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Autori e testi Vittorini Levi Pavese
Tipologia: Appunti
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Vittorini è una figura centrale della letteratura italiana tra gli anni 30 e 60 del 1900 poiché è un protagonista attivo della letteratura italiana sia come scrittore sia come organizzatore di cultura.
Elio Vittorini nasce a SIRACUSA nel 1908 da una MODESTA FAMIGLIA ( padre ferroviere ), egli NON EBBE perciò una FORMAZIONE UMANISTICA TRADIZIONALE ma dopo gli studi elementari FREQUENTO’ 3 ANNI DI SCUOLA TECNICA.
Vittorini perciò fu essenzialmente un’AUTODIDATTA che si creò una cultura attraverso LETTURE e RAPPORTI INTENSI CON IL MONDO LETTERARIO DEL TEMPO.
Giovane lasciò la Sicilia e dal 1930 si trasferì a Firenze = qui si lega alla rivista “ Solaria ” risentendo della sua apertura culturale europea.
In questi anni giovanili appoggiò il fascismo di sinistra che vedeva nel fascismo una forza rivoluzionaria che doveva trarre alimento dalle forze popolari.
La Guerra di Spagna aprì gli occhi a Vittorini sulla vera natura del regime che lo spinse ad impegnarsi in un’attività clandestina di opposizione alla dittatura.
Nel 1939 si trasferisce a Milano e si dedicò all’ATTIVITA’ di TRADUTTORE.
Durante l’occupazione tedesca partecipò alla Resistenza, entrato nel Partito Comunista.
Dopo la Liberazione assunse il ruolo di leader della letteratura dell’<< impegno >>, dando vita alla rivista “ Il Politecnico”, il cui obiettivo era una cultura che non si limitasse a consolare dalle sofferenze, ma contribuisse attivamente ad eliminarle.
Vittorini perciò RIFIUTAVA UNA TOTALE SUBORDINAZIONE DELLA CULTURA ALLA POLITICA.
Nel 1951 fondò la collana dei “ Gettoni “ presso Einaudi, che pubblicava le opere di molti autori destinati a diventare poi protagonisti della scena letteraria.
Nel 1959 fondò la rivista con Calvino “Il menabò” che si dedicava alla trattazione dei problemi attuali:
Muore nel 1966.
Il romanzo si svolge a Milano sullo sfondo della Resistenza all’occupazione tedesca.
Nell’episodio riportato : un ufficiale nazista fa sbranare dai suoi cani un povero venditore ambulante...
. colpevole di avergli ucciso la feroce cagna Greta.
GIULAJ = il venditore ambulante = L’UMANITA’ UFFICIALE NAZISTA = CRUDELTA’ MILITI FASCISTI = GLI IGNAVI = L’INDIFFERENZA
LA NARRAZIONE è OGGETTIVA ED E’ CONDOTTA DA UN LINGUAGGIO ESTREMAMENTE SECCO ED ESSENZIALE, AFFIDATO A DELLE BREVI BATTUTE DI DIALOGO:
Inizialmente Giulaj viene deriso e spogliato di tutto ciò che ha e messo a nudo davanti al capitano e ai militi; in seguito il capitano pone una serie di domande personali a Giulaj che hanno l’intento di SPOGLIARLO METAFORICAMENTE.
“ egli voleva conoscere CHE COSA ERA quello che stava distruggendo”
NON USA IL CHI ERA POICHE’ GIULAJ VIENE CONSIDERATO COME UN’OGGETTO, QUALCOSA DI POCO VALORE;
IL CAPITANO VOLEVA CONOSCERLO COSI’ DA SAPERE DI STAR ANDANDO A DISTRUGGERE UNA VITA ed oltre a quella di Giulaj anche quella dei suoi affetti.
A questo punto il capitano da l’ordine ai cani di attaccare ma questi si fermano ai vestiti dell’uomo così colpirono Giulaj per farlo sanguinare così che i cani potessero attaccarlo.
I MILITI nel mentre non credevano che il capitano volesse realmente far sbranare Giulaj ma solamente spaventarlo, così essi ridevano della situazione.
Tornati nel cortile essi si interrogarono sull’accaduto domandandosi il PERCHE’ di questo attacco nonostante essi l’avessero vissuto in prima persona.
“ verrebbe voglia di piantare tutto” -> uno di loro, Manera era stanco di sottostare agli ordini.
“ ci rimetteresti tremila e tanti al mese” -> un milite risponde così alla stanchezza di Manera,
PENSANDO AI SOLDI= NON IMPORTA QUANTE PERSONE VENGANO UCCISE MA PENSANO SOLO AL PROFITTO; COSA E’ DISPOSTO A FARE L’UOMO PER I SOLDI?
Il Quinto ( militi venivano chiamati con dei numeri per far capire la loro indifferenza e la loro subordinazione allo stato, che non li rende più autocritici ma unicamente degli ingranaggi della macchina nazista ) spiegò ai compagni cosa aveva fatto Giulaj per meritarsi una fine così atroce:
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 e si laurea in chimica nel 1941. Nel 1943, entrato nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, fu CATTURATODAI TEDESCHI E DEPORTATO NEL LAGER DI AUSHWITZ poiché EBREO. RIESCE A SOPRAVVIVERE ALLO STERMINIO e tornato a Torino, nel dopoguerra diventa chimico dedicandosi parallelamente alla letteratura. Muore SUICIDA nel 1987.
È il suo libro d’esordio e racconta/ è un resoconto della sua esperienza nei campi di sterminio nazisti; E’ UNA TESTIMONIANZA SULLA BARBARIE ESTREMA / SULLA CRUDELTA’ FISICA E MORALE CHE MIRAVA A DISTRUGGERE L’UMANITA’ DEL DEPORTATO.
LA RAPPRESENTAZIONE DI LEVI è ASSENTE DI EMOTIVITA’ E DI RETORICA ED E’ SOBRIA E LUCIDA DAL PUNTO DI VISTA DELLA SCRITTURA , CIO’ RIESCE A FISSARE UN QUADRO DI ORRORE IN MODO ESSENZIALE.
NON E’ SOLO UN LIBRO DI MEMORIE, UN DOCUMENTO MA UNO STUDIO ACCURATO, SCIENTIFICO E ANTROPOLOGICO DELLE LEGGI CHE REGOLANO LA “ SOCIETA’” DEL LAGER.
Mentre Levi con altri deportati stanno pulendo l’interno di una cisterna, si affaccia Jean, detto il PIKOLO della squadra, cioè colui che, avendo un a serie di incombenze, gode di qualche privilegio. PIKKOLO è benvoluto da tutti PERCHE’ MANTIENE RAPPORTI UMANI CON I COMPAGNI AIUTANDOLI IN TUTTI I MODI.
Il “Pikolo”aveva diversi compiti fra cui quello di prelevare e trasportare il rancio per il proprio gruppo di internati. Trasportare la marmitta piena di zuppa era un lavoro troppo pesante per una persona sola per cui, di volta in volta, Jean poteva scegliere una persona disposta ad aiutarlo Un giorno sceglie Primo Levi.
Durante il percorso che va dalla cisterna interrata alle cucine dove Jean e Primo si devono recare per riempire la marmitta, Primo tiene al suo amico una lezione. Jean, che già parla perfettamente il francese e il tedesco perché ha origini alsaziane, chiede al suo amico di insegnargli l’italiano.
Levi decide di utilizzare, come primo approccio il canto XXVI dell’Inferno della Divina Commedia, quello di Ulisse, che si era in parte dimenticato, e il canto servirà per fare una riflessione sulla condizione dei deportati in un campo di concentramento.
Prima di commentare il passo, è utile ricordare il canto di Dante che parla di Ulisse.
Nell’ottava bolgia ogni fiamma porta al suo interno un peccatore: i consiglieri fraudolenti, coloro che usarono l'intelligenza per ingannare i propri simili. Ulisse è qui condannato, perché era stato l’artefice dell’inganno del cavallo di Troia. Su richiesta di Virgilio per conto di Dante, Ulisse inizia il racconto della sua morte.
viaggio, che è invece verticale (come verticale è tutta la struttura della Commedia, cioè tesa verso il vertice ultimo che è Dio);
Per Levi, al contrario, il viaggio di Ulisse non è folle, anzi è un appello alla dignità attiva della ragione umana anche in condizioni estreme in cui si trovano Primo e Jean. Recuperando la propria dimensione razionale, i deportati, costretti a vivere come bruti, riacquistano la loro dignità umana. D’altra parte Primo Levi ha una visione laica del mondo che esclude ogni richiamo alla Provvidenza divina.
Il naufragio di Ulisse richiama il naufragio di Primo e di Jean: i due internati, grazie a Dante, hanno per un attimo ritrovato la loro dignità umana che tuttavia, subito dopo, viene nuovamente sommersa dalla realtà di Auschwitz con tutte le sofferenze e la triste realtà quotidiana.
IN UN LUOGO COME IL LAGER IN CUI L’UOMO E’ RIDOTTO A UN BRUTO CHE NON PENSA E CHE OBBEDISCE ISTINTIVAMENTE AI SOLI BISOGNI PRIMORDIALI, L’AGGRAPPARSI AL RICORDO LETTERARIO ESPRIME IL TENTATIVO DI SALVARE QUALCOSA DI UMANO.
LA CHIAVE DEL PASSO E’ IL VERSO “ FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIRE VIRTUTE E CONOSCENZA” CHE COSTITUISCONO PER LEVI UN’EPIFANIA ED E’ COME SE LI RISENTISSE PER LA PRIMA VOLTA POICHE’ RACCONTANO QUALCOSA DELLA SUA VITA.
IL TENTATIVO DI RICOMPORRE I VERSI DI DANTE DIVENTA UNA FORMA DI RESISTENZA ALL’ANNIENTAMENTO DELL’UMANITA’.
VEDE UN ANALOGIA TRA IL NAUFRAGIO DI ULISSE E LA SORTE DEI PRIGIONIERI: DA UNA PARTE PERCHE’ I PRIMI SONO STATI PUNITI PER AVER INFRANTO I VINCOLI IMPOSTI DA DIO, GLI ALTRI PERCHE’ HANNO OSATO OPPORSI AL REGIME FASCISTA/NAZISTA.
L’ARRIVO, ALLA FINE, TRA LA FOLLA FA TORNARE I DUE PROTAGONISTI ALLA DIMENSIONE REALE, NELL’INFERNO QUOTIDIANO DEI LAGER, NEL QUALE SNO IMPORTANTI SOLO I BISOGNI PRIMARI E NEL QUALE I DEPORTATI SI ACCALCANO PER QUESTA.
L’ULTIMO VERSO RIPRENDE UN VERSO DEL CANTO DI DANTE “ INFIN CHE IL MAR FU SOPRA NOI RICHIUSO” CHE RICORDA IL MOMENTO DEL NAUFRAGIO, ANALOGICAMENTE RICORDA IL RITORNO DI LEVI NEL NAUFRAGIO DEI CAMPI E NELLA ROUTINE.
Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, nelle langhe cuneesi, dove la famiglia si recava a trascorrere le vacanze dopo il trasferimento a Torino.
La sua istruzione fu affidata alla madre, energica e severa, che non riuscì però a far superare a Cesare la sua timidezza, le sue paure e incertezze nei confronti della vita.
Frequentò le scuole medie in un istituto della ricca borghesia trovandosi a disagio in esso per i suoi metodi. Il fatto che non riusciva ad inserirsi nella vita cittadina torinese fece si che egli vagheggiasse per l’ambiente contadino in cui era nato, usato come RIFUGIO e nel quale potesse abbandonarsi all’evasione e alle fantasticherie.
Frequentò il ginnasio, e dopo esso il liceo D’Azeglio nel quale ebbe come insegnante di italiano e latino il narratore Augusto Monti, attorno al quale si era formato un gruppo di giovani intellettuali uniti da una comunanza di interessi culturali e da un atteggiamento antifascista.
Si interessa in seguito alla letteratura statunitense e inizia a tradurre opere inglesi.
Nel 1934 inizia a lavorare per la casa editrice di Giulio Einaudi, e nonostante non si occupasse di politica venne arrestato poiché in possesso di lettere dal contenuto antifascista e fu costretto a tre anni di confino in Calabria.
Tornato a Torino, dopo una delusione amorosa, ritorna al lavoro di traduttore ed ai propri impegni editoriali.
Durante la guerra si rifugia nel Monferrato senza partecipare alla Resistenza e dopo la guerra riprende la propria attività all’Einaudi mentre aderì al Partito Comunista.
Nel 1949 si innamora dell’attrice Constance Dowling ma riceve una grande delusione.
Muore SUICIDA nel 1950 in una camera di un albergo di Torino.
Durante la guerra Corrado, insegnante di scuola media, si rifugiò sulle colline torinesi per sfuggire ai bombardamenti. Qui vive con una famiglia composta da due donne (la madre e una figlia, Elvi ra, una "zitella quarantenne"), che lo proteggono con le loro assidue cure. Una sorta di ansia interiore, però, lo spinge ad incontrare altre persone che si radunano in una vecchia osteria. Tra loro, che discutono di politica e opposizione al fascismo, trova Cate, la donna che aveva amato un tempo e che poi aveva abbandonato per il desiderio di sottrarsi a ogni forma di responsabilità e di isolarsi nel suo egoismo individualistico. L'incontro pone al protagonista una serie di domande inquietanti. In primo luogo Corrado sente il bisogno di impegno e partecipazione politica, che non sa come risolvere. Inoltre, il problema della famiglia, come dovere morale e sociale, è ormai sentito con urgente immediatezza, fin dal momento che Cate ha un figlio, Dino, di cui Corrado so che sarà padre (ma il dubbio non si risolverà nemmeno alla fine del romanzo). I mesi successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943 trascorrono in una situazione di angoscia e paura. Un pazzo no, alla fine, l'osteria viene perquisita dai tedeschi; Cate e le sue amiche vengono catturate. Corrado, che osserva di nascosto lo svolgersi di questi eventi, teme di essere compromesso anche lui e decide di allontanarsi dalla città. Inizia la fuga del protagonista, che sarà poi raggiunto da Dino. Si ripropone così l'essenziale rapporto tra questi due personaggi, che però prelude alla loro definitiva separazione: mentre Dino si allontana per andare a combattere con i partigiani, Corrado, ormai solo, decide di tornare nel suo paese d'origine, nel Langhe. Ma il ritorno al luogo di nascita, dopo aver incontrato ovunque immagini di desolazione e morte, non cambia la precarietà della sua condizione esistenziale.
OGNI GUERRA è UNA GUERRA CIVILE
di chi non ha rincorso i sogni, ma è rimasto fedele alle proprie radici) ha anche il compito di colmare il vuoto degli anni in cui il protagonista è rimasto lontano.
Quest'ultimo viene così informato delle disgrazie che hanno colpito le figlie di Sor Matteo, in particolare la più giovane, Santa, che è stata uccisa dai partigiani.
Ma nemmeno il dopoguerra portò la pace: il ritrovamento di alcuni cadaveri, che ispira a Nuto sentimenti di pietà, offre l'opportunità per riaccendere gli odi e le divisioni partigiane. Nel frattempo, il protagonista ha conosciuto Cinto, un povero ragazzo storpio che ora vive nel "capannone" della Gaminella ed è costretto a subire i maltrattamenti del padre, Valino.
Quest'ultimo, vittima della miseria e colpito da un'improvvisa crisi di follia, dà fuoco alla casa; solo Cinto riesce a salvarsi, assistendo alla scena nascosto, pronto a difendersi con il coltello regalatogli dallo stesso protagonista, al quale non resta altro da fare che lasciare il paese, dopo aver affidato a Nuto il futuro di Cinto. L'intenzione di stabilirsi definitivamente in patria è dolorosamente fallita
Il protagonista, TORNA NEL PAESE IN CUI E’ CRESCIUTO PERCHE’ VUOLE SCOPRIRLO, VUOLE VEDERE DOVE SONO LE SUE RADICI.
TEMA DELLE RADICI= “ chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo per capire che tutte le carni sono buone e si equivalgono ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, cerca di farsi terra e paese così che la sua carne valga e duri più di un comune giro di stagione.” HA GIRATO IL MONDO, E’ ANDATO IN AMERICA PER FARE FORTUNA E TORNANDO A CASA PRR RISOLVERE LE PROPRIE INQUIETUDINI CAPISCE CHE METTERE RADICI E’ IMPORTANTE PER NON RIMANERE SOLI ED ESSERE RICORDATI.
TORNA NEL PAESE E VEDE LA SUA VECCHIA CASA, COLORO CHE ORA CI VIVEVANO ERANO PIU’ BENESTANTI MA EGLI SI ASPETTAVA CHE CI FOSSERO ALTRE PERSONE AD OCCUPARLA, CIO’ CHE NON VOLEVA ERA DI NON VEDERE PIU’ I NOCCIOLI IN QUEL MOMENTO CAPISCE CHE TUTTO ERA CAMBIATO “ TUTTO E’ FINITO” E COSA VOLESSE DIRE NON ESSERE NATO IN UNPOSTO, NON AVERLO NEL SANGUE, ESSERE SOLO. UN PAESE VUOLE DIRE NO N ESSERE SOLI, IL FATTO CHE NELLA GENTE, NELLA NATURA, NELLA TERRA CI SIA QUALCOSA DI TUO, AL QUALE AGGRAPPARSI CHE TI ASPETTA ANCHE QUANDO NON CI SEI.
HA CREDUTO TANTO TEMPO CHE IL PAESE IN CUI E’ NATO FOSSE TUTTO IL MONDO E ORA CHE IL MONDO LO HA VISTO DAVVERO E SA CHE E’ ORMATO DA TANTI PICCOLI PAESI CAPISCE CHE FORSE NON SI SBAGLIAVA COSI’ TANTO.
MA ANCHE IN QUESTA CONSAPEVOLEZZA C’E’ QUALCOSA CHE NON LO CONVINCE :