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vittimolgia seconda parte, Appunti di Vittimologia

appunti integrati con il libro (cap 2-3)

Tipologia: Appunti

2025/2026

Caricato il 24/01/2026

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chiara-giambelli-1 🇮🇹

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I MINORI
Con abuso su minore si intendono: «tutte le forme di maltrattamento fisico, emozionale, l’abuso sessuale, la
trascuratezza, la negligenza o lo sfruttamento commerciale che comportano un pregiudizio reale o
potenziale per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo o per la sua dignità
nell’ambito di una relazione caratterizzata da responsabilità, fiducia o potere». Oms, 2002
I minori sono considerati vittime vulnerabili, categoria che ha maggiori difficoltà a difendersi; il bambino non
dispone ancora di risorse cognitive ed emotive sufficienti per comprendere, fronteggiare o denunciare
l’esperienza traumatica, né di un’autonomia che gli consenta di sottrarsi alla dipendenza dall’adulto abusante.
AGGRAVANTE previsto dalla legge: quando la vittima viene vittimizzata da qualcuno che invece dovrebbe
proteggerlo, quindi all’interno di una relazione di fiducia.
Dalla relazione della world health organization (WHO) emerge che la stima di bambini vittime di abusi e
maltrattamenti che richiedono prestazioni sanitari sono circa 40 milioni.
1 bambino su 100 ovvero lo 0.98% del totale dei bambini residenti, è stato vittima di una “forma di
maltrattamento”: su una popolazione di 10.576.660 minori (ISTAT, 2012) 100.000 minori sono potenziali
vittime di maltrattamento. Il sesso femminile presenta l’esposizione maggiore al rischio con il 52,51% dei casi,
rispetto a quello maschile che ricopre il 47,48%.
Nella maggior parte dei casi, l’abuso si inserisce all’interno di dinamiche familiari profondamente
disfunzionali. Una delle sue caratteristiche principali è la forte tendenza alla negazione, vergogna e omertà:
spesso viene negato da chi lo agisce, ma anche da chi lo subisce. Questo contribuisce al cosiddetto “numero
oscuro”, ovvero all’elevato numero di vittime che non denunciano né riconoscono apertamente l’esperienza di
abuso. L’isolamento sociale e la difficoltà di osservazione esterna facilitano il mantenimento del “segreto”,
mentre la natura stessa dell’abuso e il legame affettivo o di dipendenza con l’autore rendono estremamente
complessa la possibilità di denuncia da parte della vittima. Quando l’abuso non viene riconosciuto e interrotto,
il danno psicologico tende ad aggravarsi, aumentando il rischio di vittimizzazioni ripetute e rendendo più
difficili, se non impossibili, i processi di recupero, soprattutto se il trauma resta non espresso e non elaborato.
In ambito scolastico, più che di abuso conclamato, si parla spesso di situazioni di “sospetto abuso”, come nel
caso del bullismo o di altre forme di maltrattamento. È importante sottolineare che la presenza di uno o più
segnali non consente automaticamente di definire una situazione come abusante: i segni osservabili, infatti, non
sono mai di per sé sufficienti. Essi devono essere sempre inseriti all’interno di un quadro globale di valutazione
diagnostica, che tenga conto della storia del minore, del contesto relazionale e delle diverse aree di
funzionamento. La conferma di una condizione di abuso deriva da una valutazione integrata di tipo medico,
psicologico e sociale, proprio perché l’abuso incide su più livelli della vita del bambino o dell’adolescente.
Le conseguenze si riflettono in modo significativo sulle relazioni familiari, sul rapporto con gli adulti in
generale e sulle relazioni con i pari, spesso compromettendo la fiducia, il senso di sicurezza e la capacità di
costruire legami stabili. Le esperienze abusive hanno un impatto devastante sulla struttura psichica del minore,
deviando il normale corso dello sviluppo e vincolando il soggetto a una dolorosa logica di ripetizione. Le
conseguenze non riguardano esclusivamente l’abuso sessuale, ma anche il maltrattamento fisico, la
trascuratezza e l’instabilità familiare, come nel caso di separazioni altamente conflittuali. La sintomatologia può
variare in base alla gravità e alla frequenza della violenza, alla fase dello sviluppo, alle caratteristiche di
personalità del bambino e al contesto familiare e sociale, in particolare alla presenza o meno di fattori protettivi.
Va inoltre considerato che la percezione stessa di ciò che costituisce abuso può variare in base al contesto
socioculturale di riferimento, influenzando sia il riconoscimento del problema sia le possibilità di intervento.
Ciò che accomuna le diverse forme di abuso, però, è il fatto che tendono ad aggravarsi nel tempo: non si
risolvono spontaneamente e, se non riconosciute e trattate, possono produrre effetti sempre più profondi e
duraturi sullo sviluppo psicologico del minore.
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I MINORI Con abuso su minore si intendono: « tutte le forme di maltrattamento fisico, emozionale, l’abuso sessuale, la trascuratezza, la negligenza o lo sfruttamento commerciale che comportano un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza, per il suo sviluppo o per la sua dignità nell’ambito di una relazione caratterizzata da responsabilità, fiducia o potere ». Oms, 2002 I minori sono considerati vittime vulnerabili , categoria che ha maggiori difficoltà a difendersi; il bambino non dispone ancora di risorse cognitive ed emotive sufficienti per comprendere, fronteggiare o denunciare l’esperienza traumatica, né di un’autonomia che gli consenta di sottrarsi alla dipendenza dall’adulto abusante. AGGRAVANTE previsto dalla legge: quando la vittima viene vittimizzata da qualcuno che invece dovrebbe proteggerlo, quindi all’interno di una relazione di fiducia. Dalla relazione della world health organization ( WHO ) emerge che la stima di bambini vittime di abusi e maltrattamenti che richiedono prestazioni sanitari sono circa 40 milioni. 1 bambino su 100 ovvero lo 0.98% del totale dei bambini residenti, è stato vittima di una “forma di maltrattamento”: su una popolazione di 10.576.660 minori (ISTAT, 2012) 100.000 minori sono potenziali vittime di maltrattamento. Il sesso femminile presenta l’esposizione maggiore al rischio con il 52,51% dei casi, rispetto a quello maschile che ricopre il 47,48%. Nella maggior parte dei casi, l’abuso si inserisce all’interno di dinamiche familiari profondamente disfunzionali. Una delle sue caratteristiche principali è la forte tendenza alla negazione, vergogna e omertà : spesso viene negato da chi lo agisce, ma anche da chi lo subisce. Questo contribuisce al cosiddetto “ numero oscuro ”, ovvero all’elevato numero di vittime che non denunciano né riconoscono apertamente l’esperienza di abuso. L’isolamento sociale e la difficoltà di osservazione esterna facilitano il mantenimento del “segreto”, mentre la natura stessa dell’abuso e il legame affettivo o di dipendenza con l’autore rendono estremamente complessa la possibilità di denuncia da parte della vittima. Quando l’abuso non viene riconosciuto e interrotto, il danno psicologico tende ad aggravarsi, aumentando il rischio di vittimizzazioni ripetute e rendendo più difficili, se non impossibili, i processi di recupero, soprattutto se il trauma resta non espresso e non elaborato. In ambito scolastico, più che di abuso conclamato, si parla spesso di situazioni di “ sospetto abuso ”, come nel caso del bullismo o di altre forme di maltrattamento. È importante sottolineare che la presenza di uno o più segnali non consente automaticamente di definire una situazione come abusante: i segni osservabili, infatti, non sono mai di per sé sufficienti. Essi devono essere sempre inseriti all’interno di un quadro globale di valutazione diagnostica, che tenga conto della storia del minore, del contesto relazionale e delle diverse aree di funzionamento. La conferma di una condizione di abuso deriva da una valutazione integrata di tipo medico, psicologico e sociale, proprio perché l’abuso incide su più livelli della vita del bambino o dell’adolescente. Le conseguenze si riflettono in modo significativo sulle relazioni familiari, sul rapporto con gli adulti in generale e sulle relazioni con i pari, spesso compromettendo la fiducia, il senso di sicurezza e la capacità di costruire legami stabili. Le esperienze abusive hanno un impatto devastante sulla struttura psichica del minore, deviando il normale corso dello sviluppo e vincolando il soggetto a una dolorosa logica di ripetizione. Le conseguenze non riguardano esclusivamente l’abuso sessuale, ma anche il maltrattamento fisico, la trascuratezza e l’instabilità familiare, come nel caso di separazioni altamente conflittuali. La sintomatologia può variare in base alla gravità e alla frequenza della violenza, alla fase dello sviluppo, alle caratteristiche di personalità del bambino e al contesto familiare e sociale, in particolare alla presenza o meno di fattori protettivi. Va inoltre considerato che la percezione stessa di ciò che costituisce abuso può variare in base al contesto socioculturale di riferimento, influenzando sia il riconoscimento del problema sia le possibilità di intervento. Ciò che accomuna le diverse forme di abuso, però, è il fatto che tendono ad aggravarsi nel tempo: non si risolvono spontaneamente e, se non riconosciute e trattate, possono produrre effetti sempre più profondi e duraturi sullo sviluppo psicologico del minore.

FORME DI VITTIMIZZAZIONE SUL MINORE (CHILD ABUSE) L’abuso all’infanzia si definisce come “gli atti e le carenze che turbano gravemente i bambini e le bambine, attentano alla loro integrità corporea, al loro sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno in cura il bambino”.

  1. Abuso fisico
  2. Abuso psicologico
  3. Violenza assistita
  4. Patologia delle cure
  5. Abuso sessuale
  6. Violenza istituzionale ABUSO FISICO Quando il genitore o le persone che si prendono cura del bambino eseguono o mettono il bambino in condizioni di subire l’uso intenzionale della forza fisica che provoca o ha un’alta probabilità di provocare un danno per la salute, la sopravvivenza, lo sviluppo o la dignità dello stesso. Questo include il colpire, percuotere, prendere a calci, scuotere, mordere, strangolare, bruciare, avvelenare e soffocare. Gran parte della violenza a danno dei minori all’interno delle mura domestiche viene inflitta con lo scopo di punire o per esasperazione» Rispetto ad altri paesi come Cina, India, Filippine e Tailandia è emerso che i genitori italiani utilizzano maggiormente una disciplina fisica su bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni (Lansford et al., 2005). Il 71% dei bambini presi in carico da parte del Servizio Sociale è stato vittima di maltrattamento fisico e il 76,5% di abusi sessuali. Segni fisici I segnali fisici comprendono la presenza di ematomi su braccia, gambe e viso, talvolta con una forma che richiama lo strumento utilizzato per colpire. Possono comparire contusioni, ferite, cicatrici o graffi localizzati in parti del corpo difficilmente esposte a traumi accidentali. Sono inoltre rilevanti i segni di bruciature o ustioni su diverse zone del corpo, come ad esempio le bruciature di sigaretta. Un ulteriore indicatore è la diffusione ampia e sproporzionata di ferite lievi in diversi stadi di guarigione, spesso non curate adeguatamente. Segni comportamentali Sul piano comportamentale, il minore può manifestare ostilità verso le figure di autorità, aggressività , comportamenti distruttivi o iperattività. Possono emergere condotte violente nei confronti dei compagni e difficoltà a giocare o a relazionarsi con i pari. In altri casi il bambino appare passivo , ritirato , sottomesso e socialmente isolato , sia in classe sia nei momenti ricreativi. Sono frequenti difficoltà di concentrazione , con episodi di “sogni ad occhi aperti”. Si osserva spesso una costante richiesta di attenzioni da parte dell’adulto o un attaccamento indiscriminato verso gli estranei. Altri segnali includono improvvisi e repentini cambi di umore , riluttanza a tornare a casa, atteggiamenti autolesivi o distruttivi e una tendenza a farsi spesso male in modo apparentemente accidentale. A livello scolastico possono comparire inadempienza, scarso rendimento e assenze ingiustificate.

VIOLENZA ASSISTITA

«quegli atti di violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica compiuti su figure affettive di riferimento, di cui il bambino può fare esperienza direttamente (quando avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Si include inoltre l’assistere a violenze di minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici» Il bambino è testimone diretto o indiretto di violenze tra adulti (spesso tra i genitori) o su animali domestici. Non potendo dissociarsi, assorbe l’ostilità, rimanendo intrappolato in un conflitto che lo disorienta profondamente. Su 775 madri che subivano violenza (Bowker, 1988, in Creazzo, 2003): Nel 90% dei casi, durante gli episodi di maltrattamento, i bambini erano presenti oppure si trovavano nella stanza accanto. Nel 70% dei casi la violenza contro la madre si accompagnava a violenze dirette sui bambini Fattori di rischio e/o conseguenze per i bambini che assistono alla violenza domestica Nei bambini che assistono alla violenza domestica, l’esposizione a un clima relazionale caratterizzato da paura e imprevedibilità rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo emotivo e psicologico. Uno degli effetti più frequenti è l’emergere di comportamenti aggressivi, che possono costituire una modalità appresa di gestione dei conflitti o di espressione del disagio. Accanto a questi, sono comuni sintomi depressivi e ansiosi, spesso accompagnati da uno stato emotivo pervaso da paura, terrore e confusione. Questa confusione nasce in particolare dall’incongruenza che il bambino sperimenta nel vedere le proprie figure di attaccamento, da un lato, terrorizzate, impotenti e disperate e, dall’altro, pericolose e minacciose. Tale ambivalenza compromette profondamente il senso di sicurezza di base e l’organizzazione dell’attaccamento. In questo contesto, il bambino può apprendere che l’uso della violenza è una modalità normale all’interno delle relazioni affettive e che l’espressione di pensieri, sentimenti, emozioni e opinioni è pericolosa, poiché potenzialmente in grado di scatenare ulteriori episodi violenti. Un ulteriore aspetto critico riguarda il rischio di maltrattamento diretto sui figli: la violenza assistita si associa frequentemente a forme di abuso fisico, sessuale e psicologico, e si stima che circa il 78% della violenza agita sui figli sia preceduta da violenza sulla madre. Le conseguenze possono estendersi nel tempo e manifestarsi anche in età adolescenziale e adulta. Intorno ai 18 anni, infatti, è più probabile riscontrare la presenza di disturbi psicologici e/o psichiatrici, dipendenze da sostanze, tentativi di suicidio e l’emergere di comportamenti devianti o criminali. Tutti questi elementi evidenziano come l’assistere alla violenza domestica rappresenti un’esperienza altamente traumatica, con effetti profondi e duraturi sullo sviluppo. Indicatori di violenza assistita Alcuni indicatori della violenza assistita nei minori riguardano principalmente l’area emotiva , comportamentale , relazionale e scolastica. È frequente la presenza di rabbia accompagnata da uno scarso controllo degli impulsi , che può manifestarsi attraverso maltrattamenti verso animali, aggressioni ai fratelli più piccoli o ai compagni di scuola. Sul piano scolastico emergono spesso difficoltà di apprendimento e problemi comportamentali; inoltre, la paura di lasciare la casa o la madre non protetta può portare a una riduzione della frequenza scolastica. Sono comuni disturbi comportamentali caratterizzati da atteggiamenti aggressivi, iperattivi, auto- o etero- distruttivi, così come disturbi del linguaggio. La violenza assistita incide anche sulle capacità relazionali, determinando difficoltà nei rapporti familiari e nella vita sociale. Nei maschi si osserva talvolta la tendenza a riprodurre i comportamenti violenti del padre, ad esempio attraverso condotte di bullismo, mentre nelle femmine prevalgono atteggiamenti passivi e remissivi, associati a un maggiore rischio di vittimizzazione nelle relazioni affettive, fughe da casa e gravidanze precoci. A livello emotivo, questi minori possono presentare un aumento del rischio di ideazione o tentativi di suicidio, talvolta accompagnati da pensieri di omicidio verso il genitore violento. Si riscontrano inoltre una profonda perdita di fiducia in se stessi e negli adulti, insieme a sentimenti persistenti di colpa e di impotenza.

PATOLOGIA DELLE CURE Quando il genitore o la le persone legalmente responsabili del bambino non provvedono adeguatamente ai suoi bisogni fisici e psichici, propri del momento evolutivo e dell'età in modalità di incuria, discuria, ipercuria. ABUSO SESSUALE “ Coinvolgimento di un minore in atti sessuali che egli o essa non comprende completamente, per i quali non è in grado di acconsentire o per i quali il bambino non ha ancora raggiunto un livello di sviluppo adeguato, o ancora che violano la legge o i tabù sociali. I minori possono essere abusati sessualmente sia da adulti che da altri minori che sono, in ragione della loro età o livello di sviluppo, in una posizione di responsabilità, fiducia o potere nei confronti della vittima”. Segni fisici e comportamentali nel caso di violenza sessuale:

- dolori alla zona genitale.

- difficoltà nel camminare o sedersi.

- indumenti intimi macchiati di sangue.

- atteggiamento adultizzato e seduttivo, spesso sessualizzato, nei confronti degli adulti.

- masturbazione, disegni o atti che suggeriscono la conoscenza di esperienza sessuali inappropriate all’età.

VIOLENZA ISTITUZIONALE Quando il bambino presunta vittima di abuso viene sottoposto a procedure giudiziarie ed intervenienti i istituzionali inappropriati e ripetuti che non tengano conto della fase di sviluppo e degli effetti psicologici del trauma subito, tali da ledere la dignità del bambino e pregiudicare il suo sviluppo futuro. Vissuti della vittima riferiti a Sé La vittima tende a percepirsi come debole, svuotata emotivamente e profondamente cambiata. Sono frequenti sentimenti di avvilimento, impotenza e perdita di futuro, insieme alla sensazione di non riconoscersi più. Prevalgono convinzioni negative e pervasive, come l’idea che nulla di positivo potrà più accadere o di non essere più in grado di provare emozioni. Processi di auto-colpevolizzazione È comune attribuire a sé la responsabilità dell’evento traumatico, interpretandolo come conseguenza delle proprie azioni o del proprio modo di essere. La vittima può convincersi che ci sia qualcosa di “sbagliato” in sé che ha causato l’evento. Vissuti riferiti al mondo Il mondo viene percepito come pericoloso e imprevedibile. Le altre persone non sono considerate affidabili e la vittima sente il bisogno di restare costantemente in allerta, con una diffusa sfiducia nelle relazioni. Reazioni immediate al trauma Ansia acuta e paura, agitazione e irritabilità, rabbia e risentimento, difficoltà di memoria, facilità al pianto e tristezza. Possono comparire senso di colpa, bisogno di protezione, derealizzazione, diniego e reazioni di blocco ( freezing ). Nel lungo periodo, l’abuso può dare origine a veri e propri adattamenti patologici dello sviluppo, con l’insorgenza di quadri psicopatologici quali depressione, disturbi d’ansia, disturbo post-traumatico da stress, disturbi di personalità, disturbi del comportamento alimentare e condotte dissociali, come abuso di sostanze, dipendenza da alcol, prostituzione o perpetrazione di violenza. Le esperienze di abuso e trascuratezza infantile incidono anche sulle relazioni affettive in età adulta, aumentando il rischio di violenza nelle relazioni intime, sia come vittime sia come autori. La letteratura evidenzia inoltre differenze di genere: le donne risultano più esposte a stress, auto-colpevolizzazione e sintomatologia post-traumatica, e la gravità degli esiti appare strettamente legata alla tempestività della rilevazione e dell’intervento.

INDICATORI DI RISCHIO Un operatore può identificare minori potenzialmente vittime in base a:

- ETA ’: più il migrante è giovane più è vulnerabile. Anche la prossimità al compimento dei 18 anni può

renderlo vulnerabile soprattutto quando non sono chiare le prospettive di permanenza regolare in Italia.

- NAZIONALITA ': principalmente a rischio sono i minori egiziani, bengalesi, nigeriani, provenienti

dall'Africa subsahariana. Ragazze nigeriane, romene, e provenienti dall'Est. Minori Rom sono spesso sfruttati nell'accattonaggio e nelle attività

- TEMPO DI PERMANENZA IN ITALIA : Più breve è il tempo trascorso in Italia minore è la

comprensione delle dinamiche sociali del paese dove vivono.

- LA CONOSCENZA DELL'ITALIANO E IL LIVELLO DI SCOLARIZZAZIONE NEL PAESE DI

ORIGINE: i ragazzi meno scolarizzati e con basso livello di conoscenza dell'italiano possono più facilmente essere oggetto di inganno e approfittamento.

- MANCANZA DI COMUNICAZIONE CON LA FAMIGLIA : soprattutto nel paese di origine e la

conseguente difficoltà a ricevere il supporto morale e materiale. Anche l'impossibilità di ritornare a casa rende il minore particolarmente vulnerabile.

  • (^) ISOLAMENTO : assenza di amici/adulti di riferimento

- DEBITI o invio di denaro alla famiglia

- LA CONDIZIONE DI SALUTE E LO STATO PSICOFISICO: uno stato di salute precario rende il

minore vulnerabile perché non in grado di adottare strategie di difesa personale

- Coinvolgimento in attività illegali

RECLUTAMENTO E CONTROLLO

  • Adescatrici : spesso conoscenti o seduttori
  • Boga : trafficanti che gestiscono il trasferimento dalla Nigeria alla Libia
  • Maman/Brother : acquistano le vittime in Libia e le fanno arrivare in Italia
  • Controllori : presenti durante lo sbarco Il progetto migratorio si converte in un debito “ignoto” che si aggira tra i 20.000 e i 50.000 euro. Prima di partire, le vittime vengono costrette a giurare di restituirlo una volta arrivate in Italia. Giuramento ufficializzato da riti voodoo: pra/che religiose che uniscono sincre/camente elemen/ peculiari dell’animismo africano precoloniale con iconografie e pra/che derivate dal cris/anesimo, dall’islam e dal lontano mondo indù. Credenza base = esistenza di loa (spiriti e divinità): intermediari tra l’Essere Creatore e gli uomini IDENTIFICAZIONE DELLE VITTIME
  • Identificazione preliminare= prima analisi delle circostanze che possono a ragione far ritenere che la persona sia vi=ma di tra>a o a rischio. Effettuata da forze dell’ordine, polizia di frontiera, personale sanitario e tutti coloro che hanno contatto con cittadini di Stati appartenenti o non all’UE, rifugiati e richiedenti asilo (anche le Commissioni Territoriali)
  • Identificazione formale= seconda fase del processo di iden/ficazione. Effe>uata, tramite colloqui approfondi/ con la presunta vi=ma, da professionis/ impiega/ presso gli En/ del pubblico e del privato sociale abilita/ alla realizzazione dei programmi di emersione, assistenza ed integrazione sociale (ART 18, comma 3bis D.Lgs. 286/98) MINORENNI: UNA (PIU’) DIFFICILE IDENTIFICAZIONE
  • (^) specifica vulnerabilità legata all’età
  • (^) probabile scarsa consapevolezza della propria condizione ed il timore, maggiormente esasperato, della ritorsione
  • (^) Istruite dall’organizzazione criminale a dichiararsi maggiorenni NB: nel caso in cui sussistano fondati dubbi sull’età di una vittima di tratta, essa è considerata minore ai fini dell’accesso immediato alle misure di assistenza, sostegno e protezione (art 4, comma 2, D.Lgs. 24/

PROCEDURE DI ACCOGLIENZA fase preliminare ▪ Colloquio fra i Referenti del Progetto Antitratta e i Servizi Invianti ▪ Colloquio di conoscenza fra la psicologa referente del Progetto Antitratta e la minore ▪ Presentazione e condivisione del caso con tutta l’equipe della Struttura di Accoglienza e valutazione del primo intervento possibile ▪ Prima fase di inserimento tramite accoglienze diurne brevi programmate e progressive prima fase: inserimento ed osservazione ▪ Presa in carico dell’iter amministrativo, sanitario e formativo ▪ Colloqui strutturati di ascolto dei bisogni e delle richieste primarie che la minore/giovane donna presenta ▪ Raccolta dell’anamnesi, della narrazione del viaggio e costruzione del Genogramma ▪ Attivazione delle procedure interne di protezione e tutela ▪ Supporto al processo di integrazione nel contesto comunitario obiettivi e finalità dell’intervento ▪ Sostegno psico-sociale atto alla co-costruzione di un senso di identità più integrato fra la cultura di appartenenza e quella italiana ▪Interventi specifici di co-costruzione di una continuità storica fra il passato, il presente e un futuro pensabile ▪Il processo di ricostruzione delle storie passate fornisce alle persone un senso di continuità e significato rispetto alla propria vita ed è su questo che possono fondare il senso del quotidiano e le interpretazioni delle esperienze future (Epston, 1989) ▪ Supporto emotivo ai vissuti di sofferenza legati a: nostalgia delle famiglie di origine, conflitto di lealtà tra la famiglia nigeriana e la nuova famiglia italiana, senso di colpa ▪ Promozione di un processo di svincolo al fine di sperimentare un nuovo modello di separazione meno doloroso e riparativo rispetto alla loro storia le difficoltà dell’intervento in comunità ▪ difficoltà legate al^ riconoscimento di un bisogno^ e alla maturazione di una richiesta di aiuto ▪ difficoltà legate alla^ costruzione di una relazione^ «possibile» ▪ resistenze, paure e fantasmi dell’equipe:^ dinamiche complessuali di carattere emotivo che spesso vengono attivate dal contatto con le tematiche della violenza, della rabbia e della sofferenza esperite e veicolate dalle minori nigeriane vittime di tratta ▪ incontro nel dolore:^ il rapporto con gli altri ospiti, tra sofferenze profonde, storie difficili, culture diverse e un futuro pensabile per tutti Vergogna e colpa Vergogna e colpa sono profondamente intrecciate Emergono già dalla scelta di intraprendere il viaggio Restano presenti lungo tutto il percorso di integrazione sociale, anche nei casi più riusciti Ritiro e silenzio Le vittime spesso evitano il confronto con vergogna e colpa Ritiro e silenzio funzionano come difese, calando un sipario sull’esperienza traumatica Corpo e trauma Il dolore trova espressione nel blocco evolutivo, nell’aggressività o nella rabbia Il corpo conserva la memoria traumatica: testimonia viaggio, sfruttamento e sofferenza Nelle minori vittime di tratta non c’è ricordo narrabile, ma una continua riattualizzazione del trauma La sofferenza si inserisce fra sé e l’altro, impedendo la relazione Identità e frammentazione Il corpo sente e agisce l’intollerabile, portando con sé l’indicibile Manca un corpo simbolico: resta un corpo “pesante” che blocca narrazione e identità Frammenti corporei tengono la donna prigioniera di un passato che non passa

La violenza può assumere diverse forme che spesso coesistono: accanto alla violenza fisica è sempre presente quella psicologica , che si esprime attraverso isolamento, svalutazione, insulti, minacce e controllo; la violenza economica si manifesta come esercizio di potere mediante la limitazione o il divieto di accesso alle risorse economiche; la violenza sessuale è ancora fortemente condizionata da una cultura che tende a legittimare l’idea di un presunto “diritto” dell’uomo al rapporto sessuale all’interno della relazione, rendendo più difficile il riconoscimento dell’aggressione. L’IPV si distingue dalla violenza domestica pur includendola: mentre la violenza domestica fa riferimento principalmente a un contesto di convivenza, l’IPV riguarda la relazione intima in sé. Le sue caratteristiche principali sono la presenza di un autore noto , legato alla vittima da un r apporto affettivo , e la continuità della violenza, che si sviluppa nel tempo secondo una dinamica di escalation. L’esposizione prolungata a questo tipo di violenza costituisce una condizione altamente stressogena: la ripetizione degli episodi produce livelli elevatissimi di stress psicologico e ha un effetto diretto sulla capacità della vittima di riconoscere e nominare la situazione, poiché farlo implica spesso ammettere il fallimento della relazione e mettere in discussione legami affettivi profondi. LA SPIRALE DELLA VIOLENZA

  1. Intimidazione (attraverso minacce e il passaggio del messaggio che la donna non può reagire → crea un abbattimento dell’autostima e delle risorse di empowerment)
  2. Isolamento (le vittime sono isolate, non hanno mai qualcuno che le possa aiutare. La vittima ha paura di farsi vedere agli altri le sue condizioni e questo crea il meccanismo dell’isolamento) 3. Svalorizzazione
  3. Segregazione (è più dell’isolamento, diventa un impedimento di tipo pratico)
  4. Aggressione fisica e sessuale (punto centrale all’interno della violenza → erronea convinzione da parte del partner di poter avere rapporti sessuali quando vuole)
  5. False riappacificazioni (costituiscono per la donna una sorta di appiglio → la vittima crede al pentimento, pensa che comportandosi in un certo modo riuscirà a cambiarlo e arriva in un certo senso a normalizzare la situazione. In questa fase si può trovare anche l’intervento di persone collaterali. Nelle false riappacificazioni si usano spesso anche i temi passionali da parte dell’aggressore)
  6. Ricatto dei figli (quello più usato) DIVERSE FORME DI VIOLENZA

- la violenza domestica,

- la violenza nelle relazioni intime,

- la violenza sessuale,

- mutilazioni genitali

- traffico a scopo di sfruttamento sessuale

- la morte per motivi economici,

- l’uccisione per “onore”,

- le bruciature sul corpo,

FATTORI DI RISCHIO

I fattori di rischio della violenza domestica riguardano innanzitutto le caratteristiche del maltrattante , che spesso si presenta come una persona controllante, possessiva e iper-gelosa. Un ruolo centrale è svolto anche dalle circostanze della relazione , in particolare nei momenti di crisi, quando il rapporto è in trasformazione o uno dei due partner manifesta il desiderio di interromperlo. In queste fasi aumenta significativamente la probabilità che si verifichino atti violenti, soprattutto quando si incrina il meccanismo di controllo che il maltrattante tenta di mantenere sull’altro, ovvero l’aspettativa che il partner si comporti secondo le sue regole. Tale rischio è ulteriormente amplificato dall’esistenza stessa di una relazione maltrattante e dalla progressiva normalizzazione dei segnali di abuso , che porta la vittima a minimizzare o sottovalutare gli indicatori di violenza.

La violenza domestica resta un fenomeno di difficile rilevazione perché tende a nascondersi all’interno della quotidianità familiare ed è spesso protetta da un silenzio alimentato dalla paura. Le vittime temono di rimanere sole, di perdere il sostegno economico del partner o di distruggere l’unità familiare. A questo si aggiunge il cosiddetto “numero oscuro”, che indica l’elevata quota di casi non denunciati per molteplici ragioni: il timore di ritorsioni, la difficoltà ad ammettere un fallimento affettivo, la convinzione di aver provocato la violenza, la mancanza di risorse personali e sociali, nonché la paura di arrecare danno ai figli. PREVENZIONE La prevenzione dei fenomeni di violenza, e in particolare della violenza di genere, si fonda su tre principali modalità:

  1. Ricerca
  2. Rete sociale
  3. Formazione RICERCA : quanto e cosa sappiamo sulla violenza di genere. In questo ambito assumono particolare rilevanza i cosiddetti reati sentinella , ovvero quegli indicatori che consentono di individuare fattori di rischio e condizioni di vulnerabilità. Un contributo fondamentale proviene dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che nel 2017 ha pubblicato un’analisi approfondita sulla violenza di genere a livello globale. Da questo lavoro emergono alcuni punti chiave: la violenza contro le donne costituisce una grave violazione dei diritti umani ed è un rilevante problema di salute pubblica; nella maggior parte dei casi è agita da persone vicine alla vittima; produce conseguenze negative sul piano fisico, mentale, sessuale e riproduttivo e, in alcuni contesti, aumenta anche il rischio di infezione da HIV. La letteratura scientifica evidenzia inoltre che interventi orientati all’empowerment delle donne possono avere un effetto significativo nella prevenzione e nella riduzione della violenza. In termini di fattori di rischio , questi non vanno intesi come cause uniche, ma come caratteristiche del maltrattante o circostanze della relazione che aumentano la probabilità che si verifichi un comportamento violento. La violenza non è riconducibile a disturbi mentali o patologie specifiche. Tra i principali fattori di rischio individuati dalla ricerca rientrano la bassa scolarizzazione, una s toria di maltrattamento infantile , l’ esposizione in età precoce alla violenza nei confronti della madre, l’ accettazione culturale della violenza e dei privilegi maschili con una visione subordinata della donna, soprattutto in contesti meno sviluppati, e l’abuso di alcol o sostanze. Accanto a questi, si collocano i fattori di vulnerabilità , ovvero caratteristiche personali della vittima che rendono più difficile sottrarsi alla violenza e aumentano il rischio di recidiva. La loro individuazione è fondamentale per progettare interventi di prevenzione e sensibilizzazione mirati alle persone maggiormente esposte al rischio di vittimizzazione. Tra i principali fattori di vulnerabilità si riscontrano la bassa scolarizzazione, l’esposizione ad abusi durante l’infanzia – anche in forma indiretta, come l’assistere alla violenza sulla madre – l’aver subito maltrattamenti infantili, la tendenza ad accettare modelli culturali che legittimano la violenza e la subordinazione femminile, la presenza di conflitti che possono intensificare una violenza già esistente o generarne di nuove, e un basso potere decisionale o scarso controllo sulle proprie scelte. È importante sottolineare che l’assenza di fattori di rischio o di vulnerabilità non esclude la possibilità che si manifestino condotte violente o che una persona possa diventarne vittima: la violenza di genere resta infatti un fenomeno complesso, che richiede un’analisi integrata e interventi preventivi su più livelli.

VIOLENZA DOMESTICA All’interno della prospettiva psicologica e psicopatologica emerge tuttavia una tendenza classificatoria che porta a individuare diverse tipologie di autori di violenza domestica.

- Tra queste si distinguono il controllore , soggetto dominante che considera la moglie come un oggetto da

controllare e manipolare, inducendo sensi di colpa e attribuendole la responsabilità della propria violenza;

- Il difensore , che necessita di una dipendenza totale della partner e si percepisce come custode della famiglia

sul piano materiale e morale, difendendosi, in chiave psicoanalitica, da una moglie vissuta come simbolo di una madre castrante;

- Il soggetto che ricerca approvazione , caratterizzato da elevate aspettative di sé e da una vulnerabilità

depressiva in caso di fallimento;

- Infine, l’ incorporatore , che tende a una fusione totale con la partner e, di fronte alla minaccia di perdita

dell’oggetto d’amore, intensifica il bisogno di possesso e incorporazione. Sul piano vittimologico, alcune interpretazioni descrivono una dinamica “fisicamente difensiva” dell’aggressione: inizialmente l’autore assume una posizione di apparente vittimizzazione, attribuendo ai comportamenti della partner un significato di minaccia reale o potenziale; successivamente giustifica l’uso della violenza e ne pianifica l’azione. In questo quadro si confrontano due principali posizioni teoriche: una centrata sulle caratteristiche personali dell’autore, l’altra focalizzata sulle rappresentazioni interne che egli costruisce su se stesso e sulla vittima prima e durante l’aggressione. Queste rappresentazioni non sono isolate, ma profondamente influenzate dal contesto storico, sociale e culturale, in particolare dai modelli legati al ruolo femminile nelle relazioni e nella società, e contribuiscono in modo determinante alla programmazione dell’atto violento. Considerando da un punto di vista metodologico come l’individuazione dei fattori di rischio rappresenti la vulnerabilità della vittima, ne vengono individuati alcuni tenendo separati quelli che riguardano il femminicidio dal maltrattamento anche se la ricerca, effettuata con lo strumento SARA (Spousal Assaultment Risk Assessment; un questionario di valutazione del rischio di future vittimizzazioni e prevenzione del femminicidio caratterizzato da 15 fattori di rischio), giunge a risultati che sottolineano la presenza di fattori di rischio soprattutto relazionali che legati a condizioni oggettive evidenti. Dall’analisi dei due gruppi di donne vittime di femminicidio e di maltrattamento:

  • la coabitazione con l’aggressore rappresenta un fattore di rischio più significativo per le donne uccise rispetto a quelle maltrattate.
  • Il vincolo matrimoniale è prevalente in entrambi i gruppi.
  • I casi di femminicidio sono caratterizzati da una maggior violenza pregressa che si manifesta in forma di escalation. VIOLENZA DOMESTICA – CODICE ROSSO La Legge n. 69/2019, nota come Codice Rosso, accelera le procedure giudiziarie nei casi di violenza domestica e di genere, prevedendo:
  • 12 mesi per presentare denuncia per violenza sessuale (prima erano 6);
  • Il PM deve attivarsi entro 3 giorni dalla denuncia;
  • L’introduzione di 4 nuovi reati:
  1. Diffusione illecita di materiale sessualmente esplicito (revenge porn);
  2. Deformazione dell’aspetto tramite lesioni permanenti;
  3. Costrizione o induzione al matrimonio;
  4. Violazione dei provvedimenti di allontanamento o divieto di avvicinamento. Sono inoltre previste aggravanti per reati già esistenti come maltrattamenti, stalking e violenza sessuale.

SUPPORTO ALLA VITTIME Interrompere il rapporto di violenza domestica: La dipendenza dall’aggressore, il timore per l’isolamento sociale ma anche la paura per violenze peggiori e più forti fanno sì che spesso la vittima non interrompa la relazione che ha con il suo aggressore; dall’altra parte non possiamo dimenticare che la vittima possa ritenere che l’aggressore cambierà, spesso perché ne è ancora innamorata: dimenticare o sminuire questi aspetti potrebbero portare ad una vittimizzazione secondaria. Gli effetti della violenza domestica: Oltre alla violenza di tipo fisico, i cui esiti possono essere o meno visibili, le vittime sviluppano sintomi anche di tipo psicologico:

- Fra le donne maltrattate, circa il 50% sembra sviluppare un Disturbo Post Traumatico da Stress (o parte della

sintomatologia),

- Circa il 60% inizia a soffrire di depressione.

- Si possono sviluppare anche disturbi ansiosi, disturbi del comportamento alimentare e disturbo da abuso di

sostanze, oltre ad esacerbare sintomi di disturbi preesistenti. Il ruolo centrale dello PSICOLOGO: Il ruolo dello psicologo nei casi di violenza è centrale e si articola su più livelli. In primo luogo, è fondamentale sostenere la vittima aiutandola a riconoscere che l’abuso non è mai giustificabile e che la responsabilità dell’aggressione non ricade su di lei. L’ascolto deve essere attivo, empatico e privo di giudizio, così da creare uno spazio sicuro in cui la persona possa esprimere il proprio vissuto emotivo e traumatico. Lo psicologo ha inoltre il compito di fornire, quando necessario, informazioni chiare sulle risorse e sulle strutture di supporto disponibili per le vittime. In molte realtà sanitarie, infatti, il professionista viene coinvolto già nella fase di anamnesi, contribuendo a facilitare la narrazione dell’esperienza di violenza e a dare senso alle emozioni ad essa associate. Un ruolo particolarmente rilevante emerge nelle fasi di ricovero e dimissione, così come nell’attivazione delle reti territoriali e dei percorsi individualizzati, finalizzati a garantire maggiore protezione, continuità di cura e accompagnamento nel percorso di uscita dalla violenza. Cosa è fondamentale per lo psicologo:

  1. Conoscere i processi di vittimizzazione primaria e secondaria
  2. Intervento psicologico con finalità di recupero e sostegno dell’autore di reato
  3. Ascolto della vittima vulnerabile
  4. Sviluppare capacità di collaborazione interprofessionale
  5. Conoscenza delle leggi e procedure giudiziarie
  6. Formazione e conoscenza delle dinamiche familiari e dei gruppi
  7. Formazione agli operatori di polizia Quindi lo psicologo oltre ad intervenire sulle vittime collabora con diverse figure professionali in particolare con operatori di POLIZIA e CARABINIERI: perché sono le prime persone a cui si rivolgono le vittime. È richiesta in particolare la formazione della polizia giudiziaria, soprattutto nel momento in cui insieme al PM si rende necessaria la valutazione del rischio. CENTRI ANTIVIOLENZA I centri antiviolenza offrono supporto alle donne vittime di violenza e ai minori coinvolti, attraverso assistenza telefonica h24, colloqui individuali e ospitalità in case rifugio. Coordinati dalla rete DiRe – Donne in rete contro la violenza – garantiscono anonimato e percorsi di sostegno legale, abitativo, lavorativo e psicologico. Accanto all’assistenza diretta, promuovono iniziative di prevenzione e sensibilizzazione sulla violenza di genere e violenza assistita. Il primo contatto telefonico, gratuito e anonimo, consente alla vittima di decidere se avviare un percorso di supporto personalizzato.

ANZIANI il concetto di Elder Abuse , definito come un’azione singola o ripetuta, oppure come l’omissione di un intervento adeguato, che si verifica all’interno di una relazione caratterizzata da un abuso di fiducia e che provoca danno o sofferenza alla persona anziana. L’abuso può manifestarsi in diverse forme, includendo violenze fisiche, psicologiche o emotive, sessuali ed economiche, oltre a situazioni di trascuratezza, sia intenzionale sia non intenzionale. Numerosi studi sottolineano come la violenza nei confronti degli anziani costituisca un fenomeno in larga parte sommerso, in particolare nel caso del maltrattamento domestico che colpisce donne tra i 60 e gli 89 anni. In questa fascia di età, le vittime tendono raramente a denunciare gli episodi di violenza o a rivolgersi ai servizi di supporto, contribuendo così a mantenere invisibile una problematica complessa e spesso cronicizzata. ALCUNI RIFERIMENTI NORMATIVI DI RILIEVO: Come emerge dai dati statistici più recenti, la vittimizzazione delle persone in età avanzata rappresenta un fenomeno in crescita, con una netta prevalenza di vittime di genere femminile rispetto a quello maschile. Le rilevazioni dell’Osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica (ONVD) e le ricerche condotte da EURES mostrano infatti un progressivo innalzamento dell’età delle donne vittime di maltrattamenti e di omicidi negli ultimi anni, segnalando una vulnerabilità specifica legata all’invecchiamento.

  • Decreto legislativo 2014, n. 24 introduce l’esigenza di “valutazione individuale della vittima, della specifica situazione delle persone vulnerabili quali i minori, i minori non accompagnati, gli anziani, i disabili, le donne, in particolare se in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le persone con disturbi psichici, le persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica, sessuale o di genere”
  • Decreto legislativo15 dicembre 2015, n. 212 ha introdotto una precisa definizione sulla «condizione particolare di vulnerabilità», indicando quali criteri possono delineare il profilo di vulnerabilità “soggettiva” o atipica, come disposto dall’Art. 90 quater, c.p.p.:
  • Art 90: la condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa è desunta, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se è riconducibile ad ambiti di criminalità organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalità di discriminazione, e se la persona offesa è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato»
  • Incidente probatorio: È un istituto processuale, disciplinato all’art. 392 c.p.p., attraverso il quale è possibile anticipare l’acquisizione delle prove che si caratterizzano come non differibili o per necessità impellenti, con lo scopo di ridurre al minimo il rischio di vittimizzazione secondaria. OMS - All’interno del “Rapporto Mondiale su violenza e salute” definisce l’abuso come “l’uso intenzionale di forza fisica o di potere, minaccioso o reale, contro una persona o un gruppo di persone o una comunità, che risulta o ha un’alta probabilità di risultare in lesione fisica, morte, danno psicologico, non sviluppo o deprivazione” - Ha genericamente definito l’abuso senile come qualsiasi azione di commissione o di omissione, intenzionale o non intenzionale, di natura fisica, psicologica o materiale, che decresce significativamente la qualità di vita dell’anziano - « L’abuso su anziani è un segnale, o un atto ripetuto o un’azione particolare che ha luogo all’interno di un rapporto qualsiasi dove si immagina che ci sia della fiducia e che provoca un danno o dell’ansia ad una persona anziana.»

CATEGORIE DI ABUSO DOMESTICO : maltrattamenti tra le mura domestiche proprie o di familiari ISTITUZIONALE : forme di abuso nei confronti di ospiti delle RSA (o Istituti di riposo) AUTO – INFLITTO : agiti auto lesivi delle persone anziane TIPOLOGIE DI ABUSO

  • Abuso fisico : dolore, schiaffi, ustioni, ecc.
  • Abuso psicologico : sopraffazione verbale, umiliazione, minacce, intimidazione
  • Abuso economico : furti, estorsioni, induzione alla firma di documenti a fini ereditari
  • Violenza medica: eccessiva somministrazione di farmaci
  • Violenza per omissione : negazione di assistenza e dei servizi di base (cibo,salute, ecc.)
  • Violenza civica : arbitraria mancanza di rispetto della figura dell’anziano
  • Abuso sessuale : contatto sessuale di ogni tipo senza consenso
  • Autolesionismo : azioni e comportamenti dell’anziano che mettono in pericolo la propria salute e sicurezza FATTORI DI RISCHIO NELL’ANZIANO Tra i principali fattori di rischio individuali emergono:
  • Declino delle abilità cognitive
  • Presenza di malattie fisiche o psichiche
  • Ridotta autonomia funzionale
  • Dipendenza fisica e/o psicologica dagli altri
  • Solitudine e isolamento
  • Difficoltà economiche
  • Basso livello di istruzione Queste condizioni aumentano la vulnerabilità dell’anziano e la probabilità di esposizione a situazioni di abuso o maltrattamento. FATTORI DI VULNERABILITÀ Oltre all’età avanzata, esistono fattori di vulnerabilità di natura: - Strutturale , legati allo stato di salute, alla riduzione delle energie, alla crescente dipendenza dagli altri, alla perdita di autonomia e al progressivo restringimento delle relazioni sociali, spesso limitate al solo ambito familiare - Contestuale , connessi a povertà, deprivazione ambientale, carenza di servizi di supporto, abbandono da parte dei familiari e isolamento sociale FATTORI DI RISCHIO LEGATI AL CAREGIVER Accanto ai fattori individuali dell’anziano, risultano rilevanti anche quelli connessi a chi se ne prende cura. Tra i più frequenti si riscontrano:
  • Elevati livelli di stress e depressione
  • Mancanza di supporto da parte di altri caregiver
  • Percezione del ruolo assistenziale come faticoso e poco gratificante
  • Abuso di sostanze Tali condizioni possono favorire dinamiche disfunzionali e aumentare il rischio di comportamenti abusanti (Robinson, Saisan, Segal, 2013). SEGNALI DI SOSPETTO ABUSO Tra gli indicatori più evidenti di possibile maltrattamento si osservano:
  • Conflitti e discussioni frequenti con i caregiver
  • Cambiamenti improvvisi di personalità e di comportamento nell’anziano In questo quadro si inserisce l’importanza di strumenti di prevenzione e intervento precoce, come l’istituzione di hotlines di pronto intervento, utili a intercettare situazioni di rischio spesso sommerse.

FATTORI PROTETTIVI PER L’ANZIANO Tra i principali fattori protettivi nei confronti della vittimizzazione dell’anziano si individuano:

- Supporto emotivo, sociale e affettivo , garantito da reti familiari, amicali e comunitarie, che riduce l’isolamento e favorisce il senso di sicurezza e appartenenza - Strategie di coping funzionali , che permettono alla persona anziana di affrontare le difficoltà, riconoscere situazioni di rischio e attivare richieste di aiuto - Resilienza , intesa come capacità di adattamento e di riorganizzazione di fronte agli eventi avversi, che consente di preservare l’integrità dell’identità e un’immagine di sé positiva anche in condizioni di fragilità Questi fattori contribuiscono a contenere la vulnerabilità dell’anziano e a contrastare gli effetti negativi dell’isolamento, della dipendenza e dell’esperienza di abuso. ASPETTI DI RILIEVO NELLA VITTIMIZZAZIONE DELL’ANZIANO Nell’analisi dei reati che coinvolgono persone anziane è possibile individuare tre aspetti di particolare rilievo. In primo luogo, l’abuso riguarda una condizione di debolezza o vulnerabilità della persona offesa, legata a fattori fisici, cognitivi, psicologici o sociali che riducono la capacità di difesa e di reazione. In secondo luogo, l’età presuppone una condizione senile , che può comportare fragilità specifiche e incidere sulla credibilità percepita della vittima. Infine, l’atto pregiudizievole fa riferimento a un danno complesso , che non è solo patrimoniale, ma anche morale, emotivo e relazionale, con conseguenze significative sul benessere e sulla qualità della vita dell’anziano. TECNICHE DI ASCOLTO DELL’ANZIANO La tipologia dei reati che coinvolgono persone anziane presenta spesso una criticità rilevante: l’anziano e l’abusante o maltrattante sono frequentemente gli unici testimoni dei fatti. In questo senso, la vittima assume un ruolo centrale ai fini dell’accertamento del reato. La raccolta delle informazioni giudiziarie deve quindi avvenire attraverso procedure metodologiche e strumenti specifici , finalizzati a:

  • evitare la vittimizzazione secondaria;
  • tutelare la qualità, l’accuratezza e l’attendibilità delle informazioni raccolte. INDICAZIONI PER L’ASCOLTO L’ascolto dell’anziano richiede particolare attenzione al contesto e alle modalità comunicative. È fondamentale predisporre un setting adeguato , il meno traumatizzante possibile, preferibilmente in un ambiente familiare o comunque rassicurante. Durante la fase di ascolto è necessario ridurre al minimo le distrazioni e mettere l’anziano a proprio agio, chiarendo che non si tratta di una valutazione delle sue prestazioni cognitive. Tra le principali indicazioni operative rientrano:
  • ascoltare la persona, quando possibile, in assenza di terzi ;
  • mantenere un atteggiamento paziente e rassicurante , concedendo pause;
  • privilegiare il racconto libero e spontaneo dei fatti;
  • parlare lentamente, in modo chiaro, utilizzando frasi brevi e semplici;
  • non interrompere il racconto;
  • evitare domande multiple, suggestive, a scelta multipla o “a coda”. L’uso di protocolli di intervista investigativa validati , come l’Intervista Cognitiva per Adulti o l’Intervista Strutturata, consente di migliorare la qualità della testimonianza e di ridurre il rischio di contaminazione del ricordo.

ASCOLTO ATTIVO ED EMPATIA L’ascolto attivo implica l’integrazione di udito e vista , offrendo un’attenzione totale alla persona che parla. Capacità di osservazione, attenzione e comprensione rappresentano elementi centrali, soprattutto nei confronti di anziani in condizioni di fragilità. Questo tipo di ascolto consente di limitare il rischio di concentrarsi più sulla formulazione di una risposta che su ciò che l’altro sta realmente comunicando. Ascoltare con empatia significa non solo comprendere il contenuto del racconto, ma anche accogliere le emozioni espresse, incluse quelle veicolate attraverso il linguaggio non verbale. LINGUAGGIO NON VERBALE Nel processo di ascolto assumono particolare rilevanza:

  • la posizione del corpo;
  • il tono di voce;
  • lo sguardo;
  • l’espressione del viso. Questi elementi contribuiscono a trasmettere disponibilità, rispetto e attenzione, favorendo un clima di fiducia. BISOGNI DELLA VITTIMA ANZIANA La vulnerabilità della vittima e l’intensità delle reazioni all’evento traumatico influenzano profondamente i bisogni espressi dall’anziano, sia durante le attività investigative sia nel corso del procedimento penale. Tra i principali bisogni emergono:
  • il bisogno di riprendere il controllo e superare il senso di impotenza, attraverso l’acquisizione di informazioni e la possibilità di agire sul piano legale;
  • il bisogno di esprimere e vedere riconosciute le proprie emozioni, ridurre il livello di arousal e ricevere supporto;
  • il bisogno di protezione , sia fisica sia psicologica. EVITARE LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA Per prevenire la vittimizzazione secondaria è fondamentale adottare un approccio rispettoso e centrato sulla persona. In particolare, è necessario:
  • trattare la vittima come un essere umano e non come una semplice “prova”;
  • fornire informazioni chiare e costanti sull’andamento del caso;
  • preparare la vittima alle diverse fasi del procedimento;
  • prestare attenzione a eventuali riattivazioni traumatiche;
  • favorire la presenza di una figura di supporto emotivo durante il processo;
  • esplorare paure e preoccupazioni legate alla testimonianza;
  • coinvolgere la vittima, quando possibile, nelle decisioni procedurali, inclusa la possibilità di una victim impact statement ;
  • inviare la vittima a professionisti della salute mentale in caso di elevato stress;
  • esprimere esplicitamente vicinanza e disponibilità all’aiuto.