Poeta e riflessioni sulla vita: figure retoriche in "Il sogno" di Leopardi, Lecture notes of Italian

Un estratto poetico di leopardi intitolato "il sogno", in cui il poeta si interroga sul significato della vita e la paragona alla luna e a un vecchio infermo. Il testo include figure retoriche come enjambement, allitterazione, anaphora, apostrofi, domanda retorica, esclamazioni, epanadiplosi, anadiplosi, anastrofi, chiasmi, sineddoche, metonimia, metafore, ossimori, iperbole, adynaton, allegoria e personificazione. Il poeta esplora la distanza della luna dagli epiteti che le riferisce, la sofferenza umana e la noia che assale l'uomo quando non soffre. Il testo conclude con la conclusione che l'uomo sia condannato all'infelicità già dal giorno in cui nasce.

Typology: Lecture notes

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Il poeta si interroga sul significato della vita e nella prima strofa paragona la monotonia della sua vita con quella della luna:
entrambi ogni giorno compiono le stesse azioni. La luna è l’emblema della natura alla quale Leopardi non smette mai di rivolgere
i suoi interrogativi (come già aveva fatto nel dialogo tra la natura e di un irlandese). Anche qui la luna (e il gregge poi) gli è
indifferente, non risponde, per cui il dialogo diventa un soliloquio. Capiamo la distanza della luna dagli epiteti che le riferisce
(silenziosa V.2, pensosa V.62, muta, V. 80, immortale, V. 99). Subito dopo fa un altro paragone: la vita umana comparata con il
cammino di un vecchio infermo perseguitato dalle avversità del tempo e diretto inesorabilmente verso la morte. Poi nella terza
strofa giunge a una prima conclusione, ovvero quella secondo la quale noi siamo condannati alla soffferenza già dal giorno in cui
nasciamo (infatti nasciamo piangendo) per cui se la vita è sofferenza forse è meglio non nascere.
Poi nelle ultime due strofe passa dal cielo alla terra, si rivolge al gregge e si interroga sul perché il gregge non abbia memoria del
dolore e riesca a riposarsi mentre l’uomo, quando non soffre è assalito dalla noia che non lo lascia riposare. Giunge alla
conclusione che sia una condizione solo umana e di nuovo ribadisce come l’uomo sia condannato all’infelicità già dal giorno in
cui nasce.
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Il poeta si interroga sul significato della vita e nella prima strofa paragona la monotonia della sua vita con quella della luna: entrambi ogni giorno compiono le stesse azioni. La luna è l’emblema della natura alla quale Leopardi non smette mai di rivolgere i suoi interrogativi (come già aveva fatto nel dialogo tra la natura e di un irlandese). Anche qui la luna (e il gregge poi) gli è indifferente, non risponde, per cui il dialogo diventa un soliloquio. Capiamo la distanza della luna dagli epiteti che le riferisce (silenziosa V.2, pensosa V.62, muta, V. 80, immortale, V. 99). Subito dopo fa un altro paragone: la vita umana comparata con il cammino di un vecchio infermo perseguitato dalle avversità del tempo e diretto inesorabilmente verso la morte. Poi nella terza strofa giunge a una prima conclusione, ovvero quella secondo la quale noi siamo condannati alla soffferenza già dal giorno in cui nasciamo (infatti nasciamo piangendo) per cui se la vita è sofferenza forse è meglio non nascere. Poi nelle ultime due strofe passa dal cielo alla terra, si rivolge al gregge e si interroga sul perché il gregge non abbia memoria del dolore e riesca a riposarsi mentre l’uomo, quando non soffre è assalito dalla noia che non lo lascia riposare. Giunge alla conclusione che sia una condizione solo umana e di nuovo ribadisce come l’uomo sia condannato all’infelicità già dal giorno in cui nasce.

Figure Retoriche Enjambements vv. 12-13; vv. 16-17; vv. 18-19; vv. 26-27; vv. 69-70; vv. 70-71; vv. 75-76; vv. 87-88; vv. 88-89; vv. 90-91; vv. 93-94; vv. 108-109; vv. 108-109; vv. 141-142; Allitterazioni della “v”: vv. 16-19: Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?”; della “l”: vv. 1-2: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ silenziosa luna?”; della “s”: “v. 14: “poi stanco si riposa in su la sera”; vv. 3-4: “sorgi la sera, e vai,/ contemplando i deserti; indi ti posi.”; vv. 65-66: “che sia questo morir, questo supremo/ scolorar del sembiante”; Anafore vv. 5,7: “ancor”; vv. 16, 18: “dimmi”; vv. 52-53, 56: “perché”; vv. 101-102: “che”; vv. 137-138: “più felice sarei”; vv. 133, 139, 141: “forse”; Apostrofi v. 1: “luna”; v. 2: “silenziosa luna”; v. 16: “o luna”; v. 37: “vergine luna”; v. 57: “intatta luna”; v. 61: “solinga, eterna peregrina”; v. 99: “giovinetta immortal”; v. 105, 127: “o greggia mia”; v. 137: “dolce mia greggia”; v. 138: “candida luna”; Domanda retorica vv. 1-2: “che fai tu, luna…?”; vv. 5-6: “Ancor non sei tu paga…calli?”; vv. 7-8: “Ancor non prendi a schivo… valli?”; vv. 16-18: “Dimmi, o luna… a voi?”; vv. 18-20: “dimmi: ove tende… immortale?”; vv. 52-54: “Ma perché dare al sole …. Consolar convenga?”; vv. 55-56: “Se la vita …si dura?”; v. 86: “A che tante facelle?”; vv. 87-88: “Che fa l’aria infinita …infinito seren?”; vv. 88-89: “che vuol dir… immensa? Ed io che sono?”; vv. 129-132: “dimmi: perché giacendo / … il tedio assale?”; Esclamazioni v. 105-106: “o greggia mia che posi, oh te beata / che la miseria tua, credo, non sai!”; v. 107: “Quanta invidia ti porto!”; Epanadiplosi v. 1: “che fai… che fai”; Anadiplosi vv. 9-10: “alla tua vita/ la vita”; vv. 17-18: “la sua vita/ la vostra vita”; vv. 64-65: “che sia;/ che sia”; Anastrofi vv. 94-98: “d’ogni celeste, ogni terrena cosa/… uso alcuno, alcun frutto/ indovinar non so”; vv. 101-104: “degli eterni giri / dell’esser mio frale,/ qualche bene o contento/ avrà fors’altri”; vv. 108-109: “d’affanno/ quasi libera vai”; v. 132: “me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”; Chiasmi vv. 16-18: “a che vale /al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi?“; v. 97: “uso alcuno, alcun frutto“; Sineddoche v. 21: “bianco”; v. 88: “seren”; v. 94: “celeste”; Metonimia v. 142: “dentro covile o cuna”; Metafore v. 19: “questo vagar mio breve”; v. 52: “dare al sole”; vv. 65-66: “supremo/ scolorar del sembiante”; v. 70: “frutto”; v. 75: “l’ardore”; v. 86: “facelle”; vv. 90-91: “stanza/ smisurata e superba”; v. 92: “innumerabile famiglia”; v. 119: “uno spron quasi mi punge”; Ossimori v. 143: “è funesto a chi nasce il dì natale”; Iperbole vv. 35-36: “abisso orrido, immenso/ ov’ei precipitando il tutto obblia”; Adynaton v. 128: “Se tu parlar sapessi, io chiederei”; vv. 133-138: “Forse s’avess’io l’ale… più felice sarei”; Allegoria v. 21 (ma occupa l’intera strofa): “Vecchierel bianco infermo”; Personificazione vv. 61-62: “solinga, eterna peregrina,/ che sì pensosa sei”; v. 80: “muta”; v. 99: “giovinetta immortal”; Antitesi vv. 17-18: “al pastor la sua vita/ la vostra vita a voi”; vv. 19-20: “questo vagar mio breve/ il tuo corso immortale”; vv. 57-59: “tale/ è lo stato mortale./ Ma tu mortal non sei”; vv. 98-100: “Ma tu per certo,/ giovinetta immortal, conosci il tutto./ Questo io conosco e sento”; vv. 103-104: “qualche bene o contento/ avrà fors’altri; a me la vita è male”; vv. 113-117: “Quando tu siedi all’ombra …/ ed io pur seggo sovra l’erbe all’ombra”; vv. 124-126: “Quel che tu goda o quanto/ non so già dir…/ ed io godo ancor poco”; vv. 129-132: “giacendo/ a bell’agio, ozioso,/ s’appaga ogni animale;/ me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale”.