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1. pevanje Čistilišta, Skripte od Italijanska književnost

Analiza prvog pevanja Čistilišta iz Danteove Komedije

Tipologija: Skripte

2024/2025

Učitan datuma 01.07.2026.

lazar-nikolic-17
lazar-nikolic-17 🇸🇷

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1 CANTO PURGATORIO
Proemio della Cantica (1-12)
La nave dell'ingegno di Dante si appresta a lasciare il mare crudele dell'Inferno e a
percorrere acque migliori, poiché il poeta sta per cantare del secondo regno
dell'Oltretomba (il Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di
salire al cielo. La poesia morta deve quindi risorgere e Dante invoca le Muse, in
particolare Calliope, perché lo assistano con lo stesso canto con cui vinsero sulle
figlie di Pierio trasformandole in gazze.
Dante osserva le quattro stelle. Catone (13-39)
L'aria, pura fino all'orizzonte, ha un bel colore di zaffiro orientale e restituisce a
Dante la gioia di osservarlo, non appena lui e Virgilio sono usciti fuori dall'Inferno
che ha rattristato lo sguardo e il cuore del poeta. La stella Venere illumina tutto
l'oriente, offuscando con la sua luce la costellazione dei Pesci che la segue. Dante si
volta alla sua destra osservando il cielo australe, e vede quattro stelle che nessuno
ha mai visto eccetto i primi progenitori. Il cielo sembra gioire della loro luce e
l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi dell'esserne privato.
Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da
cui è ormai tramontato il Carro dell'Orsa Maggiore, vede accanto a sé un vecchio
(Catone) dall'aspetto molto autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi
capelli dei quali due lunghe trecce ricadono sul petto. La luce delle quattro stelle
illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se fosse di fronte al sole.
Rimprovero di Catone e risposta di Virgilio (40-84)
Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per
due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno.
Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra,
domandandosi se le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso
che i dannati possono accedere al Purgatorio. A questo punto Virgilio afferra Dante
e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo sguardo in segno di
deferenza. Quindi il poeta latino risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa,
ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di
soccorrere Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori
spiegazioni, Virgilio sarà ben lieto di dargliele: dichiara che Dante non è ancora
morto, anche se per i suoi peccati ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu
inviato a lui per salvarlo e non c'era altro modo se non percorrere questa strada. Gli
ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei penitenti che si
purificano sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini
passate all'Inferno: il viaggio dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la
sua venuta, dal momento che Dante cerca la libertà che è preziosa, come sa chi per
essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si suicidò a Utica pur essendo
destinato al Paradiso, dovrebbe saperlo bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio
non sono state infrante, poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si
trova la moglie di Catone, Marzia, che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega
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1 CANTO PURGATORIO

Proemio della Cantica (1-12) La nave dell'ingegno di Dante si appresta a lasciare il mare crudele dell'Inferno e a percorrere acque migliori, poiché il poeta sta per cantare del secondo regno dell'Oltretomba (il Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al cielo. La poesia morta deve quindi risorgere e Dante invoca le Muse, in particolare Calliope, perché lo assistano con lo stesso canto con cui vinsero sulle figlie di Pierio trasformandole in gazze. Dante osserva le quattro stelle. Catone (13-39) L'aria, pura fino all'orizzonte, ha un bel colore di zaffiro orientale e restituisce a Dante la gioia di osservarlo, non appena lui e Virgilio sono usciti fuori dall'Inferno che ha rattristato lo sguardo e il cuore del poeta. La stella Venere illumina tutto l'oriente, offuscando con la sua luce la costellazione dei Pesci che la segue. Dante si volta alla sua destra osservando il cielo australe, e vede quattro stelle che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori. Il cielo sembra gioire della loro luce e l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi dell'esserne privato. Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da cui è ormai tramontato il Carro dell'Orsa Maggiore, vede accanto a sé un vecchio (Catone) dall'aspetto molto autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi capelli dei quali due lunghe trecce ricadono sul petto. La luce delle quattro stelle illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se fosse di fronte al sole. Rimprovero di Catone e risposta di Virgilio (40-84) Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno. Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al Purgatorio. A questo punto Virgilio afferra Dante e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo sguardo in segno di deferenza. Quindi il poeta latino risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa, ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di soccorrere Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori spiegazioni, Virgilio sarà ben lieto di dargliele: dichiara che Dante non è ancora morto, anche se per i suoi peccati ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu inviato a lui per salvarlo e non c'era altro modo se non percorrere questa strada. Gli ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei penitenti che si purificano sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini passate all'Inferno: il viaggio dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la sua venuta, dal momento che Dante cerca la libertà che è preziosa, come sa chi per essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si suicidò a Utica pur essendo destinato al Paradiso, dovrebbe saperlo bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio non sono state infrante, poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si trova la moglie di Catone, Marzia, che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega

Catone di lasciarli andare in nome dell'amore per la moglie, promettendo di parlare di lui alla donna una volta che sarà tornato nel Limbo. Replica di Catone a Virgilio (85-111) Catone risponde di aver molto amato Marzia in vita, tanto che la donna ottenne sempre da lui ciò che voleva, ma adesso che è confinata al di là dell'Acheronte non può più commuoverlo, in forza di una legge che fu stabilita quando lui fu tratto fuori dal Limbo. Tuttavia, poiché Virgilio afferma di essere guidato da una donna del Paradiso, è sufficiente invocare quest'ultima e non c'è bisogno di ricorrere a lusinghe. Catone invita dunque i due poeti a proseguire, ma raccomanda Virgilio di cingere i fianchi di Dante con un giunco liscio e di lavargli il viso, togliendo da esso ogni segno dell'Inferno, poiché non sarebbe opportuno presentarsi in quello stato davanti all'angelo guardiano alla porta del Purgatorio. L'isola su cui sorge la montagna, nelle sue parti più basse dov'è battuta dalle onde, è piena di giunchi che crescono nel fango, in quanto tale pianta è l'unica che può crescere lì col suo fusto flessibile. Dopo che i due avranno compiuto tale rito non dovranno tornare in questa direzione, ma seguire il corso del sole che sta sorgendo e trovare così un facile accesso al monte. Alla fine delle sue parole Catone svanisce e Dante si alza senza parlare, accostandosi a Virgilio. Virgilio lava il viso di Dante e lo cinge con un giunco (112-136) Virgilio dice a Dante di seguire i suoi passi e lo invita a tornare indietro, lungo il pendio che da lì conduce alla parte bassa della spiaggia. È ormai quasi l'alba e sta facendo giorno, così che Dante può guardare in lontananza il tremolio della superficie del mare. Lui e Virgilio proseguono sulla spiaggia deserta, come qualcuno che finalmente torna alla strada che aveva perso: giungono in un punto in cui la rugiada è all'ombra e ancora non evapora. Virgilio pone entrambe le mani sull'erba bagnata e Dante, che ha capito cosa vuol fare il maestro, gli porge le guance bagnate ancora di lacrime. Virgilio gli lava il viso e lo fa tornare del colore che l'Inferno aveva coperto, quindi i due raggiungono il bagnasciuga e il maestro estrae dal suolo un giunco, col quale cinge i fianchi di Dante proprio come Catone gli aveva chiesto di fare. Con grande meraviglia di Dante, là dove Virgilio ha strappato il giunco ne rinasce subito un altro. Interpretazione complessiva Il Canto si apre col proemio della II Cantica, in modo analogo al Canto II dell'Inferno in cui Dante aveva invocato genericamente le Muse: qui il poeta chiede l'assistenza di Calliope, la Musa della poesia epica che dovrà guidare la navicella del suo ingegno in un mare meno «crudele» di quello dell'Inferno che si è lasciato alle spalle (la metafora della poesia come di una nave che solca il mare era un tòpos già della letteratura classica e tornerà nell'esordio del Canto II del Paradiso). Rispetto al proemio dell'Inferno, quello del Purgatorio è più ampio e si arricchisce del mito delle figlie del re della Tessaglia Pierio, che osarono sfidare le Muse nel canto e furono vinte proprio da Calliope, venendo poi trasformate in uccelli dal verso sgraziato (le piche, cioè le gazze); Dante avvisa il lettore dell'innalzamento della materia rispetto alla I Cantica, ma ribadisce ulteriormente che il suo canto dovrà essere assistito

peccaminosa era già collocato fra gli antichi spiriti che si erano distinti per il possesso delle virtù terrene, come Virgilio; e la sua descrizione lo accosta proprio a un patriarca, con i suoi lunghi capelli e la barba che Dante trovava peraltro nella rappresentazione che di lui offre Lucano nel Bellum Civile (II, 373-374). I rimproveri di Catone ai due poeti danno modo a Virgilio di riepilogare le vicende della I Cantica in una sorta di breve flashback, forse a beneficio dei lettori che non avevano letto tutto l'Inferno, e il suo discorso è un'abile suasoria con tanto di captatio benevolentiae in cui il poeta latino ricorda a Catone il suo sucidio come atto di suprema protesta per la libertà politica, gli rammenta che lui è comunque salvo e cita la moglie Marzia che lui ha conosciuto nel Limbo, promettendo di parlarle di lui se Catone li ammetterà nel Purgatorio. Il discorso di Virgilio è sostanzialmente inutile, dal momento che il viaggio di Dante è voluto da Dio e non può certo essere ostacolato da Catone, il quale infatti si affretta a dire che Marzia non ha più alcun potere su di lui e che la sola donna a legittimare il viaggio di Dante è Beatrice, che dal cielo guida i suoi passi verso la grazia. Dante può quindi procedere, ma non prima di aver compiuto un duplice atto rituale: prima di presentarsi all'angelo guardiano dovrà lavare il viso, sporco del fumo dell'Inferno e delle lacrime che l'hanno segnato in più di un'occasione, e dovrà anche cingere i fianchi di un giunco liscio, in segno di umiltà e sottomissione alla volontà divina. Il giunco è la sola pianta a crescere sul bagnasciuga della spiaggia del Purgatorio, in quanto col suo fusto flessibile asseconda il battere delle onde (segno anch'esso di sottomissione, come dimostra il fatto che il giunco è poi definito umile pianta); Dante se ne deve cingere i fianchi dopo essersi già liberato da un'altra corda, che era servita a Virgilio per richiamare Gerione alla cine del Canto XVI dell'Inferno. Non sappiamo se la cosa sia casuale o abbia un preciso significato allegorico, ma il rito conclude il Canto preannunciando ciò che avverrà negli episodi successivi e segnando il passaggio ad un luogo retto da leggi del tutto diverse rispetto a quelle del doloroso regno: la pianta strappata da Virgilio rinasce immediatamente tale qual era, il che riempie Dante di meraviglia e ci fa capire che gli orrori dell'Inferno sono definitivamente alle spalle (giova ricordare in quale ben diversa atmosfera Dante aveva strappato un altro ramoscello, quello di un albero della selva dei suicidi nel Canto XIII dell'Inferno, episodio dal quale siamo evidentemente lontanissimi).