David Hume una sintesi, Hausarbeiten von Philosophie

Sintesi delle opere più importanti

Art: Hausarbeiten

2016/2017

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David Hume
(T: Trattato sulla natura umana; R: Ricerca sull’intelletto umano)
1. Tema ricorrente nel pensiero di Hume è la questione della
credenza (belief). La definizione generale (T I, III, §7) la
caratterizza come “un’idea vivace, relativa, o associata, a
un’impressione presente” (p.109 ed. it.); più precisamente è proprio
la vivacità (viviness) che determina l’avvicinamento associativo di
un’idea con un’impressione. Infatti poco sotto afferma (T I,III, §10)
che la credenza “produce un’idea che imita gli effetti delle
impressioni”, e che altro non è che “una più vivace e intensa
rappresentazione di un’idea” (p.134).
2. Vi è un altro luogo significativo dove ritroviamo l’espressione
“idea vivace e intensa”, collegandosi inoltre con alcuni aspetti della
riflessione estetica humeana. Si tratta dell’eloquenza (eloquence):
oltre ad affrontare questo concetto nel già citato paragrafo T I, III,
§10, notiamo la sua presenza anche nel libro dedicato alle passioni
(T II). In T II, III, §7 leggiamo infatti: “Niente più dell’eloquenza è
in grado di infondere una passione alla mente: essa ci presenta gli
oggetti nella luce più intensa e più vivace” (p.448). Ritrovando qui
gli stessi elementi relativi alla credenza, ci interroghiamo sulla
natura della relazione tra quest’ultima e l’eloquenza.
3. Tra i saggi che Hume dedicò all’estetica, quello intitolato Of
Tragedy ci offre interessanti spunti per tale questione. Il saggio
indaga i motivi per cui una tragedia, pur rappresentando vicende
che nella vita reale noi riterremmo estremamente spiacevoli, nella
finzione acquisti al contrario un valore estetico autonomo,
risultando piacevole, fonte di diletto. Per Hume “questo effetto
straordinario è dovuto all’eloquenza stessa con cui la triste scena è
rappresentata” (78). Ovvero il potenziale dispiacere dell’oggetto
del dramma è trasfigurato in piacere nella finzione in virtù
dell’espressività, del modo in cui gli oggetti e gli eventi sono
dispiegati e narrati.
4. In questo saggio e nel brano precedentemente considerato (T II,
III, §7) possiamo notare una problematica ambivalenza del
concetto di “eloquenza”, che assume un significato più ampio di
quello comune relativo all’uso abile dei termini e delle figure
retoriche. In Of Tragedy parla a proposito di “genio richiesto per
dipingere gli oggetti in maniera viva, l’arte usata nel raccogliere
tutti i particolari patetici, il giudizio dispiegato nel disporli,...,
insieme con la forza dell’espressione e con la bellezza dei ritmi
oratori...” (p.78 dell’antologia Saggi di Estetica). Insomma la
caratteristica più singolare dell’eloquenza è quella di essere un
modo di disporre efficace sia, da un lato, delle idee espresse con le
parole o le immagini (così da “vivificare” tali idee ed avvicinarle al
livello delle impressioni:Cfr. T I,III,10), sia, dall’altro, di
impressioni (il ritmo oratorio, il “dipingere gli oggetti in maniera
viva”): ovvero, poiché l’idea è in ogni caso espressa in qualche
modo, attraverso un medium (la parola, l’immagine, ecc.) il quale è
un’impressione, l’eloquenza sembra creare un ponte tra questa e
l’idea espressa che ne risulta vivacizzata. Nello stesso brano T II,
III, §7 Hume sembra oscillare in questa ambiguità: l’eloquenza “ci
presenta gli oggetti nella luce più intensa e vivace”, ma più che di
oggetti, si nota dopo, si tratta di idee. In un certo senso, poiché tra
idea ed impressione vi è solo una differenza di grado di forza e
vivacità (T I,I,§1), l’eloquenza porta, per così dire, all’indistinzione
ed al mescolamento di questi due livelli.
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David Hume (T: Trattato sulla natura umana; R: Ricerca sull’intelletto umano)

  1. Tema ricorrente nel pensiero di Hume è la questione della credenza ( belief ). La definizione generale (T I, III, §7) la caratterizza come “un’idea vivace, relativa, o associata, a un’impressione presente” (p.109 ed. it.); più precisamente è proprio la vivacità ( viviness ) che determina l’avvicinamento associativo di un’idea con un’impressione. Infatti poco sotto afferma (T I,III, §10) che la credenza “produce un’idea che imita gli effetti delle impressioni”, e che altro non è che “una più vivace e intensa rappresentazione di un’idea” (p.134).
  2. Vi è un altro luogo significativo dove ritroviamo l’espressione “idea vivace e intensa”, collegandosi inoltre con alcuni aspetti della riflessione estetica humeana. Si tratta dell’eloquenza ( eloquence ): oltre ad affrontare questo concetto nel già citato paragrafo T I, III, §10, notiamo la sua presenza anche nel libro dedicato alle passioni (T II). In T II, III, §7 leggiamo infatti: “Niente più dell’eloquenza è in grado di infondere una passione alla mente: essa ci presenta gli oggetti nella luce più intensa e più vivace ” (p.448). Ritrovando qui gli stessi elementi relativi alla credenza, ci interroghiamo sulla natura della relazione tra quest’ultima e l’eloquenza.
  3. Tra i saggi che Hume dedicò all’estetica, quello intitolato Of Tragedy ci offre interessanti spunti per tale questione. Il saggio indaga i motivi per cui una tragedia, pur rappresentando vicende che nella vita reale noi riterremmo estremamente spiacevoli, nella finzione acquisti al contrario un valore estetico autonomo, risultando piacevole, fonte di diletto. Per Hume “questo effetto straordinario è dovuto all’eloquenza stessa con cui la triste scena è rappresentata” (78). Ovvero il potenziale dispiacere dell’oggetto del dramma è trasfigurato in piacere nella finzione in virtù dell’espressività, del modo in cui gli oggetti e gli eventi sono dispiegati e narrati.
  4. In questo saggio e nel brano precedentemente considerato (T II, III, §7) possiamo notare una problematica ambivalenza del concetto di “eloquenza”, che assume un significato più ampio di quello comune relativo all’uso abile dei termini e delle figure retoriche. In Of Tragedy parla a proposito di “genio richiesto per dipingere gli oggetti in maniera viva, l’arte usata nel raccogliere tutti i particolari patetici, il giudizio dispiegato nel disporli,..., insieme con la forza dell’espressione e con la bellezza dei ritmi oratori...” (p.78 dell’antologia Saggi di Estetica ). Insomma la caratteristica più singolare dell’eloquenza è quella di essere un modo di disporre efficace sia, da un lato, delle idee espresse con le parole o le immagini (così da “vivificare” tali idee ed avvicinarle al livello delle impressioni:Cfr. T I,III,10), sia, dall’altro, di impressioni (il ritmo oratorio, il “dipingere gli oggetti in maniera viva”): ovvero, poiché l’idea è in ogni caso espressa in qualche modo, attraverso un medium (la parola, l’immagine, ecc.) il quale è un’impressione, l’eloquenza sembra creare un ponte tra questa e l’idea espressa che ne risulta vivacizzata. Nello stesso brano T II, III, §7 Hume sembra oscillare in questa ambiguità: l’eloquenza “ci presenta gli oggetti nella luce più intensa e vivace”, ma più che di oggetti, si nota dopo, si tratta di idee. In un certo senso, poiché tra idea ed impressione vi è solo una differenza di grado di forza e vivacità (T I,I,§1), l’eloquenza porta, per così dire, all’indistinzione ed al mescolamento di questi due livelli.
  1. In Of Tragedy , il ruolo dell’eloquenza si lega dunque con la definizione del bello che ritroviamo in più luoghi: “il bello è quell’ ordine e quell’ insieme combinato di parti che, o per costituzione prima della nostra natura, o per abitudine , o per capriccio , è adatto a dare all’anima piacere e soddisfazione” (T II, I, §8; p. 314). Altrove Hume parla dell’accordo tra l’oggetto e la particolare struttura della mente umana (R p. 307 e 309). Ma ciò ci porta ad un’ulteriore duplicità dell’eloquenza. Infatti nel saggio sulla tragedia essa costituisce quell’ordine che vivifica le idee, rendendole quasi impressioni, ordine che genera piacere ed è dunque bello. Nel brano in T II, III, §7, ma soprattutto in T I, III, §10, la vivacità prodotta dall’eloquenza non è considerata quale cause di un piacere estetico, bensì diviene il fondamento stesso di una possibile credenza. Questa duplicità non è un aspetto ignoto a Hume che la esemplifica nel problematico binomio tra poesia e storia, sui cui spesso si sofferma (R p.24, Appendice al T, p. 659). Tra l’eloquenza come fonte di una intensità “piacevole” e come fonte di una intensità che induce alla credenza, c’è una differenza immediata, in quanto il piacere è solo un caso particolare d’intensità, la credenza può essere indotta da una vivacità e una forza non necessariamente “piacevoli” (non si arriva cioè all’idea poco sostenibile per cui si crede a ciò che è “bello”). Tuttavia il punto non è affatto chiaro, ovvero non è evidente ciò che alla luce del sistema di Hume distingue il feeling del bello con il feeling della credenza, anche se la differenza non sembra intuitivamente problematica. Ovvero qui non si tratta di giustificare un’eventuale “scoperta” inusuale (il legame tra bello e vero), quanto piuttosto di coprire una manchevolezza del suo sistema, della sua struttura di concetti filosofici che porta a questa paradossale conseguenza.
  2. Si potrebbe ritradurre il problema nei termini del rapporto e della differenza tra vero e verosimile, differenza che per Hume, in ultima analisi, è posta come data (si veda Appendice al T, p. 660).: uno stesso libro può essere letto come storico o come romanzo, e ciò determinerà una nostra diversa accoglienza dei particolari e della forza delle idee (T I,III, §7;p.112); oppure una finzione teatrale, in quanto tale, sarà necessariamente distinta, nella sua vivacità, dalla credenza di un fatto reale (T I,III,§10). Ma si tratta di una ignoratio elenchi : il problema è stabilire, inversamente, come un fatto o un libro possano essere creduti, se esista un criterio di distinzione. E tale criterio non esiste, o perlomeno è debole (ciò riguarda anche il tema, affrontato dal filosofo, della storia stessa come forma di conoscenza, il suo statuto epistemologico).
  3. Infatti, e qui giungiamo al punto conclusivo, alla base di un sistema di credenze c’è l’ abitudine , ovvero la costituzione di rapporti associativi più “vivaci” di altri prodotti dalla regolarità degli eventi. Come nel problema dell’impressione di permanenza dei corpi (T I, II, §6, ma soprattutto T I, IV, §2), l’abitudine, e la credenza ad essa associata, poggia su un principio “conservativo” di costanza e coerenza delle impressioni. Allo stesso modo l’uso poetico del verosimile impone il costante riferimento al sistema dell’abitudine affinché una finzione non sia troppo distante dalla nostra concezione delle cose e risultare dunque poco vivace, ovvero scarsamente apprezzabile. Di nuovo, il binomio vivacità come credibilità e/o come fonte di piacere. Su questo, piuttosto significativo è il brano in T I, IV, §2 (p. 219): l’accordo con le nostre tendenze è fonte di credenza (in quanto implica il ripercorrimento del sistema di associazioni vivaci insite in noi), ma