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Biografia di Francesco Petrarca, noto scrittore, poeta e umanista italiano del Trecento. la sua infanzia, studi, amori e opere, con particolare attenzione alla sua passione per la lettura e la ricerca intellettuale. Vengono trattati i suoi viaggi, la morte di Laura e la sua produzione letteraria in latino e volgare.
Tipologia: Appunti
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La vita Francesco nasce ad Arezzo il 20 luglio del 1304 dal notaio fiorentino Petracco. Nel 1311 si traferisce con la famiglia a Pisa e nel 1312 ad Avignone, e il padre viene assunto alla corte pontificia. Petrarca compie i primi studi in Francia (Carpentras) sotto la guida del maestro Convenevole da Prato, che gli insegna grammatica, retorica, dialettica. Il padre lo indirizza agli studi giuridici ma recandosi a Bologna, con il fratello Gherardo e Giacomo Colonna, si appassiona alla poesia e agli studi classici. Tornato ad Avignone, dopo la morte del padre, frequenta la corte pontificia e conosce la corruzione dell’ambiente avignonese. Ad Avignone il 6 aprile del 1327, nella Chiesa di Santa Chiara, incontra Laura, la donna che amerà per tutta la vita e di cui parla il Canzoniere. Intorno al 1330 prende gli ordini minori per ottenere una rendita e potersi dedicare agli studi; invece, Gherardo diventerà monaco alla certosa di Montrieux nel 1343. Tra il 1327 e il 1330 vive presso Giacomo Colonna e poi entra a far parte della corte del fratello Giovanni. Ha l’opportunità di viaggiare, visitare ricche biblioteche e conoscere e frequentare gli intellettuali del tempo. Dopo un lungo viaggio per la Francia, le Fiandre, il Brabante e la Germania, ritorna ad Avignone e conosce il monaco agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro, che gli dona le “Confessioni” di sant’Agostino che Petrarca regalerà al frate Luigi Marsili. Soggiorna a Roma, ottenendo da papa Benedetto XII il beneficio di canonico nella cattedrale di Lombez. In Francia nasce il figlio Giovanni e si ritira a Valchiusa, lontano dalla corruzione avignonese: qui inizia “De viris illustribus” e “Africa”, che lo porterà all’incoronazione poetica. Il 16 febbraio 1341 si reca a Napoli dove riceve l’alloro poetico, l’8 aprile. Conosce Cola di Rienzo con il quale condivide la passione per la classicità e l’antica gloria di Roma. Nel 1343 ritorna a Valchiusa e nasce la figlia Francesca. Nello stesso anno viene inviato da Giovanni Colonna per una missione diplomatica a causa della morte di re Roberto; poi si reca a Parma dove assiste all’assedio della città da parte dei Visconti e dei Gonzaga e in seguito scrive la canzone “All’Italia”. Attende la stesura del “De Vita Solitaria” e avvia la composizione del “De otio religioso” e del “Bucolicum Carmen”, 12 egloghe. Nel 1347 si dedica alla composizione del “Secretum”. Il 19 aprile 1348 a Verona, riceve la notizia della morte di Laura, avvenuta il 6 aprile (data simbolica nel codice di Virgilio): è l’anno della peste. Nel 1350, mentre si reca a Roma per il giubileo, conosce Boccaccio, a cui lo legherà un’amicizia intellettuale. Nel 1351 si ha l’ultimo soggiorno a Valchiusa e a Padova, riceve la visita di Boccaccio. In Provenza, scrive i “Triumphi” e “De viris illustribus”. Con l’elezione del pontefice Innocenzo VI, peggiora il suo rapporto con la curia e nel 1353 si stabilisce a Milano, su invito dei Visconti. Nel 1354 inizia il “De remediis utriusque fortune” e le “Invective contra medicum quendam”. Dopo la morte del figlio Giovanni, si trasferisce a Venezia e nel 1366 inizia a far riscrivere il Canzoniere. Nel 1368 si trasferisce a Padova dove riceve l’ultima visita di Boccaccio e lo raggiungono la figlia Francesca con il marito e i figli. Nel 1370 parte per Roma ma a Ferrara è colto da una sincope e rischia la vita. Ad Arquà riscrive in latino la novella del Decameron di Griselda e muore nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374, dopo aver rivisto il “Trionfo dell’eternità” e la redazione definitiva del Canzoniere. Modernità di Petrarca: complessità spirituale e dubbi, ripensamenti e pentimenti della sua opera. Vi è in lui il sentimento di una contraddizione tra anima e corpo, tra desiderio di gloria terrena e ascesi, tra intenzione di isolarsi dal mondo e il vagare da una città all’altra. Introduzione Petrarca fu destinato dal padre a studiare giurisprudenza, nonostante amava la lettura dei classici: il padre, per punizione, gettò i manoscritti di Virgilio e Cicerone, ma li salvò dalle fiamme. La
passione per i libri farà di Petrarca il primo vero filologo e bibliofilo umanista, a stretto contatto con gli autori antichi e inizia la sua FAVOLA come difensore di lettura e scrittura. Inoltre, fu il fondatore del genere lirico e prima voce dell’io della tradizione letteraria italiana. Nella Familiare III 18 scrive “Sono dominato da una passione insaziabile: non mi sazio mai di libri”. Vi è in Petrarca la consapevolezza della propria ‘professione’ intellettuale e lo studio e la scrittura. La sua produzione è contrassegnata da: stesure plurime, correzioni, varianti testuali e postille. È il primo intellettuale di professione con importanti incarichi diplomatici. La sua volontà di conoscere e ampliare le letture proviene dalla frequentazione degli antichi, che assumono la fisionomia di amici reali a cui Petrarca affida le sue riflessioni. Nella Familiare XXII 2 a Boccaccio, che ha come argomento le leggi dell’imitazione, il poeta svela il suo modo di rapportarsi agli antichi; si colgono i meccanismi di ‘simpatia’ e identificazione, che scandiscono il processo di intertestualità. Nella lettera parla a Boccaccio della sua esperienza di lettura: di Ennio, Plauto, Apuleio, che ha letto in fretta; moltissime volte ha letto, studiato e meditato Virgilio, Orazio, Boezio e Cicerone. Li divora la mattina, per digerirli la sera, li legge da giovane per ‘ruminarli’ da vecchio. Da questa lettura essi sono diventati parte di sé stesso, a tal punto da non ricordare se sono suoi o d’altri. Il verbo ‘ruminare’ (la digestione animale) allude all’esercizio della lettura a bassa voce, dedicato, nel mondo medievale, alle letture sacre. La ‘ruminatio’ di Petrarca allude al tono intimo e familiare delle letture degli antichi, delle postille ai margini dei manoscritti. Uno dei tratti di Petrarca è la sua inquietudine, che assume le forme e i gesti della curiosità intellettuale e dell’ansia della lettura. La penna e l’occhio che legge sono un’attività intellettuale, segno del tempo che scorre e percezione ossimorica di vita e di morte. Nella Familiare XXIV 1 all’amico Philippe de Cabassoles, scrive del suo ciclo di vita che termina: tutti sono destinati a morire, chi legge, chi scrive, chi ascolta. Alle postille affida riflessioni emotive e analitiche, che scrive in latino anche accanto ai testi in volgare. Nel Triumphus Fame I, il 19 gennaio 1364 a Padova, Petrarca è assalito dall’ansia per la riscrittura del quarto Trionfo. Il poeta si vergogna per il piacere tutto terreno della scrittura e resta paralizzato di fronte la volontà della penna. Ogni parola scritta è un sospiro che finirà solo con la morte, ma anche dopo l’eco delle parole dialogherà con gli amici. Nella Familiare XXIV 13 3-4, scrive a Socrate di avere intenzione di dialogare con gli amici anche dopo la morte. Nella Familiare XXI 12, scrive a Francesco Nelli (Simonide) che cerca di fermare la fuga del tempo e di sottrarre alla morte gli ultimi giorni leggendo e scrivendo. Così potrà vivere qualche ora in più. Tra il 1352-1353 si svolse ad Avignone la querelle con un medico della corte pontificia, che sarebbe confluita nei quattro libri delle “Invective contra medicum quendam”. Petrarca era costretto ad usare la penna come un soldato con la sua arma: “non potrò mai stare tranquillo? Questa mia penna dovrà sempre combattere?”. I predecessori di epoca romana erano animati solo dal denaro e dalla fame: di fianco un passo di Quintiliano che parla di non illudere il cliente con false speranze, Petrarca postilla “Notate, perfidi advocati”, pensando a ciò che sarebbe potuto diventare, guadagnando con le cause. Molte delle Invective costituiscono importanti testi per l’Umanesimo che cerca di modificare la gerarchia delle discipline (giurisprudenza e medicina più importanti nel Medioevo). In “L’ignoranza propria e di tanti altri”, Petrarca ribadisce che la sapienza si raggiunge tramite le discipline letterarie, la cui dimensione è sostenuta nel due libri del trattato latino “De vita solitaria”: qui non esclude la dimensione religiosa e lo studioso si apparta per leggere in solitudine, ma non si isola, e ha la dolce passione del leggere. Perché i classici possano essere recuperati e giudicare il presente, occorre sottrarli al tempo che li divora e farli tornare in onore se caduti nella dimenticanza.
inquieta curiositas. Dice nella Familiare XIII 4 10 che Ulisse poteva vivere in pace ma ha scelto di esplorare tutti i mari e tutte le terre. Il Canzoniere e le opere epistolari in latino, sono caratterizzate dall’ansia dell’unità, che colpì Petrarca negli anni successivi alla morte di Laura e di persone care. Il sonetto di apertura del Canzoniere, l’Epystola I 1 e la Familiare I 1 sono unite dal motivo del ‘recolligere’, il raccogliere frammenti dell’anima, la varietas dei temi all’interno dell’opera. Le “Disperse” sono escluse perché molte sono scritti di corrispondenza o commissionati da patroni, musici o giullari. Sono le epistole che il poeta non volle ‘colligere’ nei suoi fragmenta epistolari latini in prosa. Grazie alla loro natura di esclusione, le Disperse hanno portato alla luce le più intime tensioni del poeta e hanno suggerito nuove prospettive. Gli improvvisi sono epigrammi latini occasionali, mai riuniti in un volume e dispersi tra vari codici manoscritti. Sparsa e colligere/ arma e fragmenta: raccogliere i frammenti dell’anima e ricomporre nella finzione letteraria ciò che la storia ha negato è l’unica arma che l’uomo possiede. Durante le sue volontà testamentarie, Petrarca dispone che vengano dati a Boccaccio cinquanta fiorni d’oro. I due poeti iniziarono ad incontrarsi e Boccaccio soggiornò nelle dimore del maestro e dialogò con lui. Si incontrarono: nel marzo 1351 a Padova, nel 1359 a Milano, nel 1363 a Venezia, nel 1368 a Padova e di questi incontri rimangono testimonianze nella scrittura epistolare. Boccaccio ammira molto il maestro, ma Petrarca non lo accoglie sempre calorosamente. Boccaccio cerca anche di avvicinare Petrarca a Dante, aveva trovato il rifiuto di Petrarca di occupare la cattedra all’Università di Firenze, nel 1351. Nel dialogo “Genealogia” di Boccaccio si chiarisce la centralità della poesia come sapienza e conoscenza e la dignità della letteratura e matura dopo i loro incontri. Il codice Riccardiano 991 tramanda il “De insigni obedentia et fide uxoria”, la riscrittura in latino dell’ultima novella del Decameron, destinata a grande fortuna europea: così Boccaccio dona al maestro il suo libro. Leggendolo, Petrarca attenziona molto la novella di Griselda, sottomessa dal marito a dure prove, come la tolleranza cristiana di fronte le dure prove cui viene sottomessa l’esistenza terrena. Le quattro lettere a Boccaccio costituiscono il libro XVII delle Seniles. Boccaccio aspettava le lettere con la riscrittura latina della novella e le considerazioni di Petrarca, ma non riuscì a leggerle tutte prima di morire.