Analisi di un Estratto di 'Ragazzi di Vita' di Pier Paolo Pasolini, Exercises of Linguistics

Grammatic book which serves for improve speaking skills

Typology: Exercises

2020/2021

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Pier Paolo Pasolini
Ragazzi di vita
(1955)
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Pier Paolo Pasolini

Ragazzi di vita

I

IL FERROBEDO

E sotto er monumento de Mazzini... Canzone popolare Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s'era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il Vescovo lo cresimò. Il Riccetto però aveva una gran prescia di tagliare: da Monteverde giù alla stazione di Trastevere non si sentiva che un solo continuo rumore di macchine. Si sentivano i clacson e i motori che sprangavano su per le salite e le curve, empiendo la periferia già bruciata dal sole della prima mattina con un rombo assordante. Appena finito il sermoncino del Vescovo, Don Pizzuto e due tre chierici giovani portarono i ragazzi nel cortile del ricreatorio per fare le fotografie: il Vescovo camminava fra loro benedicendo i familiari dei ragazzi che s'inginocchiavano al suo passaggio. Il Riccetto si sentiva rodere, lì in mezzo, e si decise a piantare tutti: uscì per la chiesa vuota, ma sulla porta incontrò il compare che gli disse: – Aòh, addò vai? – A casa vado, – fece il Riccetto, – tengo fame. – Vie' a casa mia, no, a fijo de na mignotta, – gli gridò dietro il compare, – che ce sta er pranzo –. Ma il Riccetto non lo filò per niente e corse via sull'asfalto che bolliva al sole. Tutta Roma era un solo rombo: solo lì su in alto, c'era silenzio, ma era carico come una mina. Il Riccetto s'andò a cambiare. Da Monteverde Vecchio ai Granatieri la strada è corta: basta passare il Prato, e tagliare tra le palazzine in costruzione intorno al viale dei Quattro Venti: valanghe d'immondezza, case non ancora finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria. Via Abate Ugone era a due passi. La folla giù dalle stradine quiete e asfaltate di Monteverde Vecchio, scendeva tutta in direzione dei Grattacieli: già si vedevano anche i camion, colonne senza fine, miste a camionette, motociclette, autoblinde. Il Riccetto s'imbarcò tra la folla che si buttava verso i magazzini. Il Ferrobedò lì sotto era come un immenso cortile, una prateria recintata, infossata in una valletta, della grandezza di una piazza o d'un mercato di

carrozzella, e il Tedesco sulla carrozzella urlò ai maschi: – Rausch, zona infetta –. Lì presso ci stava l'Ospedale Militare. – E a noi che ce frega? – gridò Marcello: la motocicletta intanto aveva rallentato, il Tedesco saltò giù dalla carrozzella e diede a Marcello una pizza che lo fece rivoltare dall'altra parte. Con la bocca tutta gonfia Marcello si voltò come una serpe e sbroccolando con i compagni giù per la scarpata, gli fece una pernacchia: nel fugge che fecero, ridendo e urlando, arrivarono diretti fino davanti al Casermone. Lì incontrarono degli altri compagni. – E che state a ffà? – dissero questi, tutti sporchi e sciammannati.

  • Perché? – chiese Agnolo, – che c'è da fà? – Annate ar Ferrobedò, si volete vede quarcosa –. Quelli c'andarono di fretta e appena arrivati si diressero subito in mezzo alla caciara verso l'offficina meccanica. – Smontamo er motore, – gridò Agnolo. Marcello invece uscì dall'officina meccanica e si trovò solo in mezzo alla baraonda, davanti alla buca del catrame. Stava per caderci dentro, e affogarci come un indiano nelle sabbie mobili, quando fu fermato da uno strillo: – A Marcè, bada, a Marcè! – Era quel fijo de na mignotta del Riccetto con degli altri amici. Così andò in giro con loro. Entrarono in un magazzino e fecero man bassa di barattoli di grasso, di cinghie di torni e di ferraccio. Marcello ne portò a casa mezzo quintale e gettò la merce in un cortiletto, dove la madre non la potesse vedere subito. Era dal mattino che non rincasava: la madre lo menò. – Addò sei ito, disgrazziato, – gli gridava crocchiandolo. – So' ito a famme er bagno, so' ito, – diceva Marcello ch'era un po' storcinato, e magro come un grillo, cercando di parare i colpi. Poi venne il fratello più grosso e vide nel cortiletto il deposito. – Fregnone, – gli gridò, – sta a rubbà sta mercanzia, sto fijo de na mignotta –. Così Marcello ridiscese al Ferrobedò col fratello, e questa volta portarono via da un vagone copertoni di automobile. Scendeva già la sera e il sole era più caldo che mai: già il Ferrobedò era più affollato d'una fiera, non ci si poteva più muovere. Ogni tanto qualcuno gridava: – Fuggi, fuggi, ce stanno li Tedeschi, – per fare scappare gli altri e rubare tutto da solo. Il giorno dopo il Riccetto e Marcello, che c'avevano preso gusto, scesero insieme alla Caciara, i Mercati Generali, che erano chiusi. Tutt'intorno girava una gran massa di gente e dei Tedeschi, che camminavano avanti e indietro sparando in aria. Ma più che i Tedeschi a impedire l'entrata e a rompere il c... erano gli Apai. La folla però cresceva sempre più, premeva contro i cancelli, baccajava, urlava, diceva i morti. Cominciò l'attacco e anche quei fetenti degli Italiani lasciarono perdere. Le strade intorno ai

Mercati erano nere di gente, i Mercati vuoti come un cimitero, sotto un sole che li sgretolava: appena aperti i cancelli, si riempirono in un momento. Ai Mercati Generali non c'era niente, manco un torso di cavolo. La folla si mise a girare pei magazzini, sotto le tettoie, negli spacci, ché non si voleva rassegnare a restare a mani vuote. Finalmente un gruppo di giovanotti scoprì una cantina che pareva piena: dalle inferriate si vedevano dei mucchi di copertoni e di tubolari, tele incerate, teloni, e, nelle scansie, delle forme di formaggio. La voce si sparse subito: cinque o seicento persone si scagliarono dietro il gruppo dei primi. La porta fu sfondata, e tutti si buttarono dentro, schiacciandosi. Il Riccetto e Marcello erano in mezzo. Vennero ingoiati per il risucchio della folla, quasi senza toccar terra coi piedi, attraverso la porta. Si scendeva giù per una scala a chiocciola: la folla di dietro spingeva, e delle donne urlavano mezze soffocate. La scaletta a chiocciola straboccava di gente. Una ringhiera di ferro, sottile, cedette, si spaccò, e una donna cadde giù urlando e sbatté la testa in fondo contro uno scalino. Quelli rimasti fuori continuavano a spingere. – È morta, – gridò un uomo in fondo alla cantina. – È morta, – si misero a strillare spaventate delle donne; non era possibile né entrare né uscire Marcello continuava a scendere gli scalini. In fondo fece un salto scavalcando il cadavere, si precipitò dentro la cantina e riempì di copertoni la sporta insieme agli altri giovani che prendevano tutto quello che potevano. Il Riccetto era scomparso, forse era riuscito fuori. La folla si era dispersa. Marcello tornò a scavalcare la donna morta e corse verso casa. Al Ponte Bianco c'era la milizia. Lo fermarono e gli presero la roba. Ma lui non si allontanò da lì e si mise in disparte avvilito con la sporta vuota. Dalla Caciara poco dopo salì al Ponte Bianco pure il Riccetto. – Mbè? – gli fece. – M'ero preso li copertoni e mo me l'hanno fregati, – rispose Marcello con la faccia nera. – Ma che stanno a fà sti cojoni, ma perché nun se fanno li c... sua! – gridò il Riccetto. Dietro il Ponte Bianco non c'erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde. Il Riccetto e Marcello si sedettero sotto il sole su un prato lì presso, nero e spelato, a guardare gli Apai che fregavano la gente. Dopo un po' però giunse al Ponte il gruppo dei giovanotti coi sacchi pieni di formaggi. Gli Apai fecero per fermarli, ma quelli li presero di petto, cominciarono a litigare di brutto con certe facce che gli Apai pensarono ch'era meglio

pischello al servizio delle camionette da uno di Monteverde Nuovo. Ma poi aveva rubato al padrone mezzo sacco, e quello l'aveva mandato a spasso. Così passavano i pomeriggi a far niente, a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita al sole, e più tardi con le donne che venivano a distenderci i panni sull'erba bruciata. Oppure andavano a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che giocavano sui cortiletti invasi dal sole, sui prati secchi, per via Ozanam o via Donna Olimpia, davanti alle scuole elementari Franceschi piene di sfollati e di sfrattati. Ponte Garibaldi, quando il Riccetto e Marcello c'arrivarono zompando giù dai respingenti, era tutto vuoto sotto il sole africano: però sotto i suoi piloni, il Ciriola formicolava di bagnanti. Il Riccetto e Marcello, soli in tutto il ponte, con la scucchia sulla spalletta di ferro arroventato, si stettero per un pezzo a guardare i fiumaroli che prendevano il sole sul galleggiante, o giocavano a carte, o facevano il correntino. Poi dopo aver litigato un po' sull'itinerario, si riattaccarono al vecchio tram mezzo vuoto che scricchiolando e raschiando andava verso San Paolo. Alla stazione di Ostia si fermarono camminando a pecorone tra i tavolini dei bar, presso il giornalaio e le bancarelle o tra le passarelle della biglietteria a raccogliere un po' di mozzoni. Ma già s'erano stufati, il caldo faceva mancare il respiro, e guai se non ci fosse stato quel po' d'arietta che veniva dal mare. – A Riccè, – fece mezzo incazzato Marcello, – perché nun s'annamo a fa' er bagno pure noi? – E annamoce, – fece con la bocca storta e alzando le spalle il Riccetto. Dietro il Parco Paolino e la facciata d'oro di San Paolo, il Tevere scorreva al di là di un grande argine pieno di cartelloni: e era vuoto, senza stabilimenti, senza barche, senza bagnanti, e a destra era tutto irto di gru, antenne e ciminiere, col gasometro enorme contro il cielo, e tutto il quartiere di Monteverde, all'orizzonte, sopra le scarpate putride e bruciate, con le sue vecchie villette come piccole scatole svanite nella luce. Proprio lì sotto c'erano i piloni di un ponte non costruito con intorno l'acqua sporca che formava dei mulinelli, la riva verso San Paolo era piena di canneti e di fratte. Il Riccetto e Marcello vi scesero in mezzo di corsa e arrivarono sotto il primo pilone, sull'acqua. Ma il bagno se lo fecero più a mare, un mezzo chilometro più in giù, dove il Tevere cominciava una lunga curva. Il Riccetto se ne stava ignudo, lungo sull'erbaccia, con le mani sotto la nuca guardando in aria.

  • Ce sei ito mai a Ostia? – domandò a Marcello tutt'a un botto. – Ammazzete, – rispose Marcello, – che, nun ce lo sai che ce so' nato? – Ma li mortè, – fece il Riccetto con una smorfia squadrandolo, – mica me l'avevi mai detto sa'! – Embè? – fece l'altro. – Ce sei mai stato co 'a nave in mezzo ar mare? – chiese curioso il Riccetto. – Come no, fece Marcello sornione. – Insin'addove? – riprese il Riccetto. – Ammazzete, Riccè, – disse tutto contento Marcello, quante cose voi sapè! E cchi se ricorda, nun c'avevo manco tre anni, nun c'avevo! – Me sa che in nave ce sei ito quanto me, a balordo! – fece sprezzante il Riccetto – Sto c..., – ribatté pronto l'altro, – c'annavo tutti li ciorni su 'r barcone a vela de mi zzio! – Ma vaffan..., va! – fece il Riccetto schioccando con la bocca. – Ih li zeeeeppi,
  • fece poi, guardando sull'acqua, – li zeeeeppi! – Sul pelo della corrente passavano un po' di rottami, una cassetta fracica e un orinale. Il Riccetto e Marcello si fecero sull'orlo del fiume nero d'olio. – Quanto me piacerebbe de famme na gita 'n barca! – disse il Riccetto con aria accorata, guardando la cassetta che se ne andava al suo destino dondolando tra l'immondezza. – Che nun ce lo sai che ar Ciriola 'e danno in affitto 'e bbarche? – disse Marcello. – Sì, e chi ce passa 'a grana, – fece cupo il Riccetto. – A locco, se va a tubbature pure noi, che te frega, – disse Marcello tutto infervorato all'idea; – Agnoletto già ha rimediato er cacciagomme – Aòh, – fece il Riccetto, – io ce sto! Se ne stettero lì fin tardi, distesi con la testa sui calzoncini intostati dalla polvere e dal sudore: tanto chi glielo faceva fare lo sforzo d'andarsene. Tutt'intorno era pieno di cespugli e di canne secche; ma sotto l'acqua ci stava pure del ghiaino e dei serci. Si divertirono a tirare dei serci sull'acqua e anche quando finalmente si decisero ad andarsene, continuarono, mezzi svestiti, a tirarne in alto, verso l'altra sponda o contro le rondini che sfioravano il pelo del fiume. Lanciavano pure intere manciate di ghiaia, gridando e divertendosi: i sassolini cadevano dappertutto intorno sulle fratte. Ma d'un tratto sentirono un grido, come se qualcuno li chiamasse. Si voltarono e nell'aria già un po' scura, poco lontano, videro un negro, in ginocchioni sull'erba. Il Riccetto e Marcello, che avevano subito capito la situazione, tagliarono, ma appena che furono a una certa distanza, presero un'altra manciata di ghiaia e la gettarono verso quei cespugli. Allora con le zinne mezze fuori, incazzata nera, si alzò in piedi la mignotta, e si mise a urlare contro di loro.
  • E statte zitta, – gridò sardonico il Riccetto con le mani a imbuto, – che

posto tranquillo: lo trovarono in via Manara, che a quell'ora era tutta deserta, e poterono mettersi a lavorare intorno a un chiusino senza che nessuno andasse a rompergli le scatole. Non si misero in allarme manco quando lì sopra s'aprì di botto un balcone e una vecchia mezza appennicata e tutta dipinta cominciò a gridare: – Che state a ffà liggiù? – Il Riccetto alzò il capo un momento, e le fece: – A signò, nun è niente, è er mistero de la fogna atturata! – Già avevano finito, si presero il sopra e il sotto del chiusino, Agnolo e il Riccetto se lo incollarono, e se ne andarono piano piano verso una casa diroccata sotto il Gianicolo, che era una vecchia palestra in rovina. C'era buio, ma Agnolo era pratico e trovò in un angolo dello stanzone la mazza, e con quella fecero a pezzi il chiusino. Adesso si trattava di trovare il compratore; ma anche stavolta ci pensò Agnolo. Andarono giù per il vicolo dei Cinque, che, tranne qualche ubbriaco, era tutto deserto. Sotto le finestre dello stracciarolo, Agnolo si mise le mani a imbuto intorno alla bocca, e si mise a chiamare: – A Antò!

  • Lo stracciarolo si affacciò, poi scese e li fece entrare in bottega, dove pesò la ghisa e gli diede duemila e settecento lire, per i settanta chili che pesava. Ormai che c'erano vollero farla completa. Agnolo corse nella palestra a prendere l'accettola, e andarono verso le scalinate del Gianicolo. Lì scoperchiarono una fogna e vi si calarono dentro. Col manico dell'accettola acciaccarono la tubatura per fermare l'acqua, poi la tagliarono, distaccandone cinque o sei metri. Nella palestra la pestarono tutta, facendola in tanti pezzetti, la misero in un sacco e la portarono dallo stracciarolo, che gliela pagò centocinquanta lire al chilo. Con le saccocce piene di grana risalirono tutti contenti verso mezzanotte ai Grattacieli. Lassù Alvaro, Rocco e gli altri giovanotti se ne stavano a giocare alle carte in fondo alla tromba delle scale, accucciati o sbragati in silenzio sul pianerottolo a pianterreno della casa di Rocco, che dava in uno dei tanti cortili interni. Agnolo, per andare a casa, doveva passare di lì, e il Riccetto e Marcello l'accompagnavano. Così si fermarono a giocare coi grossi a zecchinetta. Dopo poco più di mezzora avevano perso tutta la grana. Per poter andarsi a divertire in barca dal Ciriola, gli rimaneva, per fortuna, il mezzo sacco fregato al cieco, che il Riccetto s'era nascosto dentro le scarpe.
    • Ecco la pipinara! – disse sullo zatterone un giovanotto vedendoli scendere lungo il marciapiede rovente. Il Riccetto non resistette alla tentazione di dondolarsi subito un po' sulla cannofiena. Ma saltò giù immediatamente per raggiungere gli altri che avevano già sceso la breve

passerella e stavano dando le cinquanta lire alla moglie di Orazio, nello stabilimento che galleggiava sull'acqua del Tevere. Giggetto li ricevette male. – Metteteve qua, – disse: e mostrò a tutti tre un solo armadietto. Quelli restavano indecisi. – E che ve state a aspettà? – scattò Giggetto allungando un braccio con la mano aperta verso di loro come per mostrare quant'era indegno il loro comportamento. – Che? mo devo da venì a svestivve io, mo?

  • Li mortacci sua, – borbottò Agnolo fra i denti: e si rovesciò sul capo la camicetta, togliendosela senza più aspettare. Intanto Giggetto continuava:
  • Sti rompicojoni de ragazzini... ve potessino ammazzavve tutti, voi e chi ve ce manna... – Avviliti i tre rompicojoni si svestirono e restarono nudi coi panni in mano. – Be? – urlò il bagnino, uscendo da dietro il banchetto,
  • mo? – Essi non sapevano come si faceva. Giggetto gli strappò di mano i panni, li gettò dentro l'armadietto e lo richiuse a chiave. Suo figlio piccolo guardava i tre nuovi ghignando. Gli altri giovanotti che indugiavano chi nudo, chi con gli slip penzoloni, chi pettinandosi davanti allo specchietto, chi cantando, se li guardavano con la coda dell'occhio come per dire: – Ammazza quanto so' gajardi –. Appena che si furono annodati ai fianchi i lembi degli slip che gli andavano larghi, schizzarono fuori dallo spogliatoio, e s'andarono a raccogliere accanto la ringhiera di ferro del galleggiante. Furono subito cacciati via pure da lì. Orazio in persona era uscito dal reparto centrale dove stava il bare, con la sua gamba paralitica e la sua faccia chiazzata di sangue. – Li mortacci vostra, – urlò – quante vorte devo da dì che nun ce se pò stà llì che se rompe 'a ringhiera? – Essi filarono via, passando davanti alla stuoia della doccia, seguiti dalle grida di Orazio che continuò a urlare per dieci minuti seduto sulla sua seggiola di vimini. Lì dentro dei giovanotti giocavano alle carte, altri stavano seduti con le gambe sui tavolini zoppicanti fumando. In pizzo alla piccola passerella che univa il galleggiante alla riva il cagnolino di Agnolo li aspettava con la lingua penzoloni, tutto allegro. Ciò consolò i tre malandrini, che si misero a correre lungo il muraglione, facendosi seguire dal cane. Si fermarono un po' presso il trampolino, poi continuarono a correre verso Ponte Sisto. Era ancora prestissimo: le una e mezza, nemmeno, e a Roma non c'era che il sole. Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all'Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l'aria era tesa come la pelle d'un tamburo. In quel silenzio, tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti di cui veniva giù pieno. I

accarezzava, gli grattava il collo, gli metteva la mano tra i denti, lo tirava.

  • A brutto, a brutto! – gli gridava affettuosamente. Il cane però sentendosi tirare aveva un po' di paura e saltava indietro.
    • None, – gli disse allora il Riccetto, – nun te ce butto a fiume! – Te lo fai sto caposotto, a Riccè? – gli gridò ironico Agnolo. – Famme fà prima na pisciata, – rispose il Riccetto e corse a pisciare contro il muraglione: il cane gli venne dietro e stette a guardarlo con gli occhi lucidi e la coda irrequieta. Agnolo allora prese la rincorsa e si tuffò. – Li mortacci tua! – gridò Marcello vedendolo cadere tutto di sguincio con la pancia. – Ammazzeme,
  • gridò Agnolo risortendo col capo in mezzo al fiume, – che panzata! – Mo je faccio vede io come ce se tuffa! – gridò il Riccetto, e si gettò in acqua. – Come l'ho fatto? – gridò riemergendo a Marcello. – Co 'e gambe larghe, – disse Marcello. – Mo ce riprovo, fece il Riccetto e si arrampicò su per la riva. In quel momento quelli che stavano a far caciara intorno al Monnezza che sollevava i pesi, si spostarono in massa verso il trampolino: venivano giù con un ghigno sicuro e beffardo, sputando, coi più piccoletti che zompavano intorno o si rotolavano abbraccicati pel marciapiede. Erano più di una cinquantina, e invasero il piccolo spiazzo d'erba sporca intorno al trampolino: per primo partì il Monnezza, biondo come la paglia e pieno di cigolini rossi, e fece un carpio con le sette bellezze: gli andarono dietro Remo, lo Spudorato, il Pecetto, il Ciccione, Pallante, ma pure i più piccoletti, che non ci smagravano per niente, e anzi Ercoletto, del vicolo dei Cinque, era forse il meglio di tutti: si tuffava correndo pel trampolino sulla punta dei piedi e le braccia aperte, leggero, come se ballasse. Il Riccetto e gli altri si ritirarono ammusati a sedere sull'erba bruciata, e guardavano in silenzio. Erano come dei pezzetti di pane in mezzo a un formicaio: e ci sformavano a dover stare a sentire in un canto la caciara. Tutti se ne stavano in piedi, con le cianche sporche di fango, gli slip appiccicati sulla carne e le facce sarcastiche, a guardarsi e a gridare i morti: con la sua faccia cattiva, tonda come un uovo, il Ciccione partì, e scivolando sull'orlo dell'asse, mentre cadeva in acqua, urlò con una risata feroce: – Li mortacci sua! –, e Remo sulla riva, scuotendo il capo, allegro borbottò: – Li mortacci, che fforza che sei! – Pure il Bassotto lì accanto, lungo sul marciapiede, ghignava, quando gli arrivò tra i ricci un malloppetto di fanga. – Li mortacci vostra! – urlò voltandosi furente. Ma non sgamò chi era stato, perché tutti guardavano ridendo verso il fiume.

Dopo poco gli schizzò sul capo un altro malloppetto. – A li mortacci, – gridò. Andò a prendere di petto Remo. – Ma che vvòi, – gli fece quello con la faccia offesa, – li mortacci tua, e de tu nonno! – Ma dopo un poco tutta l'aria era attraversata da centinaia di pezzetti di fango tirati a tutta forza: qualcuno, nella melma fino al ginocchio, ne lanciava dal basso all'alto contro il cornicione delle intere manciate, facendo schizzare tutt'intorno una pioggia di fanghiglia: altri stavano seduti indifferenti, un po' in disparte, e tiravano i malloppi a tradimento, facendoli fischiare come frustate. – All'anima de li mortacci vostra! – urlò Remo, in mezzo alla mischia, premendosi infuriato un occhio con la mano, e corse a gettarsi in acqua per togliersi il fango incastrato tra le palpebre: vedendolo che si tuffava, il Monnezza gli andò dietro gridando lui stavolta: – Er primo l'urtimo, – e si buttò in acqua raggomitolandosi e rotolandosi per aria, e cadendo sul pelo della corrente con un gran botto della schiena, delle ginocchia e dei gomiti. – Ma li mortacci sua! – rise corrugando la fronte lo Spudorato. Partì e ne fece uno uguale. – Pallante! – gridò. – E chi me lo fa ffà, – disse Pallante. – A vigliacco, – gridarono dall'acqua lo Spudorato e il Monnezza.

  • Ma li mortacci loro, – borbottava intanto in disparte il Riccetto – Mbè, che stamo a ffà? – disse Agnolo duro. L'unico dei tre che sapeva remare era Marcello: toccava a lui incominciare la manovra. S'andarono a sedere sul mucchio dei vecchi sandolini scassati. – A Marcè, – fece Agnolo, – noi t'aspettamo, daje –. Marcello s'alzò e andò a girellare intorno al Guaione, che se ne stava mezzo ubbriaco in fondo al galleggiante facendo un lavoro col coltellino. – Quanto costa na barca? – gli chiese a bruciapelo. – Na piotta e mezza, – rispose il Guaione senza alzare gl'occhi. – Ce 'a date, che? – disse Marcello. – Mo quanno torna. È fora. – Ce vole tanto, a Guaiò? – chiese dopo un po' Marcello. – Ma li mortacci tua, – disse il Guaione alzando gli occhi bianchi da ubbriaco, – che c... ne so io! Quanno torna –. Poi diede un'occhiata al fiume verso Ponte Sisto. – Ecchela, – fece. – Se paga subbito o dopo? – Subbito, mejo. – Vado a prenne li sordi,
  • gridò Marcello. Ma non aveva calcolato Giggetto. Questo era un buon bagnino coi grandi: ma coi piccoletti, se si fossero tutti affogati c'avrebbe fatto la firma. Marcello stette lì un pezzetto cercando di farsi dar retta, ma quello non lo filò per niente. Se ne tornò su sconcertato al mucchio dei sandolini. – Come c... se fa a prenne li sordi, – disse. – Va dar bagnino, no, a stronzo! – Ce so' ito, – spiegò Marcello, – ma nun me dà retta nun me dà!
  • Ma quanto sei stronzo, – scattò incollerito Agnolo. – An vedi questo, –

Marcello stava riprendendosi. La barca puntava adesso abbastanza regolarmente verso l'altra sponda, e i remi riuscivano a far presa sulla corrente. – Namo de llà, – disse allora Agnoletto. – E che sto a ffà? – gli rispose disgustato Marcello, che spandeva sudore come una fontanella. Quanto la riva del Ciriola era investita dal sole, altrettanto questa era piena di un'ombra grigia e fiacca: sopra gli scoglietti neri, coperti di due dita di grasso, crescevano sterpaglie e piccoli rovi verdi, e l'acqua, qua e là, ristagnava piena di rifiuti che si muovevano appena. Finalmente la toccarono, rasentando gli scogli, e siccome lì non c'era quasi corrente, Marcello ce la fece a spingere la barca in su verso Ponte Sisto. Però il remo a mancina, così, andava a intruppare contro gli scogli, e Marcello era tutto occupato a maneggiarlo in modo che non si spezzasse o gli scivolasse via sull'acqua. – Annamo in mezzo, e cche è, – ripeteva il Riccetto senza badare per niente agli sforzi di Marcello. Gli piaceva d'andare al centro del fiume per sentirsi proprio in mezzo all'acqua, al largo, e gli faceva rabbia che alzando appena un po' gli occhi si vedesse lì a due passi Ponte Sisto grigio contro lo specchio sbarbagliante dell'acqua, e il Gianicolo, e il Cupolone di San Pietro, grosso e bianco come un nuvolone. Arrivarono piano piano sotto Ponte Sisto: lì, sotto il pilone di destra, il fiume s'allargava e stagnava, profondo, verde e sporco. Siccome in quel punto non c'era pericolo d'esser portati via dalla corrente, Agnolo volle provare a remare lui, ma col cavolo che ce la faceva: i remi sbattevano in aria oppure colpivano l'acqua facendo certi schizzi che riempivano tutta la barca. – Vaffan..., – gridava il Riccetto, indignato, mentre Marcello, morto di stanchezza, s'era sbragato lungo sulle due dita d'acqua tiepida ch'empiva lo scafo. Vedendo Agnolo, che si sderenava per niente, due ragazzini, scesi giù a pescare con una canna dalla scaletta dalla parte del Fontanone, cominciarono a sfotterlo e a ridere fra di loro. Agnolo col fiatone gli urlò:

  • Ma che volete da me! – Quelli se ne stettero un po' zitti, e poi:
    • Chi t'ha imparato a remà? Ma nun lo vedi che fai ride pure li muri?
    • Chi m'ha imparato a remàaa? – ribatté Agnolo. – Sto c...!
    • Te lo metti ar ...! – fecero pronti quelli.
    • Vostro! – strillò Agnolo rosso come un peperoncino.
    • A stronzo! – gridarono i ragazzini.
    • A fiji de na bocch...! – gridò Agnolo. Intanto continuava a sderenarsi a remare senza che la barca andasse avanti di un centimetro. Sull'altro pilone, a sinistra, c'erano degli altri fiji de na bona donna: stavano distesi tra le scanellature della pietra, come

lucertoloni a prendersi il sole mezzi appennicati. Le grida dei ragazzini li risvegliarono. S'alzarono in piedi tutti bianchi di polvere, e si radunarono sull'orlo del pilone verso la barca. – A barcaroliii, – uno gridava, – aspettatece! – Mo che vole quello? – fece insospettito il Riccetto. Un secondo s'arrampicò per gli anelli fino a metà pilone, e con un urlo, fece il caposotto: gli altri si tuffarono da dove si trovavano, e tutti cominciarono a attraversare nuotando a mezzobraccetto il fiume. Dopo pochi minuti erano lì coi capelli sugli occhi, le facce paragule, e le mani strette ai bordi della barca. – Che volete? – fece Marcello. – Venì in barca, fecero quelli, – perché, nun ce vorresti? – Erano tutti più grossi, e gli altri si dovettero tenere la cica. Salirono, e senza perder tempo uno disse a Agnolo: – Da' – e gli prese i remi. – Annamo de là der ponte, – aggiunse, guardando fisso Agnolo negli occhi come per dirgli: «Te va bbene?» – Annamo de là der ponte, – disse Agnolo. Subito quello si mise a remare a tutta callara: ma sotto il pilone la corrente era forte, e la barca era carica. Per fare quei pochi metri ci volle più d'un quarto d'ora. Borgo antico dai tetti grigi sotto il cielo opaco io t'invoco... cantavano i quattro di vicolo del Bologna, sbragati sulla barca, a voce più alta che potevano per farsi sentire dai passanti di Ponte Sisto e dei lungoteveri. La barca, troppo piena, andava avanti affondando nell'acqua fino all'orlo. Il Riccetto continuava a starsene disteso, senza dar retta ai nuovi venuti, ammusato, sul fondo allagato della barca, con la testa appena fuori dal bordo: e continuava sempre a far finta di essere al largo, fuori dalla vista della terraferma. – Ecco li pirata! – gridava con le mani a imbuto sulla sua vecchia faccia di ladro uno dei trasteverini, in piedi in pizzo alla barca: gli altri continuavano scatenati a cantare. A un tratto il Riccetto si rivoltò su un gomito, per osservare meglio qualcosa che aveva attratto la sua attenzione, sul pelo dell'acqua, presso la riva, quasi sotto le arcate di Ponte Sisto. Non riusciva a capir bene che fosse. L'acqua tremolava, in quel punto, facendo tanti piccoli cerchi come se fosse sciacquata da una mano: e difatti nel centro vi si scorgeva come un piccolo straccio nero.

  • Che d'è, – disse allora rizzandosi in piedi il Riccetto. Tutti guardarono da quella parte, nello specchio d'acqua quasi ferma, sotto l'ultima arcata. – È na rondine, vaffan..., – disse Marcello. Ce n'erano tante di rondinelle,

II

IL RICCETTO

Estate 1946. All'angolo di via delle Zoccolette, sotto la pioggia, il Riccetto vede un gruppo di persone, e piano piano ci s'accosta. In mezzo al gruppo di tredici o quattordici persone e gli ombrelli lucidi, era aperto un ombrello molto più grande del comune, nero, con sopra messe in fila tre carte, l'asso di denari, l'asso di coppe e un sei. Le mescolava un napoletano, e la gente puntava sulle carte cinquecento, mille e anche duemila lire. Il Riccetto se ne rimase lì per una mezzoretta a guardare il gioco; un signore, che giocava accanito, perdeva a ogni puntata, mentre degli altri, napoletani pure loro, ora perdevano e ora vincevano. Quando quel primo treppio si sciolse, era già verso tardi. Il Riccetto s'accostò al napoletano che stava a mescolare le carte e gli fece:

  • Aòh, permetti na parola? – Sì, – rispose l'altro allungando la scucchia.
  • Che, sei de Napoli?
  • Sì.
  • Sto ggioco 'o fate a Napoli?
  • Sì.
  • E come se fa sto ggioco?
  • Mbè... è difficile, ma in un po' de tempo se impara.
  • 'O impari pure a mme?
  • Sì, – fece il napoletano, – ma... Si mise a ridere con l'aria di uno che sta combinando un affare, e pensa fra di sé: «Aòh, mettèmise d'accordo, che t'ho da ddì!» S'asciugò la faccia bagnata di pioggia, giovane e tutta rugosa, coi labbroni che gli pendevano a culo di gallina. Guardò il Riccetto negli occhi. – Mbè te lo imparo, come no, – disse lui, visto che l'altro taceva, – ma vojo na ricompenza – Come, no, – rispose serio il Riccetto. Ma intanto intorno all'ombrello stava per formarsi un nuovo gruppo di persone; tra questi c'erano sempre i napoletani di prima. – Mo aspetta, – fece strizzando l'occhio il napoletano, mentre rimetteva in fila le carte sull'ombrello. Il Riccetto si mise in un canto, e ricominciò a guardare il gioco. Passarono due ore, cominciò a spiovere e ormai era quasi buio. Il napoletano finalmente decise di staccare, chiuse l'ombrello, mise le carte in saccoccia e diede un'occhiata ai suoi compagni: erano due, uno biondo e mezzo sdentato, un altro bassetto con un tre quarti scozzese a scacchi, come un giudio, questi ascoltarono cordiali il loro compagno che gli diceva che aveva da fare, e, allegri, se ne

andarono coi loro arnesi, facendo un cenno di saluto pure al Riccetto. – Namo, – fece il napoletano. Il Riccetto era ingranato, presero il tram, scesero al Ponte Bianco, e con quattro passi furono a Donna Olimpia. La madre del Riccetto, seduta in mezzo all'unica stanza che formava la sua casa, con quattro letti agli angoli delle pareti, che non erano nemmeno pareti ma tramezzi, guardò i due e fece: – Chi è questo? – N'amico mio, – rispose secco il Riccetto, senza filarla per niente, tutto autoritario. Ma siccome lei continuava a star lì a rompere il c..., e era un'impicciona che non finiva mai, il Riccetto guardò nella stanza successiva, ch'era quella dove stava Agnolo con la sua famiglia, se non c'era nessuno dei grossi. Difatti c'erano solo due o tre dei più piccoletti che facevano la lagna, con il moccio sotto il naso. Lui e il napoletano andarono di là, e si misero a sedere sul letto di Agnolo e dei fratelli piccoli, che dormivano da piedi, accomodandosi sulla coperta tutta bruciacchiata dal ferro da stiro. Il napoletano cominciò la lezione: – Noi siamo in cinque, – fece, – uno fa la cartina e gli altri se mettono intorno facendo finta di essere dei passanti. Io, mettiamo, sono quello che fa la cartina e comincio il gioco, e i compari, mettendosi intorno all'ombrello, formano il treppio. La gente comincia ad accostarsi e a quel punto un compare si toglie per aprire il treppio, e un passante prende il posto suo... Dapprincipio è incerto se gioca o no. Il compare invece gioca: punta mille, duemila, secondo, come gli pare a lui; mentre lui caccia i soldi, quello che fa la cartina, io, mettiamo gli cambio la carta, però la carta che gli cambio, gli metto quella buona al compare, e quella cattiva la mando in mezzo. Allora tu che non capisci il gioco non vedi che l'ho cambiata, e punti pure te. Ma io faccio: «Se perde te a me non me ne interessa niente», e il compare invece insiste, no che vincemo, no che perdemo, no che vincemo, no che perdemo. «Be, alzate le carte tutt'e due». Così il compare vince, e quello perde. Quando il gaggio ha già perso parecchio, il compare rigioca e punta mettiamo mille... – Il napoletano andò avanti per un pezzo a spiegare com'era quel gioco, e il Riccetto stava lì ad ascoltare che chiacchierava, chiacchierava, e non ci capiva una madonna. Quand'ebbe finito, gli fece: – Aòh, a moro, bada ch'io nun t'ho capito, sa! Doveressi da esse così gentile da ricomincià daccapo, sempre si nun te dispiace, eh! – Ma in quel momento arrivò la madre di Agnolo. – Scusate, a sora Celeste, – fece il Riccetto tagliando, seguito dall'altro, – dovevo da dì na parola a st'amico mio! – Sora Celeste, nera e pelosa come un cespuglietto di porcacchia, non disse niente, e i due compari scesero giù di fretta, andandosi a mettere seduti sugli scalini della scuola Franceschi. Il