di profondità metafisica, pur restando semplicemente domanda, interrogazione della vita. La sua scrittura è alimentata da questa meraviglia, paura, ammirazione o stupore di fronte al mistero. Virginia prese la vita e la scrittura come un'avventura dell'anima. Le due esperienze sono per lei una cosa sola e vanno di pari passo e ciò che si presenta nell'una non può non ritornare nell'altra. Per Virginia la scrittura alleggerisce il peso della vita. Lei è tirata come da due forze: verso il basso, l'attira la sua anima di melanconica e poi vi è il movimento inverso, quando la grazia della sua arte la tira verso l'alto. “Sento che se mi lasciassi affondare ancora più giù, toccherei la verità” dice Virginia. E se la verità fosse precisamente che non c'è nulla? O che c'è quel nulla? Quando nella vita Virginia cade così in basso, si dice che è malata. Così lei può avvicinare questo nulla solo nella scrittura. Al punto che a Virginia pare che la vera vita lei la incontri solo nel libro. E il niente viene dall'assenza del libro quando non può scrivere. Ma al tempo stesso scrivere l’affatica: “È una pena terribile, un'angoscia inenarrabile”. Ed è da questa sofferenza che nascono il timore e il tremore di Virginia.

E quel passaggio che avviene in lei dal realismo dei primi romanzi allo sperimentalismo e al simbolismo degli altri romanzi, non è incostanza dell'artista, ma è mutazione interiore, trasformazione. Un fondamentale disturbo della malattia di Virginia è il ritmo, l’incessante. La cosa Importante in Virginia è la cosa. L'atto della creazione si accompagna in Virginia, alla meraviglia, alla paura, al tremore, all'angoscia, all'ammirazione, allo stupore di fronte alla cosa. Lei ne è ipnotizzata come un bambino. il silenzio Altro tratto importante in Virginia Woolf è il silenzio. È un tratto che ritorna sempre nelle donne woolfiane, insieme a quel gesto dello “sferruzzare”. Gesto che Virginia ama: perché ama farci trovare la donna come e dove lei ha trovato la madre. Silenziosa, segreta, ostinata, la donna woolfiana, che si chiami Katherine, Clarissa o la signora Ramsey, è anche fredda ed avara. E non perché sia incapace di donare: ma perché custode di un segreto che non può arrendere. Le donne di Virginia Woolf sono belle esattamente per questo: e in questo la bellezza giustamente, si coniuga per Virginia con il silenzio e sempre la bellezza si accompagna in loro alla freddezza. È esattamente nel custodire qualcosa nell’inafferrabile che la donna woolfiana sospende l'essere ad una interruzione. L'io che parla al tu, che dialoga, non incontra il tu. La parola non incontra la realtà, ma sempre la manca. Dice “non potevo spiegarlo” e ciò è la chiave della sua opera, l’impotenza che è all’origine del suo impulso a scrivere. INTRODUZIONE DI HERMIONE LEE A TO THE LIGHTHOUSE DI VIRGINIA WOOLF (EDIZIONE PENGUIN) RIASSUNTO (IN ITALIANO) Vita Virginia Woolf nasce nel 1882, è figlia dell’editore e critico Leslie Stephen. Ha sofferto un’adolescenza traumatica dopo la morte di sua madre nel 1895 e della sua sorellastra Stella. Suo padre morì poi nel 1904 e due anni più tardi morì il suo fratello preferito, Thoby. Con sua sorella, la pittrice Vanessa Bell entra a far parte del Bloomsbury Group. Incontra poi Leonard Woolf che sposa nel 1912, e insieme fondano la Hogarth Press nel 1917 con cui saranno pubblicati i lavori di Eliot, Forster e Katherine Mansfield. Virginia Woolf ha vissuto una vita energetica tra amici e famiglia e dividendo la sua vita tra Londra e Sussex Downs. Nel 1941, dopo un’ulteriore crisi mentale, muore. Romanzi Il suo primo romanzo è “The Voyage Out”, pubblicato nel 1915, lavorerà poi a “Night and Day” (1919) e all’opera sperimentale ed impressionistica “Jacob’s Room” (1922).

La leadership metaforica degli uomini, secondo Mr Ramsey, è in parte una fantasia comica ma viene anche intesa seriamente. Lui è eroico ma allo stesso tempo tiranno. Il misto di venerazione cortese e dominazione con cui Mr Ramsey tratta sua moglie è il prodotto di un sistema patriarcale. E nei discorsi degli uomini vengono spesso nominati Napoleone, Carlyle, la rivoluzione francese, ad indicare che una tradizione maschile di dispotismo imperialista viene contrastata; viene contrastata da Mrs Ramsey con un alternativo linguaggio di matriarcato, da Lily con i suoi dipinti, da William Bankes con la sua oggettività scientifica, da Augustus Carmichael con la sua mistica e impersonale poesia persiana, e dai bambini. Infanzia Molto ci fa leggere “To the lighthouse” come una trascrizione letterale dell’infanzia di Virginia Woolf. Ma dove la troviamo questa giovane Virginia? La troviamo nella Rose bambina, che sceglie i gioielli per sua madre. La troviamo nella Nancy adolescente. La troviamo nella Cam addormentata nella stanza dei bambini a cui sua madre parla. La troviamo nella Cam in barca che odia ed ama allo stesso tempo suo padre. La troviamo anche in Lily, mentre dipinge questo libro Inoltre la morte di Prue e Mrs Ramsay ci fa pensare alla morte di Julia Stephen, sua madre, e alla morte della sorellastra di Virginia, cioè Stella. Inoltre Mr Ramsay, questo padre comico, tiranno, carismatico, viene descritto come il nemico nel romanzo. Ma Virginia era solita passeggiare declamando poesia proprio come Mr Ramsey. “To the lighthouse” riguarda la sua infanzia, il suo rapporto con suo padre, il terribile dolore per sua madre, e il sentimento di solidarietà con i suoi fratelli. L’opera è allo stesso tempo una storia di fantasmi. La madre è morta e la casa è stata abbandonata, è deserta. La casa di St Ives dove i bambini Stephen hanno trascorso tutte le loro estati, è stata poi abbandonata dopo la morte della madre. Virginia Woolf ha impiegato molto del suo tempo a immaginare un ritorno li. Vede la sua infanzia come uno spazio di tempo che si conclude con la morte di sua madre, e da li St Ives svanisce per sempre. 10 anni dopo i fratelli Stephen vi faranno ritorno, e osservando quella casa diranno “It was a ghostly thing to do” (era una cosa spettrale da fare) -> elemento del ritorno dopo 10 anni che avremo anche in “To the lighthouse”. Molti finali L’opera riguarda qualcosa che termina, e contiene un gran numero di finali:

  • La storia che Mrs Ramsey racconta a Jacob (“And that’s the end”)
  • L’ultimo volume di Middlemarch lasciato sul treno da Minta Doyle
  • La fine della storia di Scott riguardo Steenie che Mr Ramsey legge dopo cena
  • Il piccolo libro che Mr Ramsey termina quando termina anche la gita verso il faro
  • E la visione di Lily (“I have had my vision”) To the lighthouse ha molto a che fare con i finali, anche perché narra di morte, non solo la morte delle persone, ma anche il desiderio di morte. Così come tanti finali ci sono anche tante ricorrenze, tante riprese. Molte cose accadono due volte:
  • Ci sono due cene, quella che Mrs Ramsey ha in mente nella prima sezione dell’opera, e quella che vediamo per intero
  • Ci sono due gite verso il faro, quella promessa e quella che realmente avviene
  • Ci sono due fari
  • Ci sono due dipinti, quello che Lily inizia nella prima sezione, e quello che ricomincia nell’ultima.
  • Mrs Ramsey anche ritorna alla fine dell’opera, nonostante sia morta, ritorna come modella del dipinto di Lily, nella stessa pozione in cui era nella prima sezione. RIASSUNTO POST-FAZIONE DI NADIA FUSINI DI “AL FARO” EDIZIONE FELTRINELLI Il 27 giugno 1925 Virginia Woolf è alla prese con “To the lighthouse”, opera di cui però non sa il genere. Di certo non è un romanzo, forse è un’elegia. Tra l’altro il “to” contenuto nel titolo dell’opera, non indica solo un moto a luogo, e quindi non indica solo la gita verso il faro, ma il “to” è anche un dativo, quindi scrive per il faro, è un’elegia al faro. Il faro è al centro del romanzo come luogo negato dal contatto, è il faro dell’infanzia, delle estati, è il faro di St Ives. L’elegia avrà a che fare con la nostalgia, la memoria. Ricordando questa parte della sua vita, riuscirà ad aggiungere un senso, perché d’altronde, il significato della vita lo si raggiunge dopo anni, proprio come il faro (che raggiungeranno dopo 10 anni). Il padre è al centro dell’opera, ma nonostante lei volesse dare più attenzione a lui, in realtà è la madre quella che merge costantemente. Mrs Ramsey, protagonista assoluta del romanzo, è la perfetta ricostruzione della madre di V.Woolf. Tra l’altro, sua sorella Vanessa, nel leggere l’opera dice: “A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma”. E la stessa Woolf ne resta stupita. Lei sua madre non la conosceva bene. È morta quando aveva 13 anni, ma nonostante ciò riesce a dipingerla perfettamente perché secondo lei “si elabora a partire da un’embrione”. Per la Woolf la scrittura è un colloquio con i fantasmi, dove si confondono i confini certi tra vita be morte. La signora Ramsey è quindi sua madre, ma è anche sua sorella Vanessa, bella, madre. Mentre Virginia, brutta, non proprio donna, mai madre è Lily. Lily, però è come Vanessa, una pittrice. Nella scrittura tutto si complica, come nei sogni, dove le combinazioni più stravaganti diventano possibili. Lily, l’altra donna nel romanzo, è la donna artista, la vergine, l’intoccabile. Lei desidera il corpo materno, e ama la signora Ramsey in quanto madre, una madre donna penetrata dall’uomo e dalla luce del faro (il faro è il padre). Abbiamo quindi inteso che il germe dell’opera è autobiografico, ma la Woolf non vuole una costruzione realistica, bensì simbolica, appunto senza una ricostruzione rassomigliante. Lei vuole

Pescatore che si chiede se riuscirà a mettere in ordine le sue terre. Il re è nell’impotenza di riordinarle per via di una ferita virile che impedisce la fecondià del mondo. Virginia Woolf questa ferita però la cura collocando ogni bene in una donna, Mrs Ramsey, che fa rinascere il cosmo. Quando la signora Ramsey scompare c’è il caos, la casa si fa disumana, il tempo precipita in distruzione. Ma anche da morta in realtà la Ramsey resta e la sua immagine attira e guida come la luce del faro la signora McNab e la signora Bast a prestare il loro operato per salvare la casa. Anche se la signora Ramsey non c’è più, la distruzione viene arginata da forze minori ma pur sempre femminili. Altro passaggio importante che indica la forza e la potenza della signora Ramsey è il compimento del quadro. Lily spiega che se il miracolo della creazione accadrà, la sua tela non sarà il ritratto della signora Ramsey ma l’opera che custodirà il suo vero volto. Lily afferma che finchè la signora Ramsey è li, non ci potrà essere il quadro di Lily, e allo stesso tempo non ci potrà essere il libro di Virginia (senza la morte di sua madre non ci sarebbe stato questo libro). Ma anche senza la morte del padre non si sarebbe stato questo libro, lui non voleva che scrivesse. Con Lily e con Virginia scopriamo che il mancare è quindi la struttura originaria dell’essere al mondo. Il quadro non si fa in presenza della signora Ramsey, al contrario la sua presenza depone la vista. Si farà in sua assenza. Lily disegnerà a memoria, per Lily la natura è all’interno, è dall’interno che arrivano immagini e suoni. La memoria si sacrifica all’arte. La vita alla memoria e Virginia Woolf lo semplifica chiaramente: il padre e la madre devono essere morti perché lei possa vivere e scrivere. Tra l’altro questo libro è per la Woolf una riappacificazione con i suoi genitori. Scrivendo, Virginia ha placato quelle continue invisibili presenze nella sua mente. Dice: “Credo che la verità sia che ero ossessionata da entrambi in modo malato; scrivere di loro è stato un atto necessario”. “To the lighthouse” è il grande romanzo che dà l’emozione della verità. Dice: “che trementa caapcità ho di sentire”. A mancarle però è l’espressione. Proprio come accade alla signora Ramsey e a Lily, Virginia Woolf dice di sentire la cosa, ne è provata ma non sa dirla. Le manca il potere di “fare le frasi”  una strana e straordinaria affermazione per una scrittrice dal talento così indubitabile.