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Wittgenstein sul vedere come, Guide, Progetti e Ricerche di Filosofia del Linguaggio

analisi del testo di Schroder - A tale of two problems sul problema del vedere come in Wittgenstein

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2018/2019

Caricato il 19/05/2019

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Relazione scritta sul testo: “A Tale of Two Problems:
Wittgenstein’s Discussion of Aspect Perception” di Severin
Schroeder
Di Simone Della Latta
Severin Schroeder in questo testo vuole dissipare la nebbia intorno al problema esposto da
Wittgenstein nei testi “Remarks on the Philosophy of Psychology” e “Last Writings on the
Philosophy of Psychology” successivamente riuniti e stampati all’interno delle “Ricerche
Filosofiche”, per la precisione nella seconda parte di esse (cap. XI). Qual è esattamente questo
problema? Si tratta del notare un aspetto.
Per iniziare la discussione, Schroeder prende l’interpretazione di Mulhall su questa questione
wittgensteiniana: egli sostiene che ciò che intende dirci il filosofo è che ogni cosa che viene
percepita da noi è percepita secondo i suoi aspetti più rilevanti per noi, e che questo fenomeno è
ubiquo e interviene in ogni nostra percezione, è esso stesso la nostra percezione.
Un aspetto, secondo Wittgenstein è ciò che viene notato di un oggetto quando questo viene visto da
noi; quello che Heidegger chiamava “Zuhandenheit”, ovvero “prontezza di lettura”, l’assumere un
atteggiamento nei confronti di un oggetto, leggerlo di primo impatto e, anche e soprattutto
involontariamente, favorire una “visione” di esso piuttosto che un’altra.
Prima di tutto però, bisogna che sia fatta una distinzione importante: quella tra conoscere/sapere
qualcosa di un oggetto ed il vederlo. Quando vediamo un dipinto, noi vediamo l’oggetto
rappresentato da esso, e, posto che questo sia un uomo, non ci limitiamo a raccogliere informazioni
su di esso, ma vediamo l’uomo come se questo fosse effettivamente tale, e precisamente
quell’uomo. (Di un viso schematico, formato da due punti ed una linea curva all’interno di un ovale,
avremmo detto che si tratta solamente di un viso in generale, senza identificarlo con nessun uomo in
particolare). Ovviamente conosciamo allo stesso modo il fatto che egli non può essere un uomo,
perchè è un quadro inanimato, ma il nostro modo di vederlo non cambia. Non vediamo
oggettivamente cosa è il quadro, ovvero una cornice con pennellate di colore su una tela al suo
interno, disposte in modo da raffigurare un uomo, anche se sappiamo che si tratta solamente di
questo. Questo ci può essere in qualche modo confermato da un aneddoto che si racconta del pittore
Matisse: quando una signora in visita al suo studio ebbe ad esclamare: “ma certo, il braccio di
questa donna è davvero troppo lungo!”, l’artista ribattè: “signora, lei si sbaglia. Questa non è una
donna: è un dipinto.”
Mulhall è d’accordo con Strawson nel definire il problema wittgensteiniano in termini di vedere
continuativo, sostenendo che il cambio di aspetto è sempre presente nella nostra percezione, e che
essa è sostanzialmente percezione di aspetti. Quando siamo di fronte ad un oggetto, e lo guardiamo,
dobbiamo notare almeno un aspetto di esso.
Ed in quale senso vediamo un aspetto di esso? Esattamente nel senso in cui noi affianchiamo ad un
oggetto che vediamo un altro che gli è simile, e notiamo tra questi una somiglianza. Quando
vediamo un albero noi lo possiamo riconoscere in quanto tale solamente perché abbiamo esperienza
di altri alberi che possono essere presi come esempio di albero e associati con l’oggetto percepito in
quanto dello stesso tipo.
Il fatto che il vedere ed il vedere una somiglianza siano la stessa cosa può essere confermato da ciò
che proviamo quando osserviamo oggetti non definiti; Gombrich, nel suo “Arte ed Illusione” ci
pone davanti ad un fenomeno ricorrente per noi esseri umani: osservando le nuvole, ad esempio,
tendiamo ad affiancare ad esse qualcosa di conosciuto pur di identificare la loro forma con un
oggetto familiare, partendo da un particolare aspetto che arbitrariamente riconosciamo.
Non possiamo restare senza porre paragoni e trovare somiglianze per oggetti che non hanno alcun
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Relazione scritta sul testo: “A Tale of Two Problems:

Wittgenstein’s Discussion of Aspect Perception” di Severin

Schroeder

Di Simone Della Latta

Severin Schroeder in questo testo vuole dissipare la nebbia intorno al problema esposto da Wittgenstein nei testi “Remarks on the Philosophy of Psychology” e “Last Writings on the Philosophy of Psychology” successivamente riuniti e stampati all’interno delle “Ricerche Filosofiche”, per la precisione nella seconda parte di esse (cap. XI). Qual è esattamente questo problema? Si tratta del notare un aspetto. Per iniziare la discussione, Schroeder prende l’interpretazione di Mulhall su questa questione wittgensteiniana: egli sostiene che ciò che intende dirci il filosofo è che ogni cosa che viene percepita da noi è percepita secondo i suoi aspetti più rilevanti per noi, e che questo fenomeno è ubiquo e interviene in ogni nostra percezione, è esso stesso la nostra percezione. Un aspetto, secondo Wittgenstein è ciò che viene notato di un oggetto quando questo viene visto da noi; quello che Heidegger chiamava “Zuhandenheit”, ovvero “prontezza di lettura”, l’assumere un atteggiamento nei confronti di un oggetto, leggerlo di primo impatto e, anche e soprattutto involontariamente, favorire una “visione” di esso piuttosto che un’altra. Prima di tutto però, bisogna che sia fatta una distinzione importante: quella tra conoscere/sapere qualcosa di un oggetto ed il vederlo. Quando vediamo un dipinto, noi vediamo l’oggetto rappresentato da esso, e, posto che questo sia un uomo, non ci limitiamo a raccogliere informazioni su di esso, ma vediamo l’uomo come se questo fosse effettivamente tale, e precisamente quell’ uomo. (Di un viso schematico, formato da due punti ed una linea curva all’interno di un ovale, avremmo detto che si tratta solamente di un viso in generale, senza identificarlo con nessun uomo in particolare). Ovviamente conosciamo allo stesso modo il fatto che egli non può essere un uomo, perchè è un quadro inanimato, ma il nostro modo di vederlo non cambia. Non vediamo oggettivamente cosa è il quadro, ovvero una cornice con pennellate di colore su una tela al suo interno, disposte in modo da raffigurare un uomo, anche se sappiamo che si tratta solamente di questo. Questo ci può essere in qualche modo confermato da un aneddoto che si racconta del pittore Matisse: quando una signora in visita al suo studio ebbe ad esclamare: “ma certo, il braccio di questa donna è davvero troppo lungo!”, l’artista ribattè: “signora, lei si sbaglia. Questa non è una donna: è un dipinto.” Mulhall è d’accordo con Strawson nel definire il problema wittgensteiniano in termini di vedere continuativo, sostenendo che il cambio di aspetto è sempre presente nella nostra percezione, e che essa è sostanzialmente percezione di aspetti. Quando siamo di fronte ad un oggetto, e lo guardiamo, dobbiamo notare almeno un aspetto di esso. Ed in quale senso vediamo un aspetto di esso? Esattamente nel senso in cui noi affianchiamo ad un oggetto che vediamo un altro che gli è simile, e notiamo tra questi una somiglianza. Quando vediamo un albero noi lo possiamo riconoscere in quanto tale solamente perché abbiamo esperienza di altri alberi che possono essere presi come esempio di albero e associati con l’oggetto percepito in quanto dello stesso tipo. Il fatto che il vedere ed il vedere una somiglianza siano la stessa cosa può essere confermato da ciò che proviamo quando osserviamo oggetti non definiti; Gombrich, nel suo “Arte ed Illusione” ci pone davanti ad un fenomeno ricorrente per noi esseri umani: osservando le nuvole, ad esempio, tendiamo ad affiancare ad esse qualcosa di conosciuto pur di identificare la loro forma con un oggetto familiare, partendo da un particolare aspetto che arbitrariamente riconosciamo. Non possiamo restare senza porre paragoni e trovare somiglianze per oggetti che non hanno alcun

significato definito. La parola, anticipando un parallelismo wittgensteiniano (aspetto/parola) di cui Schroeder parlerà in seguito, si muove nello stesso modo: se trovo casualmente il termine “khlohted” che non ha significato in nessuna lingua che conosco, istintivamente tendo a raggrupparla, per tentare di comprenderla, con il termine da me conosciuto più vicino ad esso, che in questo caso è l’inglese “clothed”. È possibile che sia sbagliato quello che ho pensato a riguardo, ma allo stesso modo in cui nessuna nuvola è veramente una figura di un bambino o di uno squalo. In questo caso l’aspetto che è balzato alla mia percezione e che mi ha permesso l’identificazione è l’assonanza con una parola che già conoscevo, che testimonia il fatto che la visione di un aspetto è carica concettualmente e che c’è una notevole differenza tra la visione continuativa di un aspetto ed il suo “balenare improvviso”, come lo stesso Wittgenstein sottolinea. Per prima cosa, possiamo dire “ora vedo x come..” solamente quando percepiamo più aspetti diversi di un oggetto o di una figura, perché sarebbe inutile ed insensato dirlo di una percezione continuativa di un singolo aspetto. La distinzione fondamentale che Schroeder applica è quella tra “vedere come” come stato disposizionale della nostra percezione e “vedere come” episodico, caratterizzando il secondo come uno stato instabile; le famose immagini-puzzle che Wittgenstein porta spesso come esempio sono l’essenza di questa definizione. A differenza di ciò che pensavano a riguardo Mulhall e Strawson, il problema a cui Wittgenstein era interessato non si trova nella percezione in generale, ma solamente in quella episodica. I problemi principali, secondo Schroeder, sono infatti i due seguenti: gli aspetti che ci appaiono sono visti o solamente pensati? E ancora: come è possibile avere l’esperienza di un aspetto (nel senso del cambiamento da un aspetto ad un altro) istantaneamente? Per rispondere alla prima domanda, Schroeder ci porta come controesempio la testimonianza di Berkeley, che sostiene che il vero oggetto della nostra visione è solamente un’associazione di colori, mentre tutto il resto ci è suggerito da un’”idea” che fa capolino nella nostra percezione e che ci permette di interpretare ciò che vediamo. Wittgenstein, dal canto suo, tenta di smentire Berkeley portando alla nostra attenzione alcuni esempi che confermino la sua opinione: vedere un aspetto è uno stato, interpretare è un’azione ed è solamente attraverso il pensiero che può essere svolta. Possiamo infatti attribuire una durata al nostro vedere (“ho visto la lepre della figura L-A per due minuti, poi ho notato l’anatra”) mentre non ci possiamo domandare: “per quanto tempo ho avuto questa interpretazione?” Interpretare è inoltre fare ipotesi, che possono essere smentite, mentre “vedo quella nuvola come uno squalo” non può essere smentito in nessun modo. Non posso descrivere la mia percezione in senso berkeleiano, perché in nessun modo ho accesso all’informazione visiva non interpretata, mentre “vedo x come..” è il modo migliore per esprimere ciò che vedo realmente. Vedere una somiglianza, una relazione interna tra un oggetto ed altri, reali o immaginari è vedere come. Vedere come è vedere, solamente carico di concetti, ma è pur sempre uno stato, un atteggiamento e non un’azione che noi compiamo quando vediamo. Posso addirittura vedere una somiglianza tra due oggetti senza effettivamente accorgermene; ovviamente la somiglianza che noto è relativa sia a me che vedo, sia agli oggetti che metto a paragone tra di loro, arbitrariamente, però essa esiste ed è una caratteristica oggettiva di ciò che sto vedendo. Wittgenstein, inoltre, tiene molto a distaccarsi dall’opinione di Kohler, esponente della Gestalt, che sosteneva che l’organizzazione di un’ immagine va di pari passo con forma e colore. Ovviamente, corregge Wittgenstein, l’organizzazione cambia nel balenare improvviso di un aspetto in riguardo alle immagini-puzzle, ma l’oggetto rimane invariato. Quindi, se mettiamo questa caratteristica sullo stesso piano di forma e colore, bisogna per forza di cose riferirsi, quando parliamo di immagine, all’immagine interna (mentale) e non a quella che effettivamente è l’oggetto della nostra

qualcos’altro che è in esso rappresentato. Il fatto che Wittgenstein sostenga che “una persona cieca all’aspetto avrà una relazione differente dalla nostra con le fotografie”, può farci capire che probabilmente è a questo terzo tipo di aspetti che si stava riferendo. Inoltre, egli ci dice che “Qualche volta si appendono proverbi ai muri, ma non trattati di meccanica”: in questa frase, Wittgenstein riassume la sua visione dell’influenza del nostro atteggiamento e comportamento rispetto agli oggetti d’arte. Cos’è che rende diverso l’uno dall’altro un trattato di meccanica ed un proverbio? Essenzialmente si tratta in entrambi i casi di segni traducibili in un determinato linguaggio stampati su un foglio di carta ed appesi al muro, ma noi sappiamo che non sono la solita cosa. Ci aspettiamo cose diverse da questi oggetti quando andiamo a leggere qual è il loro contenuto. La differenza sta dunque nel nostro atteggiamento nei loro confronti. Appendiamo proverbi piuttosto che trattati di meccanica perché un proverbio si può adattare a noi, un trattato di meccanica no e noi lo sappiamo, ovvero conosciamo cosa rientra nell’estensione del concetto di proverbio e cosa nell’estensione del concetto di trattato di meccanica. “La differenza che intercorre tra essi è la stessa che intercorre tra un quadro ed un disegno tecnico.” Vedendo aspetti pittorici il cieco all’aspetto non riesce a usufruire di quel vedere-come emotivo di cui siamo capaci tutti, non riesce, ad esempio, a vedere una rappresentazione teatrale immedesimandosi nella storia raccontata da essa; egli riuscirà solamente a vedere persone travestite in un certo modo che compiono certe azioni con l’obiettivo di replicare quelle svolte nell’episodio originale, di quando ciò che è rappresentato non era rappresentato ma solamente vissuto da chi ne prendeva parte. Non riesce, cioè, a vedere la rappresentazione teatrale come se fosse esattamente la realtà dei fatti che rappresenta, è carente di quel coinvolgimento immaginativo che ci permette di ritrovarci faccia a faccia con l’oggetto rappresentato anche se esso non è presente nella realtà del momento in cui lo percepiamo. Tornando al problema del significato di una parola, e paragonando la soluzione trovata per la “disabilità” di un cieco all’aspetto, un cieco al significato avrebbe l’esperienza di ogni parola come se il significato di essa non gli appartenesse veramente, nello stesso modo, dice Schroeder citando Wittgenstein, in cui noi ci sentiamo quando utilizziamo una parola in codice appena appresa, non la sentiamo adatta all’uso che ne facciamo, perché, tecnicamente, non lo sarebbe. Questa non è una forma di illusione, procede Schroeder, perché siamo coscienti di non essere di fronte all’oggetto vero e proprio ma solamente ad una rappresentazione di esso, ma è come se lo fossimo. Gli aspetti emotivi non possono ingannare la nostra percezione perché essi non sono visti, ma sono solamente sentiti , sono presenti al momento della nostra esperienza dell’osservare determinati oggetti o addirittura del significato di parole; non ci sono realmente, eppure giocano un ruolo importante nelle nostre esperienze quotidiane.