
David Hume
(T: Trattato sulla natura umana; R: Ricerca sull’intelletto umano)
1. Tema ricorrente nel pensiero di Hume è la questione della
credenza (belief). La definizione generale (T I, III, §7) la
caratterizza come “un’idea vivace, relativa, o associata, a
un’impressione presente” (p.109 ed. it.); più precisamente è proprio
la vivacità (viviness) che determina l’avvicinamento associativo di
un’idea con un’impressione. Infatti poco sotto afferma (T I,III, §10)
che la credenza “produce un’idea che imita gli effetti delle
impressioni”, e che altro non è che “una più vivace e intensa
rappresentazione di un’idea” (p.134).
2. Vi è un altro luogo significativo dove ritroviamo l’espressione
“idea vivace e intensa”, collegandosi inoltre con alcuni aspetti della
riflessione estetica humeana. Si tratta dell’eloquenza (eloquence):
oltre ad affrontare questo concetto nel già citato paragrafo T I, III,
§10, notiamo la sua presenza anche nel libro dedicato alle passioni
(T II). In T II, III, §7 leggiamo infatti: “Niente più dell’eloquenza è
in grado di infondere una passione alla mente: essa ci presenta gli
oggetti nella luce più intensa e più vivace” (p.448). Ritrovando qui
gli stessi elementi relativi alla credenza, ci interroghiamo sulla
natura della relazione tra quest’ultima e l’eloquenza.
3. Tra i saggi che Hume dedicò all’estetica, quello intitolato Of
Tragedy ci offre interessanti spunti per tale questione. Il saggio
indaga i motivi per cui una tragedia, pur rappresentando vicende
che nella vita reale noi riterremmo estremamente spiacevoli, nella
finzione acquisti al contrario un valore estetico autonomo,
risultando piacevole, fonte di diletto. Per Hume “questo effetto
straordinario è dovuto all’eloquenza stessa con cui la triste scena è
rappresentata” (78). Ovvero il potenziale dispiacere dell’oggetto
del dramma è trasfigurato in piacere nella finzione in virtù
dell’espressività, del modo in cui gli oggetti e gli eventi sono
dispiegati e narrati.
4. In questo saggio e nel brano precedentemente considerato (T II,
III, §7) possiamo notare una problematica ambivalenza del
concetto di “eloquenza”, che assume un significato più ampio di
quello comune relativo all’uso abile dei termini e delle figure
retoriche. In Of Tragedy parla a proposito di “genio richiesto per
dipingere gli oggetti in maniera viva, l’arte usata nel raccogliere
tutti i particolari patetici, il giudizio dispiegato nel disporli,...,
insieme con la forza dell’espressione e con la bellezza dei ritmi
oratori...” (p.78 dell’antologia Saggi di Estetica). Insomma la
caratteristica più singolare dell’eloquenza è quella di essere un
modo di disporre efficace sia, da un lato, delle idee espresse con le
parole o le immagini (così da “vivificare” tali idee ed avvicinarle al
livello delle impressioni:Cfr. T I,III,10), sia, dall’altro, di
impressioni (il ritmo oratorio, il “dipingere gli oggetti in maniera
viva”): ovvero, poiché l’idea è in ogni caso espressa in qualche
modo, attraverso un medium (la parola, l’immagine, ecc.) il quale è
un’impressione, l’eloquenza sembra creare un ponte tra questa e
l’idea espressa che ne risulta vivacizzata. Nello stesso brano T II,
III, §7 Hume sembra oscillare in questa ambiguità: l’eloquenza “ci
presenta gli oggetti nella luce più intensa e vivace”, ma più che di
oggetti, si nota dopo, si tratta di idee. In un certo senso, poiché tra
idea ed impressione vi è solo una differenza di grado di forza e
vivacità (T I,I,§1), l’eloquenza porta, per così dire, all’indistinzione
ed al mescolamento di questi due livelli.